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Commissari europei sotto esame

Oggi comincia il giro di domande degli europarlamentari ai Commissari, sorta di ministri della comunità, anche se con un profilo molto più tecnico, che nasce dalla natura delle istituzioni della Unione e dal metodo consensuale con il quale vengono scelti tra i gruppi politici maggiori e in rappresentanza di tutti i paesi coinvolti.

 

 

 

Le commissioni parlamentari dell’organo elettivo del Parlamento Europeo esamineranno competenze ed intenti di ogni commissario a partire da oggi. La Commissione precedente ha terminato le proprie funzioni il primo novembre 2009 e i due mesi e mezzo che sono trascorsi hanno alimentato curiosità accademiche ed interessi prosaici da parte di addetti ai lavori, gruppi economici e amministratori di ogni sorta.

Il Trattato di Lisbona, entrando in vigore, ha causato dei ritardi rispetto alla normale prassi. Quella che non è ancora una vera e propria costituzione europea, ma una base senza precedenti per l’unione politica della nostra comunità sul continente  è entrata in vigore il primo dicembre.

Da allora fino ad oggi i Commissari hanno potuto lavorare assieme ai funzionari che operano in base alle loro direttive e l’opinione pubblica ha iniziato a vagliare i profili di personaggi più esposti all’attenzione, come il francese Michel Barnier (nuovo commissario al mercato interno).

Aldo Ciummo

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La Spagna da gennaio presidente di turno Ue

 

L'Unione Europea è un progetto vivente in corso di crescita anche territoriale e di definizione e ridefinizione della propria identità e dei propri mezzi: da una parte lo snellimento istituzionale determinato dal Trattato di Lisbona e dall'altra l'eccezionale impegno della Svezia nel semestre della Presidenza di turno (in linea con un contributo molto significativo di stimoli e progetti da parte dell'intera area nord europea specialmente Uk, Danimarca, Finlandia e in cooperazione dall'esterno, con lo Spazio Europeo, Norvegia e Islanda) hanno reso possibile una straordinaria accelerazione nei sei mesi appena passati. I progetti avviati saranno oggetto di approfondimenti tematici sulle pagine del sito.

Venendo ad assumere ora il ruolo che spetta per sei mesi a rotazione a ogni paese della comunità, la Spagna potrà contare sull’enorme lavoro svolto in questi mesi dalla Presidenza Svedese e su un ingranaggio istituzionale che è stato modificato in profondità dal Trattato di Lisbona.

La Spagna ha assunto, con l’inizio del 2010, la presidenza di turno della UE. In realtà lo stato iberico avrà meno poteri, perchè nel frattempo il Trattato di Lisbona ha cambiato il sistema istituzionale della Comunità.

 Ora l’Unione Europea ha infatti un presidente permanente, che resta in carica due anni e mezzo, il primo è Herman Van Rompuy, premier belga che ha recentemente evitato l’impasse nel governo di Bruxelles dovuto al mancato accordo tra partiti fiamminghi e partiti valloni.

Ed ha un ministro degli Esteri, Catherine Ashton, che è una donna inglese che ha svolto una opera egregia nel sociale e nella politica del suo paese, la Gran Bretagna, paese la cui importanza nel cuore della Unione Europea è destinata ad essere riconosciuta, con il progresso del continente e la progressiva marginalizzazione delle tendenze centraliste degli stati fondatori.

Quella della Spagna è una posizione in qualche modo difficile, trattandosi di uno stato che in alcune fasi delle trattative che hanno preceduto il Trattato Lisbona ha creato più polemiche che altro, allineandosi anche a richieste eccessive di alcuni paesi dell’est come la Polonia.

Sulle spalle dello stato iberico c’è anche una eredità difficile da emulare, perchè la presidenza che si sta chiudendo, gestita con molto impegno dalla Svezia, ha portato all’Europa parecchi risultati, l’elaborazione di strategie lungimiranti in fatto di istruzione, ambiente ed impresa e difatti anche su queste pagine i lettori troveranno nei primi mesi dell’anno appena iniziato servizi dedicati nel dettaglio e nello specifico al lavoro svolto da Stoccolma.

