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L’Istituto Affari Internazionali entra nel Council of Councils

Lo IAI è entrato a far parte di una rete dei maggiori istituti internazionali di politica estera, con l’obiettivo di promuovere il dibattito sulla governance globale

L’Istituto Affari Internazionali (IAI) è stato chiamato a far parte del Council of Councils, una rete dei maggiori think tank internazionali di politica estera, organizzata dal Council on Foreign Relations di New York. L’obiettivo è la promozione del dibattito sui temi centrali della cooperazione multilaterale.

Gli altri centri di ricerca coinvolto sono diciotto, la composizione del Council of Councils rispecchia quella del G20. Il 12 e 13 marzo lo IAI ha partecipato all’inaugurazione del progetto a Washington.

Gli istituti che fanno parte dell’organizzazione sono il Lowy Institute of International Policy (Australia), il Center for European Policy Studies (Belgio), Getulio Vargas Foundation (Brasile), Center for International Governance Innovation (Canada), Shanghai Institutes for International Studies (Cina), East Asia Institute (Corea del Sud), French Institute of International Relations (Francia), German Institute for International and Security Affairs (Germania), Genron NPO (Giappone), Center for Strategic and International Studies (Indonesia), Institute for National Security Studies (Israele), Istituto Affari Internazionali (Italia), Mexican Council on Foreign Relations (Messico), Chatam House The Royal Institute for Strategic Studies (Regno Unito), Institute of Contemporary Development (Federazione Russa), S.Rajaratnam School of International Studies (Singapore), Council on Foreign Relations (Stati Uniti), South African Institute of International Affairs (Sudafrica), Global Relations Forum (Turchia).

 

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Una piccola Finlandia festeggia il Natale negli USA

Nel Minnesota i finlandesi emigrati oltreoceano più di cento anni fa e quelli arrivati più tardi uniscono le proprie tradizioni festive a quelle americane

Si è spesso abituati a pensare al lento sfumare delle culture, tra spostamenti temporanei e definitivi sempre più frequenti per le persone, però in occasione delle feste conosciute da tutti capita di venire a sapere che le abitudini più radicate delle popolazioni che hanno sperimentato l’emigrazione sopravvivono, in modi inaspettati, a migliaia di chilometri di distanza dalle madrepatrie: come negli USA, dove il Natale si festeggia anche secondo le abitudini dei finlandesi, almeno in una piccola parte di questa enorme nazione.

Poco più di cento anni fa infatti molti europei cercavano lavoro in altri continenti, massicciamente in America (in particolare negli Stati Uniti). Proprio negli USA, nello stato del Minnesota, i finlandesi diventarono tanti che all’inizio del 1900 fu costruito il Kaleva Hall, un luogo dedicato alla conservazione ed allo sviluppo della cultura finlandese oltreoceano. Il centro di ritrovo fungeva da punto organizzativo per le attività sociali, sala da ballo, riunioni amministrative.
All’inizio non tutti parlavano l’inglese: la possibilità di confronto con i connazionali era quindi importante, ma durante la successiva integrazione nel nuovo paese la cultura proseguì la sua strada senza dimenticare le origini, balli e riunioni andarono avanti fino ad oggi, il Kaleva Hall esiste ancora e così una importante comunità finno-americana. Nel nord del Minnesota l’industria del legno e delle miniere attrasse immigrati ancora dopo la seconda guerra mondiale, diverse generazioni di finlandesi entrarono a farne parte.
Così il 24 dicembre al Kaleva Hall, un uomo vestito come il sindaco di Turku (una delle maggiori città della Finlandia, prominente nei secoli passati all’epoca del dominio svedese) inaugura in America la vigilia del Natale distribuendo gli auguri sia in finlandese che in inglese, contemporaneamente alla cerimonia che dall’altra parte dell’Atlantico risuona a Turku, la vigilia di Natale. Durante quel giorno, le tombe dei cimiteri sono illuminate da candele chiuse in pezzi di ghiaccio scavati facendo gelare il contenuto di alcuni bicchieri e poi lasciando cadere la parte interna del contenuto ancora liquido. Un’altra tradizione è il “lastu”, lavorazione di legno reso malleabile con acqua ad alta temperatura.
I finlandesi che vivono negli Stati Uniti non tengono queste tradizioni solo nel Minnesota, ma ad esempio portano le danze tradizionali del Nord Europa in città come Los Angeles (USA) e Toronto (Canada), inoltre prendono parte alla cucina americana con influssi provenienti dalla loro nazione di origine. Ancora una volta, non è difficile vedere che nella società aperta che nonostante tutte le difficoltà la nostra Europa sta diventando è possibile mantenere e sviluppare le proprie identità, arricchirne il paese di approdo e acquisirne le qualità senza abbandonare le basi di partenza, e questa è una grande opportunità per le nazioni capaci di accogliere culture differenti.
Aldo Ciummo
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Partecipazione e politiche sociali per una diversa Europa

