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Lo IAI: “UE e USA rafforzino la politica estera”

Il rapporto dell’Istituto Affari Esteri propone diverse soluzioni riguardanti l’azione esterna della UE in cooperazione con le aree emergenti

Quattro centri studi europei, collaborando con i ministeri degli esteri di Italia, Polonia, Spagna e Svezia hanno elaborato un rapporto sulla politica internazionale che propone lo sviluppo di quattro partenariati globali della UE con Stati Uniti, Turchia, Russia e Cina, con l’obiettivo di una maggiore stabilità.

Il rapporto si intitola “Towards a European Global Strategy” e l’obiettivo delle indicazioni è trarre vantaggio dal vicinato strategico con altre regioni geopolitiche attraverso la considerazioni di aspetti diversi del mercato unico e del mercato dell’energia.

Il documento rilancia l’opportunità di fondare con gli Stati Uniti una nuova comunità atlantica, sulla base dell’area di scambio transatlantica di cui si sta parlando molto in questo periodo e che si auspica si realizzi in tempi rapidi in modo da confrontarsi con i tanti problemi comuni esistenti.

L’opinione dei centri studi che hanno elaborato il rapporto comprende anche uno status politico rafforzato per la Turchia, prima ancora dell’esito del negoziato di adesione alla UE. In generale il documento è favorevole ad un rapido allargamento.

Si affronta anche il tema del vicinato strategico nelle aree più legate all’Europa ma all’esterno del suo territorio, Sahel, Corno d’Africa, Medio Oriente, Asia Centrale, Artico e la questione delle rotte marittime.

Allargamento della UE a parte, le conclusioni dello studio guardano positivamente alla collaborazione nelle priorità condivise, in maniera da poter gestire lo spazio geopolitico che interessa più da vicino l’Europa con maggiore efficacia indipendentemente dall’estensione del territorio comunitario attraverso le nuove adesioni.

Aldo Ciummo

Ore cruciali per l’Europa

La Grecia continua ad annaspare in assenza di concreta solidarietà europea, Francia e Germania abbozzano un cambiamento di programma

La Grecia è stata ancora declassata, mentre l’Europa non è ancora uscita dalla serie di strattoni che sta adoperando per forzare la scelta elettorale dei greci in direzione dell’accettazione della cura decisa dai grandi dell’Unione Europea nel 2010. Ma la Grecia resiste e affidando il consenso alla nuova sinistra si prepara a fare quello che hanno giustamente fatto tutti i paesi alle prese con un debito più grande di loro per tornare a crescere davvero: rinegoziare il debito. L’Irlanda ha rinegoziato in parte la sua situazione di fronte all’Unione Europea e si sta riprendendo, l’Argentina ha rinegoziato il debito e si è ripresa.

Il Portogallo, accettando tutti i dogmi del rigore, oggi è in difficoltà maggiori di quelle di partenza, quanto alla Grecia, si è visto ampiamente come è stata ridotta dalla medicina del rigore liberista. Ora l’agenzia Fitch ha tagliato il rating della Grecia a CCC, il paese si trova quindi ad un passo dal default. La Grecia è un paese europeista, che ha cercato di accettare a lungo tutte le misure necessarie a restare nella comunità. La Germania ha sempre dato tanto per la costruzione europea, ma adesso la politica non solo di Berlino ma di tutti i grandi stati europei si sta dimostrando gravemente miope, perchè perdere un pezzo importante dell’Europa, in un’area importante e complessa come il Mediterraneo, è contrario a tutte le politiche lungimiranti che sono state edificate negli ultimi decenni, a cominciare dall’evoluzione euromediterranea su cui si è tanto investito anche con partenariati con stati extraeuropei vicini.

Mentre in Spagna è corsa agli sportelli bancari e questo indica anche l’elevato rischio di contagio dell’economia dei ventisette, il nuovo ministro dell’Economia francese, Pierre Moscovici, ha affermato che la Francia ratificherà il trattato europeo sulla disciplina di bilancio appena firmato soltanto se verrà aggiunto un capitolo sulla crescita e questo fa davvero sperare che la Francia diretta dai progressisti si impegni con successo a sostenere una crescita equilibrata, orientata al sociale ed all’ambiente, iniziando a ridimensionare quella economia di carta straccia che sia neglio Stati Uniti che nella Unione Europea sta rischiando di snaturare quei princìpi di economia sociale di mercato, di concorrenza democratica e di emancipazione sociale che hanno scandito lo sviluppo delle democrazie occidentali durante la seconda metà del millenovecento. Il modo in cui gli europei tratteranno la Grecia sarà il modello di come i cittadini della UE tratteranno sè stessi, di quali diritti, doveri e solidarietà saranno oggetto e saranno capaci.

