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Italia arretrata nell’occupazione femminile

 

Dall’ultimo rapporto del Cnel emerge che nello stivale c’è un tasso di occupazione delle donne più di dodici punti inferiore alla media europea

A sentire dichiarazioni governative e maggiori telegiornali italiani (voci largamente convergenti negli ultimi anni) la coesione sociale nella penisola farebbe invidia a molti paesi in tempi di una crisi economica dipinta come più indulgente con lo stivale rispetto ad altre aree del mondo sviluppato, alle quali però bisognerebbe spesso riconoscere energiche e pronte reazioni, mirate a non pregiudicare i settori strategici della vita collettiva (esempio lampante: la Germania che preserva le risorse per l’istruzione tagliando altrove).

I dati raccontano spesso, per l’Italia, una realtà diversa, dove ai fattori quantitativi (riduzione degli occupati) si aggiunge squallore qualitativo: è imbarazzante per un paese altamente sviluppato vedere certificato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che il tasso di occupazione femminile, sceso al 46,4 per cento, si trova 12,2 punti percentuali sotto una media europea del 58,6 per cento, segno evidente anche di ritardi culturali e strutturali appunto perchè, come si ama ripetere, “la crisi ha colpito tutti i paesi” e in considerazione del fatto che in condizioni normali una crisi dovrebbe colpire in maniera uniforme (e anzi in presenza dell’economia sociale di mercato formalmente scritta nella nostra Costituzione repubblicana essere mitigata da meccanismi correttivi messi in atto dallo stato).

Il documento di osservazioni e proposte predisposto dal CNEL ed intitolato “Il lavoro delle donne in Italia”, curato dal gruppo di lavoro “Pari Opportunità di Genere” coordinato da Giuseppe Casadio, rileva anche altre curiosità italiane supportate da dati imparziali. Complessivamente, il tasso di occupazione italiano è sceso al 57,7 per cento, mentre quello femminile come si è visto se la cava ancora peggio con l’attuale 46,4 citato. La constatazione che le cose stanno ancora più male nel Sud della penisola e che l’eventuale presenza di figli rappresenta in termini di occupabilità e di retribuzione un aggravamento (sempre stando a dati ufficiali sebbene scarsamente pubblicizzati) rende il quadro più fosco.

Negli obiettivi stabiliti dal Trattato di Lisbona la soglia minima che ci si è proposti di raggiungere nell’occupazione femminile è il 60 per cento, non a caso, ma in ragione dello stretto legame esistente tra pieni diritti di espressione della persona associati alla maturità sociopolitica delle società ed effettive capacità di realizzazione economica e professionale. Il diretto rapporto tra i vari ambiti in cui i paesi mostrano la propria qualità della democrazia è tanto facilmente dimostrabile che in Italia presidenti del della Repubblica e del Consiglio dei Ministri sono stati sempre uomini e che i pochi ministri che non lo sono si trovano solo mettendo sotto la lente d’ingrandimento l’intera lista degli esecutivi e la situazione non è molto diversa nelle aziende e nei luoghi dove si esprimono le opportunità dirigenziali.

Il mancato accesso a diritti costituzionali, che non ha origine nella scolarizzazione  (indicanti risultati molto validi da parte delle donne nell’itinerario degli studi), si intreccia in maniera indicativa con un altro cortocircuito abbastanza palese tra arretratezza della cultura e difficoltà dello sviluppo: ad una situazione di promozione delle élites più inserite in una effettiva cittadinanza si affianca un’agenda di priorità che penalizza le risorse destinate all’istruzione, tendenza che non è un mistero e che non è nemmeno stato una esclusiva di parte negli ultimi quindici anni.

Nel rapporto del Cnel, si viene a conoscere che in assenza di una istruzione elevata, a quattro anni dal parto una donna con figli in sessanta casi su cento sta ancora sognando di tornare in attività, andando così ad aggiungersi, se si considera l’aspetto dell’indebolimento dell’istruzione, a tutti quei soggetti nati in quartieri non gettonatissimi oppure da genitori stranieri o senza notevoli risorse alle spalle, che vedono incrinato quel diritto all’integrazione a partire dall’istruzione e dal lavoro che è sinonimo della partecipazione sostanziale scritta in sintesi e in dettaglio nel Trattato europeo di Lisbona e nella Costituzione repubblicana italiana.

Aldo Ciummo

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Nuove strategie per l’Europa

 

Ieri la Commissione Europea ha presentato il piano per uscire dalla crisi e proiettare la comunità verso un modello di sviluppo valido per i prossimi decenni, ma le categorie classiche dello sviluppo fanno ancora da padrone.

