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Michael Higgins presidente dell’Irlanda, la città di Dublino sempre più a sinistra

I dubbi sulla regolarità di alcuni episodi nell’ex partito di governo sono stati fatali per le aspirazioni di Sean Gallagher, mentre il candidato del Labour, Higgins, è stato riconosciuto come proposta autorevole

di   Aldo Ciummo

L’Irlanda continua nello spostamento significativo di vecchi equilibri, scomparsi assieme al ruolo di partito semi-permanente di governo accordato nei decenni passati al Fianna Fàil (una forza conservatrice di centro nazionalista), dopo la vittoria alle politiche di quest’anno dell’alleanza formata da Fine Gael (centrodestra liberale) e Laburisti, che ha portato Enda Kenny alla carica di Taoiseach (Primo Ministro).

Adesso è la volta della Presidenza della Repubblica, il nuovo Uachtaràn na hEireann è Michael D. Higgins, sostenuto dal Partito Laburista, una forza che partendo da un ruolo storicamente secondario (non oltre il quattordici per cento ancora in anni recenti) ha compiuto un ingresso ragguardevole nell’arena dei maggiori soggetti politici in Irlanda, a partire dalle elezioni europee del 2009 che hanno anche anticipato il peso che i laburisti stavano acquisendo a Dublino, dove oggi sono il primo partito e hanno raccolto un altro successo con l’elezione, nelle suppletive del collegio di Dublino Ovest, di Patrick Nulty. Il Fianna Fàil scompare da Dublino.

Sean Gallagher era favorito fino all’inizio di questa settimana, con un vantaggio di una decina di punti percentuali su Higgins, mentre gli altri candidati rimanevano molto indietro. L’emergere di una possibile irregolarità nelle modalità della raccolta dei fondi per il Fianna Fàil, in realtà del tutto presunta e legata ad una limitata donazione di un privato al FF (non in questa elezione) ha fatto crollare in pochi giorni il consenso di Gallagher.

Probabilmente a permettere a Higgins di diventare il nono presidente della repubblica irlandese è stata anche la voglia di riportare al centro una figura in grado di ricordare l’immagine presidenziale che lo stesso candidato del Labour ha tratteggiato dichiarando di voler essere “un presidente di cui andare fieri”. Il suo maggiore avversario, Sean Gallagher, ha detto “sono sicuro che sarà quel presidente” e lo ha ringraziato per la campagna positiva. Ma il primo a contratularsi con Michael Higgins è stato David Norris, uno dei candidati sconfitti, che ha una lunga storia per i diritti delle minoranze in Irlanda.

Sono stati battuti anche la cattolica Dana Rosemary Scallon, la civica Mary Davis e Gay Mitchell, che correva per il Fine Gael (il maggior partito di governo, mentre il secondo è il Labour in base alle ultime elezioni politiche nazionali), mentre ha avuto un buon risultato, che supera quello del partito, il candidato dello Sinn Féin Martin Mc Guinness, uno dei dirigenti dello Sinn Fein in Irlanda del Nord, con un passato nell’Ira: la lista nazionalista con sfumature socialiste ha intercettato molto del malcontento dovuto alla crisi in questi ultimi anni ed alle elezioni politiche di questa primavera ha tallonato i tre partiti maggiori.

I primi risultati sono arrivati da Dublino Midwest e danno Higgins oltre il 40 per cento, Gallagher poco sopra il 20, Mc Guinness al 16 per cento, Norris intorno al dieci, Gay Mitchell al sei, Mary Davis e Dana Scallon intorno al tre per cento a testa. Gli esiti che arrivano dalle altre circoscrizioni non sono molto diversi. Dublino Sudovest ricalca praticamente la situazione del collegio precedente, in particolare per i due principali contendenti. Ieri mattina Michael Higgins, accompagnato dalla moglie Sabina e dai figli Michael e Daniel è rimasto per un pò intrappolato nel traffico nella zona ovest di Galway, hanno riportato i giornali.

Nel Kildare i due politici in testa sono preponderanti con il 45 per Higgins e il 25 per Gallagher. Mc Guinness è un pò più debole a Dublino Ovest e Sud ed in quest’ultima ripartizione Higgins va ancora più forte, con oltre il 50% dei voti. In Dun Laoghaire (Dublino) la storia è la stessa, con Gallagher e Mc Guinness meno votati che in altre aree. Il conteggio finale arriverà questa sera ma le indicazioni sono chiare. Il Fianna Fàil, teoricamente più vicino a Gallagher e seriamente destabilizzato dalle elezioni che alcuni mesi fa lo hanno visto spintonato da largamente primo (e longevo) partito di maggioranza a malapena terzo, si è congratulato con Higgins attraverso il leader del FF Michael Martin, che ha affermato: ” sarà un eccellente presidente e rappresentante per l’Irlanda”.

