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Elezioni in Finlandia, Haavisto in crescita

Oggi i finlandesi scelgono il Presidente della Repubblica nel secondo turno: il risultato emerso dal primo turno è l’europeismo della maggioranza

di Aldo Ciummo

Il Centrodestra liberale di Sauli Ninistö (Partito della Coalizione Nazionale, “Kansallinen Kokoomus”) è in vantaggio, ma Pekka Haavisto (Verdi) può contare sull’effetto novità dato dall’aver sconfitto diversi grandi partiti nel primo turno, sulla probabile convergenza degli elettori progressisti e sulla crescita dell’affluenza, registrata nelle elezioni in anticipo di molte sezioni durante questa settimana.

Sauli Ninistö, favorito dai sondaggi e dal trentasette per cento dei voti che ha conquistato nel primo turno, è più forte tra gli ultra-sessantenni: nelle altre fasce di età i due candidati appaiono più ravvicinati. Nella capitale Helsinki nel primo turno hanno prevalso i Verdi (Vihreä Liitto), che a livello nazionale si sono assicurati il diciannove per cento. Sauli Ninistö in passato è stato Ministro delle Finanze in governi di grande coalizione a guida socialdemocratica.

Ninistö è stato vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti: molti dei populisti euroscettici dei “Veri Finlandesi” (Perussuomalaiset”) finiti al nove per cento al primo turno probabilmente si asterranno, viste le sue credenziali europeiste e le caratteristiche di sinistra dello sfidante ambientalista: Pekka Haavisto è stato il primo verde in Europa a diventare ministro, del 1995 al 1999, conducendo in seguito importanti progetti ambientali in diversi paesi del mondo per le Nazioni Unite.

Haavisto potrà fare affidamento sui voti Socialdemocratici (sette per cento al primo turno) e degli attivisti di sinistra (al cinque per cento), oltre a quelli del suo partito, i Verdi (arrivati al diciannove), mentre molti sostenitori del Centro (diciassette per cento) e dei liberali del Partito degli Svedesi (tre) potrebbero essere una incognita, ma una maggioranza di questi stando ai sondaggi sembra essere favorevole ai conservatori nel secondo turno.

La presidente uscente, Tarja Halonen, ha detto questa settimana che Pekka Haavisto ha fatto un buon lavoro, nel portare di fronte all’elettorato i diritti legati all’orientamento sessuale (per i quali la stessa Halonen si era impegnata pur essendo eterosessuale, negli anni ottanta, assumendo un ruolo importante nell’organizzazione per la parità dei diritti “Seta”). La dichiarazione favorevole di una presidente di centrosinistra che ha avuto un enorme e trasversale consenso durante i dodici anni dei suoi due mandati potrebbe sul serio assicurare all’ambientalista un appoggio più solido da parte di vari personaggi socialdemocratici e laici, il cui impegno anche finanziario a sostegno dei Verdi ha registrato una vera e propria impennata dopo il successo di Pekka Haavisto al primo turno, mentre a favore di Sauli Ninisto si esprimeranno con ogni probabilità i cristianodemocratici (tre per cento) oltre alla stragrande maggioranza dei sostenitori del Partito della Coalizione Nazionale cui Ninistö appartiene ed a molti centristi.
I due candidati, Sauli Ninistö e Pekka Haavisto, sono stati cordiali tra di loro nell’incontro trasmesso martedì mattina dalla televisione finlandese YLE, dimostrando vedute non lontanissime in politica estera, a sostegno dell’autonomia decisionale della Finlandia e della cooperazione con le maggiori istituzioni internazionali e occidentali. Una parte importante delle competenze del “Suomen Tasavallan Presidentti” (il presidente della Repubblica della Finlandia) leggermente orbato delle sue prerogative in politica comunitaria europea dalle riforme introdotte nel 2000, resta tuttora la politica estera.
Pekka Haavisto ha sottolineato la questione, sollevata dalla leader del partito di Centro Mari Kiviniemi, della necessità di assicurare una maggiore condivisione di informazioni con il Parlamento unicamerale finlandese (“Eduskunta”) riguardo alle mosse del Presidente nella gestione della politica internazionale, in particolare quando si tratta dei colloqui con la Federazione Russa, che storicamente riveste un ruolo importante nel quadro delle relazioni internazionali della Finlandia (che ha fatto parte dell’impero russo tra 1809 e 1917 ed è stata fortemente influenzata dalla sua vicinanza all’ex Urss).
In questi giorni, sui media finlandesi, oltre alle vicende elettorali hanno avuto molto risalto le visite di Tarja Halonen agli stati vicini (lunedì scorso in Estonia) dove la presidente uscente è stata ringraziata dal suo collega estone Toomas Hendrik Ilves, per avere sostenuto le richieste di adesione all’Unione Europea di Tallin negli anni novanta, quando lei non era ancora in carica come presidente della Repubblica.
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Finlandia, crescono le opportunità di Katainen (Moderati) di diventare Primo Ministro