Aldo Ciummo

 

NOTIZIE SU REGIONI E CULTURE DEL NORDEUROPA SUL SITO DI INFORMAZIONE      www.nordeuropanews.it      NORDEUROPANEWS

Strasburgo al lavoro

 

La sessione plenaria al Parlamento Europeo dal 12 al 15 settembre 2011

di   Aldo Ciummo

 Il Parlamento Europeo a settembre torna al lavoro su temi molto attuali come Frontex e il controllo delle frontiere, al centro delle cronache a seguito dei sommovimenti delle sponde sud ed est del Mediterraneo oppure l’Energia e le regole che impongono all’industria di condividere parte delle informazioni rilevanti in questo campo strategico per l’autonomia dell’Europa.

Tiene banco logicamente anche la crisi dell’Eurozona e altri temi ad essa legati, come la posizione del Consiglio sul bilancio 2012, e le iniziative dell’Unione Europea sui problemi registrati in Libia, in Siria e nell’Africa dell’Est. E’ molto atteso l’intervento del Presidente polacco in Plenaria (Varsavia ha la presidenza questo semestre).

Altri argomenti importanti sono il controllo sulle trivellazioni offshore e le norme ambientali, l’impegno contro la corruzione nei paesi UE, i diritti dei cittadini, l’ambiente e la commissione petizioni, la mediazione in cause civili e le nuove regole europee per garantire un risparmio in materia ai cittadini.

Lungi dall’essere il mostro tecnocratico che una produzione letteraria costantemente alimentata da classi dirigenti molto più direttamente impegnate nella produzione di debito dipingono, l’Unione Europea continua ad essere un meccanismo, politicamente debole sì e scarsamente vicino a grandi porzioni della sua popolazione pure, ma perlomeno in grado di permettere un travaso non indifferente di risorse da nazioni con i conti in ordine (la cui opinione pubblica inizia comprensibilmente a dare segni di preoccupazione) a paesi che destinano indirettamente all’acquisto di giocatori fondi altrui che dovrebbero essere destinati all’ambiente.

Su queste pagine web ripetiamo volentieri quindi che la crisi sarà un pò meno in grado di nuocere sia alle imprese che al famoso uomo della strada il giorno in cui gli stati più responsabili e (fortunatamente) dotati di maggior peso in Europa riusciranno ad imporre regole coattive, che siano tese non certo a manovre inique dal punto di vista della distribuzione delle risorse (quelle le hanno approvate gli stati nazionali, specialmente alcuni, si veda l’Italia) ma a raggiungere se necessario con sanzioni e sentenze un effettivo ottenimento del rispetto di paramentri comuni (anche di standard civili).

Le richieste che cominciano a sollevarsi dai maggiori stati fondatori, valga per tutte un maggior controllo di come i fondi concessi vengono spesi, vanno nella direzione giusta: è ormai visibile quali risultati scadenti abbia prodotto l’autoattribuzione, da parte di paesi irregolari, di presunte eccezionalità che dovevano permettere di cavarsela sempre senza sforzi, tanto che tre di questi stati nazionali, in area euromediterranea, sono diventati esplicitamente una eurozavorra.

Governo Europeo, meglio tardi che mai

Coordinamento effettivo dei paesi componenti la UE, capacità di influenzare coattivamente gli stati, risorse dalle transazioni: a iniziare prima si sarebbero evitati parecchi danni

di   Aldo Ciummo

 La paura fa novanta davanti alla prospettiva di vedere ancora stati che raccontano ai loro cittadini che va tutto bene e poi si vedono imporre manovre obbligate dall’aver rimandato riforme e iniziative per anni se non per decenni: Nicolas Sarkozy e Angela Merkel chiedono un vero governo economico per la UE, in particolare per la zona euro che dovrebbe gestire sè stessa riunendosi in maniera più stabile ed efficace.

Italia e Spagna come è noto non sono Portogallo e Grecia, trovare sorprese nei conti a Roma significherebbe spargere guai grossi in tutto il continente. La Germania ha potuto fare tanto ma non può fare tutto, come dimostra la frenata della sua economia, non estranea alla consapevolezza internazionale che su Berlino grava l’incombenza di garantire per i debiti di tutti, inclusi alcuni che negli ultimi anni hanno dato poche prove di responsabilità.

