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Nulla di fatto sull’accordo USA – UE sulla riservatezza dei dati

 

Il Parlamento Europeo ieri ha rifiutato di approvare l’accordo previsto sul trasferimento dei dati bancari agli Stati Uniti, sottolineando problemi emersi in materia di reciprocità nella formulazione dell’accordo

Il testo firmato tra gli Usa ed i 27 stati membri della Ue riguardo ai dati bancari che erano stati oggetto di una divergenza tra Usa e Ue dopo l’istituzione di un centro di “stoccaggio” dei dati europei in Svizzera da parte della società SWIFT, non potrà entrare in vigore. Con l’operazione di trasferimento in Svizzera da parte della società SWIFT si era aperto il problema di una ridefinizione dei rapporti tra Usa e Ue nella gestione di questi dati dei cittadini europei, informazioni che precedentemente erano conservate anche negli Stati Uniti.

L’assemblea elettiva dei ventisette ha respinto ieri l’accordo, con 378 voti favorevoli, 196 contrari e 31 astenuti, invitando di conseguenza la Commissione ed il Consiglio della Unione Europea ad attivarsi su un nuovo testo, conforme alla Carta dei diritti fondamentali. Jeanine Hennis-Plasschaert (Liberali, Olanda) ha affermato che le norme sul trasferimento e sulla conservazione dei dati contenute nell’accordo non sono proporzionate rispetto all’obiettivo della loro raccolta.

La Commissione europea l’altroieri in una lettera al presidente del Parlamento Jerzy Buzek ha annunciato che, nelle prossime settimane, adotterà delle proposte per giungere ad un accordo a lungo termine. I deputati col voto di oggi hanno ribadito i princìpi enunciati nella risoluzione approvata il 17 settembre 2009. Il documento in questione, votato nel settembre 2009, chiedeva che si rispettassero pienamente i diritti dei cittadini dell’Unione Europea in materia di protezione dei dati personali, limitando la raccolta delle informazioni alle finalità di contrasto al terrorismo e compatibilmente con l’equilibrio tra sicurezza e libertà civili.

Aldo Ciummo

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Strasburgo, in crescita il ruolo del Parlamento Europeo

 

Il Parlamento Europeo ha approvato i princìpi da attuare nell’accordo di cooperazione con la Commissione. I cambiamenti riflettono l’accresciuta importanza dell’assemblea dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

 

di     Aldo Ciummo

Le responsabilità politiche ed il coordinamento legislativo tra Commissione e Parlamento Europeo sono sotto revisione.  L’approvazione dei nuovi indirizzi di Strasburgo da parte del Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso riflette l’accresciuta importanza dell’organo elettivo della Ue.

Alla fine del mese scorso, i negoziatori delle due istituzioni hanno raggiunto un accordo, che è stato seguito da un voto del Parlamento Europeo sull’insieme di princìpi stabilito.

L’accordo è vincolante per i prossimi cinque anni e quindi rappresenta una base per l’avviamento del Trattato di Lisbona, che prevede appunto una maggiore garanzia di partecipazione dei cittadini, attraverso l’azione di controllo e di proposta del Parlamento Europeo e allo stesso tempo introduce una forte presenza dell’esecutivo (la Commissione) come voce e braccio della volontà europea nel mondo.

Il presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, ha affermato che questo accordo quadro stabilisce le nuove regole sulla base delle quali l’organo eletto dagli europei e la Commissione nominata dal Parlamento lavoreranno insieme quotidianamente.

Entro giugno del 2010 inizierà una seconda fase dei negoziati, che, dopo il completo insediamento della Commissione, porterà ad un accordo quadro più dettagliato e dotato di obiettivi più avanzati, un testo che dovrà passare per l’approvazione del Parlamento Europeo riunito in sessione plenaria, cioè per esaminare intensivamente le linee di indirizzo principali della politica comunitaria.

La novità è rappresentata certamente dall’impegno della Commissione di rispettare il principio della parità di trattamento tra Parlamento e Consiglio, per quanto riguarda l’accesso alle riunioni ed alla documentazione completa delle riunioni della Commissione con gli esperti nazionali.

Tradizionalmente il Consiglio della Unione Europea che riunisce i ministri degli esecutivi nazionali raggruppati nei singoli settori di competenza (Economia, Agricoltura, etc…) è stato privilegiato, sottolineando il ruolo degli stati nazionali componenti la comunità.