Nel Tipperary (sud) Higgins e Gallagher sono testa a testa e McGuinness è un candidato forte con il 13 per cento, mentre a Donegal Nordest (vicino l’Irlanda del Nord) il primo è McGuinness dello Sinn Fein con il 32 per cento ed in controtendenza seguono Gallagher (ventotto) e dietro Higgins (ventitre), a Limerik (sud della repubblica) Higgins prende più della metà dei voti, in Cavan Monaghan (appena a sud dell’Irlanda del Nord, a nordovest di Dublino) è primo Gallagher e seguono, alla pari Higgins e McGuinness.

Ritornando alle elezioni suppletive di Dublino circoscrizione Ovest, con l’elezione di Patrick Nulty il Labour conferma l’andamento positivo avviato diventando il primo partito della città nelle elezioni europee del 2009 e (nella capitale) anche alle politiche, ma un altra corrente di sinistra maggioritaria riconferma la sua forza in città, l’area movimentista che permise alle liste a sinistra del Labour di ottenere un eurodeputato (sui dodici irlandesi a Strasburgo) del Socialist Party e che con la formula dell’United Left Alliance (ULA) ha portato quattro deputati del Socialist Party e del People Before Profit nel parlamento irlandese questo marzo.

Ruth Coppinger (Socialist Party) infatti ha ottenuto circa il 20 per cento nella circoscrizione ovest chiamata alle urne per un seggio del Dàil Eireann, composto da 166 deputati. Il Fianna Fàil qui ha ottenuto il 21 per cento con un altro McGuinness, David, da non confondere con quello più noto dello Sinn Fèin, Martin. Il FF però resta senza rappresentanti a Dublino e questo è indicativo dell’attuale situazione del partito che ancora con Bertie Ahern e Brian Cowen pareva in grado di reggere questa crisi di consenso come aveva fatto in tante occasioni nei decenni. Riguardo all’eletto, Patrick Nulty (28 anni) si è impegnato molto per i senzatetto.

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Ulster: DUP e Sinn Féin guideranno il processo di pace

 

Le elezioni dello scorso fine settimana hanno consegnato definitivamente le chiavi dell’esecutivo nordirlandese al partito lealista del DUP che avversò gli Accordi del Venerdì Santo ed agli eredi della lotta armata nazionalista irlandese, lo Sinn Fein: ora dovranno davvero lavorare insieme

Il risultato è lo stesso delle precedenti elezioni politiche dell’Ulster, con la conferma del primato del Democratic Unionist Party: l’ultima trincea dove il predicatore integralista Ian Pasley aveva raccolto i protestanti contrari al processo di pace ed all’inclusione dello Sinn Fein nell’esecutivo il DUP dopo i difficili esperimenti di coabitazione a Stormont (il castello sede del governo autonomo), è una forza che ha imparato sotto la guida di Peter Robinson a guardare avanti.
 
Vengono confermate anche le prospettive di governo dello Sinn Fein, ex braccio politico dell’Ira che con il disarmo del 2005 ha messo fine alla guerra in Irlanda del Nord ed è oggi condotto da Martin Mc Guinness, a lungo vice di Jerry Adams.

Il DUP ha quasi 200.000 voti e trentotto seggi: il suo consenso stabile oggi unisce tradizione identitaria dei lealisti fedeli al Regno Unito e consapevolezza della necessità di proseguire nella collaborazione di tutte le componenti della vita associata in Ulster.
 
Lo Sinn Féin continua a crescere (pur non mantenendo il primato consentitogli per la prima volta nelle europee del 2009 dalla scissione della lista Traditional Unionist Voice dal DUP), arrivando quasi al ventisette per cento e guadagnando ventinove seggi, uno in più di quelli che aveva a Stormont.
 
L’Ulster Unionist Party, storico partito maggioritario tracollato dopo aver firmato gli Accordi del Venerdì Santo (1998) che prevedevano l’inclusione dello Sinn Féin nell’esecutivo, è stato protagonista, in questa contesa elettorale, di un disastroso tentativo di riprendersi gli elettori ceduti da allora al partito intransigente del DUP (oggi riposizionatosi come partito di governo): Tom Elliott, alla guida dell’UUP, ha alzato i toni definendo il tricolore irlandese una bandiera straniera, con il risultato di alienarsi il suo elettorato moderato, contribuendo così alla rinascita nelle urne del Partito dell’Alleanza, presenza moderata minoritaria ma importante della politica nordirlandese.
 
Quasi svanito negli anni del dialogo tra sordi susseguitisi dopo gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una rapida riconciliazione, il Partito dell’Alleanza si vede ricosciuta la sua scelta di unire protestanti e cattolici favorevoli al superamento del conflitto sulla base della priorità dei problemi concreti con otto seggi ed un posto quasi sicuro nell’esecutivo.
 
