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Irlanda: vince Enda Kenny, affonda il Fianna Fàil

Enda Kenny, insegnante, sportivo e leader del Fine Gael

Nelle elezioni che seguono il salvataggio europeo e il piano di austerità il partito di governo irlandese passa dal primo posto a lungo inespugnabile che gli elettori gli hanno riconosciuto per decenni ad una terza posizione che non gli garantisce nemmeno la guida delle nuove opposizioni

di    Aldo Ciummo

Enda Kenny, insegnante e sportivo e leader del Fine Gael, è il probabile Taoiseach (Primo Ministro) che dovrà rinegoziare le condizioni imposte da Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale ad una Irlanda che negli ultimi anni ha subìto un brusco risveglio dal quindicennio di crescita e spesa targato Bertie Ahern, il simbolo del Fianna Fàil che incassava i dividendi del fenomeno della tigre celtica, una epoca sfumata nel tribolato strascico di legislatura gestito da Brian Cowen. Il Parlamento irlandese è formato da 166 seggi e il Fine Gael avrà la necessità di allearsi con il Labour oppure con alcuni degli indipendenti eletti nella tornata elettorale che si è svolta ieri.

Bertie Ahern (in carica dal 1997 al 2008) si dimise appena un anno dopo dalla sua terza rielezione alla carica di Taoiseach e meno di un anno prima dell’inizio dei guai per l’economia della Repubblica, lasciando (primavera del 2008) al suo posto il suo ministro delle Finanze, Brian Cowen, presto bersagliato da un malcontento che aveva radici certo più antiche del 2009 e del 2010, negli investimenti pubblici e nell’indebitamento di un periodo, snodatosi durante gli anni novanta ed il primo decennio del 2000, in cui sembrava che lo sviluppo non dovesse finire mai.

L’intero panorama politico dell’Eire è capovolto come non succedeva dai tempi stessi in cui il Fianna Fàil dell’eroe nazionale Eamon De Valera pose le basi per un governo quasi ininterrotto dalla vigilia del secondo conflitto mondiale ad oggi (il partito dei “Soldati del Destino” è nato, come l’avversario Fine Gael, dopo la guerra di indipendenza e la guerra civile del 1921 dalla scissione dello Sinn Féin, il cui nome fu conservato dai militanti che non accettarono di entrare nel parlamento irlandese nonostante la partizione dell’isola accettata dal Fine Gael, ingresso nel Dàil che invece coloro che si sarebbero chiamati Fianna Fàil fecero, le tre forze più antiche dell’isola erano all’epoche correnti diverse dell’Irish Republican Army). Il Fianna Fàil crolla dal quaranta per cento e oltre dei consensi del 2007 e di molte elezioni precedenti all’attuale 17 per cento, che è più che dimezzato a Dublino, dove il Labour di Eamon Gilmore diventa primo partito, conservando ed ampliando il successo nelle elezioni europee ed amministrative riportato nella capitale nel 2009.

A vincere su scala nazionale, con il 36 per cento complessivamente nell’Eire ed un grosso risultato anche a Dublino, dove in tutte le circoscrizioni si spartisce i seggi con il Labour (con il 20 per cento suo probabile partner nel Governo entrante) è il Fine Gael di Enda Kenny, nato come partito di legge e ordine negli anni venti con Michael Collins, accettando il compromesso della divisione dell’isola e della permanenza del nuovo stato sotto l’ombrello del Commonwealth. Dopo la trasformazione dell’Irlanda in Repubblica e con l’inizio del duraturo successo del Fianna Fàil nel presentarsi come custode del nazionalismo democratico e di una stabilità conservatrice con sfumature sociali, il Fine Gael ha dovuto inventarsi una singolare identità progressista, che attraverso posizioni simili a quelle della vecchia AN italiana ed effimeri avvicinamenti al gruppo dei Socialisti europei lo ha portato a definirsi centro progressista e sedersi nei banchi del PPE. Oggi il partito reso credibile da Enda Kenny in anni di azione politica e lavoro sui temi di opinioni più sentiti dalla popolazione lancia una scommessa difficile in un era incerta.

