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L’Estonia presenta la storia del Baltico

La raccolta di saggi presentata all’Ambasciata d’Estonia approfondisce i legami tra i paesi dell’area

Il Baltico è fin dall’antichità un campo di forze in cui la storia delle migrazioni e quella degli sviluppi urbani delle popolazioni dei paesi circostanti si confondono fino a diventare una singola rete di vicende.

La raccolta di saggi (a cura di Giovanna Motta) presentata giovedì 20 febbraio presso l’ambasciata d’Estonia non a caso si intitola “Il Baltico: un mare interno nella storia di lungo periodo” e segue le strategie di Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia, Russia e Svezia, definite come uno spazio comune per le scelte politiche, religiose, commerciali.

Il ricorso a discipline diverse arricchisce la riflessione storica su regioni rilevanti per il contatto con i paesi baltici: la penisola scandinava, le isole appartenenti alla Danimarca, l’Europa centrale ed orientale.

Gli spunti suggeriti comprendono storie nazionali e complesse interazioni fra paesi che risultano allo stesso tempo connessi ma differenti.

Elementi come le tradizioni, la lingua, la religione, la mitologia, contribuiscono a ricostruire la genesi dei popoli baltici attraverso indizi che nel tempo definiscono una identità, spesso mortificata da attacchi di potenze europee come Svezia, Polonia, Russia, Germania, a lungo in contrasto per assicurarsi una posizione strategica nell’area nordeuropea.

Sono anche i segni evidenti di quelle differenti influenze esterne che definiscono un contesto la cui impronta sul mare “interno” caratterizza gli stati del Baltico.

Aldo Ciummo

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Tony Abbott prende il posto di Kevin Rudd

Kevin Rudd, da poco subentrato a Julia Gillard come premier australiano, non ha retto le divisioni del suo schieramento e il peso economico dei sostenitori di Abbott

Niente da fare per i Laburisti guidati da Kevin Rudd, premier uscente dopo essere subentrato all’inizio di questa estate a Julia Gillard (a sua volta preferita dal partito laburista a Rudd per sostituirlo nel ruolo di primo ministro nel 2010). Le stesse divisioni interne che hanno portato i progressisti australiani a mettere in primo piano ora l’uno ora l’altro leader ne hanno determinato una costante erosione nei consensi che nelle elezioni di sabato 7 settembre 2013 ha consegnato il successo a Tony Abbott, che rappresenta i conservatori (Liberali). Kevin Rudd ha preso atto del risultato e si è congratulato con Abbott.

I dati disponibili non sono definitivi, ma indicano chiaramente che gli eletti con Abbott avranno (nell’ipotesi più ottimistica per i loro avversari) circa ottanta seggi sui centocinquanta della camera bassa, inoltre ci sono segnali che a situazione definita nei vari collegi la maggioranza di Tony Abbott potrebbe essere ancora più solida, anche se non al senato, dove le difficoltà derivate dal sistema elettorale con più preferenze (tese a rappresentare al massimo la volontà degli elettori) lasciano immaginare che i problemi visti durante la coalizione dei Laburisti con Verdi e indipendenti potrebbero presentarsi nel corso della legislatura anche per i Conservatori.

Bob Hawke, in passato ministro laburista, ritiene che gli errori dei Laburisti sono stati determinanti nella sconfitta. Molti annotano che per Rudd vincere non sarebbe stato facile, dato il fuoco di sbarramento dei media legati a Rupert Murdoch, che in Australia non hanno fatto in nessun modo mistero dell’avversione dell’imprenditore per i Laburisti. Forte è stata anche la dispersione dei consensi verso diverse forze minori come i Verdi, gli Indipendenti e la lista dell’imprenditore Clive Palmer, oltre naturalmente a quella di Assange (tuttora a Londra nell’ambasciata ecuadoregna e quindi impossibilitato ad avere un peso effettivo nella competizione).

I Laburisti hanno contrattaccato direttamente chiamando in causa Rupert Murdoch, che con i suoi mass media li ha criticati continuamente. Il Primo Ministro laburista Kevin Rudd sosteneva, indirettamente, che il piano del governo progressista di portare la connessione veloce a tutti i cittadini non piaceva a Murdoch, che avrebbe visto come conseguenza immediata il calo di attrattiva delle proprie televisioni via cavo e avrebbe posto quindi i suoi sforzi per assicurare la vittoria a Tony Abbott.

Anche i Conservatori hanno un piano per la banda larga, differente sia negli investimenti previsti, che sarebbero minori, sia nella rete individuata (le infrastrutture di rame esistenti invece della fibra ottica, almeno nei grandi centri e nelle regioni più densamente popolate). Una storia a sé dentro le elezioni è quella dei molti candidati laburisti irlandesi presenti nelle consultazioni australiane, la cui rielezione o meno emergerà dai dettagli della contesa, ancora indefiniti. Alcuni di questi, come Ursula Stephens, vedranno i propri dubbi risolversi ancora più tardi, quando saranno noti i risultati riguardanti il Senato.