 

di    Aldo Ciummo

Conoscenza, Sostenibilità e Inclusione sono nelle intenzioni della Commissione Europea gli strumenti per rafforzare l’economia e la società nell’Unione Europea. Gli obiettivi concreti sono cinque: nel 2020 il 75% delle persone di età compresa tra 10 e 64 anni dovrà avere un lavoro; il 3% del Prodotto Interno Lordo dovrà essere investito nella ricerca, poi ci sono il raggiungimento dei traguardi in materia di clima e di energia chiamati del 20-20-20 (il 20% di riduzione degli sprechi e altrettanto di aumento delle energie rinnovabili e 20% di riduzione delle emissioni nocive per l’atmosfera); e ancora la riduzione del tasso di abbandono scolastico in maniera da vederlo scendere sotto al 10% insieme all’aumento dei giovani con titolo di studio (laurea o diploma) fino al 40%. Infine, la Commissione ritiene importante che venti milioni di persone escano dal rischio povertà.

Al di là dell’iniziativa dell’esecutivo europeo, lungamente attesa, per disincagliare la comunità rispetto alle difficoltà attuali, occorre chiarire che gli effetti e le cause sociali di una crisi che ha investito tutto il modello di crescita, di consumi e di vita del mondo occidentale non può risolversi soltanto raggiungendo soglie quantitative di successi economici.

In questo senso le ambizioni espresse ieri sono ancora una volta piuttosto fredde rispetto alla vita concreta del continente, anche se contengono intuizioni giuste, come la funzione strategica della ricerca (che ormai per la verità sono dati dell’esperienza validi da decenni) e anche se fanno riferimento  a basi irrinunciabili, quali l’occupazione e la sostenibilità.

Non basterà infatti che le persone siano occupate nel mercato del lavoro, ma sarà necessario che questo sia regolato in maniera da rispettare i loro diritti, e questo, proclami europei a parte, è ancora un lontano traguardo in una gran parte dell’Unione e nella stragrande maggioranza di quelli che sono i rapporti di lavoro emergenti nell’epoca cosiddetta post-industriale.

Il problema climatico ed energetico, a sua volta, non può essere risolto soltanto con l’adesione politica a riduzioni di emissioni di un tipo oppure di un altro: bisogna evitare che i costi ricadano interamente su settori esposti della società e promuovere una cultura che permetta alle economie “verdi” di sostenere le popolazioni.

Anche l’inclusione sociale attraverso l’istruzione non si può fermare a obiettivi di alfabetizzazione funzionale che scimmiottano quelli di costruzione dello stato nazionale del secolo scorso e mirano oggi al soddisfacimento delle imprese e di quello che si assume come loro pensiero di società, ma deve permettere un maggiore protagonismo degli studenti ed anche un più ricco rapporto con il mondo del lavoro e la società circostante.

La riduzione della povertà, a sua volta, è inutile se si tratta di una illusoria difesa del benessere acquisito dalle popolazioni “storiche” della UE, senza puntare all’integrazione dei nuovi cittadini ed alla soluzione di una serie di problemi non meramente economici, dovuti all’esclusione sociale o al divario culturale, sperimentati massicciamente sia da fasce di popolazione autoctona, tra i pensionati, tra i precari e gli immigrati di seconda generazione, come pure tra extracomunitari oppure immigrati provenienti da altri paesi della comunità rispetto a quello nel quale si stabiliscono, tra clandestini oppure “sfruttati regolari” e tra le categorie di cittadini – e per il diritto come si è sviluppato in occidente ogni uomo è cittadino in quanto portatore di dignità – che oggi neppure rientrano con certezza in un gruppo oppure in un altro.

Norvegia all’avanguardia nella parità, Unione Europea ancora indietro

 

Europa ancora dispari sulle pari opportunità in molte aree geografiche ed in diversi settori dell’economia, oltre che da molti punti di vista in ambito di libertà e di opportunità sociali.

Dal dislivello nelle retribuzioni alle pressioni sociali, la partecipazione femminile nella comunità non è ancora valorizzata adeguatamente. Il Parlamento Europeo ha adottato ieri con 381 voti favorevoli, 253 contrari e 31 astensioni una relazione di Marc Tarabella, deputato belga dei Socialisti e Democratici. Il documento sottolinea la necessità di rafforzare le politiche di parità tra i sessi ed in particolare di raggiungere concretamente tale obiettivo al di là delle norme generali. I piani di ripresa economici basati sul supporto all’industria tradizionale, ritenuta al centro della crisi, incoraggiano principalmente settori dove la maggior parte degli occupati sono maschi. La relazione chiede una azione mirata a promuovere l’imprenditorialità femminile ed a fornire strutture di consulenza professionale.