Germania e Francia hanno proposto come presidente stabile di questo eurogruppo rafforzato da compiti effettivi di governo economico Herman Van Rompuy, attuale presidente del Consiglio Europeo e hanno chiesto di inserire nella Costituzione europea un vincolo che obblighi a raggiungere il pareggio di bilancio. Una richiesta che non è un sopruso tecnocratico verso i paesi che hanno dei debiti da pagare ma una tutela verso quelle nazioni che stanno pagando già troppi debiti degli altri.

Volere che questo avvenga a partire dal prossimo anno significa difendere l’Europa da comportamenti distruttivi. L’elaborazione e l’applicazione delle manovre che rendono possibile avvicinarsi al pareggio di bilancio non riguarda affatto l’imposizione di regole da parte della BCE e dell’Unione Europea, dipinte con tinte romanzesche come entità distanti e aggressive da alcuni gruppi folcloristici rappresentati in Parlamento in Italia, difatti è tutta interna al Governo la scelta che vorrebbe togliere appena l’uno per cento ai capitali recentemente coperti da scudo fiscale, mentre i comuni cittadini saranno molto presto in grado di sperimentare che a loro viene tolto qualcosa di più in percentuale, tra imposte indirette e tagli ai servizi.

Quanto alla Tobin Tax, che è costata etichette di sovversione e di ingenuità a tutti quelli che la proponevano in tempi in cui al liberismo estremo non si potevano nemmeno accennare critiche, adesso i rappresentanti degli stati fondanti dell’Europa affermano giustamente che è uno dei mezzi per fermare la corsa alla speculazione e per restituire ragionevolmente una minimale parte dei suoi profitti a stati (e quindi società) duramente colpiti da questa.

Katainen preoccupato per la UE, al lavoro i nuovi ministri

 

La formazione del nuovo governo vede in ruoli di responsabilità di nuovo i Verdi e l’ingresso di esponenti dell’alleanza della Sinistra

Il Primo Ministro Finlandese Jirki Katainen oggi ha detto alla televisione finlandese YLE che l’Europa si trova in una situazione molto difficile e deve sostenere la ripresa di paesi come Spagna e Italia. Il Governo di Katainen è nato proprio sulla indicazione della maggior parte dei cittadini, l’ottanta per cento, a favore di un esecutivo europeista.

Il Governo in carica dal 22 giugno in Finlandia include oltre ai due maggiori partiti (Moderati e Socialdemocratici) partiti minori che hanno fatto parte del governo precedente, come i Verdi, e gruppi nuovi come l’alleanza di sinistra.

 I Moderati, cui appartiene il Primo Ministro Jyrki Katainen prendono parte all’esecutivo di coalizione con Paula Risikko al Ministero per la Salute e agli Affari Sociali, Henna Virkkunen alla Pubblica Amministrazione ed agli Affari Municipali, Jyri Häkämies alle Attività Economiche, Alexander Stubb al Commercio Estero ed agli Affari Europei e Jari Koskinen a Agricoltura e Foreste.

 I Socialdemocratici partecipano all’esecutivo con la leader Jutta Urpilainen alle Finanze, Erkki Tomioja agli Esteri, Lauri Ihlainen al Lavoro, Maria Guzenina-Richardson ai Servizi Sociali, Jukka Gustafsson all’Educazione e Krista Kiuru alle Politiche della Casa e della Comunicazione. L’alleanza di Sinistra ottiene il Ministero della Cultura e dello Sport con il suo leader Paavo Arhinmäki e quello dei Trasporti con Merja Kyllonen.

La lista degli Svedesi manda Stefan Wallin alla difesa e Anna-Marja Henriksson alla Giustizia. I Verdi sono al Ministero dell’Ambiente con Ville Niinistö (leader del partito) e della Cooperazione con Heidi Hautala, mentre i Cristiano Democratici guidano il Ministero dell’Interno con Päivi Räsänen.

Aldo Ciummo

Parlamento Europeo: più controllo sui derivati

In luglio sono state avanzate più proposte per tutelare i consumatori e gli investitori nell’attuale mercato finanziario

Il commercio dei derivati, un ambito difficile per il piccolo investitore e spesso non tanto facile neppure per i maggiori: il Parlamento Europeo se ne è occupato nel mese appena concluso. L’obiettivo, ora al centro di negoziati con gli stati componenti, è quello di ridurre le pratiche speculative legate alle vendite allo scoperto e avviare efficienti sistemi di indennizzo. Già si è parlato delle richieste di Olle Schmidt che rappresenta il gruppo ALDE (Liberali) per favorire le richieste di risarcimento giustificate dai cosidetti “cattivi consigli”. Purtroppo però gli europarlamentari hanno lasciato esiguo il tetto previsto.