Viene introdotto quindi un diverso grado di controllo e di partecipazione dei cittadini, attraverso la crescita del peso attribuito al Parlamento Europeo, una importanza che l’assemblea di Strasburgo si è ritagliata progressivamente fin dalla sua prima elezione diretta nel 1979.

Un altro elemento che va nella direzione di un controllo effettivo del Parlamento (sulle vicende dell’esecutivo e quindi del concreto governo dell’Europa) è la comparsa di un’ora di interrogazioni con i Commissari nelle sessioni plenarie del Parlamento Europeo. In tali occasioni potranno essere interpellati anche l’Alto Rappresentante dell’Unione per la Politica Estera e la Sicurezza, divenuto una sorta di Ministro degli Esteri dell’Unione Europea in base al Trattato entrato in vigore alla fine del 2009, il Trattato di Lisbona il cui iter è stato tanto tormentato e discusso in ogni paese e in alcuni fonte di lunghe divisioni trasversali agli schieramenti politici.

Sostanziale è anche l’impegno assunto dalla Commissione riguardo al seguito concreto da dare alle richieste di iniziativa legislativa, l’esecutivo europeo infatti sarà tenuto ad informare il Parlamento sulle azioni intraprese entro tre mesi ed a presentare una proposta legislativa entro un anno in conseguenza delle richieste avanzate dal Parlamento Europeo.

Una svolta emerge pure nella questione della politica estera, settore nel quale più problematica è la capacità di controllo da parte dei cittadini e in cui si esprime in maniera visibile la presenza di strutture tipiche dello stato, anche di una nazione di tipo nuovo quale l’Unione Europea: il Parlamento Europeo sarà protagonista dei negoziati internazionali e otterrà lo status di osservatore (attraverso il Presidente della delegazione del Parlamento) nelle conferenze internazionali.

Di questo capitolo, destinato a diventare sempre più significativo, in un pianeta globalizzato dove gli attori macroregionali svolgono un compito di raccordo fondamentale tra stati indeboliti da protagonismi locali e correnti transnazionali di diversa natura, fa parte anche la definizione del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), argomento apparentemente tecnico, ma in realtà corpo diplomatico che segnerà la presenza concreta dell’Europa e degli interessi dei suoi cittadini nel mondo.

La Commissione Europea, in base agli accordi di cui si è parlato in questo articolo, appoggerà il Parlamento nei negoziati necessari a garantire la piena responsabilità del SEAE davanti ai cittadini, soprattutto con una procedura chiara di nomina dei rappresentanti speciali e degli ambasciatori.

Europa: il dibattito è aperto

 

Ad eleggere la nuova Commissione oggi è stato un Parlamento Europeo il cui peso è stato accresciuto dal Trattato di Lisbona. La sfida adesso è assicurare all’Unione un peso ed una incisività corrispondente alle sue potenzialità

 

E’ stata resa nota oggi la composizione della Commissione Europea che resterà in carica fino al 31 ottobre 2014 e che guiderà la UE in un periodo doppiamente cruciale, perchè caratterizzato dalla crisi economica e sociale e e e dalla presenza di un nuovo soggetto politico nel mondo, l’Europa uscita dal Trattato di Lisbona con un profilo più forte e definito.

Partito Popolare Europeo (Centrodestra), Socialisti e Democratici e l’ALDE (Liberali) avevano annunciato il sostegno all’ esecutivo ed hanno ottenuto 488 voti favorevoli, mentre Verdi-Alleanza Libera Europea, la GUE/NGL (Sinistra Europea Unita e sinistra verde nordica) e l’Europe of Freedom and Democracy (gruppo di destra che unisce gli ex gruppi di IND-DEM cioè Indipendenza e Democrazia e di Unione per una Europa delle Nazioni o UEN) avevano detto no ed hanno raggruppato 137 contrari. Le astensioni sono state 72, riferibili all’ECR  (Conservatori e Riformisti Europei).

José Manuel Durao Barroso, Presidente della Commissione Europea, ha commentato il debutto del nuovo esecutivo affermando che adesso l’Unione Europea è chiamata dal momento storico impegnativo che ci troviamo di fronte a dimostrare di non essere soltanto la somma delle sue parti.