Recentemente si è dibattutto a Roma sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (prevista dal Trattato di Lisbona), nuove proposte vengono da SEL

Il 25 novembre a Roma ha avuto luogo un dibattito promosso dal Movimento Federalista Europeo sul tema della Federazione Europea, di quel New Deal europeo che viene visto come necessario da tutti coloro che pensano che difficilmente ci sarà qualsiasi ripresa in assenza di un ripensamento fattivo delle politiche che sono state attuate finora in Occidente. Nella discussione è stato dato molto spazio all’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) perchè questa è lo strumento attraverso il quale le popolazioni possono concretamente incidere nella legislazione della comunità.

Il regolamento che descrive il funzionamento della ICE è stato approvato il 16 febbraio del 2011 e consente ad un milione di cittadini di almeno un quarto degli stati componenti la UE di invitare la Commissione Europea a proporre atti legislativi. Il comitato che avvia l’iniziativa deve essere formato da almeno sette cittadini della UE residenti in almeno sette diversi stati, il gruppo ha un anno a disposizione per raccogliere le dichiarazioni di sostegno. Lo strumento legislativo di cui si parla sarà concretamente operativo a partire dall’aprile 2012.

L’incontro è stato presieduto da Lucio Levi, presidente nazionale del Movimento Federalista Europeo e dal presidente della sezione Mfe di Roma, Paolo Ponzano. Il Responsabile Immigrazione della Cgil, Pietro Soldini, ha proposto la ratifica della Convenzione dell’Onu sui diritti dei migranti, in modo da arrivare ad una politica europea unica in materia di immigrazione, unitamente alla concessione della cittadinanza di residenza a chiunque viva in uno stato componente la UE per un lungo periodo.

Beppe Allegri, per il Basic Income Network, ha presentato la proposta dell’introduzione del reddito minimo, una disposizione assente solo in Italia ed in Grecia per quanto riguarda la UE. Da Sinistra e Libertà è venuto il contributo di Sergio Bellucci (comitato scientifico SEL) al dibattito, sul superamento degli eserciti nazionali attraverso un unico esercito europeo con conseguente riduzione delle spese militari oggi enormi. Si tratta di tutte questioni che andrebbero ormai inquadrate nel contesto continentale.

Aldo Ciummo

 

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Stati Uniti ed Europa, problemi comuni

Dopo il taglio del rating da parte delle agenzie agli USA la crisi globale ritorna ad essere un problema che investe l’occidente nella sua interezza

Il taglio del rating alla prima economia del mondo, che significa in sintesi la retrocessione in una fascia di minore fiducia nella sua capacitù di ripagare i debiti, nei fatti diventa subito un declassamento di tutta l’area economico politica occidentale, (non tecnicamente, perchè ai diversi paesi, ad esempio alla Francia che ancora se la cava bene, vengono riconosciute solidità diverse caso per caso), ma in qualche modo l’attacco politico della Cina agli Usa, dopo la decisione di Standars e Poor’s di tagliare da tripla A a AA+ la posizione degli Stati Uniti, è un richiamo che si rivolge anche a sfavore dell’Unione Europea, che agli Stati Uniti è strettamente legata non solo dagli immediati riflessi dell’economia, ma dalla condivisione di percorsi storico politici e culturali.

