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Jorge Castaneda: Multipolarismo nelle Americhe e nel pianeta

San Paolo nel Brasile

Lo studioso ed ex ministro degli Esteri del Messico, in vista di un 2010 che coinvolge il Brasile nelle decisioni più importanti e che trova Honduras, Venezuela e molti altri stati del subcontinente latino ancora alle prese con problemi difficili, ha descritto l’area come un laboratorio adatto alle sfide che attendono il pianeta complessivamente

 

In questi anni il Brasile che punta a superare le povertà direttamente con la valorizzazione delle nuove conoscenze, il Venezuela con la sua contraddittoria ricetta di emancipazione fondata sull’attivismo dello stato, Bolivia, Ecuador, Paraguay con le loro in gran parte legittime ma a volte semplicistiche aspirazioni di riappropriazione delle risorse, ma anche l’Argentina e il Cile con le proprie innovazioni politiche, Cuba con una testimonianza ancora viva pure se inficiata da limiti visibili, hanno preso il centro della scena nel mondo multipolare.

Secondo Castaneda, intervenuto sulle questioni latinoamericane alla fine del 2009, gli Stati Uniti sono destinati a ridurre la propria influenza nelle Americhe meridionali ma il loro ruolo resterà determinante nella soluzione delle crisi ancora in corso e parteciperà alle strategie di sviluppo che si stanno definendo. Messico, Brasile, Argentina, sono nella sua descrizione del panorama iberoamericano le avanguardie di una combinazione inedita di autodeterminazione nazionale e sviluppo dei diritti umani.

Castaneda ha menzionato logicamente il trauma del colpo di stato in Honduras, di cui resta da chiarire l’acquiescenza preoccupante da parte di settori economici e politici del mondo sviluppato, in assenza della quale sarebbe difficile immaginare la lunga tenuta dell’avventura di Micheletti, e menziona anche la tendenza autoritaria assunta dal governo di Chavez in Venezuela, una vicenda che, aldilà della piega antioccidentale e poco rispettosa delle regole democratiche che ha assunto negli ultimi anni, ha rappresentato per Caracas un esperimento capace di restituire al Venezuela ed a un’area più ampia una possibilità di autogoverno e di partecipazione improbabile pochi anni prima.

Tra l’interventismo invasivo del Novecento ed una nuova epoca di assenza delle iniziative nordamericane nell’America Latina, ha osservato Castaneda, esiste una via di mezzo che tenga conto dei rapporti anche positivi ed in ogni caso complessi (ed ineliminabili da un giorno all’altro se non a costo di scompensi dalle conseguenze poco prevedibili). America Latina e Stati Uniti sono legati storicamente, Brasile e Usa collaborano ai progetti riguardanti l’economia sostenibile ed a molto altro, Washington non può fare a meno di acquistare idrocarburi da Caracas (per quanto le politiche neoconservatrici nordamericane abbiano cozzato contro i progetti di nazionalizzazione portati avanti da Chavez). E lo sviluppo cileno resta interrelato a quello statunitense anche se settori importanti degli Usa hanno avuto un ruolo nella terribile ascesa di Pinochet e nella longevità del suo regime.

Castaneda ritiene che le istituzioni regionali e gli strumenti della democrazia siano in grado di inquadrare in una cornice di lungo periodo (e nella quale gli Stati Uniti e le potenze dell’area possano avere una parte attiva) le istanze di quella sinistra anche populista ma protesa a mettere in prima fila le fasce popolari a lungo escluse nel subcontinente latino: i governi nazionalisti di sinistra paraguayano, venezuelano, boliviano, ecuadoriano, la potenze storiche brasiliana e messicana, le esperienze cubana e nicaraguense.

Se gli Stati Uniti trovano la traiettoria per un rapporto rispettoso della sovranità a sud e le società sudamericane superano le ostilità stratificatesi nel ventesimo secolo, questo potrebbe dirsi davvero concluso per le Americhe, le cui responsabilità vanno verso un maggiore equilibrio nell’epoca del mondo multipolare.