 

In attesa delle elezioni del 17 aprile l’alleanza tra Kiviniemi (Centro) e Katainen (Coalizione Nazionale) resta in vantaggio e i Socialdemocratici forti, ma avanza la destra di Timo Soini


di   Aldo Ciummo


Il 17 aprile si vota in Finlandia e la Premier Mari Kiviniemi non ha escluso che il prossimo governo coinvolga i “Veri Finlandesi” (“Perussuomalaiset”) guidati da Timo Soini: la lista si oppone a piani UE di salvataggio di paesi in bancarotta e si avvicina al sedici per cento delle intenzioni di voto, lasciando immaginare una sua crescita nell’Eduskunta, il Parlamento unicamerale finlandese, che conta duecento deputati. Sulla maggior parte dei temi, immigrazione inclusa, le differenze tra i partiti non sono enormi: il Centrodestra sulla cittadinanza vuole regole più certe ed anche i “Veri Finlandesi” hanno candidati immigrati, nonostante le severe posizioni in materia (che hanno spinto il produttore cinematografico Jörn Donner a lasciare i Socialdemocratici e candidarsi con una lista minore, lo “Svenska Folkeparti”, per differenziarsi di più dall’agenda della nuova destra).

L’attuale esecutivo comprende, oltre al “Partito di Centro” di cui Kiviniemi è la leader, “Coalizione Nazionale” (Centrodestra), Verdi e lista Svedese. Il vero scoglio sulla rotta dell’adesione Soini ad una prossima coalizione conservatrice, data nuovamente in vantaggio, è la partecipazione al fondo permanente di sicurezza europeo per il salvataggio degli stati in crisi. Finora, i Socialdemocratici non hanno espresso posizioni nette sull’argomento, ma i partiti del Centrodestra hanno detto chiaramente che non accetteranno nel governo liste che non appoggino tutte le misure necessarie a favore dell’Unione Europea: questa questione potrebbe essere il fattore favorevole al leader dei “Veri Finlandesi”, che osteggiano un impegno simile da parte dello stato.

Il Centro, che esprime la premier Mari Kiviniemi, potrebbe cedere la leadership del Centrodestra all’attuale Ministro delle Finanze, Jyrki Katainen, un esponente della Coalizione Nazionale, come lei favorevole agli aiuti alle nazioni europee in difficoltà. A sinistra, il venti per cento dei Socialdemocratici guidati dalla leader Jutta Urpilainen (“Sosialdemokrattinen Puolue”, in finlandese), è eroso dagli euroscettici, ma anche dall’Alleanza della Sinistra (“Vasemmistoliitto”, una forza stimata intorno al 7% dell’elettorato). Il Partito della Coalizione Nazionale (“Kansallinen Kokoomus”) conterebbe sul venti per cento ed i sondaggi assegnano qualche frazione di punto percentuale in meno al partito di Centro. Lo “Svenska Folkeparti” si aggira attorno al cinque per cento ed i Verdi (“Vihrea Liitto”) al nove per cento.