La destra repubblicana, con gli ostacoli posti fino all’ultimo ad un piano dei Democratici che si contraddistingueva per le molte concessioni alle categorie meno toccate dalla crisi economica e con l’ottenimento da parte dei Repubblicani dello spostamento dei sacrifici sui settori che avevano bisogno di investimenti sociali ha contribuito negativamente all’esito cui si sta assistendo, un fenomeno che trova tendenze speculari anche in Europa ed in Italia, dove le operazioni di salvataggio più urgenti e macroscopiche come quella in corso in Grecia e le misure parzialmente preventive, come quella in atto in Italia, concentrano i tagli finanziari sulle parti della popolazione che meno sono state responsabili delle decisioni economiche che hanno portato al sorgere dei problemi attuali e indirizzano i pesi maggiori sulle categorie più in difficoltà, appartenti alle fasce più modeste della classe media o direttamente alle sacche di disoccupazione, precariato e marginalità.

In molti casi, specialmente nei paesi più arretrati (Italia) in aspetti qualificanti come l’occupazione femminile, l’investimento sulla ricerca, la certezza del diritto, si taglia proprio negli ingranaggi necessari a far ripartire le attività dalle premesse carenti: istruzione, orientamento all’impresa, riduzione delle disparità. Ben venga l’azione dell’Unione Europea nel supportare e indirizzare gli sforzi degli stati, ma occorre rafforzare e democratizzare le politiche della comunità, perchè all’autorità correttiva che induce i paesi componenti a risolvere i propri problemi finanziari si aggiungano più poteri volti a costringere gli stati a operare all’interno dei valori della UE anche in fatto di protezione e valorizzazione della cultura, del pluralismo e della concorrenza, perlomeno nelle aree dove culture politiche più attardate nell’anteguerra e tradizioni culturali più impermeabili ai princìpi dell’autodeterminazione degli individui ed al ruolo delle scienze positive potrebbero aggravare le crisi economiche e gli effetti delle speculazioni fino a sedimentare pesi insostenibili anche per tutto il resto d’Europa, in gran parte impegnato per ridurre i danni.

E’ auspicabile quindi che di fronte ad atteggiamenti aggressivi da parte di stati come la Cina e l’India, che pur criticando legittimamente errori gravi si trovano in una posizione di minori costi finanziari a causa di minori costi sociali (direttamente riconducibili nel caso della Cina all’assenza di democrazie paragonabili a Usa e Ue), Stati Uniti ed Unione Europea siano sì consapevoli di trovarsi tuttora nelle condizioni di prendere le maggiori decisioni, ma rafforzino quegli aspetti di democrazia sostanziale (incompatibili ad esempio con il taglio della sanità ai più deboli) necessari a mantenere e sviluppare la forza specifica dell’Occidente, democrazia e sviluppo.

Sarebbe paradossale se Stati Uniti e UE fossero indotti a ridurre le spese sociali e di difesa, favorendo l’ascesa di sistemi tuttora poco esemplari rispetto all’area occidentale, perlomeno finchè basati sul partito unico, sulla religione o sullo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente. E’ urgente quindi che l’Unione Europea inizi a riparare al suo interno i danni economici, culturali e sociali causati dalle scelte che tuttora le destre populiste sostengono in sintonia con le concentrazioni finanziarie sia in America che in Europa, che l’Unione Europea investa di più sull’occupazione, sulla ricerca, sulla valorizzazione dell’immigrazione e sull’integrazione al suo interno e approfitti delle energie alternative per accentuare la sua autonomia energetica da sistemi nettamente estranei alle sue finalità socioeconomiche.

Soprattutto è importante che la UE comprenda l’importanza del suo legame con gli USA e che anche in fatto di economia punti a rafforzare la solidità, la partecipazione e l’innovazione politica e dello sviluppo all’interno dell’area culturale che comprende Europa e Stati Uniti, evitando di dimenticare che nella attuale assetto delle istituzioni nelle varie aree geopolitiche la crescita di democrazie e mercati dipende strettamente dalla diffusione delle soluzioni individuate in Europa, Stati Uniti, Australia, Canada e negli stati, mercati ed istituzioni che a questa area sono più strettamente legati e che da questa sono maggiormente condizionati.

