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Belfast, uno specchio che manda ancora tristi riflessi di divisioni in Europa

 

Terribili notizie giungono in questi giorni dall’Irlanda del Nord: il ferimento di una donna, agente di polizia; il massiccio coinvolgimento negli scontri di giovanissimi, la capacità dei dissidenti oltranzisti del nazionalismo irlandese e degli ultraconservatori nel campo lealista protestante di rappresentare e mobilitare nel peggiore dei modi le rispettive comunità di appartenenza nei quartieri più poveri: in una Europa dove nuovi razzismi e nazionalismi rialzano la testa.

 

di   Aldo Ciummo

La notte di Belfast diventa ancora una volta lo sfondo di una rappresentazione che miete vittime nella realtà, oggetto di interesse forse ormai folcloristico per gran parte del mondo, ma suggestione per niente cinematografica per ampie fasce della popolazione che in Ulster, complice la decennale situazione di depressione economica e di degrado istituzionale legata alla guerra civile prima aperta e dal 1998 latente, combattono ancora una guerra antica, iniziata nel 1690 quando Guglielmo d’Orange sconfisse il pretendente cattolico al trono, Giacomo.

Quell’immagine a cavallo, il sovrano inglese che passa il fiume Boyne, è ancora sui murales lealisti accanto all’effigie dei paramilitari caduti affrontando l’Ira, la parata protestante che il 12 luglio la ricorda passando attraverso i quartieri irlandesi di Belfast riaccende ancora scontri che hanno poco di attuale per chi li guarda dal continente: anche quest’anno le notizie che giungono da Derry, dove sono state lanciate ancora bombe, da Belfast, dove nel quartiere dell’Ardoyne i nazionalisti irlandesi di Brompton Park e i protestanti di Twaddell Avenue si sono affrontati, sono resoconti di fatti terribili.

Una donna, agente di polizia, è stata ferita gravemente alla testa, da persone che hanno aggiunto vergogna ad uno scenario che ha veduto i ragazzi portarsi dietro, in mezzo a sassi e proiettili, dei giovanissimi. Sembravano destinati a restare nella memoria i tempi in cui i bambini a Belfast vivevano la scuola della guerra in strada tutti i giorni e crescevano nella separazione comunitaria solidificata anche oggi da diciassette muri, più del doppio se si contano quelli di minore lunghezza e dimensione.

L’area di Ardoyne è una roccaforte dello Sinn Feinn e del repubblicanesimo nazionalista irlandese, al centro dell’interesse dei dissidenti dell’Ira Irish Republican Army, alcuni elementi della quale non accettano il processo di pace avviato con l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 e proseguito a partire dal 2007 con la formazione di un governo comprendente tutte le forze politiche e di fatto ancora oggi poco funzionante. Ardoyne è anche meta di parate protestanti che annualmente ricordano il 1690 e con questo la nuova sconfitta della comunità irlandese del nordest nel 1920, quando il Sud conquistò la propria indipendenza ma dovette rinunciare all’unità nazionale e gli anni sessanta e settanta del ‘900, quando la minorità politica e nei diritti per i cattolici continuò e si aggravò subendo la repressione armata.

Quando vengono diffuse notizie drammatiche come quelle attuali riguardo al conflitto, ricordo che nell’estate del 2005, nel periodo del disarmo dell’Ira, feci due brevi viaggi a Belfast, partendo da Dublino dove in quel periodo risiedevo. In entrambi i casi mi tornò in mente ciò che annotava Benedict Anderson nel suo libro dedicato ai nazionalismi, “Comunità Immaginate”: in linea d’aria Belfast è a meno di 500 chilometri da Londra” e pensai che i chilometri da Dublino a Belfast sono ancora meno, circa 150. Ma, in accordo con le osservazioni di Anderson, secoli di storia tengono l’Ulster inchiodato al suo passato, è questo che lo divide dal Regno Unito e dall’Eire.