Le coalizioni in Finlandia si costruiscono dopo le elezioni, sulla base di un programma concordato. Il partito della Coalizione sarà alleato del Centro (“Suomen Keskusta”). Ad Helsinki, spesso, i partiti di centro sono alleati con liste di sinistra ed in maniera simile maggioranze progressiste collaborano con liste liberali, così è probabile che moderati e socialisti troveranno formule per assicurare alla UE il supporto necessario in casi di emergenza. Ma un successo di Timo Soini sarebbe il segno dell’insofferenza di parte dei finlandesi per “bollette” rese salate dalla scarsa efficienza finanziaria di diversi stati europei. Nel dibattito pubblico, svoltosi questo giovedì pomeriggio a Tampere tra rappresentanti delle maggiori forze (Urpilainen, Katainen, Kiviniemi e Soini) e trasmesso dalla televisione finlandese YLE, sono emerse le difficoltà dei partiti consolidati al riguardo.

Non si tratta infatti di ostilità all’Unione Europea, ma di un dibattito necessario sulle spese che gli sforamenti di bilancio di molti grandi stati impongono alle economie più dinamiche ed ai sistemi pubblici efficienti, dibattito che, in nome della solidarietà europea è stata sempre molto compressa nelle nazioni che hanno contribuito più generosamente e che si trovano alle prese con una Europa che chiede sempre di più a regioni scarsamente rappresentate nelle istituzioni centrali come il Parlamento Europeo. E’ opportuno che le proposte di efficienza che giungono da stati che hanno affrontato meglio la crisi trovino maggiore ascolto a Bruxelles ed a Strasburgo. Una Europa più coerente favorirebbe il proseguimento della tradizione europeista in aree del continente da lungo tempo protagoniste nel sostegno alle regioni in crescita, all’integrazione all’interno della UE ed alla efficienza delle decisioni, che significa più solidarietà concreta.

L’ex presidente finlandese Maarti Ahatisaari: “solo la cooperazione scioglie i conflitti”

 
 

Immagine da panorama.it

 

Il politico socialdemocratico, poco prima della fine dell’anno 2009,  ha delineato le priorità per la comunità internazionale, in base alla sua lunga esperienza di mediatore in Indonesia, Irlanda del Nord e Balcani.

 

Maarti Ahatisaari, Presidente della Finlandia dal 1994 al 2000 e premio Nobel per la Pace nel 2008, ha una lunga storia di operatore nelle aree più difficili (dal punto di vista della ricomposizione sociale e politica necessaria al termine dei conflitti). Ahatisari ha lavorato alla transizione che ha portato all’indipendenza della Namibia e alla tutela delle diverse comunità autoctone e di origine europea negli stati meridionali dell’Africa, laddove le contraddizioni del passato rischiavano di sfociare in una inaccettabile ostilità tout court contro la popolazione bianca o contro i differenti gruppi etnici. Ed ha mediato a lungo anche nel nostro continente, in Irlanda del Nord come nei Balcani.
 
In una intervista, rilasciata al magazine dell’International Herald Tribune alla metà di dicembre, Ahatisaari ha fatto appello ai principali attori del mondo attuale, soprattutto agli USA, per una azione determinata a spegnere i conflitti più gravi, che rischiano di segnare non solo il decennio che si apre, ma anche quelli successivi. “C’è una grande urgenza di risolvere il problema israelo-palestinese – ha scritto l’ex presidente finlandese – se non si ottiene un progresso nel 2010 il conflitto può trasformarsi radicalmente e sfide inedite alla sicurezza possono emergere.” Per rendere più sicura la regione, prosegue il politico socialdemocratico, bisogna affrontare i problemi in Israele, Siria e Libano.
 
Secondo Ahatisaari, la vera priorità nei paesi più a rischio è la prospettiva delle nuove generazioni, delle quali va ridotta la disoccupazione. Questo sito ha sempre insistito soprattutto su un aspetto dello sviluppo, il ruolo dell’istruzione, non a caso agli argomenti trattati su queste pagine si aggiungerà nel 2010 in maniera crescente la scuola, partendo anche dalla realtà del territorio romano ed italiano, accanto all’Europa e al Nord Europa ed oltre al ruolo della partecipazione femminile nelle strutture politiche ed economiche.