Questi candidati hanno portato la propria campagna elettorale nei luoghi di origine, legati per molti aspetti al paese di immigrazione. Altri laburisti con le stesse origini sono Laura Smyth, Brendan O’ Connor (ministro australiano uscente al Lavoro), Deborah O’ Neill. I cattolici sono la maggioranza relativa ma le sorti elettorali dei candidati dipendono in Australia (come in Eire e in Ulster) dalla geografia dei collegi e dalla classificazione dei candidati del territorio indipendentemente dalla somma delle schede, perciò la distribuzione irregolare di questo elettorato molto vicino ai Laburisti australiani non assicura la vittoria del partito, che infatti non si è verificata.

Il peso dei candidati di origine irlandese però è rilevante ed è il motivo per cui a proposito di collegi elettorali situati nel Nuovo Galles del Sud o nel Victoria si leggono i nomi delle località di Wicklow, Belfast, Tralee, Kilkenny, dove in realtà i candidati hanno dovuto spesso recarsi per avvantaggiarsi di duraturi legami da una parte all’altra del mondo. Lo stesso avviene d’altronde (come si è visto nel 2008 quando Obama fu eletto negli Usa) nei ripetuti casi in cui i leader dei Democratici statunitensi si accreditano in Irlanda per assicurarsi l’appoggio di importanti segmenti della società oltreoceano che conservano gelosamente le proprie origini.

Ai Laburisti australiani però l’attenzione ai diversi settori della cultura locale non è bastata, perché le divisioni nel partito hanno oscurato un dato che il mondo guarda con interesse: una crescita economica che per quanto in rallentamento non è stata frenata dalla crisi economica globale. I Conservatori guidati da Tony Abbott sono cresciuti nei consensi in base ad una proposta che è apparsa unitaria ed ha fatto leva sul proposito di destinare una quota maggiore delle risorse nella creazione di infrastrutture, percepite come essenziali in un paese molto esteso e dove sono presenti grandi aree poco abitate. Uno dei problemi che l’esecutivo si troverà di fronte è l’emergente contraddizione tra una tradizionale politica di vicinanza alle posizioni degli Stati Uniti ed una emergente interdipendenza con l’economia della Cina.

Aldo Ciummo

Cosa vogliamo noi progressisti per l’Italia

Si sta votando in diverse città italiane e il risultato, in combinazione con la crescita a sinistra in Francia e Regno Unito può influire sulla politica italiana

 

di  Aldo Ciummo

Questo fine settimana si vota in diverse città italiane, alcune molto importanti. Il risultato potrà influire sulla vita politica italiana soltanto se la partecipazione popolare darà mandato ad una vera opposizione politica, capace di contrapporsi all’alleanza dei poteri forti rappresentata da PDL e dai resti del Centrodestra e subìta passivamente dal PD.

Le forze che hanno causato la crisi economica globale con la loro firma in bianco in favore del liberismo selvaggio e con le politiche di destra conservatrice, spesso appoggiata da liste xenophobe e nostalgiche che hanno contribuito a peggiorarne i singoli provvedimenti, sono organizzate nella società e non potranno essere certo scalzate, dalle posizioni che hanno acquisito, con delle semplici invettive (e agglomerati di intenzioni complessivamente buone ma contraddittorie e confuse) messe in piedi da comici e altri intrattenitori, da quelli usciti direttamente dai teatri fino a quelli che fino a oggi hanno fatto show razzisti sulle sponde di qualche fiume veneto o lombardo, passando per i tutori della legge che appoggiano leggi elettorali per tagliare fuori i partiti minori: stelle varie e liste civiche, leghe e difensori dei valori (non si è ancora capito se di sinistra o di destra) continueranno a fare quello che hanno fatto fino ad adesso, rumore, mentre la gente ha i problemi veri.

Nelle forze politiche rappresentate in Parlamento e nelle regioni di progressisti ne sono rimasti sfortunatamente pochi: qualche frangia di sinistra del Partito Democratico, (convertito per tutto il resto al rigore solo per i molti che lo hanno già assaggiato nel ventennio del centrodestra), il Partito della Rifondazione Comunista e la Fiom, il movimento di Sinistra e Libertà e parte delle nuove liste e qualche esponente delle altre forze di sinistra, più i partiti minori come i Verdi.

