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Dalla Norvegia 347 milioni di euro all’anno per lo sviluppo in Europa

Lo stato scandinavo non è membro della UE però fa parte dello Spazio Economico Europeo che comprende una porzione più ampia del continente ed è sempre più vicino anche alla comunità

 

Non giungono soltanto notizie negative in tempi ancora appannati dagli strascichi della crisi in occidente: come è noto in questi giorni la crescita in Germania traina novità di rilancio in tutta l’Unione Europea e anche nello Spazio Economico Europeo, che include i paesi non ancora entrati nella comunità, le iniziative in favore dello sviluppo si moltiplicano.

Il 29 luglio è stato firmato il nuovo accordo sul Meccanismo Finanziario dello Spazio Economico Europeo, nel quadro del quale Norvegia ed Unione Europea prevedono contributi finanziari per circa quindici miliardi di corone norvegesi riferiti al periodo che dal trascorso 2009 andrà fino al 2014.

Il Ministro degli Esteri Jonas Gahr Store ha chiarito che la somma verrà impiegata per ridurre la disparità economica e sociale in Europa. In diversa misura nei vari paesi interessati, tra i quali figurano Grecia, Spagna e Portogallo più gli stati di recente ingresso nella Ue, i fondi mireranno a ridurre la disoccupazione attraverso programmi particolari, nella consapevolezza che lo sviluppo comune non soltanto della Unione Europea, ma anche degli stati dello Spazio Economico Europeo dipende dall’equilibrio sociale di tutto il continente.

La Norvegia nel periodo previsto contribuirà all’insieme di programmi di sviluppo con tre miliardi di corone (circa 347 milioni di euro) ogni anno per ridurre le disparità sociali ed economiche nei dodici stati membri di recente ingresso nell’Unione Europea più Spagna, Portogallo e Grecia e per promuovere la cooperazione in Europa, in settori dove questi fondi possono segnare una differenza strategica per gli interessi norvegesi ed europei.

Il Ministro degli Esteri norvegese Jonas Stohre ha dichiarato che i contributi dello Spazio Economico Europeo (SEE) sono una scelta di rafforzamento della collaborazione con i nuovi membri della UE e con paesi che affrontano una congiuntura difficile, perchè al di là delle diverse istituzioni nelle quali si armonizzano le politiche continentali aiutare queste nazioni a combattere la disoccupazione è negli interessi della Norvegia e di tutta l’Europa. I programmi saranno presentati nel dettaglio a partire dagli inizi del 2011.

I progetti riguardano la protezione dell’ambiente e lo studio dei cambiamenti climatici, innovazioni per l’industria ed i servizi, salute e ricerca, istruzione e beni culturali, giustizia e società civile. Una prova di lungimiranza senz’altro edificante in tempi che vedono crescere in molte aree di Europa tendenze contrastanti di chiusura nazionale e perfino locale.

Aldo Ciummo

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l’Unione Europea vuole passi in avanti sul clima

 

Per l’Unione Europea il sistema secondo il quale si svolgono le discussioni sul clima nelle Nazioni Unite dovrebbe essere cambiato, per evitare che i vertici sul contrasto ai danni provocati dall’inquinamento diano come esito un nulla di fatto.

 

Nell’ultimo vertice sul riscaldamento globale si è veduto un peso eccessivo dei veti contrapposti e ciò ha impedito che le indicazioni positive che pure erano venute dalle elaborazion i della Unione Europea, dalla generosità dei paesi anglosassoni e dalle esperienze di economia sostenibile molto avanzate dei paesi scandinavi si traducessero in una decisione accettata da tutti.

A Copenaghen hanno pesato, probabilmente, la crisi economica che ha messo un freno alla politica ecologica di Obama e il mancato accordo con i paesi meno sviluppati, per i quali una politica industriale oculata in fatto di ambiente significherebbe effettivamente dover rallentare una crescita finanziaria di cui le popolazioni hanno bisogno in quei luoghi.

L’attuale presidenza della Unione Europea, attraverso il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos ha affermato che bisogna introdurre nuovi elementi se si vuole far funzionare le discussioni in materia di clima.

Nel 2012 “scade” il protocollo di Kyoto e il vertice che si è concluso il 19 dicembre con l’obiettivo di rimpiazzarlo ha prodotto un documento che auspica forti riduzioni delle emissioni di sostanze che provocano il riscaldamento del pianeta, ma non vincola le nazioni a risultati precisi in tal senso.

La Commissione Europea sostiene che questa situazione è incresciosa e Moratinos, per la presidenza spagnola della Unione Europea, ha dichiarato ieri che la UE intende arrivare ad un grado maggiore di impegno nel prossimo vertice che si terrà il prossimo dicembre in Messico. La Ue ha anche esortato gli Usa a sostenere questa posizione.

Aldo Ciummo

Occupazione e ambiente, l’esempio di Londra

Stephen Lowe, consigliere per gli Affari Globali dell’ambasciata britannica a Roma, in una recente intervista all’agenzia nazionale Ansa ha stimato in 800.000 i posti di lavoro creati nel settore ecosostenibile di beni e servizi. Si avvicina Copenaghen e sul piatto c’è un accordo importante per il futuro del pianeta. I paradisi del Pacifico sono a rischio e in Europa un innalzamento della temperatura e del livello dei mari colpirebbe molto duro a Nord come a Sud (ed anche in Italia)

 

Una ricerca, presentata oggi dall’ambasciatore britannico in Italia, Edward Chaplin, e di cui le maggiori agenzie hanno dato notizia, illustra gli effetti pesantissimi che il cambiamento climatico sortirebbe. Lo studio è una mappa interattiva tracciata dal MET, servizio metereologico britannico. Tra ottanta anni in Italia la temperatura potrebbe essere di otto gradi maggiore rispetto alla media nei giorni più caldi dell’estate, si immaginino le conseguenze cliniche su una parte significativa della popolazione, in un paese abitato da molti anziani e naturalmente esposto alla diffusione di malattie di importazione, in un mondo globalizzato.