Il politico socialdemocratico, poco prima della fine dell’anno 2009, ha delineato le priorità da affrontare per la comunità internazionale, in base alla sua lunga esperienza di mediatore in Medio Oriente, Indonesia, Irlanda del Nord e nei Balcani

L’Unione Europea ancora fa fatica ad essere presente nella vita dei territori, la partecipazione nel governo della società conosce ancora squilibri maschilisti e l’area nord dell’Unione Europea e di tutta l’Europa (Svezia, Finlandia, Danimarca, ma anche Norvegia ed Islanda) rappresenta una risorsa anche come esempio di rapporto tra i cittadini e la comunità e tra la crescita della comunità e l’innovazione.                           

L’istruzione è, probabilmente la chiave di volta nelle società che vanno sostenute nel raggiungimento di una libertà di espressione e di iniziativa efficace, in Iran come in Afghanistan, chiaramente a partire dalle energie della cultura autoctona.
 
L’ex presidente finlandese, da parte sua, chiede un esempio agli stati più forti, auspicando un accordo tra Federazione Russa e Stati Uniti in direzione del disarmo nucleare. Resta da osservare che una soluzione di questo genere, senz’altro positiva nei suoi effetti anche culturali, non basterebbe da sè a risolvere il problema in un mondo che, fortunatamente, è sempre più multipolare ma che con ciò è pure sempre più complesso.

Non stupisce che un intervento puntuale e dotato di un fondato ottimismo venga da soggetti che hanno mediato sul campo e che, in questo caso, contemporaneamente sono espressione di un paese come la Finlandia che, nonostante un nuovo attivismo in politica estera con l’avvicinamento progressivo a tutte le istituzioni internazionali occidentali, resta un punto di riferimento per le strategie cooperative nel mondo.

Aldo Ciummo

La politica estera indiana guarda ad Occidente

 

In previsione delle sfide che attendono i rapporti internazionali nel 2010 Asia e Occidente vedono intensificarsi i loro rapporti economici, sociali e politici. Al termine del 2009 l’India attraverso il suo Ministero degli Esteri ha espresso apprezzamento per le linee guida della politica statunitense e stilato una lista di priorità dal punto di vista del proprio paese.

Shashi Tharoor, Ministro degli Esteri per gli Affari Esteri dell’India, in dicembre ha sottolineato attraverso una intervista all’International Herald Tribune Magazine le priorità che il suo paese vorrebbe vedere in cima all’agenda dell’amministrazione statunitense, dato che quest’ultima ha una forte influenza sui processi di pace e di ricostruzione economica al centro nel panorama mondiale odierno.

Come la più estesa democrazia nell’Est del Mondo, l’India esorta gli Stati Uniti, tramite le dichiarazioni del Ministro degli Esteri, a rafforzare le relazioni con il Sud del Mondo, contando sulla storia anche personale del nuovo presidente Usa, cresciuto nel Pacifico.

Un’altra richiesta è l’accelerazione del processo di disarmo nucleare, ma con il presupposto che non ci siano stati intitolati ad un maggiore sviluppo in questo settore rispetto agli altri.

Tharoor ha parlato anche di soluzioni multilaterali ai problemi, considerando la natura sovranazionale delle questioni ambientali, sociali e di sicurezza che si trovano sul piatto.

Nel discorso del politico indiano c’è stato posto anche per la riforma delle istituzioni globali: i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono ancora quelli scelti in base ad una guerra di sessantacinque anni fa, è stata la considerazione più importante di Tharoor, mentre il Belgio ha, nella Banca Mondiale, un peso maggiore della Cina, sebbene si conosca il peso concreto assunto da Pechino.

L’intervento del Ministro dell’India quindi è stato anche un richiamo ad una iniziativa per organizzare gli strumenti che dovranno risolvere problemi sempre più stringenti e complessi nella consapevolezza della realtà attuale, che non si può più affrontare con un approccio unipolare, laddove invece i centri di influenza socioeconomica, tecnologica, politica, si sono moltiplicati e le questioni si sono internazionalizzate.

