Gli eurodeputati hanno chiesto una maggiore tutela delle produzioni tipiche dei paesi in via di sviluppo di fronte agli abusi da parte di aziende multinazionali
Nel mercato mondiale accade spesso che le multinazionali siano in grado di esercitare quella che viene definita “biopirateria”, cioè lo sfruttamento di piante con proprietà medicinali ed altri prodotti tipici di alcuni paesi in via di sviluppo, senza condividere minimamente i profitti con le popolazioni dei luoghi, la prevenzione di questo abuso è stata discussa in una risoluzione approvata martedì 15 gennaio dall’Europarlamento.
Nel testo (si tratta di una risoluzione non legislativa) si afferma che la pratica di brevettare e commercializzare conoscenze tradizionali e risorse genetiche di interi paesi può nuocere allo sviluppo socioeconomico delle aree geografiche interessate dal fenomeno e che dal momento che più dei due terzi delle popolazioni dei paesi poveri dipendono in maniera diretta dalla biodiversità per quanto riguarda la loro sopravvivenza, gli effetti prevedibili di questo fenomeno di sfruttamento da parte di realtà più forti ed organizzate come molte multinazionali sono dirompenti per intere regioni.
Il paradosso di fronte al quale ci si trova è che se la maggior parte del patrimonio biologico del mondo è situato nei paesi in via di sviluppo, contemporaneamente la maggioranza dei brevetti è detenuta dai paesi sviluppati. Le norme concernenti le risorse naturali e le conoscenze tradizionali sono variabili e lacunose e molte aziende approfittano di questa situazione per ricavare un profitto senza cederne una parte alle comunità locali nel quale questo ha la sua origine. La relatrice Catherine Grèze (Verdi, Francia) ha sottolineato questa criticità della normativa internazionale. Gli eurodeputati chiedono che la concessione del brevetto possa essere effettuata solo dopo l’accertamento della provenienza del sapere contenuto nella descrizione e soltanto in presenza del consenso delle autorità del paese in cui tale sapere ha origine e che sia prevista una condivisione dei benefici economici, a supporto dello sviluppo del paese che fornisce il suo consenso.
L’Unione Europea, per arrivare davvero ad un risultato che garantisca una equità nei confronti di regioni del mondo che si trovano in una condizione svantaggiata, dovrebbe modificare sostanzialmente il suo atteggiamento, evitando di proporre ai paesi in via di sviluppo accordi commercali onnicomprensivi, che hanno come risultato una cessione della proprietà intellettuale (riguardante ad esempio sementi e farmaci) e anzi la UE dovrebbe dare il suo contributo nell’elaborazione di istituzioni apposite che proteggano le comunità locali da fenomeni di espropriazione dei loro saperi. La Commissione si è mossa in questa direzione, implementando il protocollo di Nagoya, un documento che tutela i diritti di tutti i paesi in merito all’uso di risorse genetiche e di conoscenza tradizionale.
Aldo Ciummo
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