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UE. Nella prima riunione della Commissione Speciale sulla criminalità organizzata eletti i componenti

Sonia Alfano (Alleanza dei Liberali e Democratici Europei) è stata eletta presidente della Commissione speciale creata nella UE per combattere la criminalità organizzata e la corruzione

Nella prima riunione della Commissione speciale sulla criminalità organizzata, a Strasburgo questo mese, Sonia Alfano (ALDE, Italia) è stata eletta presidente della commissione, nata per combattere criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio di denaro. I componenti della commissione speciale hanno eletto anche quattro vicepresidenti e nominato relatore Salvatore Iacolino (Partito Popolare Europeo, Italia).

I quattro vicepresidenti eletti sono Rosario Crocetta (Socialisti e Democratici, Italia), Rui Tavares (Verdi-Alleanza Libera Europea, Portogallo), Timothy Kirkhope (ECR Conservatori e Riformisti Europei, UK), Soren Bo Sondergaard (GUE-NGL, Sinistra Europea Unita-Sinistra Verde Nordica).

La presidente Alfano ha dichiarato che la commissione speciale elaborerà al più presto un piano d’azione globale per affrontare il problema. Nel suo anno di mandato la commissione speciale valuterà l’impatto della criminalità organizzata sull’economia e sulla società, supportando la UE nell’elaborazione delle contromisure da adottare.

I componenti della commissione avranno la possibilità di effettuare visite, organizzare audizioni con istituzioni europee e nazionali, con i rappresentanti delle imprese e della società civile, le organizzazioni delle vittime ed i funzionari coinvolti nella gestione della spinosa problematica.

Aldo Ciummo

 

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La Commissione Europea: “ripresa attraverso l’occupazione”

Il Commissario agli Affari Sociali Laszlo Andor ha indicato nelle telecomunicazioni, nell’assistenza sociale e nella produzione ecosostenibile le leve della ripresa

L’Unione Europea vuole creare più di diciassette milioni di nuovi posti di lavoro nel territorio dei ventisette nei prossimi otto anni, puntando su telecomunicazioni, assistenza sociale ed economia verde per favorire una ripresa durevole, basata sull’effettiva inclusione dei cittadini e sulla valorizzazione del loro ruolo al di là delle superate frontiere degli stati. L’obiettivo della Commissione europea è arrivare ad un tasso di occupazione molto alto nel 2020, il settantacinque per cento escludendo le persone in età scolare o oramai in pensione.

La Commissione, attraverso Laszlo Andor, commissario agli affari sociali, afferma anche di voler prevenire la crescente povertà tra i lavoratori attraverso l’introduzione di un salario minimo, allo scopo di mettere un freno alla corsa al ribasso del costo del lavoro. Occorrerebbe ricordare che le direttive europee che hanno consentito negli anni passati di basarsi sul prezzo del miglior offerente oltre i confini nazionali, di per sè motivate da fondate considerazioni di concorrenza, hanno però innescato il deprezzamento del lavoro, in assenza di misure che contemporaneamente all’introduzione della liberalizzazione dei costi del lavoro oltre i confini degli stati tutelassero le professioni e l’occupazione.

L’Unione Europea fa un passo avanti, proponendosi di attingere ai fondi della Ue per potenziare i sussidi rivolti alla creazione di lavoro, alla diminuzione del costo del lavoro non riconducibile alla retribuzione degli occupati, oltre che scommettendo su salute ed assistenza sociale, economia verde e telecomunicazioni per rimettere in crescita il mercato unico europeo, facilitando anche la mobilità attraverso il riconoscimento delle competenze, un ambito ancora reso incerto dalla diversità dei quadri legislativi.

I settori indicati però si trovano alle prese con le contraddizioni dell’economia ultraliberista come la si è conosciuta in questi anni, che hanno portato prima ad un impoverimento di fatto della maggior parte della popolazione ed alla disarticolazione dei diritti sociali e civili così come erano stati faticosamente costruiti in lotte decennali contro i fascismi e contro le concentrazioni economiche, e successivamente ad una fase di disordine anche nell’economia finanziaria, che non poteva restare completamente slegata dall’economia reale che la finanza aveva compromesso attraverso le sempre più frequenti speculazioni.

Risulta molto difficile oggi pensare che drenare risorse dalle fasce più in difficoltà delle popolazioni europee e soprattutto sottrarre diritti e prospettive a lavoratori, giovani, immigrati, possa consentire dei miglioramenti nella società e nell’economia, perchè i danni che una simile impostazione da parte delle organizzazioni finanziarie meno colpite dalla crisi economica possono creare al tessuto sociale difficilmente potranno essere recuperati con qualche contromisura sociale o innovativa sostenuta con risorse derivate dalla ulteriore tassazione delle parti più deboli della società.

Aldo Ciummo

 

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L’Unione Europea chiede alla Libia il rispetto dei diritti

L’Europa non intende firmare assegni in bianco per un regime il cui atteggiamento verso i migranti presenta molti punti oscuri e discutibili oltre ad episodi apertamente in contrasto con i valori della UE

La Libia deve garantire ai migranti che attraversano il suo territorio una protezione adeguata e riconoscere lo status di rifugiato a chi ne ha diritto in base alle norme internazionali: questo è in sintesi il contenuto delle richieste che la UE avanza, prima di procedere a qualsiasi accordo di cooperazione con Tripoli. Si tratta di una situazione molto diversa dalla realtà attuale, indipendentemente dalla dubbia credibilità che il regime ha cercato di acquisire con parate mediatiche come quelle cui anche l’Italia ha assistito da vicino. 