L’UUP è caduto da diciotto a sedici seggi. Continua a perdere consensi anche lo SDLP (Social Democratic Labour Party), partito nazionalista irlandese moderato che, in maniera analoga a quanto accaduto ai danni dell’UUP in favore del DUP nei primi anni dello scorso decennio, si è visto sottrarre voti dallo Sinn Fein, premiato inizialmente per la sua intransigenza identitaria e poi per la più fattiva gestione dello scenario post-accordi di pace (1998) e post-disarmo dell’Ira (2005). 
 
La complessità del sistema elettorale e della rappresentanza territoriale ha consentito che con quasi settemila voti in più rispetto al protestante UUP (la forza più colpita dal proseguire dell’emorragia di consensi degli intransigenti verso il Dup e adesso anche dei moderati verso l’Alleanza), l’SDLP sia meno rappresentato nel numero dei suoi seggi, peraltro diminuito da sedici a quattordici. Nel nuovo esecutivo il DUP avrà quattro ministri, lo Sinn Fein tre, l’SDLP, l’UUP e il Partito della Alleanza probabilmente uno a testa.
 
Il Partito dell’Alleanza potrebbe risultare gratificato con un ministero per il leader David Ford nella rappresentanza, ma solo dopo il completamento dei calcoli che riguardano ad esempio l’unionista protestante indipendente David McClarty, separatosi dal DUP per protesta verso la nuova politica “dura” impressa da Tom Elliott all’UUP (partito che fu autore, assieme al SDLP, degli Accordi di Pace inizialmente criticati e giudicati insufficienti per ragioni diverse dalle opposte forze del DUP e dallo Sinn Fein): eletto ad Est Derry, McClarty se decidesse di riunirsi all’Ulster Unionist Party potrebbe far assegnare al partito due ministeri, mentre l’Allenza rischierebbe di perdere l’incarico nell’esecutivo.

Questi sono nel dettaglio i risultati aggregati dalla BBC ieri: Democratic Unionist Party 38 seggi, due in più in confronto al 2007 (si vota ogni quattro anni) con 198.436 voti equivalente al trenta per cento dei suffragi; Sinn Fein ventinove seggi (uno in più rispetto alla precedente legislatura) con 178.224 consensi che significano il 26,9 per cento dei voti espressi. L’Ulster Unionist Party ha ottenuto sedici deputati, due in meno di quattro anni fa, con 87.531 voti ed il 13, 2 per cento dei voti; il Social Democratic e Labour Party ha totalizzato quattordici seggi (due in meno di quelli che aveva in assemblea finora) con 94.286 equivalenti al 14,2 per cento del consenso espresso; il Partito dell’Alleanza otto (uno in più) con 50.875 preferenze che gli hanno consentito di raggiungere il 7,7 nel calcolo percentuale.

Gli incrementi dei seggi, a causa di una legge elettorale molto rispondente alle esigenze di rappresentanza del territorio diviso in collegi, come in parte avviene anche in Eire, non descrivono perfettamente le effettive variazioni in termini di percentuali dei voti ottenuti dalle diverse liste, mentre aderiscono abbastanza fedelmente al successo o meno dei vari candidati.

La Traditional Unionist Voice di Jim Allister (che nelle consultazioni europee determinò la perdita del primato del DUP come prima forza elettorale e come unica forza protestante lealista “dura”) ha fallito nel suo obiettivo di ripetere l’exploit con il quale decurtò il Democratic Unionist Party di un terzo dei suoi consensi, arrivando al 13 per cento pur senza eleggere nessun europarlamentare: il TUV si è fermato ora al 2,5 per cento, con soli 16.480 voti, che gli valgono comunque un seggio, quello di Jim Allister nel North Antrim.

 I voti temporaneamente presi in consegna da Allister sono tornati alla creatura politica di Jan Pasley, quel DUP nato per riunire i più accaniti avversari dell’accordo con i nazionalisti irlandesi e gradualmente mutato da Robinson in un soggetto politico che sta traghettando la comunità protestante verso un futuro dove in molti considerano probabile una riunificazione delle sei contee con la Repubblica del sud.

Il maldestro tentativo dell’Ulster Unionist Party di intercettare una parte di quei voti, sterzando vistosamente lontano dalla tradizione di mediazione portata avanti dall’Uup negli ultimi venti anni, non ha sortito altri effetti che accelerare l’indebolimento del partito e dare l’impressione che, come recita una recentissima battuta nel Nord Irlanda, Tom Elliot in questa campagna elettorale ha fatto sembrare Jim Allister (il più estremo dei lealisti) pacifista come un dalai lama in confronto a lui ed all’immagine che ha cercato di dare all’Uup.

Anche i Verdi, la cui recente consistenza sia pure minoritaria segnala l’evoluzione dell’Irlanda del Nord verso una politica più simile a quella di altri paesi, hanno ottenuto un seggio con i loro 6.031 voti (lo 0,9 per cento), mentre il magro 0,8 per cento del People Before Profit Alliance (movimenti) con 5.438 voti conferma la minor forza in Ulster di queste liste, che intercettano molti consensi nella Repubblica. Si avviano ad una esistenza residuale invece le liste conservatrici unioniste indipendenti che raggiungono l’un per cento solo se sommate: UK Independence Party (lo 0,6 per cento con 4.156 voti), Progressive Unionist Party of Northern Ireland (0,2 per cento con 1493 voti ), British National Part (0,2 per cento 1252 voti).

