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Lo IAI: “UE e USA rafforzino la politica estera”

Il rapporto dell’Istituto Affari Esteri propone diverse soluzioni riguardanti l’azione esterna della UE in cooperazione con le aree emergenti

Quattro centri studi europei, collaborando con i ministeri degli esteri di Italia, Polonia, Spagna e Svezia hanno elaborato un rapporto sulla politica internazionale che propone lo sviluppo di quattro partenariati globali della UE con Stati Uniti, Turchia, Russia e Cina, con l’obiettivo di una maggiore stabilità.

Il rapporto si intitola “Towards a European Global Strategy” e l’obiettivo delle indicazioni è trarre vantaggio dal vicinato strategico con altre regioni geopolitiche attraverso la considerazioni di aspetti diversi del mercato unico e del mercato dell’energia.

Il documento rilancia l’opportunità di fondare con gli Stati Uniti una nuova comunità atlantica, sulla base dell’area di scambio transatlantica di cui si sta parlando molto in questo periodo e che si auspica si realizzi in tempi rapidi in modo da confrontarsi con i tanti problemi comuni esistenti.

L’opinione dei centri studi che hanno elaborato il rapporto comprende anche uno status politico rafforzato per la Turchia, prima ancora dell’esito del negoziato di adesione alla UE. In generale il documento è favorevole ad un rapido allargamento.

Si affronta anche il tema del vicinato strategico nelle aree più legate all’Europa ma all’esterno del suo territorio, Sahel, Corno d’Africa, Medio Oriente, Asia Centrale, Artico e la questione delle rotte marittime.

Allargamento della UE a parte, le conclusioni dello studio guardano positivamente alla collaborazione nelle priorità condivise, in maniera da poter gestire lo spazio geopolitico che interessa più da vicino l’Europa con maggiore efficacia indipendentemente dall’estensione del territorio comunitario attraverso le nuove adesioni.

Aldo Ciummo

UE, si discute della protezione dei dati dei cittadini

Il 14 maggio si è svolto a Bruxelles un incontro informativo in cui esperti e tecnici hanno dibattuto del difficile equilibrio tra impresa e tutele dei cittadini

La protezione dei dati dei cittadini è un difficile compito per la UE, data che le nuove tecnologie e l’utilizzo di internet non sono limitate, nella maggior parte dei casi, da frontiere e legislazioni nazionali e tenere le pratiche di aziende e consumatori all’interno del quadro legale di ogni paese coinvolto dall’utilizzo commerciale e privato della rete è uno sforzo complesso.

Dopo l’apertura del dibattito da parte dei funzionari dell’Europarlamento presso l’edificio intitolato a Paul Henri Spaak, il 14 maggio 2013 esperti e tecnici del settore si sono confrontati in un dibattito sul tema menzionato.

Si è parlato delle proposte della Commissione Europea e della situazione attuale riguardo al lavoro della Commissione sulle libertà civili, giustizia ed affari interni dell’Europarlamento. Sono intervenuti Jean Gonié, direttore delle politiche di privacy per Microsoft in Europa, Medio Oriente e Africa; Jeremie Zimmermann, portavoce di “La Quadrature du Net”, sulla questione della privacy nell’epoca delle nuove tecnologie, mentre Kimon Zorbas (Vicepresidente dello IAB, Interactive Advertising Bureau Europe) e Joe McNamee, di European Digital Rights (EDRI) hanno discusso dei limiti e delle conseguenze del profiling dei consumatori da parte delle imprese che operano nel settore di internet, pratica consistente nella raccolta di parte dei dati personali degli utenti al fine di elaborare previsioni di mercato sui comportamenti di acquisto.

Naturalmente i punti di vista delle organizzazioni costituitesi a tutela dei diritti degli individui e dei cittadini sono molto diversi da quelli delle imprese che operano nel settore e che traggono la redditività delle proprie iniziative in gran parte proprio dall’utilizzo dei dati personali cui gli utenti consentono l’accesso entrando ad esempio nei social network. Il problema allora diventa il grado di consapevolezza che le imprese operanti nel settore consentono agli utenti, ad esempio spiegando le condizioni di utilizzo in modo più semplice a tutti e chiedendo esplicitamente il consenso all’utilizzo dei dati in maniera dettagliata, questa chiarezza attualmente non sempre viene applicata dalle aziende.

