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Nuove stagioni della cooperazione UE-USA

In Europa si apre un ciclo di appuntamenti di approfondimento delle relazioni internazionali nell’epoca della necessità di una rinnovata cooperazione occidentale

Domani, 14 settembre, a Roma lo IAI, istituto di affari internazionali, si incontra sul tema “Politica estera, uso della forza e lotta al terrorismo. Europa e Stati Uniti a confronto”, verrà presentato in questa occasione il rapporto Transatlantic Trends 2011, sugli orientamenti dell’opinione pubblica americana e di quella europea. L’argomento è complesso, come si è sottolineato spesso su queste pagine l’azione a guida statunitense negli anni tra 2000 e 2008 ha mostrato la sua inefficacia in relazione a diversi aspetti importanti, ma problemi di valutazione sono emersi anche in Europa, dove i modelli di integrazione francese ed inglese sono entrati in crisi.

A Vienna, il 14 e 15 settembre, sarà presentato il documento “Recent Policy Developments Regarding European Access to Space” (di Veclani, Sartori e Rosanelli) che verrà inserito come contributo nello “Yearbook on Space Policy 2010-2011” (Springer, pubblicazione prevista a inizio del 2012). Nell’ambito aerospaziale si esprime una delle competizioni nelle quali Europa e Stati Uniti si confrontano con altri modelli di sviluppo.

Il 22 settembre, a Roma si svolgerà il seminario sul tema “Promoting Regional Integration: lessons learned from UE-Latin American Relations”, comprendente la discussione sul documento di Miguel Haubrich-Seco “Decouping Trade from Politics: the EU and Region-Building in the Andes”. E’ importante il ruolo anche di esempio istituzionale che la UE gioca in molte parti del mondo, ma occorre ora superare la fase pur significativa della integrazione economica e portare il continente a livelli di coesione istituzionale, sociale e culturale che rendano Europa e Stati Uniti in grado di affrontare le scommesse attuali, mantenendo una funzione di primo piano in un contesto dove la crescita economica di alcune aree concorrenti non è equilibrata dal punto di vista delle condizioni sociali e della tutela dei diritti.

Entra nel vivo del progetto “MedPro: prospective analysis for the Mediterranean Region” (finanziato dalla Commissione Europea) un altro seminario il 22 e 23 settembre a Bruxelles. Il Mediterraneo è un’area di primo piano per l’Unione Europea, il che è anche alla base delle preoccupazioni per il rispetto degli standard minimi di pluralismo, solidarietà e concorrenza da parte dei paesi, europei e non, più attardati nelle stagioni dello stato patrimoniale personale, risalenti a prima della nascita degli stati nazionali e foriere di gravi retrocessioni da parte dei mercati e rifiuti da parte del contesto occidentale nel terzo millennio.

Il 28 settembre a Roma, con “The EU and the Libyan crisis: in quest of coherence?” Nicole Koenig fornisce lo spunto per una riflessione sulla crisi regionale che ha posto e pone più problemi a qualsiasi avanzamento dei progetti euromediterranei, una situazione che rilancia l’insieme delle difficoltà ad operare nell’area, dato il dilemma tra stabilità, ormai neppure più garantita dai vecchi e discutibili depositari di questa garanzia sulla sponda sud ed est del Mediterraneo, e diritti, il cui cammino dovrebbe acquistare costanza attraverso gli sforzi dei gruppi emergenti in Libia, Siria e negli altri paesi che sono sotto i riflettori a seguito della primavera araba. Le guerre preventive non hanno aiutato e neppure la fiducia incondizionata concessa fino a ieri ai diversi raìs.

Il Mediterraneo sarà nuovamente al centro della scena a Barcellona, in occasione dell’Assemblea Generale e della Conferenza Annuale della rete euromediterranea, si tratta di occasioni rilevanti per lo scambio di informazioni e prospettive, l’Europa e di conseguenza gli Stati Uniti, che lavorano da sempre assieme nella difesa del continente dalle varie forme di intolleranza e dispotismo politico e religioso tipiche dell’ultimo secolo, devono considerare attentamente questa area geopolitica che è una delle più importanti in ragione della sua posizione diplomatica tra culture diverse e prestigiose e che come la primavera araba ha dimostrato esprime energie capaci di elaborare anche in condizioni difficili una strada originale allo sviluppo dei diritti e delle riforme politiche.

