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L’Unione Europea chiede alla Libia il rispetto dei diritti

L’Europa non intende firmare assegni in bianco per un regime il cui atteggiamento verso i migranti presenta molti punti oscuri e discutibili oltre ad episodi apertamente in contrasto con i valori della UE

La Libia deve garantire ai migranti che attraversano il suo territorio una protezione adeguata e riconoscere lo status di rifugiato a chi ne ha diritto in base alle norme internazionali: questo è in sintesi il contenuto delle richieste che la UE avanza, prima di procedere a qualsiasi accordo di cooperazione con Tripoli. Si tratta di una situazione molto diversa dalla realtà attuale, indipendentemente dalla dubbia credibilità che il regime ha cercato di acquisire con parate mediatiche come quelle cui anche l’Italia ha assistito da vicino. 

Quello cui i deputati europei fanno riferimento è l’accordo quadro che coprirebbe le relazioni politiche, l’immigrazione e l’energia nella prospettiva dell’apertura di un libero mercato. Nel 2008 sono iniziati dei negoziati che una volta conclusi dovrebbero portare ad un primo rapporto bilaterale tra il paese mediterraneo e l’Unione Europea.

Su queste pagine web si è auspicato più volte un approccio chiaro verso tutte quelle realtà del Sud del Mondo e sull’Estremo Est d’Europa e dell’Asia che potrebbero ingannarsi sulla disponibilità europea a sostenere materialmente e politicamente impostazioni lontane anni luce dalla concezione dello stato, dei diritti dei cittadini e del mercato come si è sviluppata faticosamente in Europa ed in Occidente nei secoli e negli ultimi decenni dopo le guerre mondiali.

La democrazia è un insieme di conquiste che ha apportato molti benefici anche al di fuori dei confini dove è nato e che se frettolosamente svenduto a realtà geopolitiche emergenti come in Asia (o in declino come in molte parti del Mediterraneo) rischia di incrinarsi seriamente  nello stesso Occidente, come dimostrano i casi di debolezza delle istituzioni e della scarsa separazione dei poteri cui si assiste in alcuni paesi fondatori della Ue nel Mediterraneo e in alcuni dei paesi di recente ingresso.

Auspicare una disponibilità europea verso le potenze emergenti fortemente condizionata alla verifica del rispetto di parametri che è bene che l’Occidente difenda su scala mondiale non è nulla di originale, perchè una domanda di questo tipo sale dalle società civili europee, in netto contrasto con un realismo politico affrettato (che spesso si nasconde dietro una sorta di politicamente corretto semplificato) che vorrebbe permettere a qualsiasi soggetto istituzionale dotato di un potere contrattuale economico di distorcere una agenda di obiettivi sociali che almeno in Europa e negli USA dovrebbe essere data per scontata.

Un buon segnale nel senso della chiarezza sono state le richieste elaborate dalla politica americana alla Cina e che sono state capaci di limitare anche la formale disponibilità della presidenza degli Stati Uniti alla cooperazione con lo stato asiatico. Repubblicani e Democratici hanno condiviso in Senato ed alla Camera una serie di condizioni non negoziabili che in Asia debbono essere prese in seria considerazione se si vuole arrivare ad accordi in supporto della governabilità globale.

Nella stessa direzione di chiarezza va finalmente il Parlamento di Strasburgo, auspicando una intensificazione dei rapporti tra Unione Europea e Libia sottoposta alla condizione dell’apertura di un ufficio europeo funzionante a Tripoli, ma soprattutto all’accettazione da parte di regole non imposte dalla UE, ma che in Europa consideriamo non negoziabili in base a considerazioni di convenienza relative alla politica energetica e commerciale. Ciò vale per tutte le realtà limitrofe coinvolte nel Consiglio d’Europa.

Questo non significa che bisogna ignorare la realtà: la Comunità ha bisogno di incrementare la sua conoscenza delle energie alternative e la valorizzazione delle fonti di energia tradizionali, di ottimizzare l’integrazione economica delle sue regioni incluse le nazioni dell’est che ne accettano chiaramente tutte le regole in fatto di diritti, di cooperare quotidianamente con il resto dell’Occidente e di appoggiare un maggiore equilibrio della collaborazione internazionale, aprendosi ai soggetti emergenti in maniera strettamente condizionata al loro atteggiamento riguardo ai valori sui quali UE ed USA non recedono.

Un altro aspetto importante è l’influenza che il Parlamento Europeo (come assemblea eletta dai cittadini della Unione Europea e che quindi ne rappresenta la società) riuscirà o meno ad esercitare su Consiglio e Commissione della UE. Il Trattato di Lisbona dichiara che il Parlamento di Strasburgo questa influenza deve usarla: molto dipende  non solo da quelli che tuttora sono gli organi politici forti in Europa come la Commissione e la Presidenza del Consiglio della Unione Europea (Manuel Durao Barroso e Herman Van Rompuy per dirla con dei volti ormai riconoscibili), ma anche dal peso politico che gli eurodeputati sapranno acquisire e da quanto le società nazionali li spingeranno a guadagnare incisività, pretendendo dagli eletti nel continente una politica che non sia un doppione di quella degli stati membri, soggetti deboli in questa fase perchè preoccupati principalmente di situazioni interne a fronte della crisi economica globale.