Sul tema della persistenza dei dati messi on line nel tempo e sulle loro possibili conseguenze sono intervenuti Sébastian de Brouwer (direttore esecutivo delle politiche di vendita, legali, economiche e sociali per la European Banking Federation) e per l’organizzazione europea dei consumatori (BEUC) il consigliere legale Nuria Rodríguez. Attualmente la legislazione europea in materia consiste in un regolamento generale della protezione dei dati e in una direttiva sulla protezione dei dati personali, aggiornamenti a parte si tratta di un insieme di norme risalenti al 1995, quando i problemi del settore erano molto diversi, quindi è concreto il rischio che le possibilità tecnologiche in mano a quanti le sviluppano, imprese ed utenti, scavalchino le norme esistenti, anche perché le leggi nazionali sono diverse ma la fruizione della rete nella maggior parte dei casi non conosce confini.

Aldo Ciummo

Unione Europea, passi avanti sulle banche

 

La Banca Centrale Europea controllerà più da vicino gli istituti di credito, un progresso significativo verso l’unione della politica bancaria

Le divisioni e la mancanza di trasparenza sono stati all’origine della crisi che frena l’Europa e rischia di riportare indietro l’intero occidente, con riflessi tutt’altro che trascurabili a livello mondiale. Obiettivi prioritari che la UE dovrebbe darsi per rimettere in moto la crescita socioeconomica sono la promozione dello sviluppo sostenibile e una distribuzione più equa delle risorse, ma strumenti necessari per mettere la comunità in grado di smuoversi sono anche i meccanismi decisionali delle istituzioni politiche ed economiche, oggi ingolfati dalle diatribe tra gli stati e dagli interessi particolari delle diverse organizzazioni.
Si è parlato molto di unione bancaria e si è parlato molto di unione politica, perchè il caso greco (e i casi portoghese e spagnolo) hanno dimostrato in maniera evidente che l’Europa spesso non decide nemmeno di fronte ad un baratro, quando c’è più bisogno di superare immediatamente diffidenze tra gli stati componenti ed intromissioni di soggetti economici interessati soltanto alle speculazioni di breve e medio termine. In Italia ad esempio ci si è trovati con banche che hanno ricevuto fondi europei (derivanti dalle tasse dei cittadini inclusi i tanti in gravi difficoltà) utilizzandole per rinsaldare i propri conti e per le proprie operazioni di profitto, senza che l’economia reale ne abbia ricavato grandi benefici, il che era invece la logica alla base della decisione europea.
Occorre che l’Unione Europea possa decidere di più, almeno sui fondi (provenienti dalle risorse dei cittadini che pagano le imposte) che investe direttamente, in modo da poter rispondere della efficacia o meno delle strategie politiche ed economiche adottate. C’è bisogno anche che il bilancio europeo comprenda una percentuale maggiore dei fondi che oggi rimangono agli stati, che spesso li usano per imprese discutibili come accrescere armamenti nazionali inefficienti e sproporzionati al ruolo dei paesi interessati. Senza contare che il bilancio europeo può essere un punto di partenza per invertire il metodo che fino ad oggi ha sfavorito il sociale e la redistribuzione per finanziare soltanto macroprogetti sulla testa delle popolazioni e che una disciplina europea efficiente può forzare positivamente diversi paesi mediterranei ed orientali in direzione di buone pratiche, metodi più corretti di cui più che mai è urgente l’adozione in paesi di inutili ponti non finiti sugli stretti (e di debiti che continuano a crescere in conseguenza delle imprese avviate, inutilmente almeno per il novantanove utilmente della popolazione).
Ora le banche dell’Eurozona, secondo quanto prevedono le proposte europee per rafforzare l’integrazione finanziaria, dovrebbero ricevere la licenza direttamente dalla Banca Centrale Europea. L’annuncio del piano è previsto per il 12 settembre. La Banca Centrale Europea avrà la discrezionalità per decidere quali banche lasciare sotto le autorità nazionali, ma a partire dal 2014 dovrebbe vedersi assegnare la competenza sulle licenze bancarie di tutti i paesi della eurozona, cominciando nel 2013 da quelle che ricevono gli aiuti della Ue.
Di fatto, non si vede perchè alcuni paesi dovrebbero affidare a scatola chiusa gli aiuti alle banche di altri, così come avviene concretamente attraverso la partecipazione al bilancio complessivo europeo da cui partono salvataggi e stimoli, mentre è opportuno che attraverso regole davvero comuni tutti gli stati che contribuiscono possano sapere che attraverso l’adozione e l’imposizione di buone pratiche i finanziamenti erogati vadano a vantaggio della cittadinanza dei paesi sostenuti ed a rafforzamento dell’Europa e della sua capacità di competere in un contesto sempre più difficile. Le autorità di supervisione nazionale saranno comunque coinvolte nella preparazione delle decisioni della Banca Centrale Europea riguardo alle licenze. La BCE valuterà i rischi ma gli stati restereranno incaricati di gestirne la soluzione.
Aldo Ciummo

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