Il Fianna Fàil è letteralmente spazzato via dalla città più importante dell’irlanda: a Dublino i seggi dei quartieri popolari che furono la sua roccaforte sono stati presi al primo conteggio dai troskisti del Socialist Party e dai movimentisti del People Before Profit (alleati nel cartello United Left Association) e da uno Sinn Feinn che continua a radicarsi anche nel sud, confermando le indicazioni emerse dalle consultazioni europee e rafforzando i risultati ottenuti in Ulster, dove dal 2009 è primo partito. E’ il conto di una crescita dipinta dal FF come perpetua, ma anche di una crisi di identità: il Fianna Fàil che poteva dirsi nazionalista (per aver liberato l’Irlanda e poi averla fatta diventare una Repubblica) e allo stesso tempo rappresentarsi popolare (per aver costruito un grande settore pubblico nonostante il persistere di una emigrazione massiccia fino agli anni ottanta), il FF che poteva mantenere le sue roccaforti nelle zone rurali col supporto dei fondi europei dagli anni settanta in poi, ha perso la terra sotto i piedi a causa della stessa ondata che gli ha consentito di distribuire i dividendi della globalizzazione dagli anni novanta in poi, perchè la vecchia irlanda nazionalista e sociale cambiava.

L’Irlanda è diventata, negli ultimi venti anni, un paese sempre più giovane, dove le identità contano ma si sono modificate, anche grazie al Fianna Fàil ed alle politiche redistributive è un posto dove l’intolleranza non ha attecchito, ma oggi è una nazione dove un decimo della popolazione viene dal resto d’Europa ed i “Soldati del Destino” del Fianna Fàil sono anch’essi in crisi di identità: il FF ha condiviso per un decennio nel Parlamento Europeo gli spazi dell’UEN, il gruppo conservatore dell’Europa delle Nazioni, oggi è nel gruppo dei Liberali (A.l.d.e) e le incertezze nei temi sensibili lo dividono ulteriormente, in anni in cui non può mantenere il consenso con i sostegni materiali alle fasce di popolazione in difficoltà, come aveva sempre fatto.  Nell’ Europa di oggi  i fondi per l’Agricoltura e per la Coesione che ieri andavano all’Irlanda ed a pochi altri vengono ripartiti tra gli stati mitteleuropei e baltici, balcanici e saranno concessi presto a nazioni di prossimo ingresso.

Le cose non sono facili neppure per il Fine Gael (La Famiglia dei Gaeli) con il suo ottimo risultato elettorale dovrà dimostrare se quella del Governo uscente di fronte alle regole della finanza internazionale è stata davvero una resa e che sia possibile quindi rinegoziarla, alleggerendo il peso che il salvataggio pubblico delle banche per le spalle dei contribuenti. Se vuole fare questo il FG, sorta di An sia pure morbida, dovrà allearsi ancora una volta con il Labour, che tra i Socialisti europei siede davvero e da sempre, sia pure con posizioni moderate, e che rappresenta un pezzo del cataclisma che ha investito il Parlamento irlandese:  appena ieri una lista recintata tra i lavoratori del settore pubblico e che non credeva al 14% delle europee, oggi un partito quasi al 20 per cento che ha posizioni più chiare del Fine Gael (le alleanze tra i due partiti sono state il solo modo che FG e Labour hanno trovato di vincere ma non hanno mai prodotto amministrazioni durature). Anche questo è un segnale dell’epoca che si chiude, il Labour era l’unico partito di una certo seguito a non nascere dalla guerra di liberazione nazionale del 1920 e rimasto inchiodato da una sorta di minorità (da cui traeva origine il detto che l’Irlanda fosse una Repubblica con due partiti e mezzo, Fianna Fàil in maggioranza, Fine Gael in condizione di minoranza abbastanza netta e costante nonostante il suo peso e Labour poco al di sopra del dieci per cento per la maggior parte della usa esistenza).

A completare le novità di questa tornata elettorale in Irlanda l’onda di estrema sinistra, che riporta in Parlamento i trotzkisti di Joe Higgings: il dissidente del Labour è stato previdente nella sua alleanza con i movimentisti del People Before Profit, dopo il successo che entrambe le formazioni avevano riscosso nelle amministrative di Dublino già nel 2009, contemporaneamente all’entrata in Parlamento Europeo del comunista d’Irlanda. Dublino è un’altra storia (come e più che nelle elezioni europee), la United Left Alliance (Socialist Party e People Before Profit) e lo Sinn Feinn (che continua a crescere) conquistano molte circoscrizioni, dopo Labour e Fine Gael che sono i big della situazione anche in città. Al Fianna Fàil di Dublino resta soltanto un seggio (su quarantasette).