 Il Parlamento ha potuto osservare che il differenziale retributivo medio tra donne e uomini stagna letteralmente tra 14 e 17,4 per cento dal 2000 e questo non è certo un dato positivo in una fase in cui gli obiettivi europei si erano invece proposti di valorizzare le migliori energie sociali, scientifiche ed economiche attraverso lo stimolo di una economia della conoscenza. Il fatto preoccupante è che la Commissione non ha ancora presentato una proposta legislativa sulla revisione della legislazione vigente sulla applicazione del principio della parità di retribuzione tra donne ed uomini, senza spiegare i motivi di tale ritardo.

 Il danno maggiore che si può verificare in tempi di crisi planetaria è la riduzione delle risorse destinate ai servizi sociali ma anche di quelle mirate ad assicurare la possibilità di autodeterminazione professionale delle persone, attraverso la formazione ed il sostegno all’impresa. Associato agli altri dubbi del parlamento è l’attuale limite costituito dall’assenza di un congedo di paternità a livello europeo, dato che quest’ultimo permette anche nel frangente della nascita di famiglie un grado di libertà individuale femminile accettabile per i princìpi europei.

Nel documento i deputati toccano anche il tema della rappresentanza istituzionale, laddove nel Parlamento Europeo ci troviamo ancora con uno scarso 35% di donne elette ed anche le presidenze delle commissioni parlamentari si ferma al 40%. Un altro tema, che richiede maggiori investimenti di volontà politica nel tempo è la diffusione di una cultura meno sessista che porti la società verso una maggiore libertà femminile anche attraverso un accesso più agevole al diritto alla contraccezione ed alla consultazione in questo ambito.

 Il Parlamento Europeo nella relazione approvata appoggia apertamente la decisione del governo norvegese (che non fa oggi parte della Unione Europea) di assicurare un peso delle donne di almeno il 40% nei consigli di amministrazione delle società private e di imprese pubbliche, sottolineando come la presenza nelle strutture decisionali faccia parte dell’autopromozione delle persone nella società odierna, invitando la Commissione a considerare l’iniziativa norvegese come un esempio da seguire nella Ue.

Aldo Ciummo

Il Parlamento Europeo preme per la creazione di un nuovo strumento a favore dei disoccupati

 

La crisi ha colpito duramente l'Europa. Mentre alcuni paesi hanno resistito dal punto di vista della pace sociale, si veda la relativa tranquillità dell'Italia anche a fronte di fatti come i casi Aldrovrandi e Cucchi, in altri paesi il persistere di squilibri nella distribuzione delle risorse ha generato un malcontento esploso violentemente a seguito di episodi di repressione (in Francia e più recentemente in Grecia)

In un momento di crisi come quello attuale lo sforzo dell’organo elettivo dell’Unione Europea di acquisire peso e ruolo politico si misura anche sul suo tentativo di rappresentare i cittadini comuni di fronte al progetto ambizioso ma distante dalla vita quotidiana della UE.

 

Il Parlamento Europeo ieri ha votato con 516 voti favorevoli, 82 contrari e 4 astensioni per l’introduzione di un nuovo strumento europeo di microfinanziamento per l’occupazione e l’integrazione sociale, “Progress”. Questo progetto è finalizzato ad offrire una strada nell’impresa ad alcuni gruppi di cittadini più svantaggiati nell’accesso ai finanziamenti.

Agevolare l’accesso al microcredito da parte di chi ha perso il lavoro, nelle intenzioni degli eurodeputati, è possibile attraverso  garanzie e  capitale azionario concessi a persone e imprese che hanno bisogno di un supporto inferiore a  25.000 euro.  Per microimpresa, si intende una impresa che occupa meno di dieci persone ed il cui fatturato totale di bilancio non supera i due milioni di euro.

“Lo scopo – è scritto nella risoluzione – è portare in tempi ragionevoli l’accessibilità e la disponibilità di microfinanziamenti  ad un livello sufficiente, in modo da rispondere all’elevata domanda  di chi in questo periodo di crisi ne ha più bisogno”

I soggetti interessati dal sostegno che l’Europa sta approntando sono coloro che hanno perso il lavoro, che incontrano difficoltà a rientrare nel mercato oppure si trovano in posizione critica rispetto all’accesso al credito convenzionale.  L’iniziativa concentrerà l’attenzione sulle pari opportunità per promuovere le attività intraprese da donne.