Klaus il monello si gioca tutto, l’Europa fa la voce grossa

 

 

E' davvero priva di basi la paura che uno staterello non possa più dire di no?     Bruxelles FOTO di Aldo Ciummo

E' davvero priva di basi la paura che uno staterello non possa più dire di no? Bruxelles FOTO di Aldo Ciummo

Il governo ceco sta considerando anche l’ipotesi di estromettere Klaus,  presidente iperconservatore di fronte ad una Unione Europea sempre più impaziente

 

 

 

Oggi, in sessione di emergenza, il Consiglio dei Ministri della Repubblica Ceca ha affrontato la questione del rifiuto del Capo dello Stato di firmare il Trattato di Lisbona, già ratificato dalle due camere. Il premier Jan Fischer è a capo di un governo debole, ma potrebbe anche chiedere ai deputati di destituire Klaus, oppure di accusarlo di agire contro l’ordinamento democratico dello stato. Si tratta in ogni caso di una ipotesi poco probabile e l’esecutivo sta anche cercando di mediare con il presidente Vaclav Klaus, assicurando il suo impegno perchè gli altri membri della Ue accettino la sua richiesta di garantire alla Repubblica Ceca una clausola che la escluda dal vincolo della Carta dei Diritti Fondamentali.

Difficile posizione quella della Repubblica Ceca, in attesa della firma necessaria a sbloccare il Trattato di Lisbona: un presidente, Vaclav Klaus, che non crede a quest’ Europa, tanto che la ha definita qualche volta “sovietica”, il parlamento di Praga che teme l’isolamento perchè pure la Polonia, per metà ancora immersa nel periodo conservatore del presidente Lech Kaczynski ha firmato questo sabato proprio per mano di quest’ultimo. Un Europa che strattona, senza esitare ad accusare di euroscetticismo tutti quelli che non le dicono sì e subito, senza garanzie, senza mediazione con quel mondo pre-esistente che per ciascuno è la società di origine. Le comunità nazionali, quando hanno la possibilità di partecipare sia pure un minimo al dibattito su come sarà la struttura istituzionale nella quale si coordineranno, complessivamente si dimostrano favorevoli alla comunità europea, come si è visto il 2 ottobre nel referendum irlandese e come sta riemergendo nel Regno Unito con il progressivo riavvicinamento di Cameron all’ala europeista dei suoi Conservatori e con lo scarso consenso che gli inglesi dimostrano verso la vecchia guardia isolazionista di quel partito, segno che anche lì l’Unione Europea risulterebbe più educata coinvolgimendo la popolazione nelle questioni reali e presenti nella vita dei cittadini e permettendone  il protagonismo, piuttosto che agitare lo spauracchio dell’antieuropeismo.

Strana situazione quella odierna della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus è un presidente che davvero agita richieste poco comprensibili, come la possibilità per la Repubblica Ceca di tirarsi fuori dalla Carta dei Diritti fatta propria dall’Unione Europea, è un politico che ha posizioni arretrate sui diritti individuali e uno statista che giustifica le proprie paure verso l’integrazione continentale chiamando i causa il passato remoto ed i tedeschi dei Sudeti (che a suo parere potrebbero chiedere qualcosa in base al documento da cui si chiama fuori) però la sua ostinazione inconcludente finisce per attirare allo scoperto e svelare un modo di procedere sulla strada dell’integrazione che da parte dell’ Unione Europea manca vistosamente non tanto di capacità di ottenere dai paesi adesione (già raggiunta anche a Praga, perchè lì prima ancora della politica è la società, che è una delle più laiche e vivaci delle ventisette, che sta premendo perchè la Repubblica Ceca contribuisca integralmente alle iniziative europee) l’Unione Europea manca soprattutto di volontà di integrare nella sua cultura la partecipazione dei cittadini, dei gruppi associativi, delle regioni e anche delle culture, quando anche siano considerate attardate rispetto ai princìpi di Bruxelles e di Strasburgo, che sono in larga parte i nostri, derivati dai progressi dei lavoratori e dei movimenti democratici, ma che sono princìpi che se non vogliono tradire se stessi non possono essere imposti in un ottica coloniale verso lo stesso continente dal quale sono stati generati e in cui sono maturati.