Lo Sinn Féin si sta stabilizzando come una forza al dieci per cento, radicandosi anche nel sud come principale forza antagonista popolare sia tra i nazionalisti che tra i giovani di sinistra e nelle aree vicine al Nord arriva ad ottenere il 15 per cento dei consensi. Una vera ondata però è anche quella degli indipendenti, che tutti assieme totalizzano il quindici per cento e molti dei quali sono eletti (molti di loro guardano a sinistra). Dopo i liberisti del PD (Progressive Democrats), radicali d’Irlanda scomparsi nel 2008 prendendo atto della sostanziale sparizione nelle preferenze degli elettori, la stessa sorte sembra toccare invece ai Verdi di John Gormley, cui l’esperienza di coalizione col Fianna Fàil giunta al termine è stata letale, con uno striminzito due per cento lasciano il posto nel Dàil ad almeno quattro deputati dell’estrema sinistra ed a una dozzina di indipendenti.

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Belfast, uno specchio che manda ancora tristi riflessi di divisioni in Europa

 

Terribili notizie giungono in questi giorni dall’Irlanda del Nord: il ferimento di una donna, agente di polizia; il massiccio coinvolgimento negli scontri di giovanissimi, la capacità dei dissidenti oltranzisti del nazionalismo irlandese e degli ultraconservatori nel campo lealista protestante di rappresentare e mobilitare nel peggiore dei modi le rispettive comunità di appartenenza nei quartieri più poveri: in una Europa dove nuovi razzismi e nazionalismi rialzano la testa.

 

di   Aldo Ciummo

La notte di Belfast diventa ancora una volta lo sfondo di una rappresentazione che miete vittime nella realtà, oggetto di interesse forse ormai folcloristico per gran parte del mondo, ma suggestione per niente cinematografica per ampie fasce della popolazione che in Ulster, complice la decennale situazione di depressione economica e di degrado istituzionale legata alla guerra civile prima aperta e dal 1998 latente, combattono ancora una guerra antica, iniziata nel 1690 quando Guglielmo d’Orange sconfisse il pretendente cattolico al trono, Giacomo.

Quell’immagine a cavallo, il sovrano inglese che passa il fiume Boyne, è ancora sui murales lealisti accanto all’effigie dei paramilitari caduti affrontando l’Ira, la parata protestante che il 12 luglio la ricorda passando attraverso i quartieri irlandesi di Belfast riaccende ancora scontri che hanno poco di attuale per chi li guarda dal continente: anche quest’anno le notizie che giungono da Derry, dove sono state lanciate ancora bombe, da Belfast, dove nel quartiere dell’Ardoyne i nazionalisti irlandesi di Brompton Park e i protestanti di Twaddell Avenue si sono affrontati, sono resoconti di fatti terribili.

Una donna, agente di polizia, è stata ferita gravemente alla testa, da persone che hanno aggiunto vergogna ad uno scenario che ha veduto i ragazzi portarsi dietro, in mezzo a sassi e proiettili, dei giovanissimi. Sembravano destinati a restare nella memoria i tempi in cui i bambini a Belfast vivevano la scuola della guerra in strada tutti i giorni e crescevano nella separazione comunitaria solidificata anche oggi da diciassette muri, più del doppio se si contano quelli di minore lunghezza e dimensione.

L’area di Ardoyne è una roccaforte dello Sinn Feinn e del repubblicanesimo nazionalista irlandese, al centro dell’interesse dei dissidenti dell’Ira Irish Republican Army, alcuni elementi della quale non accettano il processo di pace avviato con l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 e proseguito a partire dal 2007 con la formazione di un governo comprendente tutte le forze politiche e di fatto ancora oggi poco funzionante. Ardoyne è anche meta di parate protestanti che annualmente ricordano il 1690 e con questo la nuova sconfitta della comunità irlandese del nordest nel 1920, quando il Sud conquistò la propria indipendenza ma dovette rinunciare all’unità nazionale e gli anni sessanta e settanta del ‘900, quando la minorità politica e nei diritti per i cattolici continuò e si aggravò subendo la repressione armata.