Le consultazioni elettorali in Ulster quest’anno hanno fatto emergere anche rapidi cambiamenti ad esempio nel protagonismo delle minoranze, con l’ingresso nell’aula parlamentare della prima candidata di origini cinesi, Anna Lo, eletta a Belfast Sud per il Partito dell’Alleanza, rafforzando le speranze di molti commentatori inglesi ed irlandesi sulle opportunità di associare agli sforzi di superamento delle divisioni tutte le parti della comunità in una legislatura che per tre dei quattro anni che si trova di fronte non dovrà misurarsi con esigenze elettoralistiche di rilievo che possano dare respiro a contrapposizioni esacerbate.

Aldo Ciummo

Dublino la rossa vota Labour e Sinistra

 

Nelle elezioni che hanno consegnato la vittoria al Fine Gael e colpito duramente il Governo uscente Dublino consegna il primo posto al labour party guidato da Eamon Gilmore e consensi significativi all’estrema sinistra di Joe Higgings (Socialist Party) ed ai movimentisti. Exploit in città per lo Sinn Fèin e per gli indipendenti, il collasso del Fianna Fàil è amplificato nella capitale, con l’8 per cento il partito di massa storico non è nemmeno terzo e prende solo un deputato su quarantasette.

A Dublino il Fianna Fàil non esiste più, la capitale trasforma in una sentenza capitale per il Governo quella che su scala nazionale era già una punizione impressionante scritta dall’elettorato irlandese nelle urne del dopo salvataggio delle banche da parte del Governo e dello Stato da parte dell’Europa e della comunità internazionale. Circoscrizione per circoscrizione sono gli ex partiti di minoranza a litigarsi seggi e seggi aggiuntivi in base alle preferenze personali.

La capitale conferma l’andamento avviato con le europee ed amministrative del 2009, amplificandone soprattutto un aspetto (a parte la sconfitta del FF), lo spostamento a sinistra di Dublino. Se si sommano il Labour, oggi primo partito della città, la rinnovata sorpresa delle sinistre antagoniste raggruppate sotto il cartello elettorale ULA (United Left Alliance) e spinte dal trotzkista Joe Higgins, i tanti indipendenti che conservatori non sono di sicuro (anche se qualcuno ce n’è) e lo Sinn Fein che nella capitale come al solito fa bene, la sinistra è protagonista a Dublino.

Le elezioni ribaltano in un panorama dai colori invertiti lo schema Fine Gael forte nell’est e Fianna Fàil nel sudovest, solo che adesso il Fianna Fàil non si vede proprio ed è Labour a Dublino (che è la metà dell’Irlanda) e Fine Gael nel resto di Irlanda (e anche a Dublino). La capitale consegna diciotto dei suoi quarantasette seggi al Labour, diciassette al Fine Gael, quattro allo Sinn Fein e quattro all’ULA-United Left Alliance (Socialist Party e People Before Profit), tre agli indipendenti.

 Brian Lenihan, ministro delle finanze del Governo uscente, è l’unico eletto del Fianna Fàil che nelle aree popolari di Dublino aveva roccaforti. I verdi pagano anche qui l’alleanza col centrodestra di governo, non sono rieletti il ministro Gormley e l’ex leader Sargent.

A Dublino centrale passano Paschal Donohue (Fine Gael), Joe Costello (Labour), Maureen O’ Sullivan (Indipendente), Mary Lou Mc Donald (Sinn Féin). Mary Lou Mc Donald è un esempio dello Sinn Féin “alternativo” che si vede nella Repubblica irlandese, spesso a fianco degli studenti o contro gli interventi militari ed è popolare nelle università. Nella circoscrizione “West” Dublino Joan Burton, volto noto del Labour, viene eletto e così Leo Varadkar, uno dei pochi esponenti effettivamente di destra del Fine Gael, ce l’hanno fatta in quest’area anche il trotzkista Joe Higgins e l’unico superstite del Fianna Fàil a Dublino, Brian Lenihan che è stato Ministro delle Finanze nel Governo.

A Dublino Sudovest Pat Rabbitte, protagonista della crescita del Labour in anni recenti, ottiene un seggio e seguono anche Brian Hayes del Fine Gael e Seàn Crowe dello Sinn Fèin, più un altro esponente del Labour, Eamon Maloney. Qui Conor Lenihan e Charlie O’ Connor sono tra le “vittime” illustri del Fianna Fàil.