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Irlanda: i servizi sociali rivedono l’assistenza ai genitori “single”

 
 
 

Il degrado nella maggior parte dei quartieri è fortunatamente un lontano ricordo: i servizi sociali hanno avuto la loro parte nello sviluppo ma oggi si pensa a ripensarne l'impianto laddove non hanno dato i risultati sperati

La crisi ha colpito duro il budget del Governo, ma il Ministero della Famiglia e degli Affari Sociali vorrebbe introdurre una revisione generale del sistema assistenziale che nella Repubblica ha sollevato più volte critiche, per gli scarsi effetti positivi nel reinserimento nel mondo del lavoro e nella rete sociale.

Adesso potrebbe accadere che il Governo decida di ridurre gli anni di sostegno per i genitori, un modo per incoraggiarli a una maggiore iniziativa individuale ma forse soprattutto un modo per fare cassa in tempi di crisi.

A Dublino, perlomeno nelle aree più periferiche, non è difficile imbattersi in qualcuno che critica l’eccessiva generosità dello stato verso una parte della popolazione urbana, che poi è la parte un pò più da “cartolina” sia pure non delle più amene. I problemi di dipendenza dagli alcolici non sono generali ma esistono, tuttora accompagnati in alcune aree da una situazione in cui i giovanissimi debbono crescere praticamente da soli. Tutto ciò sta rapidamente cambiando in meglio e già negli ultimi cinque anni il volto dell’Irlanda si è ulteriormente trasformato, cancellando gran parte dei segni dei disagi passati che già dagli anni ottanta al duemila erano stati decimati lasciando il posto allo sviluppo.

Situazioni paradossali, specialmente in periferia, permangono e qui si è inserito nel dibattito sul ruolo dello stato l’intervento di Mary Hanafin, la quale è Ministro per la Famiglia e gli Affari Sociali e che oggi in una intervista al giornale “The Irish Times” ha detto sostanzialmente: meglio non pagare più il genitore che è rimasto da solo fino al raggiungimento del ventiduesimo anno di età da parte dei figli che stanno ancora studiando, ma erogare i sussidi soltanto fino a tredici anni. Dopo, è stata l’argomentazione, i ragazzi spenderanno più tempo a scuola e il genitore avrà a sua volta più tempo: anche per cercarsi un lavoro o un lavoro migliore.

Non è un sasso nello stagno completamente astratto dal sentire comune dell’irlandese medio. Guardando le periferie, molti pensano che garantire 225 euro alla settimana al genitore rimasto da solo con un figlio o una figlia come fa lo stato in Irlanda non assicura nulla sull’utilizzo che questa madre o questo padre farà della somma assegnatagli, sulla sua formazione professionale o su quella culturale della prole. Inoltre l’attuale sistema irlandese, che porta questo aiuto fino ai 18 anni e nel caso evidenziato all’inizio a 22, è molto più “sociale” ad esempio di quello inglese, che per la maggior parte dei casi si ferma all’età di 7 anni. Ma che non è detto che il metodo inglese funzioni di meno, socialmente.

Beninteso, se è vero che uno stato eccessivamente diligente verso chi è rimasto solo con figli potrebbe perfino rappresentare un freno alla ricostituzione di una vita completa da parte dei soggetti assistiti (Mary Hanafin afferma che addirittura qualcuno potrebbe pensarci due volte a costruire di nuovo la famiglia con un nuovo compagno), lo stesso Ministro ammette che dare almeno fino al completamento della prima parte degli studi un supporto al genitore significa aiutarlo a programmare una formazione professionale e dove necessario un reinserimento per sè stesso e indirettamente per i figli.

