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Europarlamento concentrato sul commercio

 

Il mese di marzo si è aperto con discussioni su temi disparati: due votazioni hanno riguardato problemi attuali dell’agricoltura e dei consumatori

Una settimana fa, con un atto non legislativo, l’assemble di Strasburgo si è espressa su un tema attuale nell’economia del continente. Una delle richieste che l’assemblea di Strasburgo ha inoltrato alla Commissione all’inizio di questo mese è di evitare concessioni commerciali che potrebbero sortire effetti negativi sull’agricoltura europea, quando si tratta di negoziare con paesi terzi. Target delle preoccupazioni degli eurodeputati sono i dialoghi aperti al riguardo con il Mercosur (organizzazione che rappresenta la maggior parte degli stati latinoamericani) e con il Marocco. La relazione preparata da Georgios Papastamkos (europarlamentare greco del Partito Popolare Europeo, Centrodestra) chiede all’esecutivo di non barattare l’accesso al mercato agricolo dei paesi terzi con decisioni che danneggiano il comparto.

Una critica è necessaria, perchè se è vero (e su queste pagine web è stato ribadito più volte) che la UE deve iniziare a difendere in maniera più coerente l’insieme dei propri interessi economici, culturali e valoriali, tra questi c’è un ruolo di potenza civile e che non è certo compatibile con la protezione di dazi di ogni genere e con l’ostacolo alle opportunità concorrenziali di paesi emergenti. A questo bisogna pure aggiungere che il settore agricolo manterrà sempre la sua importanza nella comunità, ma non è pensabile che lo faccia attraverso una tutela isitituzionale che rischi per di più di frenare altri settori che le concessioni le fanno appunto per aprirsi nuovi mercati nel pianeta.

Ricordato questo, è assodato che il settore agricolo europeo garantisce la sicurezza e la qualità alimentare, bene quindi l’inserimento nella relazione di quegli standard in materia di ambiente, fauna e flora e dell’applicazione delle regole anche ai beni importati, verificato beninteso che non sia un’altra scappatoia per stoppare beni in entrata provenienti da nazioni concorrenti magari già svantaggiate. Una richiesta giusta che viene dall’assemblea elettiva è sicuramente l’esigenza che i deputati siano informati sull’andamento dei negoziati (ne sono iniziati con Canada e Ucraina nel 2009 e ad oggi Strasburgo ancora ignora gran parte di quello che l’esecutivo sta facendo in materia).

I parlamentari europei riferiscono che una offerta definita molto generosa è stata fatta dalla UE nel quadro dell’agenda di Doha per lo sviluppo (ADS) senza ottenere equivalenti concessioni commerciali, ciò è senza dubbio da approfondire perchè tutto il ruolo dell’Europa si basa anche sul suo peso, non ultimo economico. Quando si sottolinea che non devono essere sostenuti atteggiamenti anticoncorrenziali non si intende certo affermare che non si debbano ricercare e determinare utilizzando la forza politica a disposizione aperture speculari da parte degli interlocutori, che non sono avversari ma soggetti in crescita che possono avere una posizione complementare a quella dell’Europa, nei casi in cui valutano bene la reale influenza che l’Unione Europea sta acquisendo, a partire dagli ultimi decenni ma in particolare in questa prima porzione di secolo, nel panorama internazionale.

E’ auspicabile quindi che la prossima Politica Comune Europea (PAC) non costituisca più uno strumento politico tradizionalmente protettivo di una categoria della produzione che oggettivamente mantiene talvolta più influenza del suo contributo reale all’economia attuale, ma soltanto una delle leve più importanti del bilancio europeo, regolata in maniera da contemperare le opportune (però un pò protezionistiche) preoccupazioni degli eurodeputati e gli indirizzi (spesso altrettanto sbilanciati dal lato liberista) di apertura a mercati che ci si augura non vengano visti dalla Commissione Europea soltanto come sbocchi commerciali per le produzioni europee ma anche come ambienti di sviluppo di istituzioni ed opportunità coerenti con i princìpi di partecipazione e solidarietà per i quali la nostra Europa è nata nel 1957 in Italia (che allora era un paese in via di sviluppo).

La conclusione di Strasburgo è stata che la Commissione dovrebbe sempre garantire concessioni tariffarie simmetriche, quando discute accordi di libero scambio, soprattutto con paesi che hanno un forte settore agricolo. Una critica plausibile è la ripresa dei negoziati con il Mercosur latinoamericano senza previa discussione con Consiglio e Parlamento, infatti il minimo che ci si aspetta, in una Unione Europea bisognosa di un contrappeso ai poteri acquisiti dall’esecutivo con il Trattato di Lisbona, è che gli organi che rappresentano direttamente i cittadini, come il Parlamento, possano svolgere la loro funzione accrescendo il loro ruolo, nel modo anch’esso previsto dalla carta di Lisbona.