Domenica il Sunday Times ha riportato le dichiarazioni di un senatore ceco riguardo ad accenni del presidente francese Nicolas Sarkozy alla possibilità che la Repubblica Ceca venisse espulsa dall’Unione Europea, ma soprattutto ha fatto riferimento a manovre di diplomatici francesi e tedeschi per esplorare la possibilità di rimuovere l’ostacolo mettendo in stato di impeachment Klaus, oppure modificando la costituzione ceca nella parte che concerne le sue prerogative. Avvenimenti comunque improbabili, perchè richiederebbero una sorta di terremoto istituzionale a Praga, sebbene Klaus sia molto isolato nella sua crociata anti-trattato, dato che anche l’ex premier Topolanek ha espresso dubbi sulla solidità delle richieste addotte a motivo della dilazione della firma da parte del presidente e così quasi tutte le forze politiche.

Aldo Ciummo

INTERNAZIONALE|Eurocrisi, nuove leggi per i mercati

Al summit di Bruxelles prevale la linea finanziaria a scapito dell’energia

BRUXELLES – Troppo grave è la crisi e imminente è il summit economico del G20 di Londra, in programma il prossimo 2 aprile e così, una volta seduti tutti allo stesso tavolo i 27 ministri paesi Ue non potevano non approfittare per trovare una linea in comune in materia economica.

È quanto sta avvenendo al summit del Consiglio europeo di Bruxelles in programma oggi e domani. Anche se le premesse avrebbero voluto che si parlasse soprattutto di energia al centro del dibattito sono entrati prepotentemente i 5 miliardi di surplus, rispetto agli iniziali 900 miliardi destinati alla Commissione Europea e che i 27 si stanno litigando su come investirli.
C’è chi li vorrebbe destinati alle banche dell’est in corso di fallimento, come quelle di Lettonia e Ungheria, chi come la Commissione li vorrebbe destinare a energia e tecnologia, e chi infine li destinerebbe alla ricostruzione di un sistema finanziario che fa acqua da tutte le parti, linea perseguita da Francia e Germania.
Avranno fatto breccia le parole del Premio Nobel, Paul Krugman, che in apertura di summit aveva definito «del tutto inadeguate» le misure anticrisi dell’Unione, 200 miliardi di euro lo scorso anno e altri 400 tra 2009 e 2010 (il 3,3% del Pil Ue). Del resto come dargli torto se paragonate ai 789 miliardi stanziati dal governo Usa? Ma non tutto è oro ciò che luccica. Proprio il cancelliere tedesco Angela Merkel ha ribadito infatti che «qualsiasi altra iniezione di denaro liquido è categoricamente da escludere».
Tutto ciò non deve essere piaciuto agli Usa che invece, a sorpresa, proprio ieri hanno immesso altri 1,2 miliardi di dollari nell’economia americana per promuovere la ripresa. La Merkel, assieme al premier francese Sarkozy, ha scritto anche una lettera al Presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso e al presidente di turno, il ceco Mirek Topolanek, ponendo l’accento sulla riforma dell’intero sistema finanziario europeo. «Le priorità – recita la missiva – richiedono la costruzione di una nuova architettura della finanza globale. L’Ue deve affermare una posizione in comune e prendere il comando a capo di questo processo».
La Merkel, da sempre contraria a misure anticrisi da adottare in comune si è detta convinta che tra le priorità rientrano anche l’allentamento dei criteri di Basilea II. Allo stesso modo la Germania ha ribadito la sua intenzione di aiutare i paesi dell’est in difficoltà, come del resto è stato già fatto con i 180 miliardi di euro già stanziati, anche se è stato precisato che «non ci sarà nessuna ulteriore emissione di eurobond».
Se quindi al G20 di Londra si discuterà del sistema finanziario ci sono i paesi dell’est che spingono per raggiungere una linea comune a proposito del cosiddetto “Partenariato per l’est”, in vista del summit di Praga previsto per il prossimo 7 maggio. Verranno stanziati 350 milioni di euro di nuovi finanziamenti e 250 milioni di euro ridiretti nel corso del 2010/13 nelle casse di sei paesi dell’Europa orientale: Ucraina, Georgia, Bielorussia, Moldova, Armenia e Azerbaigian.
Il piano a quanto pare piace a tutti meno che all’Italia, che avrebbe voluto il coinvolgimento permanente della Russia. Mosca invece si dovrà accontentare di ricevere l’invito solo «caso per caso». «Nessuna iniziativa anti-russa», ha precisato il ministro degli esteri ceco, Karel Schwarzenberg. Anche perché sul piano energetico la Russia resta sempre l’alleata più importante dell’Europa e forse anche per questo l’Ue non ha fretta di emanciparsi.
Infatti al summit si doveva parlare di energia, ma anziché lanciare nuove proposte sembra sia stata anzi tagliata una parte dei fondi da destinare alla realizzazione del progetto Nabucco, 3,300 km di corridoio energetico a est per portare in Europa il gas del Caspio attraverso la Turchia e i Balcani e rendere indipendente l’Europa dal gas russo. Romania, Polonia, Austria e Slovacchia non l’hanno presa bene e i loro ministri hanno minacciare di non votare il pacchetto.