I progressisti vogliono poche cose semplici per l’Italia, cambiamenti di cui anche l’Europa nel suo complesso ha un grande bisogno ma nei quali il resto della UE è molto più avanti, spesso anche quando in Germania e negli altri paesi governa il Centrodestra: i progressisti, oggi confinati nell’estrema sinistra (Sel, Prc, ambientalisti) pensano che le tasse vadano pagate, perchè esistono anche gli altri, ma che vadano riscosse in maniera progressiva, non all’inverso, come accade oggi, con grandi patrimoni che non sono intaccati minimamente, redditi enormi che vengono spezzettati in diversi paesi per pagare meno del dovuto ed uno squilibrio di opportunità che si aggrava ogni giorno all’interno della popolazione.

I progressisti vogliono che, come hanno fatto con successo Germania e Finlandia, le crisi vengano affrontate attrezzando le nuove generazioni con gli strumenti più efficaci in tempi in cui si approssima un futuro complesso: con il potenziamento con l’istruzione e non con il suo smantellamento per investire in navi e aerei militari, come fa l’Italia. Una politica progressista non regala le città ai costruttori vicini alla chiesa maggioritaria, perchè ritiene invece che la valorizzazione dell’ambiente sia un investimento molto più vantaggioso. La sinistra, favorevole ad una prospettiva di progresso, considera un valore aggiunto l’integrazione dei nuovi cittadini, a cui vergognosamente viene negata la cittadinanza anche quando nascono qui, nella nostra Europa, studiandovi e lavorandovi per anni.

I progressisti non accettano che la società sia divisa in caste, come di fatto sta avvenendo in una società come quella italiana dove tutte le statistiche (soprattutto quelle internazionali) indicano che le diseguaglianze crescono e che lo stato non pone neppure nella sanità, nella giustizia e nell’istruzione strumenti minimi di tutela delle pari opportunità, il progressismo politico infatti ritiene un pericolo la crescita del razzismo e del maschilismo che si fa strada in questa disgregazione della società guidata da un mercato senza controllo, ma un’altra cosa che tutti coloro che sono di sinistra distinguono chiaramente è questa: gli attuali equilibri non possono essere sostituiti da nulla di decente se questo pretende di nascere da agglomerati opachi di manie di protagonismo, di capipopolo che fanno finta di non sapere che la fiscalità può essere riformata ma non sparire, che si arrogano il diritto di istigare ad una parodia di far west che favorisce solo le tendenze di destra, che non hanno progetti che non assomigliano ad una specie di autoritarismo in erba.

Per questo, in occasione delle consultazioni elettorali, tutti fanno bene come sempre ad ascoltare il proprio senso di responsabilità ed almeno per chi si riconosce nella sinistra e nei valori di tutela del lavoro, difesa dell’ambiente, promozione dei diritti (che hanno permesso alla sinistra progressista nelle sue varie espressioni istituzionali o movimentiste di far crescere l’Italia dal secondo dopoguerra ad oggi) questo significa votare effettivamente a sinistra, per Prc e ambientalisti, per Sinistra e Libertà, per gli esponenti democratici credibili, a seconda delle diverse situazioni amministrative, che non si può nascondere sono differenti da un quadro nazionale.

Come la nuova affermazione di un esponente della sinistra ha dimostrato nelle primarie a Genova, l’appiattimento sulle politiche di destra perseguito a tutti i costi dai maggiori partiti di origine progressista non ha più grandi spazi di manovra. La maggioranza degli italiani come degli europei vuole più equilibrio sociale e più prospettive economiche, i progressisti e la sinistra vogliono un progetto in tal senso.

 

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Michael Higgins presidente dell’Irlanda, la città di Dublino sempre più a sinistra

I dubbi sulla regolarità di alcuni episodi nell’ex partito di governo sono stati fatali per le aspirazioni di Sean Gallagher, mentre il candidato del Labour, Higgins, è stato riconosciuto come proposta autorevole

di   Aldo Ciummo

L’Irlanda continua nello spostamento significativo di vecchi equilibri, scomparsi assieme al ruolo di partito semi-permanente di governo accordato nei decenni passati al Fianna Fàil (una forza conservatrice di centro nazionalista), dopo la vittoria alle politiche di quest’anno dell’alleanza formata da Fine Gael (centrodestra liberale) e Laburisti, che ha portato Enda Kenny alla carica di Taoiseach (Primo Ministro).

Adesso è la volta della Presidenza della Repubblica, il nuovo Uachtaràn na hEireann è Michael D. Higgins, sostenuto dal Partito Laburista, una forza che partendo da un ruolo storicamente secondario (non oltre il quattordici per cento ancora in anni recenti) ha compiuto un ingresso ragguardevole nell’arena dei maggiori soggetti politici in Irlanda, a partire dalle elezioni europee del 2009 che hanno anche anticipato il peso che i laburisti stavano acquisendo a Dublino, dove oggi sono il primo partito e hanno raccolto un altro successo con l’elezione, nelle suppletive del collegio di Dublino Ovest, di Patrick Nulty. Il Fianna Fàil scompare da Dublino.