Pascal Canfin dei Verdi (Verdi/Alleanza Libera Europea, Francia) ha inserito nella relazione sulle vendite allo scoperto una richiesta a risolvere le posizioni scoperte entro la fine di ogni giornata di negoziazione (una posizione tesa a regolare le vendite allo scoperto) e una limitazione all’acquisto di contratti di CDS (Credit Default Swap) ai proprietari di titoli di stato equivalenti (in sintesi un soggetto non dovrebbe poter vendere obbligazioni della Grecia su un tavolo e contemporaneamente poter giocare con i titoli del debito). Si registrano per la verità operazioni di dubbia coerenza da parte della politica europea, perchè se da una parte si rafforzano alcune norme sulle multe da applicare, dall’altra si diradano i controlli sulle vendite a breve termine.

Warner Langen (PPE, Germania) ha elaborato il testo sui prodotti derivati negoziati fuori borsa, mirando in sintesi a raggiungere una maggiore trasparenza nel mercato di questo tipo di prodotti finanziari, che prevedono rischi notevoli nei casi in cui qualcuna delle parti è insolvente.

Un ruolo importante lo avrà l’Autorità Europea di Sicurezza e di Mercato (ESMA). La caratteristica principale di prodotti derivati negoziati come gli OTC oggi infatti è che di fatto non sono soggetti a legislazioni ulteriori oltre quella che regola lo scambio tra le parti contraenti. Mentre è ben noto che le conseguenze delle distorsioni del mercato in Europa spesso sono collettive.

Gli investimenti UE per la futura crescita

 

Giugno si è chiuso con l’impegno della Commissione Europea su alcuni punti fondamentali come sviluppo e formazione: anche il Parlamento Europeo è impegnato nella definizione di linee guida che peseranno sui cambiamenti nelle regioni della UE

di    Aldo Ciummo

Se si chiede dove va l’Europa forse il modo migliore per iniziare a cercare risposte è guardare dove investe: una caratteristica del bilancio Ue è che contemporaneamente è esiguo rispetto al reddito lordo dei cittadini dei ventisette ma significativo rispetto ai settori di cui l’Europa deve occuparsi senza le uscite fisse tipiche dello stato nazionale (controllo del territorio, spesa pensionistica e le altre voci ad oggi coperte soprattutto o unicamente dagli stati).

La dotazione finanziaria comunitaria è importante in particolare nei confronti di quelle regioni dove interventi e sostegni mirati servono a riequilibrare situazioni di svantaggio o di mancato collegamento rispetto alla comunità nel suo complesso e perciò ad assicurare la competitività europea nel suo insieme.

Dal 29 giugno sappiamo che il bilancio pluriennale per il periodo 2014-2020 presenta, tra le innovazioni rilevanti, il Meccanismo per collegare l’Europa, dedicato a progetti transnazionali nel campo dell’energia, dei trasporti, delle tecnologie dell’informazione: il fine è consolidare il mercato interno.

Finanziamenti maggiori andranno alla ricerca ed alla innovazione, fondi anche destinati alle ultime generazioni, nel mirino della crisi economica globale in corso.

Per i prossimi sette anni si propongono 1025 miliardi di euro in stanziamenti di impegno (1,05%) del reddito nazionale lordo della UE) e 972, 2 miliardi di euro in stanziamenti di pagamento (1% del reddito nazionale lordo della UE).

Janusz Lewandowski, Commissario per la Programmazione Finanziaria ed il Bilancio, ha affermato che redistribuendo tra le priorità le risorse è possibile incoraggiare le infrastrutture transnazionali, la ricerca e lo sviluppo, l’istruzione e la cultura, con effetti positivi anche nelle relazioni con i vicini a Sud ed a Est della nostra Europa.