Quello cui i deputati europei fanno riferimento è l’accordo quadro che coprirebbe le relazioni politiche, l’immigrazione e l’energia nella prospettiva dell’apertura di un libero mercato. Nel 2008 sono iniziati dei negoziati che una volta conclusi dovrebbero portare ad un primo rapporto bilaterale tra il paese mediterraneo e l’Unione Europea.

Su queste pagine web si è auspicato più volte un approccio chiaro verso tutte quelle realtà del Sud del Mondo e sull’Estremo Est d’Europa e dell’Asia che potrebbero ingannarsi sulla disponibilità europea a sostenere materialmente e politicamente impostazioni lontane anni luce dalla concezione dello stato, dei diritti dei cittadini e del mercato come si è sviluppata faticosamente in Europa ed in Occidente nei secoli e negli ultimi decenni dopo le guerre mondiali.

La democrazia è un insieme di conquiste che ha apportato molti benefici anche al di fuori dei confini dove è nato e che se frettolosamente svenduto a realtà geopolitiche emergenti come in Asia (o in declino come in molte parti del Mediterraneo) rischia di incrinarsi seriamente  nello stesso Occidente, come dimostrano i casi di debolezza delle istituzioni e della scarsa separazione dei poteri cui si assiste in alcuni paesi fondatori della Ue nel Mediterraneo e in alcuni dei paesi di recente ingresso.

Auspicare una disponibilità europea verso le potenze emergenti fortemente condizionata alla verifica del rispetto di parametri che è bene che l’Occidente difenda su scala mondiale non è nulla di originale, perchè una domanda di questo tipo sale dalle società civili europee, in netto contrasto con un realismo politico affrettato (che spesso si nasconde dietro una sorta di politicamente corretto semplificato) che vorrebbe permettere a qualsiasi soggetto istituzionale dotato di un potere contrattuale economico di distorcere una agenda di obiettivi sociali che almeno in Europa e negli USA dovrebbe essere data per scontata.

Un buon segnale nel senso della chiarezza sono state le richieste elaborate dalla politica americana alla Cina e che sono state capaci di limitare anche la formale disponibilità della presidenza degli Stati Uniti alla cooperazione con lo stato asiatico. Repubblicani e Democratici hanno condiviso in Senato ed alla Camera una serie di condizioni non negoziabili che in Asia debbono essere prese in seria considerazione se si vuole arrivare ad accordi in supporto della governabilità globale.

Nella stessa direzione di chiarezza va finalmente il Parlamento di Strasburgo, auspicando una intensificazione dei rapporti tra Unione Europea e Libia sottoposta alla condizione dell’apertura di un ufficio europeo funzionante a Tripoli, ma soprattutto all’accettazione da parte di regole non imposte dalla UE, ma che in Europa consideriamo non negoziabili in base a considerazioni di convenienza relative alla politica energetica e commerciale. Ciò vale per tutte le realtà limitrofe coinvolte nel Consiglio d’Europa.

Questo non significa che bisogna ignorare la realtà: la Comunità ha bisogno di incrementare la sua conoscenza delle energie alternative e la valorizzazione delle fonti di energia tradizionali, di ottimizzare l’integrazione economica delle sue regioni incluse le nazioni dell’est che ne accettano chiaramente tutte le regole in fatto di diritti, di cooperare quotidianamente con il resto dell’Occidente e di appoggiare un maggiore equilibrio della collaborazione internazionale, aprendosi ai soggetti emergenti in maniera strettamente condizionata al loro atteggiamento riguardo ai valori sui quali UE ed USA non recedono.

Un altro aspetto importante è l’influenza che il Parlamento Europeo (come assemblea eletta dai cittadini della Unione Europea e che quindi ne rappresenta la società) riuscirà o meno ad esercitare su Consiglio e Commissione della UE. Il Trattato di Lisbona dichiara che il Parlamento di Strasburgo questa influenza deve usarla: molto dipende  non solo da quelli che tuttora sono gli organi politici forti in Europa come la Commissione e la Presidenza del Consiglio della Unione Europea (Manuel Durao Barroso e Herman Van Rompuy per dirla con dei volti ormai riconoscibili), ma anche dal peso politico che gli eurodeputati sapranno acquisire e da quanto le società nazionali li spingeranno a guadagnare incisività, pretendendo dagli eletti nel continente una politica che non sia un doppione di quella degli stati membri, soggetti deboli in questa fase perchè preoccupati principalmente di situazioni interne a fronte della crisi economica globale.

Insomma, l’Europa conta se è determinante in questioni come l’ottenimento di garanzie per quei rifugiati i cui diritti umani sono violati in Libia, la possibilità di azione per l’Alto Commissariato per i Rifugiato dell’Onu e la moratoria sulla pena di morte. La vera apertura europea verso le società al di fuori dei suoi confini risiede nella promozione dei suoi valori universali, come dimostra  il modo in cui le popolazioni di diversi paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente stanno chiedendo aiuto, incrinando sistemi di governo consolidati: le società in via di sviluppo non chiedono appoggi incondizionato a istituzioni che si giovano di una malintesa disponibilità terzomondista.

Aldo Ciummo