• i più letti

  • archivio

  • RSS notizie

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.
  • fin dove arriva la nostra voce

  • temi

  • Annunci

Populismo di destra, un pericolo per l’Europa

Le difficoltà sociali che l’Europa deve affrontare lasciano ancora spazio a pessime tendenze da cui nessun paese è al riparo

Nonostante la crisi economica stia mettendo a dura prova il tessuto sociale in molti paesi dell’Unione Europea e gli squilibri nella distribuzione delle risorse aggravino questa situazione, complessivamente al momento i populismi di destra stanno arretrando, sia nei paesi del Mediterraneo, che vedono riorganizzarsi progetti di alternativa sociale progressista (come risposta all’iniquità della gestione della crisi come elaborata dai rappresentanti tecnici delle tendenze liberiste di destra), sia negli stati economicamente più solidi che hanno sperimentato ugualmente negli scorsi anni l’emergere di forze politiche euroscettiche (a volte con sfumature xenophobe preoccupanti) si guardi al Belgio e ad alcuni paesi scandinavi dove le liste ultraconservatrici che avevano ottenuto qualche consenso negli anni passati si stanno ritirando ad ogni elezione, perdendo voti nelle elezioni che si sono svolte nel 2011 e nel 2012.

Attualmente si sta svolgendo in Norvegia il processo all’estremista di destra che l’estate scorsa ha causato la morte di decine di persone ad Oslo e sull’isola di Utoya, sollevando preoccupazioni ulteriori sull’aggressività dei gruppi xenophobi, ultraconservatori o integralisti religiosi cristiani in Europa e nella Unione Europea, anche se formalmente la Norvegia non fa parte della UE. Mentre in Norvegia ci si è trovati di fronte all’azione di un criminale isolato, la tragedia del paese nordico ha attirato l’attenzione sul fatto preoccupante che in molte parti d’Europa i partiti che portano avanti discorsi inaccettabilmente razzisti e populisti di estrema destra vengono perfino accettati negli esecutivi di governo oppure accolti in una sorta di cooperazione informale con altre forze di destra tradizionale e più moderate.

Per quanto riguarda la Norvegia ed i paesi vicini, l’azione criminale isolata di un estremista di destra, oggetto del processo in atto, non può far registrare molti contatti con la realtà politica e la società colpita da quell’attentato, perchè i partiti che portano avanti idee inaccettabili per razzismo e xenophobia sono sempre stati abbastanza isolati nelle istituzioni in Norvegia (anche in Svezia ed in Finlandia non sono mai stati ammessi in compagini governative i gruppi di estrema destra, anche quando si trattava di liste che non avevano una chiara tendenza ultraconservatrice come nel caso del partito dei “Veri Finlandesi”) e quando i movimenti politici hanno fatto parte di esecutivi in qualche appoggio esterno, come in Danimarca, non si trattava di forze politiche propriamente estremiste. Inoltre le posizioni di chiusura verso l’immigrazione hanno sempre raccolto consensi solo marginali e i candidati che si rifacevano a queste posizioni hanno generalmente evitato di aderire a vere e proprie ideologie estreme.

E’ stato sottolineato da molti giornali in Europa, dopo la tragedia che ha colpito la Norvegia, che le forze politiche conservatrici o liberali che esprimono critiche riguardo alle politiche dell’immigrazione o della laicità hanno diritto di partecipare alla vita politica (senza vedersi associate ad atti orribili compiuti da estremisti di destra o alle forze ultraconservatrici più estreme). Bisogna però dire che non è logico preoccuparsi soltanto delle conseguenze estreme del razzismo e dell’estremismo di destra, quando queste si verificano come è avvenuto a spese di uno stato come la Norvegia che resta un modello di democrazia, anche nel modo civile con il quale ha affrontato la tragedia e sta portando avanti il processo al responsabile di quel massacro, perchè è molto preoccupante in Europa anche la diffusione silenziosa del razzismo, della xenophobia, dell’ultraconservatorismo e di tutte le minacce alla società aperta e multiculturale: un fenomeno, questo del populismo di destra, che da anni si sviluppa soprattutto a livello culturale e specialmente nell’Europa continentale, venendo a volte quasi accettato, (soprattutto nell’area mediterranea e nell’est) purtroppo anche da spezzoni del mondo politico e istituzionale.

