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Sandro Gozi: “molto arretrate le condizioni delle donne in Italia”

 

Ieri a Roma si è svolto il convegno tra liberali di diverse aree politiche, Emil  Kirjas, di Liberal International, ha sottolineato l’arretratezza culturale nazionale

La Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, a via Poli, ha ospitato ieri sera un incontro tra deputati e senatori riconducibili all’area liberale, oggi dispersa in diverse formazioni in Italia. Un dibattito che sotto alcuni aspetti si può considerare estraneo alle preoccupazioni sociali che attanagliano l’Italia ma interessante dal punto di vista della singolarità politica della penisola, in tempi in cui la presenza dei liberali a livello continentale è massiccia e si pensi a stati cardine come Germania e Regno Unito, caso quest’ultimo nel quale il partito di Nick Clegg ha anzi avviato un esperimento inedito per Londra, con la coabitazione di governo con un’altra forza.

Da un punto di osservazione cosciente della situazione sociale in cui versa l’Italia e di conseguenza dell’opportunità di promuovere cambiamenti nella redistribuzione delle risorse ma anche delle condizioni di accesso all’istruzione ed all’iniziativa, un dibattito sulla assenza della politica liberale in Italia rappresenta comunque un punto di partenza a monte, perchè già nella carenza degli strumenti di libertà classici (su tutti, il pluralismo) si può individuare una arretratezza che non solo rende difficile lavorare per l’inclusione sociale dei molti che a cominciare dagli immigrati contribuiscono in modo più che significativo alla vita del paese, ma pone quest’ultimo in condizioni di grave ritardo nei confronti di parecchi suoi vicini e della maggioranza degli stati industrializzati.

A questo proposito Emil Kurjas, di Liberal International, ha potuto osservare che l’Italia ha “un disperato bisogno di liberalismo”. Altri intervenuti, come Vincenzo Olita, hanno sottolineato il valore della partecipazione, mentre Gianni Vernetti ha affermato che si sta assistendo alla crisi del sistema bipolare imposto alla cittadinanza negli ultimi sedici anni. La discussione ha toccato anche aspetti della Costituzione tanto messi sotto esame (per usare un eufemismo) in questo periodo, frutto anche dell’apporto liberale.

Sandro Gozi ha ricordato che attualmente nel Parlamento Europeo esiste la tendenza a creare uno schieramento di fatto tra Liberali, Ambientalisti e Verdi sulle questioni di maggiore interesse pubblico e che anche in casi di rilievo in cui le nazioni vedono una collaborazione tra Liberali e Conservatori, questi ultimi per storia hanno poco da spartire con la destra mediterranea (si guardi David Cameron in Inghilterra).  Gozi ha osservato che in Italia, al di là degli schieramenti classici ci sono da colmare ritardi strutturali dovuti alla cultura, dove la donna in molte situazioni è vista soltanto come moglie e poi ne deriva il quadro medievale cui assistiamo anche nella rappresentanza.

Tra gli intervenuti anche Gianfranco Passalacqua, Edoardo Croci, Luigi Compagna, Andrea Marcucci, Stefano De Luca, con posizioni anche molto diverse tra loro, con un approccio comunque molto fiducioso nella capacità della politica di intervenire nel quadro generale, forse troppo fiducioso, perchè nel liberalismo permane l’assunto della capacità di regolarsi del mercato, presupposto che come vari autori dell’iniziativa hanno dovuto ammettere è stato molto messo in crisi dai fatti degli ultimi anni. Però è attuale l’esigenza di restituire al paese strumenti di elaborazione e di critica di cui le due principali fazioni (questo è quello di cui si tratta ad oggi) sono ormai prive e nei confronti dei quali anzi sono spesso ostili, si pensi al Centrodestra ed a quanto pesantemente sta riducendo l’accesso della cittadinanza a quegli strumenti.