Il 13 ottobre a Roma un convegno tratterà dei “Centocinquanta anni di diplomazia italiana: la diplomazia dell’integrazione”, in collaborazione con Luiss-Guido Carli, nell’ambito del Festival della Diplomazia. Come più volte sottolineato su queste pagine web, i processi di sviluppo e di integrazione non passano solo per le legittime alternative e posizioni nè solo per gli auspicabili e urgenti cambiamenti, ma anche attraverso la capacità di perseguire obiettivi comuni nel tempo e nella realtà, che è ciò che si spera l’Europa abbia fatto e stia facendo da Nizza all’Atto unico fino al recente Trattato di Lisbona.

Aldo Ciummo

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L’Unione Europea chiede alla Libia il rispetto dei diritti

L’Europa non intende firmare assegni in bianco per un regime il cui atteggiamento verso i migranti presenta molti punti oscuri e discutibili oltre ad episodi apertamente in contrasto con i valori della UE

La Libia deve garantire ai migranti che attraversano il suo territorio una protezione adeguata e riconoscere lo status di rifugiato a chi ne ha diritto in base alle norme internazionali: questo è in sintesi il contenuto delle richieste che la UE avanza, prima di procedere a qualsiasi accordo di cooperazione con Tripoli. Si tratta di una situazione molto diversa dalla realtà attuale, indipendentemente dalla dubbia credibilità che il regime ha cercato di acquisire con parate mediatiche come quelle cui anche l’Italia ha assistito da vicino. 

Quello cui i deputati europei fanno riferimento è l’accordo quadro che coprirebbe le relazioni politiche, l’immigrazione e l’energia nella prospettiva dell’apertura di un libero mercato. Nel 2008 sono iniziati dei negoziati che una volta conclusi dovrebbero portare ad un primo rapporto bilaterale tra il paese mediterraneo e l’Unione Europea.

Su queste pagine web si è auspicato più volte un approccio chiaro verso tutte quelle realtà del Sud del Mondo e sull’Estremo Est d’Europa e dell’Asia che potrebbero ingannarsi sulla disponibilità europea a sostenere materialmente e politicamente impostazioni lontane anni luce dalla concezione dello stato, dei diritti dei cittadini e del mercato come si è sviluppata faticosamente in Europa ed in Occidente nei secoli e negli ultimi decenni dopo le guerre mondiali.

La democrazia è un insieme di conquiste che ha apportato molti benefici anche al di fuori dei confini dove è nato e che se frettolosamente svenduto a realtà geopolitiche emergenti come in Asia (o in declino come in molte parti del Mediterraneo) rischia di incrinarsi seriamente  nello stesso Occidente, come dimostrano i casi di debolezza delle istituzioni e della scarsa separazione dei poteri cui si assiste in alcuni paesi fondatori della Ue nel Mediterraneo e in alcuni dei paesi di recente ingresso.

Auspicare una disponibilità europea verso le potenze emergenti fortemente condizionata alla verifica del rispetto di parametri che è bene che l’Occidente difenda su scala mondiale non è nulla di originale, perchè una domanda di questo tipo sale dalle società civili europee, in netto contrasto con un realismo politico affrettato (che spesso si nasconde dietro una sorta di politicamente corretto semplificato) che vorrebbe permettere a qualsiasi soggetto istituzionale dotato di un potere contrattuale economico di distorcere una agenda di obiettivi sociali che almeno in Europa e negli USA dovrebbe essere data per scontata.

Un buon segnale nel senso della chiarezza sono state le richieste elaborate dalla politica americana alla Cina e che sono state capaci di limitare anche la formale disponibilità della presidenza degli Stati Uniti alla cooperazione con lo stato asiatico. Repubblicani e Democratici hanno condiviso in Senato ed alla Camera una serie di condizioni non negoziabili che in Asia debbono essere prese in seria considerazione se si vuole arrivare ad accordi in supporto della governabilità globale.

Nella stessa direzione di chiarezza va finalmente il Parlamento di Strasburgo, auspicando una intensificazione dei rapporti tra Unione Europea e Libia sottoposta alla condizione dell’apertura di un ufficio europeo funzionante a Tripoli, ma soprattutto all’accettazione da parte di regole non imposte dalla UE, ma che in Europa consideriamo non negoziabili in base a considerazioni di convenienza relative alla politica energetica e commerciale. Ciò vale per tutte le realtà limitrofe coinvolte nel Consiglio d’Europa.