Arrivando nella città si percepiva chiaramente la sensazione di entrare in un altro paese, il passaggio dal centro cittadino alla periferia cattolica trasmetteva l’impatto con un’altra nazione nello stato ed infine a Shunkill, superato il Muro della Pace per fare ingresso nella zona protestante, ci si sentiva in un altro mondo. La prima volta che mi affacciai a Belfast, nei primi giorni dell’ agosto del 2005, era trascorso da poco il 28 luglio in cui l’IRA aveva assunto il suo impegno di disarmo con la commissione internazionale presieduta dal generale canadese John De Chastelain.

Allora mi trovavo in viaggio con un amico italiano e prima ancora compagno di liceo che aveva da poco terminato i suoi studi in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed entrambi fummo colpiti dall’immagine di un bambino di non più di sette anni che camminava su un muro divisorio piuttosto alto: lui e tutti i ragazzini che percorrevano le periferie trascinandosi dietro carrelli della spesa scassati, pezzi di legno ed altri improbabili giochi sembravano incarnare, nel loro atteggiamento aggressivo, tutta la fragilità e l’energia in potenza di quegli isolati polverosi.

La seconda volta che andai a Belfast, alla metà di ottobre, ero ospite di alcuni giovani del posto assieme ad un amico francese, appassionato di ecologia che in quel periodo era mio coinquilino assieme ad altre persone provenienti da diverse parti del continente. Erano trascorsi da non moltissimo sia i tumulti che nei giorni 10 e 11 settembre 2005 avevano accompagnato il tentativo di ripetere la parata orangista da parte dei gruppi oltranzisti protestanti, sia la risolutiva dichiarazione della commissione internazionale di controllo sul disarmo (il 25 settembre 2005 De Chastelain dichiarò che l’Irish Republican Army aveva messo tutte le armi fuori uso).

Di nuovo fummo accolti dall’impressione che il luogo riserva così spesso ai “continentali”, quella di essere immersi in un ambiente dove decenni di percezioni umane e culturali sono giunti a cristallizzare divisioni fisiche ed hanno disegnato una geografia urbana capace di dilatare le distanze e di segregare perfino i giovanissimi nella prospettiva (anche visiva) di anguste comunità. Di tutto questo ci rendemmo conto attraversando un ponte pedonale, avvolto in una rete metallica, che conduceva da un suburbio protestante ad uno cattolico.

Vedendo andare qualcuno verso la zona irlandese, i bambini che si trovavano in uno spiazzo contiguo all’ingresso del ponte lanciarono gli innocui oggetti che si trovavano sottomano contro la rete metallica, desistendo non appena accortisi che si trattava di stranieri, estranei alla distorta realtà di questo pezzo di terra. Gli amici che ci avevano accolti abitavano in un’area un pò più vicina al centro, erano di origine indifferentemente inglese o irlandese e si sentivano cosmopoliti; la periferia irlandese portava sui volti e sulle pareti delle case scrostate la povertà di una Irlanda di altri tempi (la stessa che a Dublino sopravvive soltanto in qualche quartiere intrappolato dal progresso che la assedia avanzando dal centro e dalla cinta di villette dell’hinterland); le zone protestanti erano caserme a cielo aperto.

Le notizie che arrivano oggi in Europa dal Nord dell’Irlanda sono molto tristi: a ferirsi, a ingaggiare scontri a rischio di morte e di omicidio a Belfast sono per lo più ragazzi tra i sedici e i venticinque anni, la stessa età di tante persone che ho conosciuto in Irlanda nel 2005, di con cui ho abitato a Dublino nel 2008, gente per cui andare a scuola in una città oppure in un’altra cambia tutto, perchè non si nasce guardiani di una strada rimasta ferma al 1690. Nessuno è destinato a rimanere garante di una malintesa identità europea a Parigi o a Budapest, nè a restare straniero in Italia dopo l’arrivo da un altro continente.