UE: all’Italia restituiti 572 milioni dal bilancio comunitario‏

 
Il Parlamento UE oggi ha approvato la riduzione di quasi 572 milioni di euro al contributo italiano al bilancio comunitario, fondi che la comunità europea non ha utilizzato nel 2010
 
 
Stanziamenti non utilizzati per i programmi realizzati nel 2010, interessi ed eccedenze di varia natura ammontano nella UE a 4,54 miliardi di euro (dei quali 2,72 miliardi riferiti proprio ai fondi non utilizzati) che andranno restituiti agli stati componenti l’Unione Europea.
 
Il Parlamento Europeo infatti oggi ha votato in favore dela restituzione dei contributi in questione agli stati (625 favorevoli, 14 contrari e 29 astenuti).
 
 Il PE ha reso noto l’importo che ogni stato potrà dedurre dai propri contributi per il 2011, le somme di cui si parla sono le seguenti: 130.911.830 (Belgio); 12.599.367 (Bulgaria); 50.621.080 (Repubblica Ceca); 88.583.723 (Danimarca); 922.894.175 (Germania); 4.980.590 (Estonia); 48.123.148 (Irlanda); 84.195.529 (Grecia); 381.161.659 (Spagna); 740.852.370 (Francia); 571.966.026 (Italia); 6.293.730 (Cipro); 6.191.661 (Lettonia); 9.860.488 (Lituania); 10.570.481 (Lussemburgo); 35.811.599 (Ungheria); 2.088.825 (Malta); 218.397.409 (Paesi Bassi); 104.337.375 (Austria); 133.314.462 (Polonia); 59.119.421 (Portogallo); 46.336.945 (Romania); 12.888.128 (Slovenia); 24.905.776 (Slovacchia); 66.270.167 (Finlandia); 126.883.265 (Svezia); 639.235.054 (Regno Unito).

Nessuna Europa senza Occidente

Dopo le approvazioni del Trattato di Lisbona e una dimostrazione socioeconomica quasi cruenta della necessità dell’Europa politica unita a fronte delle crisi il 2011 si può leggere come un anno cruciale per la Comunità

di   Aldo Ciummo

Quelli appena trascorsi sono stati anni difficili per la nostra Europa, alle prese non soltanto con la dura situazione globale del 2010 ma anche con il lungo lavoro istituzionale del 2008 e del 2009, un complesso di nodi la cui soluzione lungi dall’essere un fatto burocratico è stata la base degli interventi emergenziali in favore di paesi sotto pressione come Grecia ed Irlanda.

Gli ostacoli al percorso del Trattato di Lisbona, cioè ad una  piena e partecipata unità politica del continente (necessaria come è emerso in tutta evidenza quest’anno allo sviluppo socioeconomico dell’area) rappresentano tuttora limiti consistenti anche a qualsiasi contrasto duraturo alle speculazioni.

Si registrano però risultati  come la decisione di inserire in modo più chiaro le regole di governo economico dell’Unione nel Trattato, le cui modifiche dovranno essere approvate tra due anni e mezzo (a metà del 2013) e di congelare le richieste di ulteriori investimenti sul Parlamento Europeo ed in sintesi di applicare princìpi di risparmio nel capitolo della politica europea: la definizione efficiente delle regole e dell’iniziativa per la riduzione dei costi non obbligati sono due segnali significativi, ottenuti grazie a due stati come la Germania ed il Regno Unito che hanno dato molto all’Europa anche in termini di forza economica, dato non indifferente perchè pure le dimensioni produttive e finanziarie del fenomeno europeo fanno parte oggi della capacità della UE di agire sul panorama mondiale e di influenzarlo; non a caso gli stati componenti comprendono oggi l’importanza di dare direzione politica a tale insieme di energie per dimostrare le potenzialità presenti attraverso decisioni unitarie nel pianeta.

Se da una parte l’Europa non può più, in una situazione di durissima competizione con aree geopolitiche completamente diverse sotto il profilo del rispetto dei diritti e dei costi sociali, puntare solo su un ruolo politico di potenza civile ma deve anche  promuovere i propri interessi nel pianeta più coerentemente, da un’altra nemmeno è pensabile difendere soltanto sicurezze acquisite, all’interno come all’esterno: a metà del 2011 bisognerà arrivare alla riforma del patto di stabilità e crescita e  le richieste di garanzie di rigore da parte di tutti, richieste provenienti da membri come la Germania e vari paesi dell’area nord del continente, nascono dal fatto che spesso questi paesi hanno dovuto accollarsi spese delle aree a sud ed a est.