Questo non significa che bisogna ignorare la realtà: la Comunità ha bisogno di incrementare la sua conoscenza delle energie alternative e la valorizzazione delle fonti di energia tradizionali, di ottimizzare l’integrazione economica delle sue regioni incluse le nazioni dell’est che ne accettano chiaramente tutte le regole in fatto di diritti, di cooperare quotidianamente con il resto dell’Occidente e di appoggiare un maggiore equilibrio della collaborazione internazionale, aprendosi ai soggetti emergenti in maniera strettamente condizionata al loro atteggiamento riguardo ai valori sui quali UE ed USA non recedono.

Un altro aspetto importante è l’influenza che il Parlamento Europeo (come assemblea eletta dai cittadini della Unione Europea e che quindi ne rappresenta la società) riuscirà o meno ad esercitare su Consiglio e Commissione della UE. Il Trattato di Lisbona dichiara che il Parlamento di Strasburgo questa influenza deve usarla: molto dipende  non solo da quelli che tuttora sono gli organi politici forti in Europa come la Commissione e la Presidenza del Consiglio della Unione Europea (Manuel Durao Barroso e Herman Van Rompuy per dirla con dei volti ormai riconoscibili), ma anche dal peso politico che gli eurodeputati sapranno acquisire e da quanto le società nazionali li spingeranno a guadagnare incisività, pretendendo dagli eletti nel continente una politica che non sia un doppione di quella degli stati membri, soggetti deboli in questa fase perchè preoccupati principalmente di situazioni interne a fronte della crisi economica globale.

Insomma, l’Europa conta se è determinante in questioni come l’ottenimento di garanzie per quei rifugiati i cui diritti umani sono violati in Libia, la possibilità di azione per l’Alto Commissariato per i Rifugiato dell’Onu e la moratoria sulla pena di morte. La vera apertura europea verso le società al di fuori dei suoi confini risiede nella promozione dei suoi valori universali, come dimostra  il modo in cui le popolazioni di diversi paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente stanno chiedendo aiuto, incrinando sistemi di governo consolidati: le società in via di sviluppo non chiedono appoggi incondizionato a istituzioni che si giovano di una malintesa disponibilità terzomondista.

Aldo Ciummo

Unione: l’istruzione necessaria perchè la nostra Europa sia libera ed autonoma

 

Tra i settori più attaccati dalla crisi determinatasi all’interno del mondo finanziario e i cui costi si stanno abbattendo soprattutto sugli ambiti che favoriscono l’uguaglianza di opportunità ci sono l’istruzione e l’ambiente: la Ue inverta la rotta

Il Parlamento Europeo ha approvato mercoledì il Bilancio comunitario per il 2011, un documento che contiene alcune delle priorità proposte dai deputati e portate avanti durante i negoziati con Consiglio e Commissione, organi con i quali l’assemblea eletta dai cittadini dell’Unione Europea – con modalità per molti versi più dirette di quelle che ormai sperimentiamo nei listoni redatti da altri nelle consultazioni nazionali – ha raggiunto un accordo su varie questioni politiche.

Ma veniamo agli impegni in pagamento, che assumono un peso particolare in un’epoca in cui i cittadini comuni potrebbero davvero percepire istituzioni situate a Bruxelles e Strasburgo come qualcosa di lontassimo, in assenza di interventi riconoscibili nel sociale: le risorse per la crescita e l’occupazione mettono a segno un buon colpo con i diciotto milioni di euro destinati all’apprendimento permanente, un capitolo le cui carenze in Italia hanno ad esempio fatto registrare una limitazione significativa della crescita del Pil a detta di Confindustria e, se lo dicono coloro che di norma individuano i maggiori limiti di produttività nel costo del lavoro, ci crediamo.