Joseph Daul, deputato francese del PPE (Centrodestra), durante il suo intervento ha sottolineato la deludente presenza europea in diversi momenti di difficoltà importanti, mentre il tedesco Martin Schultz (S&D, Centrosinistra) ha criticato l’assenza di dibattito da parte dei Commissari, designati in base ad un compromesso politico voluto dal presidente della Commissione, Barroso.

Il liberale belga Guy Verhofstadt ha auspicato un’Europa sempre più indipendente dalle pressioni dei singoli stati membri, in forza delle nuove regole introdotte dal Trattato, che saranno anche  approfondite, nelle prossime settimane su queste pagine web.

Daniel Cohn-Bendit, per i Verdi, ha attaccato la prassi di votare in base ad accordi tra i maggiori gruppi rappresentati a Strasburgo (PPE, S&D, Alde, N.d.R) ed ha sottolineato che chi vota contro le proposte maggioritarie in assemblea non è, per questo, contro l’Europa.

L’elezione della Commissione, preceduta dalle valutazioni delle Commissioni parlamentari europee e dalla Conferenza dei Presidenti, comprendente Jerzy Buzek (Presidente del Parlamento Europeo) ed i presidenti dei diversi gruppi politici, segue di pochi mesi l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che rafforza il ruolo di controllo e di proposta del Parlamento e (anche in forza di questa garanzia democratica) affida un più forte mandato alla Commissione Europea, l’esecutivo, nella formulazione delle politiche comunitarie.

Aldo Ciummo

Vàclav Havel riassume le lotte per la libertà in Europa

 

 

Vaclav Havel

L'ex presidente ceco Vàclav Havel, simbolo di una parte d'Europa la cui riunificazione politica al resto del continente rappresenta l'esito di un lungo processo di autodeterminazione

In occasione della seduta plenaria che ancora oggi si sta svolgendo in Parlamento Europeo, l’ Ex presidente della Repubblica Ceca ha insistito perchè l’Unione Europea non ponga gli interessi quotidiani della politica al di sopra della necessità di libertà dei suoi vicini e dei suoi interlocutori.

 

Vàclav Havel più che un nome ed una persona, per la maggior parte degli europei che ne conoscono la storia, è un simbolo della lunga marcia dei diritti e della libertà nella parte d’Europa (l’Est) che ne era priva. Il presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, ha presentato lo scrittore e drammaturgo, che è stato presidente dal 1993 al 2003 dopo la caduta del regime che aveva  combattuto, come un elemento che ha unificato tutte le persone normali che si erano opposte ai regimi.

Havel ha ricordato come l’esito della transizione dal totalitarismo alla democrazia sia stato qualcosa che non era scontato, perchè i nazionalismi avrebbero potuto prendere il sopravvento. Anche per questo l’Ex presidente ceco ha invitato il Parlamento Europeo a non permettere che l’Unione diventi un soggetto disposto a trattare con la negazione della dignità umana, ma raccolga le esigenze di quanti si sforzano di portare avanti i diritti in Birmania, Iran e Bielorussia ed in molti altri paesi.

“L’Europa è la patria delle nostre patrie – ha dichiarato Vàclav Havel – mi sento europeo senza rinunciare alla mia identità”. Tutto il discorso dell’ex dissidente si è concentrato sulla necessità di andare al di là della politica economica e proseguire nella promozione delle caratteristiche della cultura europea, sia di quelle nate dalle religioni che hanno partecipato alla costruzione del senso comune nel continente che di quelle radicate a partire dall’illuminismo.

Si potrebbe aggiungere che occorre prestare molta attenzione anche al contatto tra economia e ideali, perchè se è vero, come riportava la stampa internazionale ieri, che in Bulgaria metà della popolazione esprime nostalgia per i tempi andati ciò non deve indurre a giustificare regimi brutali e sistemi inefficienti ma portare alla luce la necessità di assicurare anche i diritti sociali e la cooperazione che serve alla coesione anche nei paesi che hanno fatto parte della sfera di influenza sovietica. Il tentativo di superare il passato attraverso eccessi liberisti ha dimostrato i suoi drammatici limiti, emersi con le diverse tensioni anche militari nei Balcani prima ed il preoccupante exploit delle estreme destre nelle ultime elezioni europee.