POLITICA|Berlusconi-show a Tokio: firma autografi ed elenca successi

Conferenza stampa del Premier in Giappone per il G8. Tra le battute istrioniche del cavaliere anche un pò di affari italiani. Per alleviare i dolori del nostro paese ecco le sfide di Silvio Berlusconi che alla fine annuncia: «firmo autografi come un allenatore di calcio»

di Simone Di Stefano

Tokyo, la capitale orientale per eccellenza, il più grande agglomerato urbano del mondo. Da sola porta tanti soldi al Giappone quanti ne produce da sola la Spagna: 1200 miliardi di dollari. E’ da questa magnifica capitale della cultura e dell’economia del Sol Levante che il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, lontano dai riflettori che lo vedono in questi ultimi giorni coinvolto in un watergate forse senza precedenti in Italia, almeno nei modi, predica a trecentosessanta gradi le malattie dell’Italia, le cure e i rimedi trovati dal sue esecutivo. E sembra come un bambino al suo ritorno a scuola dopo le vacanze estive. Come quando si incontra con il suo amichetto del cuore Giorgino Bush, neanche a un mese di distanza dall’ultima visita in Italia del ripetente americano, in procinto di congedarsi dalla scuola che conta.

E fa il punto Silvio, partendo da dove ci aveva lasciati qui in Italia, prima di dirigersi più a Oriente per presenziare al G8 di Hokkaido, vale a dire, dall’ennesimo attacco alla Magistratura italiana, rea secondo il Premier di averlo preso letteralmente di mira da ormai tempo immemorabile: «È dai tempi di mani pulite, dal 1992 – ha sottolineato parlando con i giornalisti che lo seguono nella trasferta giapponese – che una corrente piccola della magistratura cerca di sovvertire il risultato del voto popolare». Il riferimento è certamente relativo al sondaggio uscito sul Corriere della Sera, a cura di Mannheimer, che vede confermare effettivamente questa tesi, da tempo portata avanti da Silvio Berlusconi. Lui ci gongola su, mentre qualcuno dovrebbe ricordargli che grazie alla poca attendibilità di certi sondaggi, specie quelli di quotidiani diventati ormai simil filo-governativi, lui nel 2006 è riuscito a recuperare tanti voti quanti ne sono bastati per mettere in crisi doèpo neanche due anni la governabilità di Prodi.

Prosegue poi parlando del suo avversario, Walter Veltroni, di recente uscito allo scoperto nei confronti del Premier accusandolo di anon aver mantenuto gli accordi prefissati. Il riferimento di Veltroni era alla mancanza totale di dialogo del nuovo esecutivo. a Walter Veltroni non rimane che «la speranza», dice Berlusconi che poi aggiunge, come se nulla lo avesse turbato nel sentire ancora il nome del suo antagonista, quanto il nuovo governo stia lavorando duro in questi primi mesi di operato. Un plauso di merito va proprio «agli innesti giovani», quelli che «stanno lavorando in modo fantastico».

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