“Dublin Mid West” è un altro dei luoghi dove il Labour può cantare vittoria anche sugli amici-concorrenti del Fine Gael, con il quale non sono ancora aperte le trattative su scala nazionale (mossa che spetta ad Enda Kenny cioè al Fine Gael perchè il primo partito a livello nazionale è il FG). Joanna Tuffy è prima col simbolo del Labour, poi sono passati Frances Fitgzerald del Fine Gael, Robert Dowds ancora per il Labour e Derek Keating per il Fine Gael.

Anche a Dublino Nordovest il Labour fa ambo con Roisin Shortall e John Lyons, prima e terzo, mentre lo Sinn Féin è riuscito a far eleggere Dessie Ellis. A Dublino Sud invece il protagonista è stato l’indipendente Shane Ross, affiancato da Alex White del Labour, Olivia Mitchell, Alan Shatter e Pete Matthews del Fine Gael.

Non ce l’ha fatta, come i suoi colleghi di partito (evidentemente da ricostruire su scala nazionale dopo l’alleanza con il Fianna Fàil) il verde Eamon Ryan che per il Green Party era stato ministro. Nella circoscrizione South East (teatro di un’altra casualità eccellente, il ministro e leader verde Gormley) Lucinda Greighton è stata eletta per il Fine Gael, il Labour si è imposto con Ruarì Quinn ed ha doppiato con Kevin Humpreys, cosa che ha fatto anche il Fine Gael con Eoghan Murphy.

 Nella circoscrizione di Dublino Nord il Fine Gael è riuscito ad eleggere James Reilly e Alan Farrell, questa area popolare è stata una di quelle che hanno assegnato nuovamente seggi alla sinistra antagonista (Clare Daly del Socialist Party) ed al Labour (Brendan Ryan). Nell’area di “Dublin North Central” Richard Bruton, volto noto del Fine Gael, Aodhan O’ Riordan del Labour e l’indipendente Finian Mc Grath sono stati tutti eletti, mentre a Dublino “South Central” le diversissime sinistre del panorama politico irlandese, moderata, nazionalista e antagonista hanno messo a segno una sorta di tripletta con Eric Byrne (Labour), Aengus O’ Snodalg (Sinn Féin) e Joan Collins (People Before Profit Alliance).

A Dublino Nord Est hanno ottenuto più voti il Fine Gael (Terrence Flanagan), il Labour (Tommy Broughan e Sean Kenny). Il conteggio ha fatto tenere il fiato in sospeso nel collegio di Dun Laoghaire, dove i candidati del People Before Profit (RIchard Boyd-Barrett), Fine Gael (Sean Barrett e Mary MItchell O’ Connor) e del Labour (il leader del partito laburista Eamon Gilmore) hanno battuto la vicepresidente del Fianna Fàil Mary Hanafin ed l’ex viceministro Barry Andrews (FF).

 Aldo Ciummo

Stallo in Ulster, speranza fino a domani

Peter Robinson, primo ministro dell'esecutivo autonomo nordirlandese

 

La tre giorni di colloqui promossa da U.K ed Eire non ha convinto i protestanti “duri” del DUP ed i cattolici irlandesi dello Sinn Fein, se entro domani i due partiti nordirlandesi che coabitano senza parlarsi nel governo dell’Ulster non si accordano, polizia e giustizia restano a Londra.

Gordon Brown e Brian Cowen, primi ministri rispettivamente del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda, ce l’hanno messa tutta e ieri notte i colloqui sono giunti all’alba, ma il loro omologo nordirlandese Peter Robinson, che si è autosospeso temporaneamente dopo che uno scandalo ha coinvolto la moglie ed il vice dell’esecutivo dell’Ulster Martin McGuinness non sono convinti, per motivi opposti, e speculari.

Robinson, rappresentando il Democratic Unionist Party, che ha fatto la sua fortuna elettorale sull’avversione ad una pace (1998, Good Friday Agreement, NdR) considerata arrendevole verso i nazionalisti cattolici, vede ogni devoluzione all’Ulster come una vittoria della vecchia I.r.a irlandese, che infine consegnerebbe alla comunità “verde” la piena cittadinanza.

McGuinness, politico targato Ira che ha traghettato i nazionalisti armati nella democrazia, deve difendere la ragione d’essere identitaria ed elettorale dello Sinn Fein, la riunificazione col sud. Risultato: polizia e giustizia, simboli e sostanza dell’autonomia e dell’autogoverno, restereranno molto probabilmente a Londra perpetuando il drammatico gioco delle parti di DUP e Sinn Fein e alimentando la partita molto più inquietante giocata dai loro dissidenti armati, protagonisti negli ultimi mesi di scontri, attentati e minacce.

Finchè Londra è impossibilitata a trasferire alla popolazione dell’Ulster i pieni poteri di autodeterminazione, in un contesto di partnership sempre più stretta con l’Eire e di normalità dell’amministrazione, i “duri” protestanti potranno continuare a considerarsi i tutori di una sovranità ereditata dal passato ed i nazionalisti irlandesi troveranno terreno fertile per presentarsi come gli alfieri dei pari diritti e dell’emancipazione della parte “verde” della comunità.