Però è vero che il modello europeo in quanto tale è un episodio unico di integrazione che può sopravvivere alla celebrazione sterile delle proprie forme istituzionali soltanto se trova nuovi modo per essere fonte di  ispirazione per il resto del mondo, dando risposte ai bisogni di libertà delle aree del pianeta che sono in relazione con noi e qui il politico ceco ha toccato un nervo fondamentale, quando ha detto che è il Parlamento Europeo a poter spronare questo processo, essendo l’unico organo eletto, ed a questo proposito sarebbe auspicabile un maggiore dibattito proprio sulla democratizzazione delle strutture e delle politiche europee e sulla necessità che la gente trovi la direzione per imprimere all’Unione Europea la propria agenda politica.

Aldo Ciummo

Strasburgo: “il muro di silenzio intorno alla Russia va rotto”

Mosca capitale della Russia, gli eventi storici qui condizioneranno tutto il futuro anche economico dell'Europa Unita, che intrattiene con la Federazione Russa rapporti vitali

Mosca capitale della Russia, gli eventi storici qui condizioneranno tutto il futuro anche economico dell'Europa Unita, che intrattiene con la Federazione Russa rapporti vitali

L’organizzazione non governativa russa “Memorial” ha vinto il Premio Sacharov 2009 dedicato a chi si batte per la democrazia, il riconoscimento verrà assegnato il 16 dicembre 2009.

 

 

 

 

 

 

Un riconoscimento ed un segnale di presenza da parte della nostra Europa verso tutti coloro che in Russia lottano per la difesa dei diritti e delle libertà e contro la restaurazione strisciante dello Stato che può tutto verso gli individui: è il premio europeo Sacharov 2009, attribuito al gruppo russo Memorial,  rappresentatoda Oleg Orlov, Sergei Kovalev e Lyudmila Alexeva, il presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek ha annunciato questa mattina la decisione, la consegna avverrà a Strasburgo il 16 dicembre.

Buzek ha ricordato di venire da Solidarnosc, uno dei movimenti che ha liberato la Polonia da uno dei più duri regimi dell’Est europeo, un richiamo che merita di essere raccolto da una Unione Europea che, verso il grande vicino storico ma anche verso il Kurdistan turco, la Palestina, il Mediterraneo, l’Iran e tutte le aree dove i diritti sono compressi (e spesso con essi la vita umana), ha dei doveri di iniziativa democratica. Il mondo è profondamente cambiato e sarebbe un tragico ritardo culturale negare agli attivisti russi l’aiuto da cui dipende il futuro non solo della Ex Urss ma anche dell’Europa, che dalle sue politiche è strategicamente condizionata.

Il centralismo dell’ex Urss, che riprende in parte quello sovietico, non è il contraltare di un supposto “impero” occidentale sviluppato, peraltro a sua volta in rapido mutamento, un cambiamento che ne favorisce politiche sempre meno schematiche. Coloro che vivono l’Europa e gli Stati Uniti hanno la facoltà di portare avanti azioni e movimenti politici anche di rottura e di completa alternativa (anche perchè qui tali azioni non si concludono se non in rarissimi casi con la morte violenta di chi le promuove), qualsiasi iniziativa democratica non può avere come presupposto la negazione del supporto a chi si batte contro regimi autocratici, oppure a democrazia fortemente controllata (quest’ultimo è il caso della Federazione Russa).

A gestire sistemi militarizzati di produzione o monopoli statali inattaccabili non sono lavoratori, nei paesi sottosviluppati. Nello stesso tempo, soltanto una piccola parte dei lavoratori e delle fasce di popolazione in difficoltà in occidente sono operai salariati: gli altri sono immigrati, precari, studenti, professionisti e anche in massiccia parte pensionati, microimprenditori e abitanti autoctoni degli stati nazionali d’Europa.

Nella stragrande maggioranza dei paesi della Unione Europea la sinistra ha intrapreso lo sforzo di rappresentare le persone staccandosi da schemi risalenti a prima della caduta del muro di Berlino, in due terzi dell’Europa i partiti ecologisti e radicali, liberaldemocratici di sinistra e movimenti nati dalla contestazione no global non difendono i vecchi regimi che hanno sfruttato i lavoratori e compresso le libertà. Le nuove sinistre si propongono di dialogare con vaste fasce dell’elettorato, caratteristica che, unita ad un’attidudine all’ apertura all’esterno, ai gruppi sociali, permette loro di portare avanti iniziative sostanziali (i verdi hanno più del dieci per cento in Germania, i movimentisti più del dodici per cento in Portogallo e queste situazioni si verificano pressochè ovunque tranne che in Italia, Spagna e Grecia, ma limitatamente agli ultimi due casi il principale partito di opposizione adotta una agenda politica progressista e non teme di difenderla, circostanza che lo ha portato al governo).