Aldo Ciummo

Occidente unito nelle questioni internazionali

 

 L’Istituto Affari Internazionali IAI nella sua analisi sulla sicurezza globale richiama ad una più forte cooperazione UE-USA a protezione dello spazio  atlantico

 

di Aldo Ciummo

Una cooperazione tra Europa e Stati Uniti più forte e concrieta a protezione dello spazio atlantico favorirebbe la sicurezza globale nel suo insieme.

Per l’Istituto Affari Internazionali di Roma l’Europa si trova di fronte alla necessità di acquisire maggiore visione per arrivare ad una difesa effettiva.

Si è più volte ripetuto che la situazione attuale richiede il superamento di prospettive antiche e l’adozione di una collaborazione tra i soggetti storicamente vicini per interessi e valori condivisi.

L’Unione Europea dovrebbe giungere a livelli di elaborazione paragonabili a quelli statunitensi e trasformare il supporto in vera e propria partnership.

Su queste basi i due paesi possono accordarsi su punti di partenza comuni e iniziare a lavorare su temi specifici, a cominciare dai vari capitoli della sicurezza interna ed esterna.

Una maggiore condivisione delle informazioni porterebbe ad un risposta più rapida ai problemi ed a una nuova cooperazione tra Europa e Nato. L’obiettivo più importante è una collaborazione integrata di sicurezza e politica.

Nessuna Europa senza Occidente

Dopo le approvazioni del Trattato di Lisbona e una dimostrazione socioeconomica quasi cruenta della necessità dell’Europa politica unita a fronte delle crisi il 2011 si può leggere come un anno cruciale per la Comunità

di   Aldo Ciummo

Quelli appena trascorsi sono stati anni difficili per la nostra Europa, alle prese non soltanto con la dura situazione globale del 2010 ma anche con il lungo lavoro istituzionale del 2008 e del 2009, un complesso di nodi la cui soluzione lungi dall’essere un fatto burocratico è stata la base degli interventi emergenziali in favore di paesi sotto pressione come Grecia ed Irlanda.

Gli ostacoli al percorso del Trattato di Lisbona, cioè ad una  piena e partecipata unità politica del continente (necessaria come è emerso in tutta evidenza quest’anno allo sviluppo socioeconomico dell’area) rappresentano tuttora limiti consistenti anche a qualsiasi contrasto duraturo alle speculazioni.

Si registrano però risultati  come la decisione di inserire in modo più chiaro le regole di governo economico dell’Unione nel Trattato, le cui modifiche dovranno essere approvate tra due anni e mezzo (a metà del 2013) e di congelare le richieste di ulteriori investimenti sul Parlamento Europeo ed in sintesi di applicare princìpi di risparmio nel capitolo della politica europea: la definizione efficiente delle regole e dell’iniziativa per la riduzione dei costi non obbligati sono due segnali significativi, ottenuti grazie a due stati come la Germania ed il Regno Unito che hanno dato molto all’Europa anche in termini di forza economica, dato non indifferente perchè pure le dimensioni produttive e finanziarie del fenomeno europeo fanno parte oggi della capacità della UE di agire sul panorama mondiale e di influenzarlo; non a caso gli stati componenti comprendono oggi l’importanza di dare direzione politica a tale insieme di energie per dimostrare le potenzialità presenti attraverso decisioni unitarie nel pianeta.

Se da una parte l’Europa non può più, in una situazione di durissima competizione con aree geopolitiche completamente diverse sotto il profilo del rispetto dei diritti e dei costi sociali, puntare solo su un ruolo politico di potenza civile ma deve anche  promuovere i propri interessi nel pianeta più coerentemente, da un’altra nemmeno è pensabile difendere soltanto sicurezze acquisite, all’interno come all’esterno: a metà del 2011 bisognerà arrivare alla riforma del patto di stabilità e crescita e  le richieste di garanzie di rigore da parte di tutti, richieste provenienti da membri come la Germania e vari paesi dell’area nord del continente, nascono dal fatto che spesso questi paesi hanno dovuto accollarsi spese delle aree a sud ed a est.