Aldo Ciummo

La responsabile delle questioni di genere nella Fnsi Lucia Visca: “progressi solo a fasi alterne nell’emancipazione femminile”

 

Qualcuno ricorda questo manifesto americano? illustrava un contributo senza il quale la lotta armata contro i razzisti in Europa non sarebbe stata vinta. Uno degli elementi medioevali sui quali i sistemi statalisti fascista e comunista facevano leva in Europa e cioè il sessismo permane in larga parte nelle società odierne di una vasta area del continente.

Lucia Visca è responsabile della Commissione Pari Opportunità Fnsi, anche a lei è stato chiesto un contributo di riflessione sui ritardi del Bel Paese (come lo chiamano) riguardo ai rapporti tra qualità della democrazia e partecipazione femminile, nel quadro dell’approfondimento di un tema che questo sito web non mollerà nel tempo. Anche perchè è una delle questioni sulle quali l’Europa si gioca il futuro.

Aldo Ciummo

Lucia Visca è la responsabile delle questioni di genere nella Federazione Nazionale della Stampa Italiana, come Presidente della Commissione alle Pari Opportunità, la comunicazione mediatica tiene il polso alla società più di altre organizzazioni e quindi le abbiamo chiesto, in base alla sua esperienza, cosa poteva riferire sulla altalenante situazione italiana in fatto di parità e sulle iniziative istituzionali ed europee che dovrebbero bilanciare le cose ma soprattutto indirizzare la cultura di massa e quella profonda della società.

Ci siamo chiesti se le istituzioni fanno qualcosa di positivo in materia e cosa fanno, a livello territoriale: “dipende – ha affermato Visca – ci sono le consulte regionali femminili e funzionano molto su alcuni temi come l’informazione, molto meno ad esempio sul lavoro. Ci sono molte situazioni regionali differenti, ad esempio in Emilia Romagna funziona bene il contrasto al mobbing.”  Ma il mobbing è già un fenomeno al limite, nel quotidiano le cose come vanno, la UE c’è ?

La presidente della commissione pari opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italiana dice a questo proposito che l’Unione Europea offre molte risorse per ridurre le disparità, investe molto sulle pari opportunità, però l’Italia spesso non chiede i fondi e non li spende. E che inoltre manca una informazione adeguata sul Fondo Sociale Europeo. “Permane una scarsa rappresentanza sul lavoro, questo è un grave problema perchè anche se aumenta la presenza numerica, non si riscontra un miglioramento della partecipazione perchè non c’è un riconoscimento adeguato delle competenze.”
 
I migliori risultati scolastici garantiscono un accesso sempre maggiore al mercato del lavoro, ma poi non si riscontra un riconoscimento attraverso la promozione agli alti livelli, questo in sintesi quello che da un osservatorio abbastanza accurato come la Fnsi si registra. Ma come è possibile, è stato quindi chiesto a Lucia Visca, che una dinamica che comunque ha portato importanti cambiamenti nel corso dell’anno si sia arenata. I movimenti femminili hanno semplicemente avuto lo stesso andamento che la spinta generale della società italiana prendeva, è stata la riflessione della responsabile Fnsi.
 
“La partecipazione è alla base della democrazia, negli anni ’70 ed ’80 anche la partecipazione  femminile ha fatto sentire i propri effetti, ma in seguito la disaffezione alla politica ha indebolito di più le conquiste che erano state date per scontate, accade con tutti i valori democratici.
Negli anni ’70 il movimento per i diritti delle donne aveva effettivamente contribuito a modificare in positivo i meccanismi di formazione della opinione pubblica”  ha ricordato Lucia Visca.

E la cultura generale della società non ha aiutato, si potrebbe aggiungere qui, terminato il contributo di riflessione gentilmente accordato da Visca. Il protagonismo femminile sta crescendo positivamente nei territori, nelle professioni e nei luoghi della vita di tutti i giorni, ma gli spazi che indirizzano la mentalità, dalle istituzioni alla televisione, hanno difeso spesso schemi dove le persone sono rinchiuse in schemi subalterni ed offensivi.

Anche nella polemica politica, (e qui si esprimono libere opinioni al di fuori dell’intervista della quale sono stati riportati prima i punti principali) ci si è trovati di fronte a maggioranze che danno un pessimo esempio nel modo di considerare le persone ed a minoranze politiche che fanno peggio, attaccando i governi con l’utilizzo di stereotipi inficiati da grave violenza maschilista nella mentalità,  oltre che in totale assenza di confronto tra proposte, povertà politica che accomuna gli schieramenti e si manifesta poi chiaramente nell’assenza di reali politiche di pari opportunità e nella diffusione di incultura nella comunicazione, assai più che nella società che presenta, sia pure a fasi alterne nel corso degli anni, elementi di maturità molto maggiore.