Insomma, l’Europa conta se è determinante in questioni come l’ottenimento di garanzie per quei rifugiati i cui diritti umani sono violati in Libia, la possibilità di azione per l’Alto Commissariato per i Rifugiato dell’Onu e la moratoria sulla pena di morte. La vera apertura europea verso le società al di fuori dei suoi confini risiede nella promozione dei suoi valori universali, come dimostra  il modo in cui le popolazioni di diversi paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente stanno chiedendo aiuto, incrinando sistemi di governo consolidati: le società in via di sviluppo non chiedono appoggi incondizionato a istituzioni che si giovano di una malintesa disponibilità terzomondista.

Aldo Ciummo

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Nessuna Europa senza Occidente

Dopo le approvazioni del Trattato di Lisbona e una dimostrazione socioeconomica quasi cruenta della necessità dell’Europa politica unita a fronte delle crisi il 2011 si può leggere come un anno cruciale per la Comunità

di   Aldo Ciummo

Quelli appena trascorsi sono stati anni difficili per la nostra Europa, alle prese non soltanto con la dura situazione globale del 2010 ma anche con il lungo lavoro istituzionale del 2008 e del 2009, un complesso di nodi la cui soluzione lungi dall’essere un fatto burocratico è stata la base degli interventi emergenziali in favore di paesi sotto pressione come Grecia ed Irlanda.

Gli ostacoli al percorso del Trattato di Lisbona, cioè ad una  piena e partecipata unità politica del continente (necessaria come è emerso in tutta evidenza quest’anno allo sviluppo socioeconomico dell’area) rappresentano tuttora limiti consistenti anche a qualsiasi contrasto duraturo alle speculazioni.

Si registrano però risultati  come la decisione di inserire in modo più chiaro le regole di governo economico dell’Unione nel Trattato, le cui modifiche dovranno essere approvate tra due anni e mezzo (a metà del 2013) e di congelare le richieste di ulteriori investimenti sul Parlamento Europeo ed in sintesi di applicare princìpi di risparmio nel capitolo della politica europea: la definizione efficiente delle regole e dell’iniziativa per la riduzione dei costi non obbligati sono due segnali significativi, ottenuti grazie a due stati come la Germania ed il Regno Unito che hanno dato molto all’Europa anche in termini di forza economica, dato non indifferente perchè pure le dimensioni produttive e finanziarie del fenomeno europeo fanno parte oggi della capacità della UE di agire sul panorama mondiale e di influenzarlo; non a caso gli stati componenti comprendono oggi l’importanza di dare direzione politica a tale insieme di energie per dimostrare le potenzialità presenti attraverso decisioni unitarie nel pianeta.

Se da una parte l’Europa non può più, in una situazione di durissima competizione con aree geopolitiche completamente diverse sotto il profilo del rispetto dei diritti e dei costi sociali, puntare solo su un ruolo politico di potenza civile ma deve anche  promuovere i propri interessi nel pianeta più coerentemente, da un’altra nemmeno è pensabile difendere soltanto sicurezze acquisite, all’interno come all’esterno: a metà del 2011 bisognerà arrivare alla riforma del patto di stabilità e crescita e  le richieste di garanzie di rigore da parte di tutti, richieste provenienti da membri come la Germania e vari paesi dell’area nord del continente, nascono dal fatto che spesso questi paesi hanno dovuto accollarsi spese delle aree a sud ed a est.

Guardando all’esterno, dall’Europa sono state mosse critiche agli Stati Uniti per gli effetti globali ipotizzabili in merito a misure con le quali gli Usa cercano di risollevare legittimamente il proprio mercato interno (ad esempio la svalutazione del dollaro attraverso l’acquisto di titoli pubblici) ma forse piuttosto che valutare gli eventi in ordine sparso occorrerebbe pensare in prospettiva alla realtà geopolitica attuale, dove tutto il mondo occidentale recepisce positivamente la tutela del livello della qualità della vita in Europa come in America e dove è improbabile che Spagna, Germania, Italia, Polonia, Uk vadano a integrarsi rapidamente con Cina, Federazione Russa, India o con altre regioni peraltro apertamente impegnate in azioni autonome di influenza o di cooperazione con i vicini.

Il compito realistico nel medio e lunghissimo periodo per la UE è avviare una strettissima cooperazione con il resto dell’Occidente, Stati Uniti in testa, sugli stessi temi di cui si dibatte a Strasburgo cioè azioni anticrisi, prospettive di sviluppo e promozione dei diritti, fino ad arrivare alla stessa compattezza con cui questi argomenti vengono proposti all’esterno da altri soggetti geopolitici (spesso lontanissimi per sensibilità e problemi dall’area politicoculturale occidentale ed europea). Per svolgere un compito simile  l’Europa deve completare la sua integrazione istituzionale e politica e poi sociale ed economica, invertendo in qualche modo la priorità delle questioni economiche che ne ha fatto un gigante troppo assente sia nelle vicende globali, sia agli occhi dei cittadini che nel supporto ai vicini come gli Usa. Le dimensioni cui l’Europa è giunta portano responsabilità cui  non deve sottrarsi.