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POLITICA|Referendum elettorale. La “riforma” che inaugura il partito unico. I tre quesiti

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

«Ma si nota di più se ci vado o non ci vado?». La famosa frase di Nanni Moretti rischia di diventare il tormentone del prossimo referendum sulla legge elettorale Segni-Guzzetta. «Il referendum è come Josè Mourinho, al 99,9% non raggiungerà il quorum».

Non è Moratti che lo dice, ma il presidente della Swg sondaggi, Roberto Weber, convinto che la legge elettorale rimarrà quella ideata dall’allora ministro delle riforme istituzionali, Roberto Calderoli. Quella legge che poi fu etichettata dal suo stesso autore come una «porcata» e per questo ribattezzata dalla stampa come legge «porcellum».

Il guazzabuglio mediatico degli “inciuci” privati del premier, assieme alle liti interne al Pd, hanno mandato in cavalleria il dato più interessante e allo stesso tempo allarmante delle scorse elezioni europee: più del 35% dell’elettorato italiano ha disertato le urne. Sarà per questo che adesso coloro che parteggiano per l’astensione puntano forte sui passivi, per mettere in soffitta una riforma, quella referendaria, che a detta di molti sarebbe la morte della democrazia. E, questa è la vera novità, la pensano così esponenti di partiti di opposte vedute politiche, oltre che una parte di scissionisti in seno alle singole coalizioni.

Il meccanismo referendario e i quesiti

Per spiegare comunque ai lettori i dettagli di cosa si troveranno a decidere tra domenica e lunedì prossimi, conviene quindi specificare che, nel caso di un referendum abrogativo (in Italia è l’unica forma di consultazione popolare diretta consentita), conta, eccome, il dato di quanti andranno a votare. Per avere validità, infatti, l’eventuale «sì» dovrà avvalersi del 50,1% degli aventi diritto al voto.

Gli italiani che domenica e lunedì prossimi rinunceranno al mare per andare a votare si vedranno consegnate nelle loro mani tre schede di differente colore. Quella verde prevede l’abrogazione delle candidature multiple, cioè, della possibilità di essere candidato alla Camera attraverso l’elezione in più circoscrizioni. L’abrogazione viene estesa anche al Senato. Se vinceranno i sì, ogni candidato potrà essere in lista in una sola circoscrizione elettorale e il premio di maggioranza andrà soltanto al partito più votato. E questo apre il dibattito sulle altre due schede, quella viola che riguarda la Camera e quella beige che riguarda il Senato. Si chiede all’elettore se è d’accordo ad assegnare il premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) più votata. Questo comporterà l’abolizione, per i partiti che concorrono all’elezione, della possibilità di collegarsi tra loro e di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione, e non al singolo partito, vincente. Per capirci, non potrebbero più esistere coalizioni come l’Unione, che arrivò a governare con la somma dei voti di diversi partiti politici.

Le due schede presentano quesiti simili, ma differenti per quanto riguarda la soglia di sbarramento: del 4% alla Camera, fino all’8% al Senato. Una vittoria dei «sì» significherebbe la morte certa della maggior parte dei partiti italiani, con la sopravvivenza soltanto di due grandi poli, entro cui confluire. La Lega, per fare un esempio, che ora tiene sotto stretto ricatto il Premier, perderebbe qualsiasi forma di rappresentanza in quanto il Pdl potrebbe governare comunque con il pacchetto di maggioranza. Allo stesso modo, l’Italia dei Valori rischierebbe addirittura di non entrare al Senato. Per non parlare di tutti i partiti della sinistra storica, già relegati all’esilio dalla Legge Caledroli, si vedrebbero ulteriormente annichilite le possibilità di una ripresa. Nascerebbe un bipartitismo più che perfetto, ma figlio di una legge che assegnerebbe ben il 55% dei seggi, in ambo le camere, al partito che raccoglie la maggior parte dei voti. Per capirci, la Legge Acerbo che legittimò l’ascesa al potere del partito fascista, nel 1924, prevedeva la stessa soglia minima di voti al 25 %, consegnando i due terzi della maggioranza in mano al partito vincente.

I ‘No’ i ‘Si’ e gli astensionisti

È per il no il Prc, che dal suo sito lancia l’appello “Giù le mani dalla democrazia. No al Referendum”, mentre il costituzionalista Gianni Ferrara, in un editoriale apparso oggi su Liberazione, parla di inganno, schierandosi al fianco di tutti quei piccoli partiti, «rappresentanza di quelle minoranze che possono raccogliere anche milioni di elettori (10 milioni e 923.598 quelli che hanno votato per liste che hanno ottenuto più di 500 mila voti alle elezioni del 7 giugno), minoranze che restano refrattarie ad inquadrarsi nei due partiti del modellino istituzionale idolatrato». Anche Sinistra e Libertà si schiera per il no, appoggiata dai Socialisti. Il Pdl, dal canto suo, anche se espressione della preferenza di meno di un terzo del paese, con il ‘Si’ porterebbe a casa l’intero baraccone di seggi, garantendosi per cinque anni la possibilità di legiferare a proprio piacimento, senza alcuna limitazione o compromesso con il Parlamento.

Antonio Di Pietro, tra i primi sostenitori del referendum, annuncia la svolta senza mezzi termini e dichiara di votare no, «ma sarà un no ‘a malincuore’ – ha detto l’ex pm – perché non si può permettere di andare verso un regime, con una legge che permetta a un partito del 30% di occupare il 60% dei seggi in Parlamento e riformare la Costituzione da solo». Un motivo in più per cui inizialmente Berlusconi paventava l’idea del colpo di spugna al compare Umberto. Dopo il marasma di voti che ha raccolto il Carroccio alle Europee è stato però lo stesso Bossi a procurarsi le dovute garanzie da Silvio: in cambio dell’astensione del Pdl, la Lega ha promesso di convogliare i suoi voti ai ballottaggi, che avverranno lo stesso giorno. E il “patto di Arcore” ha già dato i suoi frutti se è vero che il candidato del centrodestra alla Provincia di Milano, Guido Podestà, ha fatto sapere che non prenderà la scheda del referendum.

La concomitanza con le amministrative potrebbe tuttavia giocare a favore del raggiungimento del quorum, dato che molti elettori non sanno che possono comunque rifiutare la scheda del referendum senza compromettere la votazione dei ballottaggi amministrativi. Roberto Maroni prima istruisce: «Attenzione a non sbagliare. Chi vota per il ballottaggio dove ci sono candidati nostri deve andare e dire subito di non voler ritirare la scheda del referendum». Poi, lancia il diktat: «Darò istruzioni precise ai presidenti di seggio – ha tuonato il ministro dell’interno – perché non facciano i furbi e farò mettere cartelli chiari. È un diritto non ritirare la scheda e per i leghisti non solo è un diritto ma un dovere». «Maroni – la replica dei referendari – non si comporti come il ministro di una Repubblica delle banane: il ministro dell’Interno deve tacere e agire solo attraverso gli atti ufficiali, come le circolari».