Quando vengono diffuse notizie drammatiche come quelle attuali riguardo al conflitto, ricordo che nell’estate del 2005, nel periodo del disarmo dell’Ira, feci due brevi viaggi a Belfast, partendo da Dublino dove in quel periodo risiedevo. In entrambi i casi mi tornò in mente ciò che annotava Benedict Anderson nel suo libro dedicato ai nazionalismi, “Comunità Immaginate”: in linea d’aria Belfast è a meno di 500 chilometri da Londra” e pensai che i chilometri da Dublino a Belfast sono ancora meno, circa 150. Ma, in accordo con le osservazioni di Anderson, secoli di storia tengono l’Ulster inchiodato al suo passato, è questo che lo divide dal Regno Unito e dall’Eire.

Arrivando nella città si percepiva chiaramente la sensazione di entrare in un altro paese, il passaggio dal centro cittadino alla periferia cattolica trasmetteva l’impatto con un’altra nazione nello stato ed infine a Shunkill, superato il Muro della Pace per fare ingresso nella zona protestante, ci si sentiva in un altro mondo. La prima volta che mi affacciai a Belfast, nei primi giorni dell’ agosto del 2005, era trascorso da poco il 28 luglio in cui l’IRA aveva assunto il suo impegno di disarmo con la commissione internazionale presieduta dal generale canadese John De Chastelain.

Allora mi trovavo in viaggio con un amico italiano e prima ancora compagno di liceo che aveva da poco terminato i suoi studi in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed entrambi fummo colpiti dall’immagine di un bambino di non più di sette anni che camminava su un muro divisorio piuttosto alto: lui e tutti i ragazzini che percorrevano le periferie trascinandosi dietro carrelli della spesa scassati, pezzi di legno ed altri improbabili giochi sembravano incarnare, nel loro atteggiamento aggressivo, tutta la fragilità e l’energia in potenza di quegli isolati polverosi.

La seconda volta che andai a Belfast, alla metà di ottobre, ero ospite di alcuni giovani del posto assieme ad un amico francese, appassionato di ecologia che in quel periodo era mio coinquilino assieme ad altre persone provenienti da diverse parti del continente. Erano trascorsi da non moltissimo sia i tumulti che nei giorni 10 e 11 settembre 2005 avevano accompagnato il tentativo di ripetere la parata orangista da parte dei gruppi oltranzisti protestanti, sia la risolutiva dichiarazione della commissione internazionale di controllo sul disarmo (il 25 settembre 2005 De Chastelain dichiarò che l’Irish Republican Army aveva messo tutte le armi fuori uso).

Di nuovo fummo accolti dall’impressione che il luogo riserva così spesso ai “continentali”, quella di essere immersi in un ambiente dove decenni di percezioni umane e culturali sono giunti a cristallizzare divisioni fisiche ed hanno disegnato una geografia urbana capace di dilatare le distanze e di segregare perfino i giovanissimi nella prospettiva (anche visiva) di anguste comunità. Di tutto questo ci rendemmo conto attraversando un ponte pedonale, avvolto in una rete metallica, che conduceva da un suburbio protestante ad uno cattolico.

Vedendo andare qualcuno verso la zona irlandese, i bambini che si trovavano in uno spiazzo contiguo all’ingresso del ponte lanciarono gli innocui oggetti che si trovavano sottomano contro la rete metallica, desistendo non appena accortisi che si trattava di stranieri, estranei alla distorta realtà di questo pezzo di terra. Gli amici che ci avevano accolti abitavano in un’area un pò più vicina al centro, erano di origine indifferentemente inglese o irlandese e si sentivano cosmopoliti; la periferia irlandese portava sui volti e sulle pareti delle case scrostate la povertà di una Irlanda di altri tempi (la stessa che a Dublino sopravvive soltanto in qualche quartiere intrappolato dal progresso che la assedia avanzando dal centro e dalla cinta di villette dell’hinterland); le zone protestanti erano caserme a cielo aperto.

Le notizie che arrivano oggi in Europa dal Nord dell’Irlanda sono molto tristi: a ferirsi, a ingaggiare scontri a rischio di morte e di omicidio a Belfast sono per lo più ragazzi tra i sedici e i venticinque anni, la stessa età di tante persone che ho conosciuto in Irlanda nel 2005, di con cui ho abitato a Dublino nel 2008, gente per cui andare a scuola in una città oppure in un’altra cambia tutto, perchè non si nasce guardiani di una strada rimasta ferma al 1690. Nessuno è destinato a rimanere garante di una malintesa identità europea a Parigi o a Budapest, nè a restare straniero in Italia dopo l’arrivo da un altro continente.