Aldo Ciummo

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POLITICA|La sinistra si divide sulla moratoria contro i licenziamenti

Vendola: «Finalmente il governo si è deciso, ma pesa il silenzio del Pd». No categorico da Idv


di Simone Di Stefano

Nel centro-sinistra fanno a gara a chi è più welfare. Niente di strano se non fosse che spesso a cavalcare il carro socialista è stato Berlusconi, terzo e vincitore sui due litiganti. L’ultima nuova infatti riporta l’idea che il ministro Sacconi avrebbe in mente per scongelare la crisi: bloccare i licenziamenti con una moratoria. La trovata ha però trovato fredda una parte della maggioranza e in molti nell’opposizione. Risolvere la crisi occupazionale semplicemente invitando le aziende a non licenziare «è una soluzione ridicola», il commento di Giuliana Carlino, capogruppo Idv in Commissione Lavoro del Senato.

I tagli al personale si risolvono solo finanziando le aziende, sostiene Carlino che poi spiega la sua ricetta per mitigare gli effetti della crisi: «abolire le tasse sugli ammortizzatori sociali, favorire i contratti di solidarietà legati alla riduzione dell’orario di lavoro e, se necessario, tassare i redditi più alti». Completamente l’opposto, tuttavia, di quello che sostiene Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà. «Constato con sincera soddisfazione – ha affermato il presidente della Puglia – che lo stesso ministro Sacconi inizia a convincersi della necessità di deliberare una moratoria sui licenziamenti, proposta che a nome di Sinistra e Libertà avevo avanzato già da tempo».

Il bello del bipartitismo a quanto pare. Evidenziando comunque il ritardo del governo, Vendola, stasera ospite su La7 a «L’infedele», ha anche lanciato la patata bollente al Partito Democratico, «ormai quasi la sola forza politica a non essersi schierata a favore di questa misura fondamentale». «Aldilà della polemica politica – ha chiuso il leader di Sl – è questo un silenzio pesantissimo, che lascia a dir poco sgomenti». Vendola dimentica tuttavia che proprio uno dei cavalli di battaglia di Franceschini fu il blocco di un anno dei licenziamenti. Nessuna reazione immediata è arrivata da parte del leader democratico che, proseguendo la sua linea a basso profilo, in queste ultime ore si è dedicato completamente alla grana dei capolista alle europee, di cui David Sassoli, è l’ultimo nome di spicco.

IN ITALIA|Il centro destra si divide sul federalismo e Bossi minaccia la rottura

Opinioni contrastanti nella maggioranza sul testo della riforma federale, mentre il senatur da l’ultimatum agli alleati: «Federalismo o strappo»

Tra delitti efferati, incidenti mortali e stress da contro esodo, nell’estate torrida, la politica da ombrellone continua, viva, a lanciare le linee programmatiche che faranno bollenti i corridoi del Parlamento, fin dal prossimo autunno. Tra i temi più caldi e cari alla maggioranza c’è la riforma sul federalismo, di cui, in questi giorni, se ne sta occupando il ministro alla Semplificazione, Roberto Calderoli.

Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, continua a mandare messaggi distensivi nei confronti del Pdl, anche se non perde un attimo nel pensare che se federalismo non sarà, il rischio di uno strappo, come nel 1996, diventerebbe concreto. Un’alleanza salda, insomma, ma solo a una condizione, che si faccia il federalismo.

E la riforma sembra proprio che si farà. La maggioranza ha i numeri per farlo, il premier Silvio Berlusconi non ha motivi per obiettare e, soprattutto, perdere la Lega in caso contrario rischierebbe di compromettere la navigazione del Governo in acque che così calme non erano forse mai state. Lo sa Bossi, che lancia stilettate continue che suonano come un monito al resto del centro destra: «la gente ci chiede di andare da soli anche ora, e se non avremo il federalismo sono pronto a far perdere il centrodestra. L’ho fatto nel 1996 e sono pronto a rifarlo», ha sentenziato il senatur, che poi ha cercato di spiegare che la riforma non andrà a pesare sulle spalle del sud che, anzi, ne potrà godere dei benefici: «A settembre – ha annunciato Bossi – andremo a Otranto, insieme a Raffaele Fitto, a spiegare che non si tratta di una riforma contro il Sud». Il Ministro degli affari regionali ha poi spiegato l’importanza della visita di Bossi al sud. Una visita che «fa un grande piacere – ha detto Raffaele Fitto -. Sarà un’occasione nella quale spiegare insieme le ragioni del federalismo e di una riforma che, concordo con Bossi, non è contro il Sud».

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