Più di 87.000 persone (l’Irlanda ha circa quattro milioni di abitanti) ricevono il sussidio in questione, discussioni sulle attitudini umane in fatto di iniziativa autonoma o dipendenza pubblica a parte, ridurne drasticamente il numero in tempo di crisi ed in presenza di scarse opportunità di trovare o migliorare posizioni professionali significa influire in maniera quantitativamente negativa anche sull’economia. Ma la discussione sul tema è qualcosa che in Irlanda sarebbe bene iniziare.

Aldo Ciummo

Da European Alternatives / Interview with Seyla Benhabib

 

The Rights of others, copertina di un libro di Seyla Benhabib. Euroalternatives è un progetto che partendo da una visione sociale dell’Europa si propone di stimolare la partecipazione dal basso alla costruzione politica del continente come paese. L’intervista a Seyla Benhabib di Giuliano Battiston si trova anche in italiano sul sito http://www.euroalter.com

Introduciamo la prima parte di una intervista a Seyla Benhabib, che è presente per intero sul sito di European Alternatives per la quale è stata scritta da Giuliano Battiston, così come pubblicata sulla home del sito

www.euroalter.com (sul quale l’articolo è disponibile anche in italiano) .  

Seyla Benhabib insegna Scienze Politiche e Filosofia all’Università di Yale. Si è occupata molto della ridefinizione della cultura, della democrazia e del concetto di confine nell’epoca dei migranti che è quella attuale.

Si consideri questa una introduzione ad articoli in altre lingue europee che si affiancheranno a quelli in italiano, Skapegoat sta coinvolgendo collaboratori italiani e stranieri.

 Ma questo articolo è un servizio di European Alternatives e la pubblicazione di questi paragrafi è da considerarsi un invito all’approfondimento del sito del progetto citato.

Interview with Seyla Benhabib

 

di    Giuliano Battiston

Seyla Benhabib is a professor of political science and philosophy at Yale, and director of the program in Ethics, Politics, and Economics, and a well-known contemporary philosopher. She is the author of several books, most notably about the philosophers Hannah Arendt and Jürgen Habermas. Benhabib is well known for combining critical theory with feminist theory.

 GB: Some people and scholars maintain that restrictions on immigration are necessary, in order to protect a country’s political and legal culture and its constitutional principles. Instead, you have often asserted that the presence of individuals whose cultural identities differ from the majority can strengthen a society’s constitutional laws – leading “to a deepening and widening of the schedule of rights in liberal democracies” – thanks to what you call a “jurisgenerative politics”. Could you explain it to us?

SB: According to me, an immigrant person introduces a new ubjectivity into the host society, and brings in a set of new demands. If we look through some of the most sensitive questions recently to have come out across Europe – the hijab, polygamy and the debate about the setting of courts or legislations consistent with sharia – we realize that these cases emerge from a profound cultural challenge that could be productive. Democratic liberalism founds itself on principles and values: the constitution fixes some principles, which in their turn reflect fundamental values about nature and human dignity.

It is anyway necessary to belongbear in mind that values are abstract and place themselves on what we could call a regulatory level. In every specific case, we should identify some values and principles that are more fundamental than others and, according to them, handle different ways of living within our cultures. Obviously, there can be principles of incompatibility: for instance, I do not accept the principle of polygamy, because I believe it is not egalitarian, it violates gender equality and women’s dignity. But there are also occasions when our disagreement must be subordinated to attempts to find a “human” solution to certain problems.

It is just in these attempts that a jurisgenerative practice is produced: there is a “jurisgenerative praxis” whenever there is a confrontation with new subjectivities and demands, which allow us – or forces us – to rethink the true basis of our constitutional principles, and sometimes pushes us towards a new and diverse articulation of our fundamental values. This usually occurs when we discuss issues such as equality, when we question ourselves about the legitimacy of wearing hijab at workplaces or the legitimacy of homosexual marriages.

(il resto dell’articolo di Giuliano Battiston può essere letto su www.euroalter.com , nessun amico dell’Europa è un concorrente, NdR)