Sean Gallagher era favorito fino all’inizio di questa settimana, con un vantaggio di una decina di punti percentuali su Higgins, mentre gli altri candidati rimanevano molto indietro. L’emergere di una possibile irregolarità nelle modalità della raccolta dei fondi per il Fianna Fàil, in realtà del tutto presunta e legata ad una limitata donazione di un privato al FF (non in questa elezione) ha fatto crollare in pochi giorni il consenso di Gallagher.

Probabilmente a permettere a Higgins di diventare il nono presidente della repubblica irlandese è stata anche la voglia di riportare al centro una figura in grado di ricordare l’immagine presidenziale che lo stesso candidato del Labour ha tratteggiato dichiarando di voler essere “un presidente di cui andare fieri”. Il suo maggiore avversario, Sean Gallagher, ha detto “sono sicuro che sarà quel presidente” e lo ha ringraziato per la campagna positiva. Ma il primo a contratularsi con Michael Higgins è stato David Norris, uno dei candidati sconfitti, che ha una lunga storia per i diritti delle minoranze in Irlanda.

Sono stati battuti anche la cattolica Dana Rosemary Scallon, la civica Mary Davis e Gay Mitchell, che correva per il Fine Gael (il maggior partito di governo, mentre il secondo è il Labour in base alle ultime elezioni politiche nazionali), mentre ha avuto un buon risultato, che supera quello del partito, il candidato dello Sinn Féin Martin Mc Guinness, uno dei dirigenti dello Sinn Fein in Irlanda del Nord, con un passato nell’Ira: la lista nazionalista con sfumature socialiste ha intercettato molto del malcontento dovuto alla crisi in questi ultimi anni ed alle elezioni politiche di questa primavera ha tallonato i tre partiti maggiori.

I primi risultati sono arrivati da Dublino Midwest e danno Higgins oltre il 40 per cento, Gallagher poco sopra il 20, Mc Guinness al 16 per cento, Norris intorno al dieci, Gay Mitchell al sei, Mary Davis e Dana Scallon intorno al tre per cento a testa. Gli esiti che arrivano dalle altre circoscrizioni non sono molto diversi. Dublino Sudovest ricalca praticamente la situazione del collegio precedente, in particolare per i due principali contendenti. Ieri mattina Michael Higgins, accompagnato dalla moglie Sabina e dai figli Michael e Daniel è rimasto per un pò intrappolato nel traffico nella zona ovest di Galway, hanno riportato i giornali.

Nel Kildare i due politici in testa sono preponderanti con il 45 per Higgins e il 25 per Gallagher. Mc Guinness è un pò più debole a Dublino Ovest e Sud ed in quest’ultima ripartizione Higgins va ancora più forte, con oltre il 50% dei voti. In Dun Laoghaire (Dublino) la storia è la stessa, con Gallagher e Mc Guinness meno votati che in altre aree. Il conteggio finale arriverà questa sera ma le indicazioni sono chiare. Il Fianna Fàil, teoricamente più vicino a Gallagher e seriamente destabilizzato dalle elezioni che alcuni mesi fa lo hanno visto spintonato da largamente primo (e longevo) partito di maggioranza a malapena terzo, si è congratulato con Higgins attraverso il leader del FF Michael Martin, che ha affermato: ” sarà un eccellente presidente e rappresentante per l’Irlanda”.

Nel Tipperary (sud) Higgins e Gallagher sono testa a testa e McGuinness è un candidato forte con il 13 per cento, mentre a Donegal Nordest (vicino l’Irlanda del Nord) il primo è McGuinness dello Sinn Fein con il 32 per cento ed in controtendenza seguono Gallagher (ventotto) e dietro Higgins (ventitre), a Limerik (sud della repubblica) Higgins prende più della metà dei voti, in Cavan Monaghan (appena a sud dell’Irlanda del Nord, a nordovest di Dublino) è primo Gallagher e seguono, alla pari Higgins e McGuinness.

Ritornando alle elezioni suppletive di Dublino circoscrizione Ovest, con l’elezione di Patrick Nulty il Labour conferma l’andamento positivo avviato diventando il primo partito della città nelle elezioni europee del 2009 e (nella capitale) anche alle politiche, ma un altra corrente di sinistra maggioritaria riconferma la sua forza in città, l’area movimentista che permise alle liste a sinistra del Labour di ottenere un eurodeputato (sui dodici irlandesi a Strasburgo) del Socialist Party e che con la formula dell’United Left Alliance (ULA) ha portato quattro deputati del Socialist Party e del People Before Profit nel parlamento irlandese questo marzo.