Aldo Ciummo

NOTIZIE SU REGIONI E CULTURE DEL NORDEUROPA SUL SITO DI INFORMAZIONE      www.nordeuropanews.it      NORDEUROPANEWS

Annunci

Il vero problema è la negazione dei diritti degli immigrati

Gli scontri a Bari e Crotone di questi giorni sono il risultato delle condizioni inaccettabili nelle quali le persone vengono tenute

Bari, Crotone, immagini della cronaca ormai quotidiana, di binari bloccati e strade occupate dagli scontri, ma soprattutto teatro di una quotidianità molto meno evidenziata dalla informazione a senso unico delle televisioni nazionali e dei maggiori mezzi di informazione: le condizioni di vita, non solo materiale, di persone che ora rischiano di restare come fantasmi privi di documenti anche fino a diciotto mesi nei centri di identificazione e di espulsione.

Una reclusione che prelude ad un rifiuto è quanto di più contrastante con la Costituzione che l’Italia si è data ad un prezzo molto alto e che con estrema difficoltà sta conservando in questi ultimi venti anni di colpi quotidiani alle sue caratteristiche sostanziali: la carta italiana esprime molto chiaramente l’affermazione di diritti universali che escludono limiti di reddito, nazionalità, religione e che rappresentano valori abbastanza chiari da non essere eclissati dalle diversità del contesto sociale odierno rispetto alla data della sua firma.

Persone che non hanno commesso nessun reato non dovrebbero essere recluse a tempo praticamente indeterminato in base a decreti tesi ad accontentare parte del pubblico di una comunicazione generalista sulla cui obiettività e pluralismo ci sarebbe molto da ridire, pubblico peraltro largamente in disaccordo con queste distorsioni dei princìpi costituzionali e con l’allontanamento dalle consuetudini di apertura consolidate in Italia dal dopoguerra al 1993, nonostante l’ampiezza della propaganda che si è imposta in seguito.

La realtà dei cie e dei cara, centri di prima accoglienza spesso inesistenti o assimilabili per concretezza del trattamento riservato a coloro che vi vengono trattenuti, rende del tutto comprensibile l’insorgere di sommosse fra i destinatari di questa gestione non proprio illuminata dell’ordine pubblico, non da parte di chi è costretto a gestirlo ma di un governo e di forze politiche che anche all’interno opposizione spesso condividono nei fatti l’emergere di una cultura che collega i diritti alla provenienza ed al reddito, sganciandoli dalle persone.

Funge da parziale alibi dell’esecutivo (obiettivamente non lo è) l’assenza della UE, prodiga di richiami ai diritti ma latitante in fatto di supporto organizzativo, materiale e logistico, di fronte a fenomeni storici che riguardano il continente nel suo complesso e vedono l’Italia come uno dei paesi al centro di trasformazioni che difficilmente possono essere gestite da un gruppo arroccato a difesa del proprio mantenimento con il sostegno di forze regionali con sfumature xenofobe e dotate di una vista che non supera i confini del circondario.

Il motivo per cui oggi alle 17.30, mentre il Senato discute il decreto Maroni sui rimpatri European Alternatives e altri gruppi terranno un presidio all’esterno, è che la UE non sarà questa e non sarà l’Italia a incoraggiare preoccupanti segnali di chiusura nella nostra Europa, che si pone come forza di apertura nel mondo di oggi.

Le ingenti risorse che vengono dissipate per recludere cittadini senza altre colpe che essere stati costretti da svariati e tragici eventi ad abbandonare i propri paesi sono risorse sufficienti ad iniziare un lavoro sull’integrazione che raccolga le migliori esperienze europee ed includa progressivamente il sostegno ai cambiamenti in atto nel Mediterraneo, coerentemente con i diritti umani.