Guardando all’esterno, dall’Europa sono state mosse critiche agli Stati Uniti per gli effetti globali ipotizzabili in merito a misure con le quali gli Usa cercano di risollevare legittimamente il proprio mercato interno (ad esempio la svalutazione del dollaro attraverso l’acquisto di titoli pubblici) ma forse piuttosto che valutare gli eventi in ordine sparso occorrerebbe pensare in prospettiva alla realtà geopolitica attuale, dove tutto il mondo occidentale recepisce positivamente la tutela del livello della qualità della vita in Europa come in America e dove è improbabile che Spagna, Germania, Italia, Polonia, Uk vadano a integrarsi rapidamente con Cina, Federazione Russa, India o con altre regioni peraltro apertamente impegnate in azioni autonome di influenza o di cooperazione con i vicini.

Il compito realistico nel medio e lunghissimo periodo per la UE è avviare una strettissima cooperazione con il resto dell’Occidente, Stati Uniti in testa, sugli stessi temi di cui si dibatte a Strasburgo cioè azioni anticrisi, prospettive di sviluppo e promozione dei diritti, fino ad arrivare alla stessa compattezza con cui questi argomenti vengono proposti all’esterno da altri soggetti geopolitici (spesso lontanissimi per sensibilità e problemi dall’area politicoculturale occidentale ed europea). Per svolgere un compito simile  l’Europa deve completare la sua integrazione istituzionale e politica e poi sociale ed economica, invertendo in qualche modo la priorità delle questioni economiche che ne ha fatto un gigante troppo assente sia nelle vicende globali, sia agli occhi dei cittadini che nel supporto ai vicini come gli Usa. Le dimensioni cui l’Europa è giunta portano responsabilità cui  non deve sottrarsi.

Economia più forte grazie alle donne, soprattutto in Occidente

 

Mentre il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon invoca pari diritti, si moltiplicano gli studi che indicano gli effetti positivi della crescita del protagonismo femminile nell’economia reale degli ultimi decenni. I miglioramenti emergono soprattutto in Occidente e i paesi anglosassoni si trovano un passo avanti.

 

L’Economist, all’inizio di quest’anno ha dedicato un suo numero alla crescita quantitativa e qualitativa delle professionalità femminili (attualmente ci troviamo al 46% del totale in Europa e al 50% negli Stati Uniti, considerando naturalmente la parzialità dei dati perchè poi intervengono le distorsioni dovute al precariato di molte forme di lavoro). Come si è rilevato più volte anche su queste pagine web esiste però il sottodimensionamento delle competenze, evidente nella esiguità delle donne ai vertici delle aziende in molti paesi, quelli dell’Europa meridionale si trovano in una situazione particolarmente drammatica da questo punto di vista.

I progressi in fatto di avanzamento professionale, anche per ciò che riguarda la retribuzione, sono evidenti nei paesi anglosassoni, che ancora una volta si confermano un passo avanti nelle questioni di democrazia effettiva e di funzionamento delle strutture sociali formali ed informali. L’ Herald Sun in Australia ha potuto riscontrare un incremento del 13% delle donne con reddito molto alto dal 1996 ad oggi e mettere direttamente in relazione le variazioni di posizione professionale con le effettive competenze acquisite nel frattempo negli studi di medicina, economia, legge.

Come riportato più volte anche in merito a notizie di carattere più istituzionale, i progressi in Occidente sono visibili, la composizione dei governi inglese, olandese, statunitense, testimoniano una sensibilità democratica impeccabile, che peraltro dovrebbe essere scontata riguardando semplici criteri di rappresentanza della popolazione e di riconoscimento delle capacità, sensibilità civica del tutto carente in una ampia fascia dell’Europa del Sud e dell’Est e in generale a livello continentale.

In Europa, oltre al ben noto alto livello di partecipazione democratica e rispetto dell’inclusione sociale da parte di Regno Unito, Olanda, Irlanda, si può registrare soprattutto per quanto riguarda la parità effettiva nelle istituzioni l’elevato standard promosso da Svezia, Finlandia, Danimarca e all’esterno dell’Unione Europea dalla Norvegia, che ha stabilito i criteri più paritari per la selezione della classe dirigente.

Il sito porge sentiti auguri alle donne nella giornata dell’ 8 marzo !