Aldo Ciummo

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Le TV estranee alle ultime generazioni di europei

 

Secondo le conclusioni del Parlamento Europeo in materia di comunicazione, Radio e Televisioni hanno bisogno di unirsi alle nuove tecnologie per stare al passo con la società europea

Radio e televisioni pressate da esigenze economiche, indebolite nello specifico ruolo di soggetti indipendenti, in difficile confronto col mercato e spesso non in sintonia con giovani generazioni più abituate ai nuovi mass media: questi sono in sintesi i principali punti critici nel sistema della comunicazione di massa così come lo conosciamo e che tuttora è al centro della vita pubblica nella maggior parte dei paesi del continente.  A dirlo questa volta non è uno studio del settore ma il Parlamento Europeo, che il 25 novembre ha concluso così un dibattito che tocca uno dei nervi scoperti nella costruzione della democrazia europea.

Il paradosso dell’Europa è che il deficit di partecipazione nasce dall’unione di stati che per la stragrande maggioranza hanno forti e longeve tradizioni di dibattito pubblico e di rispetto dei diritti, ma che nella gelosa conservazione delle proprie vie nazionali alla democrazia finiscono per perdere la capacità di autorappresentarsi in una volontà politica comune, che di conseguenza è delegata ad un insieme di strutture burocratiche (le istituzioni dell’Unione Europea) a torto o a ragione percepito da moltissimi cittadini come distante dai propri problemi e dalle proprie aspirazioni e spesso dipinto per scopi demagogici addirittura come contraltare dei princìpi della rappresentanza assicurata dai parlamenti nazionali e come antagonista capace di indebolirli.

Il sistema radiotelevisivo è un nodo importante, perchè ogni paese sta sperimentando nel proprio mercato della comunicazione la miopia di politiche culturali tese a rinchiudere la prospettiva dei cittadini nella sfera nazionale. Certo, questo non avviene nei paesi più avanzati come il Regno Unito che hanno storicamente una prospettiva mondiale ed è un limite mitigato dalla consuetudine al confronto storico con altri culture anche in diversi altri casi di stati di grande peso nel continente, ma spesso avviene e specialmente ad Est e nel Mediterraneo radio e televisioni hanno giocato un ruolo che raramente è stato davvero europeista.

Le radio e le televisioni del servizio pubblico affrontano anche problemi di confronto con il mercato, ostacoli che l’ingerenza della politica non ha aiutato a superare. Con la risoluzione di Ivo Belet (PPE, Be), gli eurodeputati hanno affermato che l’indipendenza e la sicurezza finanziaria delle emittenti pubbliche ad oggi è pregiudicata da difficoltà di ogni ordine e grado.

Il documento, adottato con 522 voti a favore, 22 contrari e 62 astenuti, invita apertamente gli stati membri a porre fine alle interferenze politiche relative ai contenuti dei servizi offerti dalle emittenti di servizio pubblico, sottolineando che i valori europei della libertà di espressione, pluralismo dei media ed indipendenza dovrebbero essere la priorità per tutti i paesi membri.

Si immagini quanto occorrerebbe cambiare in profondità la situazione in Italia, dove sul pluralismo in un sistema monopolistico per la chiara riconducibilità delle emittenti presenti ad un unico soggetto privato ognuno può giudicare facilmente e dove la presenza di una evidente commistione tra pubblico e privato si accompagna ad un intervento sui contenuti che oltre ad ispirare il quadro generale raggiunge le singole puntate delle trasmissioni proposte ai cittadini.

Una proposta che viene dal parlamento di Strasburgo è quella di dare all’Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo il mandato e le risorse di raccogliere dati e realizzare ricerche su come gli stati membri applicano tali principi, insistendo che dovrebbero essere chiamati a rispondere del mancato rispetto degli impegni.

 Ci sono in questa proposta due carenze che spesso sono notate dal comune cittadino quando guarda alle iniziative politiche europee: la prima è che ci si ferma alla dichiarazione d’intenti, perchè manca il “come” gli stati saranno chiamati a rispondere, lacuna che suggerisce agli abitanti “della strada” in Europa che subiranno esborsi di fondi pubblici per poter sapere come e quando i loro diritti non sono stati rispettati e contemporaneamente resteranno certi che la situazione resterà immutabile, la seconda è che il Parlamento chiamato dai cittadini (in quanto unico organo da loro direttamente eletto) a disegnare quale sarà l’Europa, non ha di fatto ancora poteri sufficientemente solidi per imporre la propria prospettiva, faticando pertanto ad essere riconosciuto come una assemblea eletta per qualcosa di cui potrà farsi responsabile di fronte a coloro che lo hanno nominato.

Un capitolo particolare su cui la UE continua a battere è anche l’opportunità di offrire contenuti online di qualità, una politica che guarda alla realtà dei consumi di media e di informazione, nel quadro della crescita dell’utilizzo del web soprattutto da parte delle ultime generazioni di utenti. A questo proposito il Parlamento Europeo si preoccupa del completamento delle disposizioni giuridiche in merito alle attività su internet del servizio pubblico di radiodiffusione, mancanti in alcuni paesi. E’ un pò come se si dicesse: spesso le televisioni hanno contribuito a costruire l’identità nazionale, oggi dovrebbero far parte del cemento che farà stare insieme l’Europa, non si può pensare di includervi soltanto le vecchie generazioni di europei.

Aldo Ciummo