Ruth Coppinger (Socialist Party) infatti ha ottenuto circa il 20 per cento nella circoscrizione ovest chiamata alle urne per un seggio del Dàil Eireann, composto da 166 deputati. Il Fianna Fàil qui ha ottenuto il 21 per cento con un altro McGuinness, David, da non confondere con quello più noto dello Sinn Fèin, Martin. Il FF però resta senza rappresentanti a Dublino e questo è indicativo dell’attuale situazione del partito che ancora con Bertie Ahern e Brian Cowen pareva in grado di reggere questa crisi di consenso come aveva fatto in tante occasioni nei decenni. Riguardo all’eletto, Patrick Nulty (28 anni) si è impegnato molto per i senzatetto.

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Ulster: DUP e Sinn Féin guideranno il processo di pace

 

Le elezioni dello scorso fine settimana hanno consegnato definitivamente le chiavi dell’esecutivo nordirlandese al partito lealista del DUP che avversò gli Accordi del Venerdì Santo ed agli eredi della lotta armata nazionalista irlandese, lo Sinn Fein: ora dovranno davvero lavorare insieme

Il risultato è lo stesso delle precedenti elezioni politiche dell’Ulster, con la conferma del primato del Democratic Unionist Party: l’ultima trincea dove il predicatore integralista Ian Pasley aveva raccolto i protestanti contrari al processo di pace ed all’inclusione dello Sinn Fein nell’esecutivo il DUP dopo i difficili esperimenti di coabitazione a Stormont (il castello sede del governo autonomo), è una forza che ha imparato sotto la guida di Peter Robinson a guardare avanti.
 
Vengono confermate anche le prospettive di governo dello Sinn Fein, ex braccio politico dell’Ira che con il disarmo del 2005 ha messo fine alla guerra in Irlanda del Nord ed è oggi condotto da Martin Mc Guinness, a lungo vice di Jerry Adams.

Il DUP ha quasi 200.000 voti e trentotto seggi: il suo consenso stabile oggi unisce tradizione identitaria dei lealisti fedeli al Regno Unito e consapevolezza della necessità di proseguire nella collaborazione di tutte le componenti della vita associata in Ulster.
 
Lo Sinn Féin continua a crescere (pur non mantenendo il primato consentitogli per la prima volta nelle europee del 2009 dalla scissione della lista Traditional Unionist Voice dal DUP), arrivando quasi al ventisette per cento e guadagnando ventinove seggi, uno in più di quelli che aveva a Stormont.
 
L’Ulster Unionist Party, storico partito maggioritario tracollato dopo aver firmato gli Accordi del Venerdì Santo (1998) che prevedevano l’inclusione dello Sinn Féin nell’esecutivo, è stato protagonista, in questa contesa elettorale, di un disastroso tentativo di riprendersi gli elettori ceduti da allora al partito intransigente del DUP (oggi riposizionatosi come partito di governo): Tom Elliott, alla guida dell’UUP, ha alzato i toni definendo il tricolore irlandese una bandiera straniera, con il risultato di alienarsi il suo elettorato moderato, contribuendo così alla rinascita nelle urne del Partito dell’Alleanza, presenza moderata minoritaria ma importante della politica nordirlandese.
 
Quasi svanito negli anni del dialogo tra sordi susseguitisi dopo gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una rapida riconciliazione, il Partito dell’Alleanza si vede ricosciuta la sua scelta di unire protestanti e cattolici favorevoli al superamento del conflitto sulla base della priorità dei problemi concreti con otto seggi ed un posto quasi sicuro nell’esecutivo.
 
L’UUP è caduto da diciotto a sedici seggi. Continua a perdere consensi anche lo SDLP (Social Democratic Labour Party), partito nazionalista irlandese moderato che, in maniera analoga a quanto accaduto ai danni dell’UUP in favore del DUP nei primi anni dello scorso decennio, si è visto sottrarre voti dallo Sinn Fein, premiato inizialmente per la sua intransigenza identitaria e poi per la più fattiva gestione dello scenario post-accordi di pace (1998) e post-disarmo dell’Ira (2005). 
 
La complessità del sistema elettorale e della rappresentanza territoriale ha consentito che con quasi settemila voti in più rispetto al protestante UUP (la forza più colpita dal proseguire dell’emorragia di consensi degli intransigenti verso il Dup e adesso anche dei moderati verso l’Alleanza), l’SDLP sia meno rappresentato nel numero dei suoi seggi, peraltro diminuito da sedici a quattordici. Nel nuovo esecutivo il DUP avrà quattro ministri, lo Sinn Fein tre, l’SDLP, l’UUP e il Partito della Alleanza probabilmente uno a testa.
 