Un altro programma quadro importante è quello per la competitività e l’innovazione, che ottiene in tutta Europa dieci milioni: una iniziativa simile potrà sortire buoni effetti in gran parte del continente ma incontrerà più difficoltà dove il monopolio è la regola, perchè il motore dell’economia e dell’innovazione è la concorrenza (secondo il meglio della teoria economica liberale, dalla quale grandi blocchi conservatori si sono oramai sganciati per perseguire particolari varianti mediterranee del popolarismo europeo, con risultati ad oggi non molto incoraggiati sul piano della tenuta dello sviluppo economico, dell’armonia sociale e della stessa onorabilità minima che di consueto si richiede alle istituzioni pubbliche).

Sono importanti anche le risorse destinate a conservazione e gestione delle risorse naturali, che in tutta l’Europa occidentalizzata sono considerate investimenti preziosi per la società, come l’istruzione, l’università e la ricerca, (non freni per lo sviluppo economico e zavorre per le finanze pubbliche) e che difatti oltre all’attenzione della Ue hanno attirato anche le cure della Germania – attualmente indiscusso motore dell’economia europea assieme al Nordest del continente ed insieme a limitata parte dell’est – nazione federale che si è ben guardata dal tagliare sull’istruzione e sulle energie alternative in tempi di crisi. La conservazione e gestione delle risorse naturali ha avuto 6,7 milioni di euro dalla Ue.

Il capitolo Libertà, Sicurezza e Giustizia è da sottolineare, anche per l’aggiunta di 2,35 milioni di euro destinati al programma Daphne per la lotta alla violenza contro le donne ed i bambini ed un aumento di un milione per la prevenzione del terrorismo. Si tratta di aspetti importanti, che assieme agli investimenti necessitano di una effettiva partecipazione politica, economica, sociale dei cittadini che attualmente è di fatto inficiata dal fossato che divide in Europa regioni sviluppate ed in via di sviluppo, classi sociali che hanno attraversato la crisi con più agilità ed altre che hanno visto in essa un colpo di grazia addizionato a difficoltà già non indifferenti, cittadini dell’area euro e neocomunitari, cittadini di nascita ed extracomunitari, spesso nati nel paese di accoglienza ma mantenuti in situazione di semiregolarità da regole che non sono più di questo secolo.

Integrazione e democrazia sostanziale sono presupposti per una Europa capace di agire in tempi movimentati. E’ di questi giorni la notizia che Cina ed India hanno firmato un patto di intenti in favore dello sviluppo economico della loro area di influenza, una regione geopolitica che cresce in maniera stupefacente per i ritmi cui siamo abituati.

 L’Europa ha bisogno innanzitutto di funzionare a pieno regime come comunità istituzionale, sociale, economica, per poter cooperare alla pari con gli Stati Uniti e le altre aree di cultura occidentale che condividono con UE ed USA i valori di concorrenza, solidarietà, partecipazione e libertà individuale (Canada, Australia, Sudafrica, Nuova Zelanda, in prospettiva anche una parte limitata dell’ Est europeo e dell’America Latina) nella definizione di un mondo multipolare nel quale assicurare sì apertura a tutte le aree del pianeta, ma nella ferma difesa e decisa promozione dei princìpi che hanno reso possibile all’Unione Europea ed all’Occidente di esistere e di offrire un grande contributo senza il quale al giorno d’oggi non esisterebbe democrazia.

Nella questione dei rapporti con la Federazione Russa c’è al momento davvero poco di prevedibile, perchè non solo non sussistono  molte delle affinità istituzionali che sono necessarie  in base ai Trattati Europei se si intende intavolare un discorso di adesione, ma Mosca non è realisticamente neppure interessata, rappresentando un’area ed una politica autonoma nel mondo, in merito alla quale l’Unione Europea potrebbe incontrare incompatibilità con le proprie caratteristiche democratiche.

Tornando alle questioni concrete ed urgenti nella Ue cioè gli investimenti, quattro milioni di euro vanno ai Giochi Olimpici Speciali di Atene ed è auspicabile che verso la Grecia, l’Irlanda e le aree geografiche della nostra Europa più duramente colpite dalla crisi globale si concentri la solidarietà delle istituzioni centrali, altri tre milioni di euro sono destinati al Programma Gioventù in Azione e bisogna ricordare anche che la UE ha aumentato di cento milioni il piano di aiuti per la Palestina, il processo di pace e l’UNWRA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), impegni importanti, perchè il benessere “spicciolo” dei cittadini non è sganciato dalla stabilità dei confini dell’Europa e questo è tanto più vero in paesi come l’Italia che nel Mediterraneo operano  con profitto.