Il dinamismo della sinistra a livello continentale è dovuto chiaramente anche a motivi storici. La sinistra tedesca, anche movimentista ed alternativa, ha dovuto sostenere come prima cosa, nella parte orientale del paese, una dura lotta contro il regime comunista filosovietico, lotta dalla quale provengono molti dei suoi dirigenti, almeno nel caso dei Verdi. La necessità di mantenere rapporti costruttivi con i vicini ha portato le socialdemocrazie nordiche ad un’effettivo interesse per le condizioni di vita dei suoi lavoratori, unito alla difesa dei diritti individuali che oltre i confini erano negati. In tutti i paesi dell’Est i politici non possono ignorare il valore della libertà accanto a quello dell’uguaglianza, anche esso negato nei regimi dell’Est nel passato. Quanto al Regno Unito ed ai paesi legati alla sua tradizione, i fortissimi movimenti dei lavoratori si sono sempre tenuti alla larga da chi faceva il lavoro di parlare del lavoro e contemporaneamente reprimeva sistematicamente i lavoratori, come è successo a Praga, Budapest, Danzica in decenni diversi, fino alla vigilia del crollo del muro. Per questo l’UK era un modello di partecipazione e del servizio pubblico e per molti versi lo è tuttora, anche dopo la ristrutturazione neoliberista degli anni ’80, come pure lo è per la “laicità” ideologica dei movimenti di sinistra e per  i diritti.

Ma torniamo al riconoscimento per la democrazia attribuito all’organizzazione “Memorial”, da Strasburgo, una delle tappe che offre spunti di approfondimento anche alle tradizioni di opposizione cresciute in situazioni tutelate in Europa, dove era presente la protezione delle forze di opposizione maggiori ma in totale assenza del contatto con la durezza del socialismo reale, come Italia e Francia. I premiati dall’Europa per il contrasto alle misure liberticide nell’ex Urss sono:

Oleg Orlov, attuale direttore di Memorial, condannato il 6 ottobre da un tribunale di Mosca a risarcire il presidente ceceno Ramzan Kadyrov per diffamazione ed obbligato a ritirare le sue dichiarazioni in cui accusava Kadyrov di essere responsabile dell’omicidio dell’attivista di Memorial Natalia Estemirova. Il 23 novembre 2007  è stato rapito in Inguscezia e minacciato di morte, poi rilasciato.

Sergei Kovalev, fondatore della prima associazione dei diritti umani in Russia nel 1969, il “Gruppo di iniziativa per la Difesa dei Diritti Umani nell’Urss” è anche fra i creatori di Memorial. Kovalev ha sempre denunciato le tedenze autoritarie  dei governi di Boris Eltsin e Vladimir Putin. Nel 1996 ha dato le dimissioni dalla presidenza della commissione per  i diritti umani istituita da Eltsin per protesta. Nel 2002 ha istituito una commissione d’inchiesta per investigare sulle bombe esplose in vari appartamenti a Mosca nel 1999. I lavori della Commissione si sono interrotti a seguito dell’ assassinio, l’avvelenamento e la persecuzione dei suoi membri.

Lyudmila Mikhailovna Alexeyeva, ha fondato insieme ad Andrei Sacharov ed altri il Gruppo “Mosca-Helsinki” che doveva monitorare l’osservanza, da parte dell’Urss, degli accordi di Helsinki nel 1975 (che stabilivano standard minimi di legalità che avrebbero dovuto essere rispettati anche nell’Europa orientale). Alexeyeva milita a favore dei diritti umani fin dagli anni ’60. A quei tempi protestava contro il regime chiedendo processi giusti per i dissidenti e mass media obiettivi. E’ stata per questo espulsa dal Partito Comunista e allontanata dal suo lavoro di editrice per una rivista scientifica. Nel periodo dopo la caduta del muro di Berlino ha criticato spesso il Cremlino, accusando il governo di incoraggiare gli estremisti con le sue politiche nazionaliste, dalle deportazioni di massa dei georgiani nel 2006 ai raid della polizia contro gli stranieri nelle strade di Mosca, fino alla condotta dei russi in Inguscezia.