In realtà il processo di pace nordirlandese ha avuto molti autori, tra cui  Blair e Bertie Ahern durante i loro lunghi mandati a Londra ed a Dublino, il partito filoirlandese moderato SDLP e il partito dell’Alleanza (a maggioranza protestante) con l’aggiunta degli elementi più pragmatici dell’UUP lealista. DUP e Sinn Fein, rafforzati elettoralmente negli anni da posizioni massimaliste in senso opposto tra loro, in seguito agli Accordi del Venerdì Santo del 1998 proprio mentre crescevano hanno dovuto fare i conti con la realtà, già imposta dal quadro istituzionale concordato da Regno Unito e Repubblica di Irlanda. Un enorme contributo alla soluzione del conflitto è venuto dagli Stati Uniti e anche dalla sua società civile.

Nel 2005 l’Irish Republican Army rivelò in base ai patti dove si trovavano le armi ad una Commissione speciale presieduta da un generale canadese a riposo, John De Chastelain. Nel 2007 i due partiti-comunità nemici, DUP e Sinn Fein, accettarono di governare insieme (e con SDLP e UUP), ma quando si è trattato di fare davvero un passo avanti, come adesso, si sono fermati.

Il piano cui si dovrebbe arrivare prevederebbe che, dopo nuove elezioni, a maggio i poteri vengano trasferiti a Belfast. Se domani DUP e Sinn Fein non si accorderanno, U.K ed Eire spingeranno loro perchè venga attuata una nuova proposta, probabilmente più in linea con le aspirazioni della gente comune nel nord dell’isola rispetto alla prigionia nel passato dei leader politici disponibili oggi.

Aldo Ciummo

McGuinness preme per l’accelerazione delle riforme in Ulster

MARTIN MC GUINNESS

Martin Mc Guinness esemplifica nella sua figura le controverse vicende che hanno portato l'Ulster a superare la fase più difficile dello stallo in cui erano rimasti impantanati gli accordi tra le parti contrapposte: per anni coinvolto nell'attività illegale dell'IRA (che per una parte della popolazione rappresentava però una protezione dallo stato militare in cui si trovava la provincia contesa) in seguito si è impegnato politicamente perchè i cattolici irlandesi raggiungessero una effettiva parità di diritti non più attraverso la guerriglia, ma con mezzi politici nel contesto delle riforme promosse da Londra

Il timore in Irlanda del Nord è che il processo di pace subisca una involuzione se il governo in cui gli opposti partiti convivono non mette presto in moto le riforme da cui dovrebbe scaturire la normalizzazione definitiva dell’Ulster

 

 

Il vice primo ministro dell’esecutivo dell’Ulster, Martin McGuinness, ha affermato in settimana che se non si raggiunge un accordo entro la fine di dicembre in materia di giustizia e sugli altri temi sensibili nella provincia irlandese del Regno Unito, tutto il processo in atto potrebbe arenarsi.

 Il Governo di Londra ha poggiato sul piatto molti fondi per persuadere gli attori della scena politica ad andare avanti per arrivare al funzionamento del governo autonomo di Stormont, come previsto dagli Accordi del Venerdì Santo, ma il Democratic Unionist Party guidato oggi da Peter Robinson, Primo Ministro dell’esecutivo nordirlandese, frena ancora.

Il Viceprimo ministro, Martin Mc Guinness, appartenente allo Sinn Feinn, spinge per giungere quanto prima alla effettiva realizzazione dell’autonomia nella provincia, che oggi significherebbe il pieno coinvolgimento della parte che nella storia recente dell’Ulster è stata ai margini, i cattolici. I protestanti viceversa si chiedono quanto il futuro istituzionale dell’Ulster li tutelerà, nell’eventualità della riunificazione irlandese.

Si registrano ancora diffidenze nell’area lealista protestante, cosciente che trarre tutte le conseguenze dagli Accordi significa legittimare una forza politica, lo Sinn Fein, che rappresenta l’eredità dello sforzo di emancipazione anche armato da parte nazionalista irlandese e da parte dei quartieri popolari. Inoltre il Democratic Unionist Party (protestanti) deve fare i conti con la crescita dei dissidenti che non accettano il declino dell’Union Jack nel nord Irlanda, fenomeno che a sua volta non può essere spiegato soltanto con l’estremismo, ma è dovuto ai timori di una parte della popolazione, ancora una volta specialmente le fasce più umili economicamente, che sente crearsi una situazione di accerchiamento.