Guardando all’esterno, dall’Europa sono state mosse critiche agli Stati Uniti per gli effetti globali ipotizzabili in merito a misure con le quali gli Usa cercano di risollevare legittimamente il proprio mercato interno (ad esempio la svalutazione del dollaro attraverso l’acquisto di titoli pubblici) ma forse piuttosto che valutare gli eventi in ordine sparso occorrerebbe pensare in prospettiva alla realtà geopolitica attuale, dove tutto il mondo occidentale recepisce positivamente la tutela del livello della qualità della vita in Europa come in America e dove è improbabile che Spagna, Germania, Italia, Polonia, Uk vadano a integrarsi rapidamente con Cina, Federazione Russa, India o con altre regioni peraltro apertamente impegnate in azioni autonome di influenza o di cooperazione con i vicini.

Il compito realistico nel medio e lunghissimo periodo per la UE è avviare una strettissima cooperazione con il resto dell’Occidente, Stati Uniti in testa, sugli stessi temi di cui si dibatte a Strasburgo cioè azioni anticrisi, prospettive di sviluppo e promozione dei diritti, fino ad arrivare alla stessa compattezza con cui questi argomenti vengono proposti all’esterno da altri soggetti geopolitici (spesso lontanissimi per sensibilità e problemi dall’area politicoculturale occidentale ed europea). Per svolgere un compito simile  l’Europa deve completare la sua integrazione istituzionale e politica e poi sociale ed economica, invertendo in qualche modo la priorità delle questioni economiche che ne ha fatto un gigante troppo assente sia nelle vicende globali, sia agli occhi dei cittadini che nel supporto ai vicini come gli Usa. Le dimensioni cui l’Europa è giunta portano responsabilità cui  non deve sottrarsi.

Dalla Norvegia 347 milioni di euro all’anno per lo sviluppo in Europa

Lo stato scandinavo non è membro della UE però fa parte dello Spazio Economico Europeo che comprende una porzione più ampia del continente ed è sempre più vicino anche alla comunità

 

Non giungono soltanto notizie negative in tempi ancora appannati dagli strascichi della crisi in occidente: come è noto in questi giorni la crescita in Germania traina novità di rilancio in tutta l’Unione Europea e anche nello Spazio Economico Europeo, che include i paesi non ancora entrati nella comunità, le iniziative in favore dello sviluppo si moltiplicano.

Il 29 luglio è stato firmato il nuovo accordo sul Meccanismo Finanziario dello Spazio Economico Europeo, nel quadro del quale Norvegia ed Unione Europea prevedono contributi finanziari per circa quindici miliardi di corone norvegesi riferiti al periodo che dal trascorso 2009 andrà fino al 2014.

Il Ministro degli Esteri Jonas Gahr Store ha chiarito che la somma verrà impiegata per ridurre la disparità economica e sociale in Europa. In diversa misura nei vari paesi interessati, tra i quali figurano Grecia, Spagna e Portogallo più gli stati di recente ingresso nella Ue, i fondi mireranno a ridurre la disoccupazione attraverso programmi particolari, nella consapevolezza che lo sviluppo comune non soltanto della Unione Europea, ma anche degli stati dello Spazio Economico Europeo dipende dall’equilibrio sociale di tutto il continente.

La Norvegia nel periodo previsto contribuirà all’insieme di programmi di sviluppo con tre miliardi di corone (circa 347 milioni di euro) ogni anno per ridurre le disparità sociali ed economiche nei dodici stati membri di recente ingresso nell’Unione Europea più Spagna, Portogallo e Grecia e per promuovere la cooperazione in Europa, in settori dove questi fondi possono segnare una differenza strategica per gli interessi norvegesi ed europei.

Il Ministro degli Esteri norvegese Jonas Stohre ha dichiarato che i contributi dello Spazio Economico Europeo (SEE) sono una scelta di rafforzamento della collaborazione con i nuovi membri della UE e con paesi che affrontano una congiuntura difficile, perchè al di là delle diverse istituzioni nelle quali si armonizzano le politiche continentali aiutare queste nazioni a combattere la disoccupazione è negli interessi della Norvegia e di tutta l’Europa. I programmi saranno presentati nel dettaglio a partire dagli inizi del 2011.

I progetti riguardano la protezione dell’ambiente e lo studio dei cambiamenti climatici, innovazioni per l’industria ed i servizi, salute e ricerca, istruzione e beni culturali, giustizia e società civile. Una prova di lungimiranza senz’altro edificante in tempi che vedono crescere in molte aree di Europa tendenze contrastanti di chiusura nazionale e perfino locale.

Aldo Ciummo