Nei paesi occidentali europei come l’Italia e la Francia, dove il Partito Comunista era più forte ed occupava davvero uno spazio sociale, quel partito era anche una comunità con una cultura, e ad esempio in Italia è stato un fondamentale argine a rischi reazionari, uno strumento potente per l’emancipazione dei lavoratori che creavano la ricchezza del paese e un baluardo contro la malavita nel Sud dell’Italia. In un’epoca di assenza della sinistra e delle istanze che storicamente essa porta avanti, l’epoca nella quale invece più ve ne sarebbe bisogno, quella comunità manca.

Ma quella formula di autodifesa dei lavoratori conteneva anche un loro ingabbiamento e il condizionamento dell’intero campo della sinistra e dei movimenti per l’uguaglianza che si esprimeva tragicamente nell’appoggio incondizionato a schemi mentali e sistemi politici molto cinici: Indro Montanelli, che era un grande testimone, liberale le cui idee erano in gran parte discutibili ma il suo sguardo sulle cose era onesto, ricordava di aver ascoltato gli slogan dei deputati comunisti italiani alla radio mentre seguiva in Ungheria i fatti del ’56 (“viva l’armata rossa!”) e mentre in Ungheria l’esercito sovietico uccideva nelle cantine operai e studenti. Se la sinistra, di cui si avverte un forte bisogno in Europa, ritornerà forte, starà al senso critico e alla volontà di partecipazione diretta delle fasce sociali che la ricostruiranno assicurare una onestà intellettuale maggiore ed una minore legnosità.

Aldo Ciummo

Il Parlamento Europeo: “c’è ancora molto da fare per cancellare la pena di morte nel pianeta”

Il Presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek

Il Presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek

Lo ha detto il Presidente dell’assemblea elettiva della comunità, Jerzy Buzek, intervenendo lunedì

Nella seduta del Parlamento Europeo che si è svolta lunedì il Presidente dell’assemblea, Jerzy Buzek, è intervenuto sull’impegno europeo per l’abolizione della pena di morte nei paesi, nessuno dei quali Ue, dove ancora viene applicata. Il discorso si è soffermato in modo particolare sulla importanza che la tutela dei diritti riveste nell’area intorno all’Unione Europea, laddove la Comunità fa sentire maggiormente l’influenza della propria tradizione giuridica.

Nell’Europa, anche al di fuori della comunità, tale pratica resta in vigore soltanto in Bielorussia. L’attenzione espressa nei riguardi di un paese vicino riflette anche la posizione del paese da cui Jerzy Buzek proviene, la Polonia. Nel firmare l’adesione al trattato di Lisbona, anche il presidente della Repubblica Lech Kaczynski infatti aveva ricordato l’auspicio del suo governo di contribuire al rafforzamento dei legami con altri paesi dell’est, anche appartenenti all’area della Ex Unione Sovietica. Quindi si moltiplicano gli sforzi per avvicinare gli stati al modello europeo anche per favorirne la futura integrazione.

Lech Kaczynski, quando ha firmato il Trattato di Lisbona in seguito al referendum irlandese questo ottobre, ha aggiunto che l’Europa, che ha chiamato un esperimento di successo, per restare tale non dovrebbe chiudere le porte nè agli stati dell’area balcanica nè a paesi come la Georgia. Nel suo intervento alla rappresentanza romana dell’assemblea elettiva della Ue a Roma questo settembre, il presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek, aveva introdotto gli stessi concetti.

Il discorso di Buzek si inscrive in una tendenza della politica europea come costruzione graduale di spazio culturale e giuridico oltre i confini attuali degli aderenti ai Trattati che costituiscono la realtà geopolitica UE. Questa tradizione di graduale cooperazione non appartiene alla sinistra ma al partito cui Buzek appartiene, il PPE, che fu alla base del progetto europeo con apporti azionisti, liberali e socialdemocratici. All’epoca della creazione europea infatti la divisione in blocchi impediva ai partiti comunisti e fino agli anni settanta anche a quelli socialisti di sostenere pienamente i meccanismi comunitari.