Ma occorre sottolineare anche la novità strutturale apportata dal Trattato di Lisbona, con lo snellimento delle procedure decisionali e la facilitazione delle iniziative con le quali si esprime la partecipazione dei cittadini nella politica del continente, sforzi istituzionali portati avanti dalla Commissione Barroso e dalle pressioni del Parlamento Europeo, organo il cui ruolo in crescita indica una possibile democratizzazione di un progetto, l’Europa, ancora molto distante dalla vita dei suoi milioni di cittadini.

Non a caso, accanto alle prospettive dei paesi nordici e di tutta quell’area nord dell’Europa dentro e fuori la UE istituzionale, vicino alla trasformazione della politica avviata dalla crescita della partecipazione femminile e al mutamento della società grazie alle immigrazioni, il sito terrà un occhio, anche retrospettivo, a ciò che le novità introdotte dal Trattato di Lisbona significano in pratica, sono proprio queste ristrutturazioni dell’archittettura europea, se così si può dire, che rendono più efficaci anche nel lungo periodo le iniziative positive che la Svezia ha messo in campo in quest’ultimo semestre e di cui ci sarà bisogno di seguire il percorso anche nel 2010 perchè non sono state pensate per un mese o per un anno in particolare ma per fornire un apporto  ragionato al futuro dell’Europa.

Comunque, la Spagna ha espresso, nell’acquisire la carica per i prossimi sei mesi, le sue priorità: il primo ministro Jose Ruiz Rodriguez Zapatero ha elencato il miglioramento delle relazioni con l’America Latina, la cooperazione con la Croazia per una rapida adesione, la cura delle relazioni con la Turchia. La Spagna di fatto presiederà soltanto la riunione dei ministri degli Esteri europei, appunto perchè il Trattato ha cambiato tutto il sistema e non sarà più la presidenza di turno ad essere al centro, anche se si è deciso di lasciare per il momento la rotazione.

Aldo Ciummo

Da Euroalternatives / Reconnecting Power and Politics

Introduciamo la prima parte di una analisi di Zygmunt Bauman, che è presente per intero sul sito di European Alternatives (www.euroalter.com), anche nella sezione in lingua italiana. Euroalternatives è un progetto che ha alla sua base una visione sociale dell’Europa come costruzione politica partecipata. I paragrafi che seguono rappresentano la prima parte di un articolo di European Alternatives e sono quindi un invito all’approfondimento del progetto e del suo sito. Si tratta di una riflessione di Bauman sul ruolo dei partiti socialdemocratici.

Reconnecting Power and Politics

 

di Zygmunt Bauman

Ten years ago Gerhard Schröder declared that: ‘economic policy is neither left not right. It is either good or bad’. Today we can conclude that this was a self-fulfilling prophecy.

 Then, eleven out of fifteen governments of the European Union were run by socialists. Now – in election after election, in country after country – the left has been elbowed out of state power. The crucial point, though, is that such changes of the guard have ceased to matter.

In the course of the last decade, social democratic parties have presided over an ‘economic policy’ consisting of the privatisation of gains and the nationalisation of losses; they have run states preoccupied with deregulation, privatisation and individualisation.

It is no wonder that voters have come to associate social democrats with the neoliberal policy of dismantling the communal frameworks of existential security leaving individual men and women to manage their fates on their own, from their individual and mostly scarce and inadequate resources. There is now next to nothing to distinguish between the ‘left’ the ‘right’, in economic, or any other, policy.

In recent years to be on the ‘left’ has come to signal an intention to be more thorough than the ‘right’ in carrying out the agenda of the right, and better at protecting such undertakings from the backlash inevitably caused by their dire social consequences. It was Tony Blair’s ‘New Labour’ that laid institutional foundations under Margaret Thatcher’s inchoate ideas about there being no such thing as society, ‘only individuals and families’.

