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Inglesi sulla carta euroscettici, nella realtà eurosolidali

 

Una veduta aerea di Birmingham

Una veduta aerea di una metropoli inglese: l'Europa, un progetto ordinato che si propone scopi apprezzabili, affronta la necessità di farsi strada attraverso una difficile realtà dove esigenze altrettanto legittime e radicate cercano assai meno ordinatamente il proprio soddisfacimento. L'integrazione è la più appassionante e problematica di tutte le sfide che attendono al varco l'Unione Europea.

Il Regno Unito prevede di assicurare 24 milioni di euro all’anno per sostenere i figli degli immigrati rimasti nel paese d’origine dei genitori

 

 di    Aldo Ciummo

 

Sono euroscettici sulla carta, specialmente quella dei giornali continentali, intanto sono immancabilmente tra quelli che pagano di più per gli altri: il Regno Unito prevede di spendere una fortuna in sussidi per i ragazzi polacchi, slovacchi, tedeschi ma non mancano francesi e perfino irlandesi. Sono le regole europee che prevedono parità di trattamento per i cittadini della comunità, ma i benefici accordati dall’UK alle famiglie sono in alcuni casi molto più elevati rispetto a quelli che la controparte accorderebbe a ragazzini inglesi lasciati a Birmingham da genitori che dovessero trasferirsi a Est per lavorare (succede, in Europa la mobilità sta diventando più consueta del percepito). E’ sufficiente un padre che paga le tasse nel Regno Unito, lo stato britannico pagherà l’intero ammontare del sussidio previsto anche se il figlio vive in Polonia.

Sono 31.000 le famiglie e 51.000 bambini stranieri sostenuti dalle finanze del Regno Unito soltanto in Polonia. Venti sterline a settimana per sostenere l’onere materiale rappresentato da un bambino non saranno tante in Inghilterra, dove però vengono assicurate ai più esposti, ma in Polonia, dove un aiuto del genere da parte dello stato si ferma a 5 sterline e dove il costo della vita è diverso, pesano un pò di più. Non si deve sottovalutare il peso per le finanze pubbliche, perchè i benefici che realisticamente lo stato prevede di recuperare in cambio, come l’istruzione dei suoi cittadini che crescono, la coesione sociale e così via avvengono in un altro paese (in un’ottica europea, in un’altra regione) e ciò nel medio termine significa che la nazione si impegna maggiormente, anche se il presupposto è giusto perchè mira allo sviluppo della Comunità.

Anche quando i cittadini europei che hanno scelto Londra o Manchester come nuova residenza ricevono per i figli che sono rimasti nel paese di origine dei sussidi dallo stato in cui sono nati, i contribuenti di sua maestà provvedono a colmare il divario esistente rispetto agli standard goduti da chi è nato all’ombra del Big Ben. Beninteso, questo è un fatto positivo. La solidarietà verso i migranti è una base civile dell’Europa, un principio di cui è auspicabile un’affermazione concreta molto maggiore di quella attuale e che nel caso di cittadini comunitari che contribuiscono fattivamente e con sacrificio allo sviluppo della società in ogni città ed in ogni regione di questa nostra Europa è un atto dovuto, tanto più da parte delle aree più sviluppate pure se investite fortemente dalla crisi.

Ma fatti come questi, associati alla stragrande maggioranza dei cittadini britannici che, stando ai sondaggi dedicati a casi specifici,  supportano le politiche realistiche e sociali del governo laburista ed anche dei conservatori, neutralizzando la propaganda isolazionista del Bnp (per quanto gli intervistati, se sottoposti a quesiti generici, rispondano che gli stranieri sono troppi), sottolineano la superficialità delle analisi che vorrebbero dipingere il Regno Unito come un ostacolo per l’Europa e come terreno ostile all’integrazione.  Bisogna anche considerare la realtà multietnica di questo paese e la fortissima pressione demografica tuttora in crescita – esponenziale da parte dei paesi più in difficoltà dell’Unione Europea – e che rappresenta, spinte ideali a parte, un impegno finanziario ed una sfida (alla quale finora l’UK ha risposto nei decenni dando un esempio ammirevole di civiltà e di ingegneria sociale) alle abitudini di vita che si cristallizzano inevitabilmente attraverso il tempo, costituendo anche, come il caso in questione dimostra, una base accogliente per le trasformazioni richieste da chi arriva.