Riguardo alle cifre totali, gli eurodeputati hanno approvato lo stanziamento di 141, 8 miliardi in stanziamenti di impegno e 126, 5 miliardi in pagamenti. Gli stanziamenti di impegno, nonostante la definizione possa risultare meno immediata, sono quelli che determinano le spese future.

E’ stato raggiunto inoltre un accordo tra Consiglio della UE, Commissione Europea e Parlamento di Strasburgo che prevede di poter emendare il bilancio  durante il 2011, una decisione che potrebbe rendersi necessaria perchè i Trattati sui quali si fonda l’Unione Europea prevedono che essa non possa andare in deficit. E, si potrebbe aggiungere, la nostra Europa non può permettersi neppure deficit di cittadinanza in tempi che sono così complessi. La priorità concessa all’economia come motore anche politico della cittadinanza europea ha dimostrato i suoi limiti in occasione della recente crisi greca, laddove la mancanza di solidarietà europea si è trasformata in una mancanza di lungimiranza anche economica che ha svelato come la Comunità non è soltanto una parola scelta per sostenere l’aggettivo “europea” ma la base per ogni credibile ruolo dell’Europa al suo interno e nel pianeta.

Aldo Ciummo

Europa e Stati Uniti nella politica mondiale

 

Giovedì si è svolto l’incontro tra il Presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek ed il Segretario di Stato degli Usa, Hillary Clinton

L’altroieri Jerzy Buzek ed i rappresentanti dei gruppi politici al Parlamento Europeo di Bruxelles hanno incontrato il Segretario di Stato americano Hillary Clinton. Il tema dell’incontro era l’insieme delle questioni internazionali, che correttezza politica a parte rappresentano un ambito nel quale il ruolo di Europa e Stati Uniti è più importante di quello di molte altre aree.

Difatti, al di là della innegabile ascesa economica di zone geopolitiche come la Cina o l’America Latina, di cui su queste pagine web si è più volte rimarcata la positività per l’affermazione di equilibri multipolari e più stabili, molte di queste crescite del prodotto interno lordo sono ancora attraversate da contraddizioni che attendono difficili soluzioni prima di caratterizzarsi come motori dello sviluppo in senso anche sociale delle intere nazioni coinvolte (così ad esempio è in America Latina), in altri casi ancora ci sono sistemi che, prodotto interno lordo o non, ci mettono di fronte a istituzioni statali (Iran, Cina) capaci di lapidare una ragazza o di sequestrare i parenti di un premio Nobel.

Va detto che, in fatto di chiarezza su quello che è accettabile e quello che non lo è, il Segretario di stato in visita nella UE avrebbe potuto dare delle lezioni all’Europa: forse perchè le istituzioni europee sono ancora in costruzione, forse perchè l’Unione si sente ancora appesa alle forniture energetiche ed alle nuove opportunità di contratti che si trovano al suo oriente, fatto sta che il nostro continente è spesso balbuziente quando si tratta di richiedere il rispetto dei diritti delle donne e dei diritti umani nel loro complesso, e spessissimo muto quando si tratta di porre condizioni per ottenere l’attuazione di questi valori democratici.

Non si ingnorano certo le contraddizioni e le violazioni delle norme internazionali da parte della politica estera degli Stati Uniti, però occorre dare atto, perlomeno nella politica inaugurata dalla attuale Amministrazione Usa, ad un approccio ben definito nel rapportarsi ai comportamenti statali che più stridono con la nostra concezione occidentale del rapporto tra poteri pubblici e cittadini, un atteggiamento chiaro da parte di Obama che ad esempio si è espresso nel prendere le distanze da regimi del Sud del Mondo che, al di là di varie forme aggressive di terzomondismo, ben poco hanno fatto per risolvere gli ostacoli alla partecipazione delle popolazioni allo sviluppo.

Altrove (in Italia ed in modo anche più massiccio in Francia) capi di stato la cui considerazione dei diritti dei cittadini è quantomeno carente da un punto di vista occidentale e da quello stabilito dalle dichiarazioni universali Onu sono stati accolti con vere e proprie celebrazioni.