It was the French Socialist Party that did most work on the dismantling of the French social state. And in East-Central Europe it is the ‘post-communist’ parties, renamed as ‘social democrats’ (wary as they are of being accused of lingering devotion to their communist past), that are the most enthusiastic and vociferous advocates – and most consistent practitioners – of unlimited freedom for the rich and the leaving of the poor to their own care.

(Il resto dell’articolo di Zygmunt Bauman può essere letto su www.euroalter.com, nessun amico dell’Europa è un concorrente, NdR)

Alisa Del Re: “Gli ostacoli alla partecipazione femminile sono ancora alti”

 

Un luogo di lavoro: uffici, fabbriche, strade, i punti di riferimento dove la produzione materiale ed intellettuale, la mobilitazione sociale, l'associazionismo, le relazioni informali si sviluppano sono anche i punti di aggregazione dove la partecipazione nasce, prima ancora di strutturarsi nella politica e di essere organizzata nelle istituzioni. La situazione in questi luoghi è il termometro e la bussola della democrazia.

La docente di Politiche Sociali e Pari Opportunità all’Università di Padova, intervistata sull’evoluzione della democrazia in Italia ed in Europa in relazione al ruolo delle donne, ha contribuito al panorama che il sito sta tracciando riguardo i rapporti tra protagonismo femminile sul territorio e qualità della democrazia.

“Vedo un mancato riconoscimento del valore, sia in termini materiali che formali, della rilevanza del contributo che le donne potrebbero apportare nella vita pubblica se vi fossero spazi adeguati per la loro presenza” è l’opinione di Alisa Del Re, docente di Politiche Sociali e Pari Opportunità presso l’Università di Padova. Alisa Del Re ha ricordato come molte studiose hanno evidenziato che l’apporto relazionale informale (il care) assicurato dalle donne è alla base di uno sviluppo equilibrato della società.

“Questo è stato considerato per lungo tempo un ostacolo alla partecipazione femminile formale ed informale, perchè la vita democratica è stata analizzata sulla base del modello di partecipazione maschile – ha affermato la docente dell’Università di Padova – la cultura politica di un territorio dovrebbe essere esaminata in funzione delle possibilità di integrazione dei contributi di tutti i diversi componenti della società, ovviamente eliminando tutti gli ostacoli (anche interpretativi) che impediscono una effettiva partecipazione”.

Alisa Del Re ha aggiunto che una analisi portata avanti dal gruppo Choisir la cause des femmes (un gruppo di giuriste francesi presieduto dall’avvocato Gisèle Halimi) identifica come azione prioritaria per l’Unione Europea “la presa in conto di legislazioni più favorevoli alla libertà femminile per farle diventare l’indicazione comune per tutti gli stati”. Per la docente di Politiche Sociali e Pari Opportunità, c’è poco di democratico quando la metà della popolazione ha un salario inferiore per ragioni di sesso e dove, in Europa, complessivamente le rappresentanti sono il 30% del totale nella realtà politica.

“Io credo che gli ostacoli al protagonismo femminile, sia a livello locale che a livello nazionale, siano ancora alti, nonostante le donne dimostrino di essere preparate (alto livelli di studio) e capaci di affrontare praticamente problemi organizzativi e di espressione politica (nella maggior parte dei casi al di fuori dei partiti politici). Basti vedere a livello di espressione dei bisogni della popolazione l’alta e qualificata presenza femminile” sottolinea Alisa Del Re, citando a questo proposito il comitato No dal Molin di Vicenza, diretto da donne.

La docente di Politiche Sociali e Pari Opportunità non ritiene che i casi virtuosi siano esportabili da una parte all’altra dell’Europa e che esistano davvero isole felici, come si dice, ma nemmeno crede in una funzione “salvifica” dell’ingresso femminile negli organismi dirigenziali dei partiti, anche se pensa che una situazione paritaria negli organi elettivi porterebbe ad una ridefinizione positiva dell’agenda dei bisogni ammessa dalla politica.