Inglesi e irlandesi sono persone straordinarie, la loro capacità di integrazione verso chi arriva per la prima volta da altri luoghi e diversi ambienti è enorme, l’affetto che nutrono per il proprio territorio è commovente, ed averli in Europa dal 1973 è una risorsa inestimabile, come lo è stato l’ingresso nella Ue delle nazioni dell’estremo nord. Il senso d’appartenenza alla comunità in Ulster è stato inacidito fino all’avvelenamento, da una storia che per più di tre secoli non è riuscita a trovare una via d’uscita al nodo creato dalla persistenza di un angolo di impero e della situazione di discriminazione subìta da molti irlandesi.

I giornali e gli amici riferiscono che la situazione cambia rapidamente, ma quel contesto suggerisce ancora una riflessione utile a chi si muove in un ambiente di vita, quello della nascente Unione Europea, che si proietta sempre più nella società globale e nella necessità storica di incorporare nelle sue nazioni costituenti frammenti di altre culture e innesti di fusioni e mutazioni culturali positive già in divenire.

Intorno a sè l’Europa scatta istantanee di un presente che vorrebbe considerare già passato, un residuo che il progresso corregge gradualmente. Talvolta le nostre istituzioni progettano di sostituire di sana pianta costruzioni sociali consolidate nel mondo e di promuovere l’integrazione dei nuovi arrivati come se si trattasse di un processo rieducativo, ma nel cuore del Vecchio Continente, in luoghi come l’Ulster, è ancora possibile vedere una apertura ammirevole della società affiancarsi a strade dove ogni estraneo è guardato con diffidenza: è il frammento di uno specchio che manda ancora riflessi di quello che l’Europa rischia di essere dove si riaccendono episodicamente conflitti nazionali tra i paesi di recente ingresso, dove si nega un buono pasto a un ragazzino nato lontano, dove una diatriba linguistica spacca in due nazioni fondatrici della nostra Europa.

C’è da augurarsi che mai più da Belfast si sappia che viene lanciato un pezzo di cemento in testa ad una ragazza, che non si verifichi mai più che coetanei dei nostri amici europei si trascinino dietro i fratelli minori in uno scontro letale, con la stessa facilità con cui in altre date li porterebbero ad accendere i bonfires ed a tenere vive le magnifiche tradizioni del nord Irlanda, del nord del continente. Ma c’è da sperare anche che l’Europa guardi e consideri quanta differenza fa insegnare con i fatti  (fin dall’inizio di questa integrazione dei 27 stati, presto 28, poi trenta e più)  a mettere da parte il distacco verso le diverse culture che si confrontano e si aggiungono nella costruzione comunitaria ed a sviluppare un attaccamento al territorio alternativo al modello della fortezza. L’Europa non sarà questa.

Stallo in Ulster, speranza fino a domani

Peter Robinson, primo ministro dell'esecutivo autonomo nordirlandese

 

La tre giorni di colloqui promossa da U.K ed Eire non ha convinto i protestanti “duri” del DUP ed i cattolici irlandesi dello Sinn Fein, se entro domani i due partiti nordirlandesi che coabitano senza parlarsi nel governo dell’Ulster non si accordano, polizia e giustizia restano a Londra.

Gordon Brown e Brian Cowen, primi ministri rispettivamente del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda, ce l’hanno messa tutta e ieri notte i colloqui sono giunti all’alba, ma il loro omologo nordirlandese Peter Robinson, che si è autosospeso temporaneamente dopo che uno scandalo ha coinvolto la moglie ed il vice dell’esecutivo dell’Ulster Martin McGuinness non sono convinti, per motivi opposti, e speculari.

Robinson, rappresentando il Democratic Unionist Party, che ha fatto la sua fortuna elettorale sull’avversione ad una pace (1998, Good Friday Agreement, NdR) considerata arrendevole verso i nazionalisti cattolici, vede ogni devoluzione all’Ulster come una vittoria della vecchia I.r.a irlandese, che infine consegnerebbe alla comunità “verde” la piena cittadinanza.