Il Primo Ministro del Regno Unito, Gordon Brown, sta cercando di trovare un accordo tra Sinn Feinn e DUP, perchè, a causa della particolare storia dell’Ulster, proprio sulla capacità degli ex nemici di gestire insieme anche la giustizia si misurerà la solidità degli accordi di pace e dell’architettura istituzionale escogitata undici anni fa dal Good Friday Agreement, l’Accordo del Venerdì Santo. E un governo indebolito come quello dei Laburisti in Inghilterra per riprendere fiato avrebbe molto bisogno di un successo diplomatico come la soluzione dei problemi nordirlandesi.

 

Aldo Ciummo

Dove l’Europa è verde

La stragrande maggioranza degli irlandesi ha votato sì, una buona notizia per il continente ed una lezione agli anglofobi.

Il paesino di Ardara, nel nord dell'Irlanda
Il paesino di Ardara, nel nord dell’Irlanda

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                           di Aldo Ciummo

 

Un ” Sì ” sessantasette a trentatrè è la risposta dell’Irlanda al dibattito senza fine che negli ultimi mesi ha occupato le notizie sui problemi istituzionali dell’Unione Europea e che alla fine girava sempre intorno all’accusa di antieuropeismo. Probabilmente una risposta simile verrà data anche dall’azione di governo del paese vicino,  il Regno Unito, sia che a governarlo arrivi Cameron sia che resti Brown, perchè anche gli inglesi una risposta positiva all’Europa l’hanno già data negli anni settanta quando pagavano profumatamente aiuti agricoli di cui soltanto il continente aveva bisogno.

In Irlanda ci sono state zone come Kildare e Tipperary dove il sì ha sfondato il 70 per cento quando oggi pomeriggio ci si è avviati a considerare risultati certi, mentre perfino laddove il no ha prevalso ancora e laddove lo Sinn Fein (che ha sostenuto l’opposizione al Trattato) ha le sue roccaforti nella Repubblica, come nel Donegal, vicino all’Ulster, è stato massimo per due punti percentuali. 

E’ davvero corretta l’impostazione del sud Europa dove si continuano ad ascoltare storie sul timore delle conseguenze del voto negativo?        

Non sarebbe più giusto riconoscere che quelle che sono state definite tendenze euroscettiche dell’ Irlanda, dell’ Olanda, della Danimarca, dell’Inghilterra rappresentano invece le istanze di fasce di popolazione forse anche più al corrente di cosa significa essere una comunità, rispetto ad altre società?                                   

La cittadinanza di ognuno di questi paesi, se inclusa nello sforzo di costruire una Europa che consenta a tutti di partecipare, è la più entusiasta e solidale nel  sostenere un progetto, l’Unione Europea, che è il solo plausibilmente in grado di affrontare la concorrenza di molti stati tutti estremamente emergenti ma che al di là dell’ipocrisia non sono tutti democratici (ad esempio non lo è la Cina, e sulla Federazione Russa gravano fondati dubbi).

E’ stata la presidenza svedese della Ue, con il primo ministro, Fredrik Reinfeld a cogliere meglio un aspetto centrale della questione, dichiarando a margine del voto di Dublino che l’Unione Europea ha avuto successo nella sua azione di promozione del Trattato perchè ha ascoltato, dando assicurazioni laddove richiesto. “Questa è la cooperazione europea al suo massimo e l’adesione irlandese al trattato la renderà più trasparente”  ha affermato Reinfeld che guida una coalizione di Centrodestra in Svezia.

Il primo ministro svedese e presidente di turno dell’Unione Europea invierà giovedì Cecilia Malmstrom, ministro per gli Affari Europei, in Repubblica Ceca, dove la posizione del capo dello stato ceco Waclav Klaus ostacola ancora il passo finale del Trattato.

Reinfeldt ha avuto notizia che il presidente polacco Lech Kaczynsky invece firmerà a breve. Un accordo senza riserve inespresse sulla forma che l’Unione prenderà è quello di cui la nostra Europa avrà bisogno per andare avanti ed accogliere stati che hanno appena fatto richiesta di prendere parte al progetto e il cui ruolo di completamento del suo spazio culturale storico è evidente, si pensi all’Islanda. 

 

POLITICHE COMUNITARIE|Una pattuglia di euroscettici è pronta a Praga per il dopo Dublino

vaclav klaus

 

Vaclav Klaus, presidente ceco, ispira le forze disposte a dare battaglia in caso la strana alleanza del miliardario Ganley, dello Sinn Fein e degli opposti antagonisti fallisse a Dublino

 

 

 Diciassette senatori euroscettici hanno inoltrato una obiezione di costituzionalità presso la corte costituzionale della Repubblica Ceca: obiettivo evidente, sbarrare il passo al Trattato di Lisbona anche nel caso molto probabile che questa volta l’Irlanda voti sì, in seguito ad un dibattito che prolungandosi ha fatto emergere sempre di più la volontà europeista nella repubblica. I giudici sembrano orientati a respingere questa richiesta ispirata dal presidente Vaclav Klaus, notoriamente ostile alla cessione di quote di sovranità, ma potrebbe restare impantanata in sei mesi di analisi delle eccezioni avanzate dai senatori, un tempo abbastanza lungo per riaprire manovre euroscettiche in tutta Europa, anche se il Parlamento ceco è favorevole al Trattato e il Governo pare orientato a scavalcare lo stesso presidente ceco.