Inglesi e irlandesi sono persone straordinarie, la loro capacità di integrazione verso chi arriva per la prima volta da altri luoghi e diversi ambienti è enorme, l’affetto che nutrono per il proprio territorio è commovente, ed averli in Europa dal 1973 è una risorsa inestimabile, come lo è stato l’ingresso nella Ue delle nazioni dell’estremo nord. Il senso d’appartenenza alla comunità in Ulster è stato inacidito fino all’avvelenamento, da una storia che per più di tre secoli non è riuscita a trovare una via d’uscita al nodo creato dalla persistenza di un angolo di impero e della situazione di discriminazione subìta da molti irlandesi.

I giornali e gli amici riferiscono che la situazione cambia rapidamente, ma quel contesto suggerisce ancora una riflessione utile a chi si muove in un ambiente di vita, quello della nascente Unione Europea, che si proietta sempre più nella società globale e nella necessità storica di incorporare nelle sue nazioni costituenti frammenti di altre culture e innesti di fusioni e mutazioni culturali positive già in divenire.

Intorno a sè l’Europa scatta istantanee di un presente che vorrebbe considerare già passato, un residuo che il progresso corregge gradualmente. Talvolta le nostre istituzioni progettano di sostituire di sana pianta costruzioni sociali consolidate nel mondo e di promuovere l’integrazione dei nuovi arrivati come se si trattasse di un processo rieducativo, ma nel cuore del Vecchio Continente, in luoghi come l’Ulster, è ancora possibile vedere una apertura ammirevole della società affiancarsi a strade dove ogni estraneo è guardato con diffidenza: è il frammento di uno specchio che manda ancora riflessi di quello che l’Europa rischia di essere dove si riaccendono episodicamente conflitti nazionali tra i paesi di recente ingresso, dove si nega un buono pasto a un ragazzino nato lontano, dove una diatriba linguistica spacca in due nazioni fondatrici della nostra Europa.

C’è da augurarsi che mai più da Belfast si sappia che viene lanciato un pezzo di cemento in testa ad una ragazza, che non si verifichi mai più che coetanei dei nostri amici europei si trascinino dietro i fratelli minori in uno scontro letale, con la stessa facilità con cui in altre date li porterebbero ad accendere i bonfires ed a tenere vive le magnifiche tradizioni del nord Irlanda, del nord del continente. Ma c’è da sperare anche che l’Europa guardi e consideri quanta differenza fa insegnare con i fatti  (fin dall’inizio di questa integrazione dei 27 stati, presto 28, poi trenta e più)  a mettere da parte il distacco verso le diverse culture che si confrontano e si aggiungono nella costruzione comunitaria ed a sviluppare un attaccamento al territorio alternativo al modello della fortezza. L’Europa non sarà questa.

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Anche l’Irlanda colpita dalle inondazioni

Famiglie irlandesi e inglesi senza riparo in molte zone dopo le intemperie di questi giorni. I danni sono elevati e le previsioni lasciano temere altre piogge torrenziali. L'Europa deve essere rapida in caso di necessità ad assicurare al Regno Unito ed all'Irlanda lo stesso supporto che loro hanno reso immediatamente disponibile nei disastri recenti (si ricordino le proposte di uomini e mezzi in occasione del terremoto in Abruzzo)

L’ondata di maltempo che ha causato tanti danni nel Regno Unito sta colpendo anche Dublino, Galway, Cork e costringendo il governo guidato da Brian Cowen a misure di emergenza

 

Negli ultimi due anni l’Irlanda sta fronteggiando eventi meteorologici straordinari rispetto al passato, già nella prima metà dell’agosto 2008 le piogge torrenziali avevano costretto molte aree agricole a chiedere aiuti per ripagare le perdite finanziarie subite, ma la situazione tra ieri e oggi è ancora peggiore. L’esercito è stato chiamato dallo stato in supporto degli abitanti delle zone più colpite. Il Ministro dell’Ambiente John Gormley (Green Party) ha affermato che ieri si è verificato qualcosa che non accadeva da ottocento anni, quanto a quantità ed intensità con la quale l’acqua si è abbattuta sulle cose, ed ha aggiunto che è quasi un miracolo l’assenza di vittime (nel Regno Unito putroppo ve ne sono state).