Ma bisogna cogliere i segnali positivi sia del rafforzarsi del ruolo – e quindi speriamo pure della coscienza – dell’Unione Europea nel pianeta sia le avvisaglie della fine definitiva della tendenza unipolare manifestata dagli Stati Uniti in parte dell’ultimo decennio, fatti indicati anche da scelte come quella di coinvolgere il Parlamento Europeo nella costruzione di legami più stretti tra Europa e Stati Uniti.

Un dato che rafforza le capacità europee nella politica internazionale è la crescita di importanza del Parlamento Europeo nella legislazione e del bilancio, perchè ciò significa più partecipazione dei cittadini ed è questo che rende la politica efficace nella soluzione dei problemi e non progettare sistemi monocratici come di fatto (anche se attraverso una sorta di caos permanente) sta avvenendo in Italia e come sarebbe impossibile e disastroso fare in una realtà complessa e avanzata come la UE.

Il nuovo sistema di diplomazia europea non è un cambiamento cosmetico, ma un processo che porterà le ambasciate dei paesi costituenti ad essere ambasciate dell’Unione Europea e quest’ultima avere un proprio corpo diplomatico preparato per portare avanti assieme agli Stati Uniti un nuovo ruolo, rispettoso del consenso in un mondo diverso dal passato, ma determinato nel non recedere sulle politiche ambientali, la sicurezza energetica, la pacificazione esterna. In questo quadro le differenze vanno affrontate se necessario con durezza ma non bisogna dimenticare quali sono sempre stati i nostri cooperatori più validi ed affini al continente dentro l’Unione Europea, lo Spazio Economico Europeo  e l’Atlantico, sapendo che la politica internazionale funziona se questi si tengono stretti dal punto di vista della progettualità politica, strategica e socioeconomica.

A questo proposito è stata importante la dichiarazione di Buzek che la capacità dell’Europa di parlare con una voce sola sarà precondizione di rapporti più forti verso l’esterno da parte di Unione Europea e Stati Uniti insieme ed è stata indicativa l’affermazione della Clinton (condivisa dagli Europei) che ai Balcani è giusto dare una prospettiva europea realistica ed alla Federazione Russa riconoscere un coinvolgimento pieno nei problemi in comune, ma che di fronte a queste soggettività geopolitiche occorre tenere fissi quelli che sono i princìpi della democrazia occidentale.

Aldo Ciummo

La Finlandia per una più forte cooperazione Usa-Ue

Tampere in Finlandia

 

Ieri il Ministro degli Esteri finlandese Alexander Stubb è intervenuto a Londra in merito ai rapporti tra Europa e Stati Uniti

Alexander Stubb ieri è intervenuto presso l’Istituto per le Relazioni Internazionali ospitato da Chatam House a Londra e sottolineato che occorre continuare a lavorare per raggiungere un livello di integrazione più efficace,  nonostante i buoni rapporti che la nostra Europa già intrattiene con gli Stati Uniti, grazie alla condivisione di valori e all’alto grado di integrazione economico.

Stubb ha affermato che il recente vertice di Copenaghen, con le sue difficoltà dovute ad una molteplicità di approcci diversi e le trasformazioni anche istituzionali, come il Trattato di Lisbona, intervenute nel mondo moltipolare di oggi, hanno dimostrato l’opportunità di rilanciare il dialogo tra UE e USA fino a ottenere un miglior grado di coordinamento.

La Finlandia, attraverso il proprio ministro degli Esteri, ha presentato cinque proposte: un patto per affrontare insieme tutte le situazioni di emergenza, un accordo per una economia ecosostenibile su entrambe le sponde dell’Atlantico, una vera area di libero commercio, un quadro comune comprendente UE ed Usa per andare incontro agli altri paesi nella cooperazione ed infine la costituzione di un gruppo di esperti per rafforzare le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti.

Il Governo di Helsinki può contare su una lunga esperienza di cooperazione internazionale ed anche regionale, per il lavoro svolto insieme a Svezia, Norvegia e Danimarca in molte questioni, per gli organismi dedicati all’area artica dei quali la Finlandia fa parte e per le missioni di grande rilievo portate avanti nel mondo negli ultimi decenni. L’approccio multipolare della nuova amministrazione Usa incrementa gli spazi per una politica atlantica comune.

Aldo Ciummo