Oggi, 2 ottobre, l’Irlanda sta votando nuovamente per il referendum, in una situazione politica sostanzialmente mutata: chi si opponeva al Trattato per dispetto alla mancanza di dibattito insita nel sì incondizionato dei maggiori partiti adesso è informato che più non si può, quelli che nell’opposizione a Lisbona vedevano l’occasione per indebolire un governo impopolare hanno avuto soddisfazione alle elezioni europee e amministrative che hanno visto il partito quasi-stato Fianna Fàil quasi dimezzato per la prima volta (e l’opposizione, Fine Gael e Labour, ha detto chiaramente che votare no per attaccare il governo è inutile e sbagliato), Declan Ganley, il miliardario che con Libertas si è inventato una pur interessantissima coalizione continentale di eterogei oppositori al Trattato (capace di unire gente che diceva no all’Europa perchè ce ne è troppa e altri che ne volevano di più, più partecipata) contro ogni previsione ha fallito alle elezioni europee.

La bandiera di quelli che non vogliono che l’Irlanda dica sì al Trattato adesso è in mano allo Sinn Fein: lo Sinn Fein è il partito che riesce meglio a far funzionare la fantasia quando c’è poco altro da far funzionare, quello che fa marciare i bambini in divisa e fa gridare le piazze contro la guerra in Iraq, che difende i valori cattolici e riempie accuratamente le principali strade irlandesi di Belfast di bandiere palestinesi. E la coalizione più ampia di avversari del trattato assomiglia allo SF, in questa capacità di assumere una posizione apparentemente decisa, ma fatta di quattro o cinque posizioni che fanno a cazzotti tra loro: il socialista Joe Higgins (trozkista eletto da solo al parlamento europeo dalle aree popolari di Dublino), “non votate Europa perchè i lavoratori avranno meno diritti”, Mary Lou MacDonald (Sinn Feinn nel sud), “l’Irlanda sarà meno indipendente e non potrà essere militarmente neutrale”, Declan Ganley il miliardario “pagheremo più tasse”, il Còir (gruppetto ultraconservatore, letteralmente una rarità in Irlanda) “la paga minima sarà fissata per legge a una sterlina e 84 centesimi all’ora” (notizia priva di fondamento).

Ma la situazione in Irlanda è mutata, soprattutto tra la gente, la crisi globale ha messo in luce i potenziali effetti positivi della solidarietà europea, che tra l’altro
è una costante della ultra-europeista Irlanda. I più recenti sondaggi danno l’impressione di un capovolgimento a favore del sì in contemporanea alla riduzione del numero degli indecisi. Ricordo qualche frammento di conversazione con amici e conoscenti in Irlanda lo scorso dicembre, ad esempio un afroirlandese che ridendo mi disse “they repeat the referendum till the answer is yes” e un tassista che mi ripeteva “we don’t want a fucking superpower, we don’t want to send a thousand soldiers to Iraq or Afghanistan” tutti parlavano volentieri dell’Europa, e me ne parlano tuttora in chat; le persone citate non detestavano affatto l’Europa, solo come tanti altri erano irritati da un’Europa che non sembrava riguardarli nè interessarsi del loro parere (Europa che tirava in ballo storie sull’opposizione all’aborto direttamente mutuate da un’immagine dell’Irlanda presa dai film sugli anni settanta, quando la maggior parte dei manifesti contro il Trattato di Lisbona parlava della distrazione di Bruxelles sui diritti dei lavoratori e dell’aumento delle spese militari).

Un mio amico, Leo, uno studente di Dublino, ieri ha postato su internet un manifesto che ha letto in città, poster che recita che la Germania sta ottenendo con l’Unione Europea l’importanza su base continentale che non ha raggiunto sessanta o ottanta anni fa, Leo lo ha messo in rete accompagnandolo con risate condivise dal grosso degli altri contatti. L’Irlanda che difendeva il proprio isolamento è finita 36 anni fa, con un voto 83 per cento contro 17 per cento nel maggio del 1972, consultazione che ha preceduto il suo ingresso nella Ue nel ’73, contestualmente a Regno Unito e Danimarca.

La maggior parte dei cittadini, anche di quelli che hanno detto no ad una prassi che prevede una adesione acritica ad un canovaccio scritto da altri, hanno l’Europa nella loro cultura e lo dimostrano con un esempio di accoglienza, cooperazione e integrazione dei loro concittadini continentali. Gli irlandesi non sono affatto contro l’Europa, come non sono affatto contro l’Europa gli inglesi e i danesi. Loro sono per la partecipazione dei cittadini alla costruzione dell’Unione Europea, non solo nelle isole e nella penisola, ma in ogni paese.

Aldo Ciummo