Non solo per l’Italia, ma per tutto il Mediterraneo, una massiccia riduzione delle risorse acquifere significherebbe non soltanto l’acuirsi di problemi sociali già difficili a causa di inefficienze ed iniquità distributive (ed anche come conseguenza di problemi strutturali ed infrastrutturali), ma anche una riduzione delle risorse agricole capace di portare a contrazione della ricchezza, aumento della disoccupazione e disagi alimentari in alcuni paesi dell’Africa e del Medio Oriente.

Stephen Lowe ha reso noto che nel Regno Unito 800.000 posti sono stati creati nel settore della economia ecosostenibile, tra il comparto dei beni e quello dei servizi. D’altronde l’Inghilterra gode di una prospettiva maggiore di quella di molti altri paesi riguardo alle vicende globali, cui di certo non è estranea la profonda conoscenza storica dell’area del Pacifico, una delle più minacciate dalle trasformazioni indotte dall’inquinamento. Pensare al clima oggi è infatti innanzitutto un atto di responsabilità verso i paesi più fragili anche economicamente ed ad esempio verso gli arcipelaghi del Pacifico la cui tutela è un test valido per il resto del pianeta perchè essi rappresentano l’equilibrio tra uomo ed ambiente.

Nauru, isole Salomone, Marshall, Fiji, Kiribati, Tuvalu, Palau infatti rilanciano rispetto agli obiettivi del mondo sviluppato e chiedono una riduzione del 40% delle emissioni nocive entro il 2020. L’Europa ha proposto il venti per cento (riprendiamo questi dati dall’Ansa). Nel caso tutti gli stati contribuiscano, si penserebbe di fissare l’obiettivo del 30%. I paesi meno sviluppati vogliono che sia riconosciuto il diritto di promuovere quella che è un pò la loro rivoluzione industriale e che le nazioni più ricche li aiutino, se vogliono che tutti costruiscano una economia verde.

Un segnale molto positivo, anzi due segnali, sono venuti dall’annuncio di Barak Obama, che parteciperà al vertice nei giorni più importanti, seguito dal premier indiano Manmohan Singh, che ha detto che ci sarà anche lui. Rispetto agli Usa, l’Unione Europea ha fissato sempre paletti più elevati e specialmente adesso, sotto la Presidenza Svedese e con la spinta anche della Danimarca che ospita il vertice, sta lavorando per un accordo il più responsabile possibile.

Aldo Ciummo

La Finlandia a favore di un rapporto equilibrato con l’ambiente

 

Uno dei punti di forza della politica ambientale finlandese è la promozione di tecnologie avanzate su tutto il territorio, nel massimo rispetto dell'ambiente naturale, in linea con le politiche verdi dei paesi scandinavi ed a rafforzamento delle richieste europee di un accordo ambizioso che punti alla soluzione dei problemi climatici

Nell’incontro che si è tenuto all’ambasciata del Canada di Roma il 19 novembre buona parte della giornata è stata dedicata alla cultura finlandese ed ai suoi legami con la natura della regione, una delle più belle e fredde aree del continente

 

L’ambasciatore finlandese a Roma, Pauli Makela, nel corso dell’incontro dedicato all’Artico che si è tenuto all’ambasciata canadese ha ricordato l’impegno del governo di Helsinki per la tutela di tutte le popolazioni presenti nell’area del Polo Nord. Makela ha sottolineato il fatto che gli stati scandinavi hanno riconosciuto l’identità dei Sami e che stanno lavorando anche per la conservazione dell’ambiente naturale della zona.

La Finlandia negli ultimi anni ha accelerato le iniziative per uno sviluppo economico sostenibile, portando anche nei progetti ad alto tasso di conoscenza e di tecnologia l’utilizzo delle energie pulite e la consapevolezza della necessità di una crescita equilibrata. Questa politica nel grande nord del nostro continente assume un valore particolare, perchè si tratta di regioni particolarmente fragili dal punto di vista dell’ecosistema e importanti per l’equilibrio climatico di tutto il pianeta.

Durante la giornata è stato proiettato il film “people of the ice”, dedicato agli Inuit e che attraverso le parole di Sheila Watts-Cloutier, presidente dell’Inuit Circumpolar Conference dà voce all’esigenza dei gruppi autoctoni di affrontare i cambiamenti salvaguardando le tradizioni. Un altro spunto di riflessione proiettato è stato Henna’s Song (Henna Leu’dd), pellicola che attraverso la storia di una ragazza Sami porta a conoscenza del pubblico una lingua e delle sonorità che rischiano la scomparsa.

Il ministro di Sagajoga invece è una commedia di Paul-Anders Simma che nel contesto tragico della Seconda Guerra Mondiale racconta la storia di un ricercato che conquista la fiducia di un villaggio e riesce effettivamente ad aiutare gli abitanti. Al di là degli effetti comici e della cornice storica, la commedia traccia un reale ritratto di un paese che ha superato i conflitti con spirito favorevole alla maggiore integrazione possibile e dipinge le vicende di una popolazione abituata a vivere positivamente il rapporto con l’ambiente naturale circostante senza devastarlo.

Aldo Ciummo