Il Partito dell’Alleanza potrebbe risultare gratificato con un ministero per il leader David Ford nella rappresentanza, ma solo dopo il completamento dei calcoli che riguardano ad esempio l’unionista protestante indipendente David McClarty, separatosi dal DUP per protesta verso la nuova politica “dura” impressa da Tom Elliott all’UUP (partito che fu autore, assieme al SDLP, degli Accordi di Pace inizialmente criticati e giudicati insufficienti per ragioni diverse dalle opposte forze del DUP e dallo Sinn Fein): eletto ad Est Derry, McClarty se decidesse di riunirsi all’Ulster Unionist Party potrebbe far assegnare al partito due ministeri, mentre l’Allenza rischierebbe di perdere l’incarico nell’esecutivo.

Questi sono nel dettaglio i risultati aggregati dalla BBC ieri: Democratic Unionist Party 38 seggi, due in più in confronto al 2007 (si vota ogni quattro anni) con 198.436 voti equivalente al trenta per cento dei suffragi; Sinn Fein ventinove seggi (uno in più rispetto alla precedente legislatura) con 178.224 consensi che significano il 26,9 per cento dei voti espressi. L’Ulster Unionist Party ha ottenuto sedici deputati, due in meno di quattro anni fa, con 87.531 voti ed il 13, 2 per cento dei voti; il Social Democratic e Labour Party ha totalizzato quattordici seggi (due in meno di quelli che aveva in assemblea finora) con 94.286 equivalenti al 14,2 per cento del consenso espresso; il Partito dell’Alleanza otto (uno in più) con 50.875 preferenze che gli hanno consentito di raggiungere il 7,7 nel calcolo percentuale.

Gli incrementi dei seggi, a causa di una legge elettorale molto rispondente alle esigenze di rappresentanza del territorio diviso in collegi, come in parte avviene anche in Eire, non descrivono perfettamente le effettive variazioni in termini di percentuali dei voti ottenuti dalle diverse liste, mentre aderiscono abbastanza fedelmente al successo o meno dei vari candidati.

La Traditional Unionist Voice di Jim Allister (che nelle consultazioni europee determinò la perdita del primato del DUP come prima forza elettorale e come unica forza protestante lealista “dura”) ha fallito nel suo obiettivo di ripetere l’exploit con il quale decurtò il Democratic Unionist Party di un terzo dei suoi consensi, arrivando al 13 per cento pur senza eleggere nessun europarlamentare: il TUV si è fermato ora al 2,5 per cento, con soli 16.480 voti, che gli valgono comunque un seggio, quello di Jim Allister nel North Antrim.

 I voti temporaneamente presi in consegna da Allister sono tornati alla creatura politica di Jan Pasley, quel DUP nato per riunire i più accaniti avversari dell’accordo con i nazionalisti irlandesi e gradualmente mutato da Robinson in un soggetto politico che sta traghettando la comunità protestante verso un futuro dove in molti considerano probabile una riunificazione delle sei contee con la Repubblica del sud.

Il maldestro tentativo dell’Ulster Unionist Party di intercettare una parte di quei voti, sterzando vistosamente lontano dalla tradizione di mediazione portata avanti dall’Uup negli ultimi venti anni, non ha sortito altri effetti che accelerare l’indebolimento del partito e dare l’impressione che, come recita una recentissima battuta nel Nord Irlanda, Tom Elliot in questa campagna elettorale ha fatto sembrare Jim Allister (il più estremo dei lealisti) pacifista come un dalai lama in confronto a lui ed all’immagine che ha cercato di dare all’Uup.

Anche i Verdi, la cui recente consistenza sia pure minoritaria segnala l’evoluzione dell’Irlanda del Nord verso una politica più simile a quella di altri paesi, hanno ottenuto un seggio con i loro 6.031 voti (lo 0,9 per cento), mentre il magro 0,8 per cento del People Before Profit Alliance (movimenti) con 5.438 voti conferma la minor forza in Ulster di queste liste, che intercettano molti consensi nella Repubblica. Si avviano ad una esistenza residuale invece le liste conservatrici unioniste indipendenti che raggiungono l’un per cento solo se sommate: UK Independence Party (lo 0,6 per cento con 4.156 voti), Progressive Unionist Party of Northern Ireland (0,2 per cento con 1493 voti ), British National Part (0,2 per cento 1252 voti).

Le consultazioni elettorali in Ulster quest’anno hanno fatto emergere anche rapidi cambiamenti ad esempio nel protagonismo delle minoranze, con l’ingresso nell’aula parlamentare della prima candidata di origini cinesi, Anna Lo, eletta a Belfast Sud per il Partito dell’Alleanza, rafforzando le speranze di molti commentatori inglesi ed irlandesi sulle opportunità di associare agli sforzi di superamento delle divisioni tutte le parti della comunità in una legislatura che per tre dei quattro anni che si trova di fronte non dovrà misurarsi con esigenze elettoralistiche di rilievo che possano dare respiro a contrapposizioni esacerbate.