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Dove l’Europa è verde

La stragrande maggioranza degli irlandesi ha votato sì, una buona notizia per il continente ed una lezione agli anglofobi.

Il paesino di Ardara, nel nord dell'Irlanda
Il paesino di Ardara, nel nord dell’Irlanda

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                           di Aldo Ciummo

 

Un ” Sì ” sessantasette a trentatrè è la risposta dell’Irlanda al dibattito senza fine che negli ultimi mesi ha occupato le notizie sui problemi istituzionali dell’Unione Europea e che alla fine girava sempre intorno all’accusa di antieuropeismo. Probabilmente una risposta simile verrà data anche dall’azione di governo del paese vicino,  il Regno Unito, sia che a governarlo arrivi Cameron sia che resti Brown, perchè anche gli inglesi una risposta positiva all’Europa l’hanno già data negli anni settanta quando pagavano profumatamente aiuti agricoli di cui soltanto il continente aveva bisogno.

In Irlanda ci sono state zone come Kildare e Tipperary dove il sì ha sfondato il 70 per cento quando oggi pomeriggio ci si è avviati a considerare risultati certi, mentre perfino laddove il no ha prevalso ancora e laddove lo Sinn Fein (che ha sostenuto l’opposizione al Trattato) ha le sue roccaforti nella Repubblica, come nel Donegal, vicino all’Ulster, è stato massimo per due punti percentuali. 

E’ davvero corretta l’impostazione del sud Europa dove si continuano ad ascoltare storie sul timore delle conseguenze del voto negativo?        

Non sarebbe più giusto riconoscere che quelle che sono state definite tendenze euroscettiche dell’ Irlanda, dell’ Olanda, della Danimarca, dell’Inghilterra rappresentano invece le istanze di fasce di popolazione forse anche più al corrente di cosa significa essere una comunità, rispetto ad altre società?                                   

La cittadinanza di ognuno di questi paesi, se inclusa nello sforzo di costruire una Europa che consenta a tutti di partecipare, è la più entusiasta e solidale nel  sostenere un progetto, l’Unione Europea, che è il solo plausibilmente in grado di affrontare la concorrenza di molti stati tutti estremamente emergenti ma che al di là dell’ipocrisia non sono tutti democratici (ad esempio non lo è la Cina, e sulla Federazione Russa gravano fondati dubbi).

E’ stata la presidenza svedese della Ue, con il primo ministro, Fredrik Reinfeld a cogliere meglio un aspetto centrale della questione, dichiarando a margine del voto di Dublino che l’Unione Europea ha avuto successo nella sua azione di promozione del Trattato perchè ha ascoltato, dando assicurazioni laddove richiesto. “Questa è la cooperazione europea al suo massimo e l’adesione irlandese al trattato la renderà più trasparente”  ha affermato Reinfeld che guida una coalizione di Centrodestra in Svezia.

Il primo ministro svedese e presidente di turno dell’Unione Europea invierà giovedì Cecilia Malmstrom, ministro per gli Affari Europei, in Repubblica Ceca, dove la posizione del capo dello stato ceco Waclav Klaus ostacola ancora il passo finale del Trattato.

Reinfeldt ha avuto notizia che il presidente polacco Lech Kaczynsky invece firmerà a breve. Un accordo senza riserve inespresse sulla forma che l’Unione prenderà è quello di cui la nostra Europa avrà bisogno per andare avanti ed accogliere stati che hanno appena fatto richiesta di prendere parte al progetto e il cui ruolo di completamento del suo spazio culturale storico è evidente, si pensi all’Islanda.