McGuinness, politico targato Ira che ha traghettato i nazionalisti armati nella democrazia, deve difendere la ragione d’essere identitaria ed elettorale dello Sinn Fein, la riunificazione col sud. Risultato: polizia e giustizia, simboli e sostanza dell’autonomia e dell’autogoverno, restereranno molto probabilmente a Londra perpetuando il drammatico gioco delle parti di DUP e Sinn Fein e alimentando la partita molto più inquietante giocata dai loro dissidenti armati, protagonisti negli ultimi mesi di scontri, attentati e minacce.

Finchè Londra è impossibilitata a trasferire alla popolazione dell’Ulster i pieni poteri di autodeterminazione, in un contesto di partnership sempre più stretta con l’Eire e di normalità dell’amministrazione, i “duri” protestanti potranno continuare a considerarsi i tutori di una sovranità ereditata dal passato ed i nazionalisti irlandesi troveranno terreno fertile per presentarsi come gli alfieri dei pari diritti e dell’emancipazione della parte “verde” della comunità.

In realtà il processo di pace nordirlandese ha avuto molti autori, tra cui  Blair e Bertie Ahern durante i loro lunghi mandati a Londra ed a Dublino, il partito filoirlandese moderato SDLP e il partito dell’Alleanza (a maggioranza protestante) con l’aggiunta degli elementi più pragmatici dell’UUP lealista. DUP e Sinn Fein, rafforzati elettoralmente negli anni da posizioni massimaliste in senso opposto tra loro, in seguito agli Accordi del Venerdì Santo del 1998 proprio mentre crescevano hanno dovuto fare i conti con la realtà, già imposta dal quadro istituzionale concordato da Regno Unito e Repubblica di Irlanda. Un enorme contributo alla soluzione del conflitto è venuto dagli Stati Uniti e anche dalla sua società civile.

Nel 2005 l’Irish Republican Army rivelò in base ai patti dove si trovavano le armi ad una Commissione speciale presieduta da un generale canadese a riposo, John De Chastelain. Nel 2007 i due partiti-comunità nemici, DUP e Sinn Fein, accettarono di governare insieme (e con SDLP e UUP), ma quando si è trattato di fare davvero un passo avanti, come adesso, si sono fermati.

Il piano cui si dovrebbe arrivare prevederebbe che, dopo nuove elezioni, a maggio i poteri vengano trasferiti a Belfast. Se domani DUP e Sinn Fein non si accorderanno, U.K ed Eire spingeranno loro perchè venga attuata una nuova proposta, probabilmente più in linea con le aspirazioni della gente comune nel nord dell’isola rispetto alla prigionia nel passato dei leader politici disponibili oggi.

Aldo Ciummo

Irlanda: i servizi sociali rivedono l’assistenza ai genitori “single”

 
 
 

Il degrado nella maggior parte dei quartieri è fortunatamente un lontano ricordo: i servizi sociali hanno avuto la loro parte nello sviluppo ma oggi si pensa a ripensarne l'impianto laddove non hanno dato i risultati sperati

La crisi ha colpito duro il budget del Governo, ma il Ministero della Famiglia e degli Affari Sociali vorrebbe introdurre una revisione generale del sistema assistenziale che nella Repubblica ha sollevato più volte critiche, per gli scarsi effetti positivi nel reinserimento nel mondo del lavoro e nella rete sociale.

Adesso potrebbe accadere che il Governo decida di ridurre gli anni di sostegno per i genitori, un modo per incoraggiarli a una maggiore iniziativa individuale ma forse soprattutto un modo per fare cassa in tempi di crisi.

A Dublino, perlomeno nelle aree più periferiche, non è difficile imbattersi in qualcuno che critica l’eccessiva generosità dello stato verso una parte della popolazione urbana, che poi è la parte un pò più da “cartolina” sia pure non delle più amene. I problemi di dipendenza dagli alcolici non sono generali ma esistono, tuttora accompagnati in alcune aree da una situazione in cui i giovanissimi debbono crescere praticamente da soli. Tutto ciò sta rapidamente cambiando in meglio e già negli ultimi cinque anni il volto dell’Irlanda si è ulteriormente trasformato, cancellando gran parte dei segni dei disagi passati che già dagli anni ottanta al duemila erano stati decimati lasciando il posto allo sviluppo.