Aldo Ciummo

La presidente irlandese Mary McAleese a Madrid

 

La presidente della Repubblica di Irlanda, in visita ufficiale in Spagna, è intervenuta sul tema più attuale della UE: l’uscita dalla crisi economica

di Aldo Ciummo

 Irlanda e Spagna condividono interessi vitali nell’ottenere l’uscita completa dell’Unione Europea dalla crisi finanziaria e la definitiva crescita di una Europa unita, forte e capace di affrontare queste difficoltà e di lanciare sfide future. Questa la sintesi dell’intervento che Mary McAleese, presidente della Repubblica irlandese ha illustrato a Madrid, parlando anche delle vicende che hanno interessato le finanze di Dublino. Mc Aleese ha affermato di fronte agli operatori ed esperti di economia presenti che lo stato irlandese ha posto ai primi posti nella sua agenda, ripresa, rinnovamento e sviluppo.

La presidente ha risposto a moltissime domande, su argomenti differenti, sottolineando l’importanza che l’Irlanda conservi la libertà di stabilire imposte sulle attività aziendali straniere presenti nell’isola competitive nell’attrazione degli investimenti. La famosa “corporate tax” che ha avuto una parte significativa negli anni del boom durante i governi di Bertie Ahern non dovrebbe essere accantonata per una forzatura voluta dall’Unione Europea, tenendo conto delle situazioni particolari che in maniera simile altri stati proteggono per tenere conto delle specificità delle proprie economie e dei punti di forza e delle maggiori carenze.

In altre parole, la marcia in più rappresentata per l’Irlanda dalle condizioni favorevoli per l’impresa è anche una delle opportunità che la Repubblica Irlandese ha per riportare lo sviluppo a livelli adeguati alle sue potenzialità e quindi per muovere il motore dell’Europa assieme agli altri stati, che come la Spagna sono a loro volta alle prese con difficoltà che solo nella comunità europea possono trovare durature soluzioni.

E’ auspicabile che l’Europa unita non imponga a nessuno soluzioni capestro, ma comprenda piuttosto le enormi opportunità che sono insite nel rendere i debiti contratti dalle nazioni costituenti non soltanto effettivamente pagabili, ma anche pienamente sostenibili, per popolazioni che hanno sempre dato un contributo significativo alla costruzione della nostra Europa.

Mary McAleese ha ringraziato la Germania, per il sostegno che Berlino ha fornito in questa direzione di ragionevolezza. La Presidente della Repubblica d’Irlanda è stata ospite del sovrano Juan Carlos nel Palazzo Reale di Madrid. Nell’agenda ci sono ovviamente gli incontri con José Luis Rodriguez Zapatero e alla Camera dei Deputati di Spagna, oltre ad una visita a Barcellona ed al Presidente del governo autonomo della Catalogna, Artur Mas, prima del ritorno a Dublino.

Dublino la rossa vota Labour e Sinistra

 

Nelle elezioni che hanno consegnato la vittoria al Fine Gael e colpito duramente il Governo uscente Dublino consegna il primo posto al labour party guidato da Eamon Gilmore e consensi significativi all’estrema sinistra di Joe Higgings (Socialist Party) ed ai movimentisti. Exploit in città per lo Sinn Fèin e per gli indipendenti, il collasso del Fianna Fàil è amplificato nella capitale, con l’8 per cento il partito di massa storico non è nemmeno terzo e prende solo un deputato su quarantasette.

A Dublino il Fianna Fàil non esiste più, la capitale trasforma in una sentenza capitale per il Governo quella che su scala nazionale era già una punizione impressionante scritta dall’elettorato irlandese nelle urne del dopo salvataggio delle banche da parte del Governo e dello Stato da parte dell’Europa e della comunità internazionale. Circoscrizione per circoscrizione sono gli ex partiti di minoranza a litigarsi seggi e seggi aggiuntivi in base alle preferenze personali.

La capitale conferma l’andamento avviato con le europee ed amministrative del 2009, amplificandone soprattutto un aspetto (a parte la sconfitta del FF), lo spostamento a sinistra di Dublino. Se si sommano il Labour, oggi primo partito della città, la rinnovata sorpresa delle sinistre antagoniste raggruppate sotto il cartello elettorale ULA (United Left Alliance) e spinte dal trotzkista Joe Higgins, i tanti indipendenti che conservatori non sono di sicuro (anche se qualcuno ce n’è) e lo Sinn Fein che nella capitale come al solito fa bene, la sinistra è protagonista a Dublino.