Aldo Ciummo

Pavlos Yieroulanos: “all modes of transportation, all culture and sport venues and aspects of life are returned to normality”

The Statement of the Ministry of Culture and Tourism, Mr Pavolos Yeroulanos (released 30th of June).

“Greece is turning page towards financial stability and growth. In this effort, an austerity plan was voted by Greek Parliament yesterday resulting to temporary demonstration and disruptions in the center of the city of Athens.

These events, altough unfortunate, were local and do not represent in any way everyday life in the city. Visitors in Athens continue to enjoy secure and tranquil environment and a very vibrant cultural experience.

All modes of transportation, all culture and sport venues and aspects of life have returned to normality and visitors can enjoy the experience they planned for.

No other city of location in Greece was affected by these disruptions.”

Strasburgo: “Europa più unita per i diritti”

 

La questione siriana in particolare è al centro delle critiche degli eurodeputati liberali, ambientalisti ed euroscettici su una gestione delle crisi eccessivamente improntata alla realpolitik

di Aldo Ciummo

La richiesta principale degli eurodeputati dei gruppi ALDE (liberali), ECR (conservatori) e Verdi è un approccio più equilibrato alle crisi definite della primavera araba, con l’inclusione del presidente siriano Bashar al-Asad nella lista dei funzionari oggetto di sanzioni comunitarie.

L’aula nel suo complesso ha fatto notare al capo della politica estera europea Catherine Ashton che sono necessari maggiori sforzi diplomatici assieme a misure più chiare verso i governi di Siria, Bahrain e Yemen. La situazione in Siria viene definita come un grande disastro e come una Tienanmen araba dal leader dei liberali, Guy Vorhofstadt (Alde, Belgio) che assieme ad ECR e Verdi ha chiesto che il presidente siriano sia incluso al più presto nella lista concordata il 16 maggio per imporre il divieto di espatrio ed il congelamento dei beni a tredici alti funzionari siriani.

Non si può fare a meno di notare un eccesso di dichiarazioni di principio ed un difetto di indicazione di misure concrete, dato che riguardo alla effettiva rimozione delle attuali autorità, decisioni simili si rivelano di lunga e tormentata attuazione, si veda il caso libico. L’embargo sulle esportazioni di armi nei confronti di Siria, Bahrein e Yemen, una delle richieste chiave inoltrate agli stati componenti la Ue è però più che giustificata dalle circostanze ed è presente nelle prime due risoluzione elaborate da Gabriele Albertini (PPE) e Roberto Gualtieri (S&D). L’assemblea di Strasburgo ha anche chiesto alla UE di sospendere i negoziati per un Accordo di Associazione con la Siria e sanzioni mirate verso i regimi.

 L’Europarlamento ha accolto favorevolmente l’apertura a Bengasi di un ufficio Ue, annunciata da Catherine Ashton, per assistere il Consiglio Nazionale Transitorio in Libia. L’obiettivo è arrivare il prima possibile ad un cessate il fuoco, alle dimissioni del governo ed all’invio di maggiori aiuti alla città di Misurata. E’ stato chiesto anche di condurre una inchiesta sull’uccisione di alcuni dissidenti iraniani nel campo di Ashraf in Iraq e la maggioranza dei gruppi si è pronunciata per la restituzione delle tasse provenienti dai territori palestinesi attualmente trattenute dal governo di Israele.

I gruppi euroscettici ECR e EFD hanno criticato la scelta della UE di mantenere relazioni con Hamas dopo la riconciliazione del gruppo con Fatah. L’elemento importante che si registra è l’esigenza che sale dal Parlamento Europeo, in accordo con l’opinione pubblica comunitaria, di porre il rispetto dei diritti umani in una posizione migliore nell’agenda europea, rispetto alla realpolitik che si è vista spesso negli ultimi anni e di mettere la questione al centro degli accordi internazionali, ad esempio con la Federazione Russa. Significativa la proposta presentata da Marìa Muniz de Urquiza (S&D, Spagna) per un seggio permanente per l’Unione Europea nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’assemblea generale intanto ha approvato una status speciale che permetta alla UE di intervenire durante i lavori.