Quanto ai contenuti di questa politica però, nel tempo il Partito Popolare Europeo li ha mutati in direzione di una posizione di destra, laddove negli ultimi decenni (quelli della crescita di importanza del Parlamento tra le altre istituzioni continentali) la sinistra socialista, ambientalista e movimentista ha portato avanti la maggior parte delle battaglie incentrate sulla promozione dei diritti e su di una visione partecipata della gestione degli affari globali. Questa crescita dell’iniziativa socialista è stata accompagnata frequentemente da un apporto liberale ed è stata resa possibile anche dalla caduta della contrapposizione est-ovest che ha permesso ai progressisti, almeno nella maggior parte dei paesi europei, di affrontare i cambiamenti e i problemi che ne derivavano in modo meno schematico rispetto al passato, ma ha anche portato ad uno sfaldamento che attende ancora una ricomposizione nella forma di progetto politico coerente.

Aldo Ciummo

POLITICHE COMUNITARIE|La partecipazione dei cittadini è il futuro del continente

Il presidente del Parlamento Europeo in visita a Roma illustra l’agenda dell’Unione e l’importanza della rappresentatività

Oggi pomeriggio presso la rappresentanza di Roma del Parlamento Europeo si è svolto un dibattito alla presenza del Presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek, appartenente al PPE. La massima autorità dell’assemblea ha aperto il suo intervento affermando che l’organo eletto dai cittadini europei dovrà misurare la propria rappresentatività affrontando i problemi di tutti i giorni derivati dalla crisi,  perchè la risposta continentale alle ricadute sociali è stata insufficente. Sono intervenuti anche i vicepresidenti italiani dell’assemblea di Strasburgo, Pittella e Angelilli, i quali hanno ricordato che le questioni centrali come l’immigrazione attendono risposte comunitarie e che oggi ci troviamo a venti anni dalla riunificazione tedesca, e con quella, di questa nostra Europa. Ciò per quanto riguarda gli interventi del presidente Buzek e delle altre figure istituzionali presenti.

Colpisce però che in queste conferenze si parli di temi numerosi come il turismo e il pur importante referendum sul Trattato di Lisbona, col quale l’Irlanda sbloccherà o meno il 2 ottobre la possibilità di avere una cornice normativa, costituzionale, per agire sul piano mondiale unitariamente, quando problemi come l’immigrazione sono pressanti e non possono essere ricondotti soltanto all’aspetto legalitario. L’Europa, date le crescenti esigenze di scambio professionale, culturale, economico, non sarà questa, non potrà evitare di riconoscere la richiesta di integrazione reciproca che sale dalla società di approdo come da quelle che vengono innestate qui. I cambiamenti sono in corso nel lavoro, nell’istruzione, nella politica e l’Europa ne uscirà accresciuta. I diritti di cittadinanza di tutti gli abitanti e soprattutto di chi è immigrato attendono quindi azioni concrete.

In ogni caso i relatori hanno accennato alle opportunità di diffondere i diritti e Skapegoat nelle prossime settimane si  soffermerà anche sugli sforzi efficaci che si sono avuti fino ad adesso nella Ue, dal dibattito riaperto in Irlanda al rapporto tra qualità della democrazia e partecipazione femminile (tema quest’ultimo sul quale vi proporremo alcune interviste). Jerzy Buzek, che è stato presente in tutto il processo di democratizzazione della Polonia e che come ex direttore scientifico della Accademia Polacca delle Scienze è dentro alle istanze della ricerca e della cooperazione, non ha mancato di sottolineare la necessità di bilanciare le ragioni dell’equilibrio anche ambientale e dello sviluppo di tutte le aree del mondo.

Nonostante i segnali contrastanti giunti dalle elezioni europee, con il successo in varie nazioni di formazioni politiche considerate scettiche riguardo all’integrazione continentale e all’apertura delle società di arrivo, la presidenza assegnata a un politico che è stato attivo, anche nei riguardi della questione ucraina nel 2004, nella promozione dei diritti e l’evoluzione di un parlamento che rappresenta oramai un’Europa allargata a gran parte di quello che fino a qualche anno fa si chiamava l’est lascia sperare in un approccio sempre più pragmatico e favorevole all’integrazione verso le culture in arrivo ed è auspicabile che cadano le storiche diffidenze continentali nei confronti dei paesi tradizionalmente visti come euroscettici, che invece molto hanno dato alla costruzione e alla civiltà europea. Pure nell’ipotesi che a gestire il prossimo contributo dell’UK alla Ue sia il partito di Cameron, bisogna rilevare che nei conservatori è oramai accettato il ruolo del progetto comunitario, ormai da decenni arricchito dall’ingresso dei paesi del nord.

Aldo Ciummo