Situazioni paradossali, specialmente in periferia, permangono e qui si è inserito nel dibattito sul ruolo dello stato l’intervento di Mary Hanafin, la quale è Ministro per la Famiglia e gli Affari Sociali e che oggi in una intervista al giornale “The Irish Times” ha detto sostanzialmente: meglio non pagare più il genitore che è rimasto da solo fino al raggiungimento del ventiduesimo anno di età da parte dei figli che stanno ancora studiando, ma erogare i sussidi soltanto fino a tredici anni. Dopo, è stata l’argomentazione, i ragazzi spenderanno più tempo a scuola e il genitore avrà a sua volta più tempo: anche per cercarsi un lavoro o un lavoro migliore.

Non è un sasso nello stagno completamente astratto dal sentire comune dell’irlandese medio. Guardando le periferie, molti pensano che garantire 225 euro alla settimana al genitore rimasto da solo con un figlio o una figlia come fa lo stato in Irlanda non assicura nulla sull’utilizzo che questa madre o questo padre farà della somma assegnatagli, sulla sua formazione professionale o su quella culturale della prole. Inoltre l’attuale sistema irlandese, che porta questo aiuto fino ai 18 anni e nel caso evidenziato all’inizio a 22, è molto più “sociale” ad esempio di quello inglese, che per la maggior parte dei casi si ferma all’età di 7 anni. Ma che non è detto che il metodo inglese funzioni di meno, socialmente.

Beninteso, se è vero che uno stato eccessivamente diligente verso chi è rimasto solo con figli potrebbe perfino rappresentare un freno alla ricostituzione di una vita completa da parte dei soggetti assistiti (Mary Hanafin afferma che addirittura qualcuno potrebbe pensarci due volte a costruire di nuovo la famiglia con un nuovo compagno), lo stesso Ministro ammette che dare almeno fino al completamento della prima parte degli studi un supporto al genitore significa aiutarlo a programmare una formazione professionale e dove necessario un reinserimento per sè stesso e indirettamente per i figli.

Più di 87.000 persone (l’Irlanda ha circa quattro milioni di abitanti) ricevono il sussidio in questione, discussioni sulle attitudini umane in fatto di iniziativa autonoma o dipendenza pubblica a parte, ridurne drasticamente il numero in tempo di crisi ed in presenza di scarse opportunità di trovare o migliorare posizioni professionali significa influire in maniera quantitativamente negativa anche sull’economia. Ma la discussione sul tema è qualcosa che in Irlanda sarebbe bene iniziare.

Aldo Ciummo

INTERNAZIONALE|Il Nord Irlanda fa i conti con la criminalità di quartiere

Il parlamento di Stormont esaminera’ la proposta di coinvolgere le famiglie nella lotta alla violenza giovanile

di Aldo Ciummo

I genitori dei minorenni responsabili di reati potrebbero essere costretti per legge a frequentare corsi per familiari, col presupposto che la comunità dovrebbe prendersi carico della riduzione dei comportamenti antisociali che affliggono larga parte di Belfast e del Nord dell’Irlanda.

La proposta che verrà presa in esame dal parlamento autonomo di Stormont, che rappresenta l’Ulster, prevede anche sanzioni finanziarie per le famiglie dei ragazzi coinvolti in aggressioni e danneggiamenti vari. Il problema della criminalità comune, delle intimidazioni e del bullismo rende più difficili situazioni urbane che gia’ sono appesantite dal persistere del controllo settario, delle estorsioni e dell’economia illegale (spaccio, contrabbando, produzione non autorizzata di vodka e sigarette) ereditate dal conflitto e mantenute in vita dalle organizzazioni paramilitari di ambo le parti, protestante e cattolica.

Dopo l’accordo del 1998, il Good Friday Agreement (Accordo del Venerdi’ Santo), il disarmo dell’Ira nel 2005 e la formazione di un governo di coalizione tra le maggiori parti in causa nella primavera del 2007, la maggior parte dei problemi legati al conflitto “guerreggiato” sono stati ammorbiditi in maniera significativa. Persiste invece una diffusa criminalita’, dovuta sia all’annoso sottosviluppo di buona parte della popolazione che ad una cultura fortemente caratterizzata da un discutibile spirito di controllo del territorio da parte dei suoi abitanti. Chiunque conosce Belfast (escludendo il centro turistico) ha presente l’atteggiamento dei gruppi di giovani e di abitanti che stazionano ad angoli delle strade che demarcano il passaggio da un’area ad un’altra.

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