Gli eventi atmosferici hanno determinato anche disagi generalizzati, a Cork 18.000 case sono rimaste senza acqua corrente e simili interruzioni dei servizi basilari si registrano in tutta l’isola, anche riguardo l’erogazione di energia elettrica. Inoltre, un dato negativo che per completezza dell’informazione non può essere taciuto è il problema generale dell’equilibrio tra ambiente ed antropizzazione del territorio nella Repubblica, perchè gli anni del boom finanziario in Irlanda da una parte hanno portato benefici abbastanza equamente distribuiti rispetto ad altre nazioni e sono stati accompagnati da una redistribuzione accogliente anche verso i nuovi cittadini dell’Eire, ma dall’altra hanno spinto l’isola ad uno sviluppo edilizio ed infrastrutturale rapidissimo e non sempre attento alle esigenze ecologiche. Lo si sta vedendo con la facilità con la quale si verificano gravissimi danni.

Intanto, mentre le città costiere temono danni maggiori perchè le previsioni del tempo non sono incoraggianti, anzi avvertono che l’intensità delle precipitazioni e l’aggravarsi del maltempo potrebbero essere maggiori, l’esercito si muove per offrire assistenza alle zone del sud della repubblica, dove città come Cork (la seconda per importanza e dimensioni dopo Dublino) sono state colpite in maniera particolarmente grave.  A Cork, il fiume Lee è straripato e la centrale che eroga l’acqua alla maggior parte delle abitazioni è stata danneggiata e si pensa che non potrà essere riparata prima di una settimana.

A Galway, nell’ovest, le autorità hanno consigliato agli automobilisti di non mettersi in viaggio, la situazione delle coste è preoccupante. L’Associazione degli Agricoltori (Irish Farmers Association) ha reso noto che migliaia di ettari sono letteralmente sommersi.  Non soltanto a Galway, ma anche in molte città minori dell’ovest, molte case sono state evacuate e si sono anche registrati problemi con abitanti che anche in assenza di energia elettrica hanno insistito per rientrare nelle proprie dimore, mentre molti sono stati alloggiati provvisoriamente in alberghi.

Si temono soprattutto i rischi di inquinamento. Mentre il Regno Unito e l’Irlanda vengono messi a dura prova, specialmente le persone comuni, non si può non ricordare la disponibilità di uomini e di mezzi che questi paesi hanno proposto immediatamente quando l’Italia ha sofferto per il terremoto dell’Aquila, ragione in più per cui è auspicabile che lo Stato italiano e l’Europa in generale si muovano con la solidarietà qualora i nostri vicini europei inglesi ed irlandesi abbiano bisogno di supporto in seguito agli eventi incontrollabili che si stanno verificando.

Riguardo alle condizioni del territorio ed al dibattito sulla messa in sicurezza dell’ambiente e delle strutture urbane, chiaramente andrà affrontato il discorso sia a livello europeo che nei singoli paesi, soprattutto in quelli come l’Irlanda che hanno avuto una crescita economica e demografica spesso non abbastanza accompagnata da adeguata attenzione agli aspetti ecologici. Il Fine Gael, principale partito d’opposizione, ha già chiesto per bocca di Phil Hogan un inchiesta indipendente sui sistemi di allarme e sulle competenze delle autorità locali in casi del genere in questione. Intanto, oggi pomeriggio il primo ministro Brian Cowen (Fianna Fail) presiederà una riunione d’urgenza del governo per le misure urgenti.

Aldo Ciummo