Le elezioni ribaltano in un panorama dai colori invertiti lo schema Fine Gael forte nell’est e Fianna Fàil nel sudovest, solo che adesso il Fianna Fàil non si vede proprio ed è Labour a Dublino (che è la metà dell’Irlanda) e Fine Gael nel resto di Irlanda (e anche a Dublino). La capitale consegna diciotto dei suoi quarantasette seggi al Labour, diciassette al Fine Gael, quattro allo Sinn Fein e quattro all’ULA-United Left Alliance (Socialist Party e People Before Profit), tre agli indipendenti.

 Brian Lenihan, ministro delle finanze del Governo uscente, è l’unico eletto del Fianna Fàil che nelle aree popolari di Dublino aveva roccaforti. I verdi pagano anche qui l’alleanza col centrodestra di governo, non sono rieletti il ministro Gormley e l’ex leader Sargent.

A Dublino centrale passano Paschal Donohue (Fine Gael), Joe Costello (Labour), Maureen O’ Sullivan (Indipendente), Mary Lou Mc Donald (Sinn Féin). Mary Lou Mc Donald è un esempio dello Sinn Féin “alternativo” che si vede nella Repubblica irlandese, spesso a fianco degli studenti o contro gli interventi militari ed è popolare nelle università. Nella circoscrizione “West” Dublino Joan Burton, volto noto del Labour, viene eletto e così Leo Varadkar, uno dei pochi esponenti effettivamente di destra del Fine Gael, ce l’hanno fatta in quest’area anche il trotzkista Joe Higgins e l’unico superstite del Fianna Fàil a Dublino, Brian Lenihan che è stato Ministro delle Finanze nel Governo.

A Dublino Sudovest Pat Rabbitte, protagonista della crescita del Labour in anni recenti, ottiene un seggio e seguono anche Brian Hayes del Fine Gael e Seàn Crowe dello Sinn Fèin, più un altro esponente del Labour, Eamon Maloney. Qui Conor Lenihan e Charlie O’ Connor sono tra le “vittime” illustri del Fianna Fàil.

“Dublin Mid West” è un altro dei luoghi dove il Labour può cantare vittoria anche sugli amici-concorrenti del Fine Gael, con il quale non sono ancora aperte le trattative su scala nazionale (mossa che spetta ad Enda Kenny cioè al Fine Gael perchè il primo partito a livello nazionale è il FG). Joanna Tuffy è prima col simbolo del Labour, poi sono passati Frances Fitgzerald del Fine Gael, Robert Dowds ancora per il Labour e Derek Keating per il Fine Gael.

Anche a Dublino Nordovest il Labour fa ambo con Roisin Shortall e John Lyons, prima e terzo, mentre lo Sinn Féin è riuscito a far eleggere Dessie Ellis. A Dublino Sud invece il protagonista è stato l’indipendente Shane Ross, affiancato da Alex White del Labour, Olivia Mitchell, Alan Shatter e Pete Matthews del Fine Gael.

Non ce l’ha fatta, come i suoi colleghi di partito (evidentemente da ricostruire su scala nazionale dopo l’alleanza con il Fianna Fàil) il verde Eamon Ryan che per il Green Party era stato ministro. Nella circoscrizione South East (teatro di un’altra casualità eccellente, il ministro e leader verde Gormley) Lucinda Greighton è stata eletta per il Fine Gael, il Labour si è imposto con Ruarì Quinn ed ha doppiato con Kevin Humpreys, cosa che ha fatto anche il Fine Gael con Eoghan Murphy.

 Nella circoscrizione di Dublino Nord il Fine Gael è riuscito ad eleggere James Reilly e Alan Farrell, questa area popolare è stata una di quelle che hanno assegnato nuovamente seggi alla sinistra antagonista (Clare Daly del Socialist Party) ed al Labour (Brendan Ryan). Nell’area di “Dublin North Central” Richard Bruton, volto noto del Fine Gael, Aodhan O’ Riordan del Labour e l’indipendente Finian Mc Grath sono stati tutti eletti, mentre a Dublino “South Central” le diversissime sinistre del panorama politico irlandese, moderata, nazionalista e antagonista hanno messo a segno una sorta di tripletta con Eric Byrne (Labour), Aengus O’ Snodalg (Sinn Féin) e Joan Collins (People Before Profit Alliance).

A Dublino Nord Est hanno ottenuto più voti il Fine Gael (Terrence Flanagan), il Labour (Tommy Broughan e Sean Kenny). Il conteggio ha fatto tenere il fiato in sospeso nel collegio di Dun Laoghaire, dove i candidati del People Before Profit (RIchard Boyd-Barrett), Fine Gael (Sean Barrett e Mary MItchell O’ Connor) e del Labour (il leader del partito laburista Eamon Gilmore) hanno battuto la vicepresidente del Fianna Fàil Mary Hanafin ed l’ex viceministro Barry Andrews (FF).

 Aldo Ciummo