• i più letti

  • archivio

  • RSS notizie

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.
  • fin dove arriva la nostra voce

  • temi

  • Annunci

INTERVENTO DELL’ASSOCIAZIONE PONTE DELLA MEMORIA E DELL’ANP | Il pomeriggio del 16 febbraio alla Casa della Memoria e della Storia di via Francesco De Sales 5 “Damnatio Memoriae Argentina. Tra emigrazioni e storie d’Italia”.

 
 
 
Ci saranno Massimo Rendina, Presidente Anp Roma, Giovanni Miglioli che presiede Ponte della Memoria, Camilla Catarulla dell’Università di Roma Tre, Loris Zanatta (Università di Bologna), gli storici argentini Osvaldo Bayer, Fabian D’Aloisio, Bruno Napoli. L’iniziativa avrà il patrocinio dell’ambasciata della Repubblica Argentina in occasione del suo bicentenario.
 
Dopo i fatti di Rosarno, è indispensabile riacquistare una volta di più la storia delle migrazioni italiane, e sforzarci di renderle memoria collettiva. Oggi nel nostro paese i migranti sono considerati come “non-uomini”.
Lo Stato e il sistema economico vigenti li vogliono rendere invisibili alla società, emarginandoli, nascondendoli e segregandoli in centri di detenzione semi-clandestini. I Cpt sembrano non esistere, perché lontani dalla nostra vista; possono esistere perchè vi è una società che decide di non vedere per sua propria impotenza.
Lì i migranti, pur entrando per “essere identificanti”, diventano nuovi desaparecidos perdendo la propria identità a favore di un conteggio sterile utile solo alla politica.
L’Argentina accolse molti migranti italiani che per molti anni furono vilipesi e umiliati con vari epiteti: “ladri, disonesti, puzzolenti tanto da essere chiamati mocciosi orecchiuti”. Molti dei nostri connazionali furono perseguitati dalla dittatura, desaparecidos o costretti a un nuovo esilio di ritorno.
 Abbiamo dato all’Argentina patrioti quali Manuel Belgrano che era figlio di un genovese ed è ricordato non solo come l’ideatore della bandiera nazionale bianca e azzurra, ma come uno dei padri dell’indipendenza della Spagna, al punto che la sua data di nascita è diventata una festa nazionale: la Giornata dell’Emigrante Italiano.
E poi scrittori come Ernesto Sabato, grandi musicisti del tango come Astor Piazzolla, calciatori come Antonio Valentin Angelillo, mitici piloti automobilistici come Juan Manuel Fangio, industriali come Agostino Rocca. (“L’orda” di Gian Antonio Stella ).
Il fenomeno migratorio è bagaglio imprescindibile della storia d’Italia, di cui va recuperata la memoria a salvaguardia della nostra identità costituzionale e in difesa dei diritti fondamentali.
Associazione Ponte della Memoria e ANP
Annunci

L’Europa contro tutti i razzismi

strasburgo

Oggi il Parlamento Europeo ha chiesto alle autorità egiziane e malesi di garantire la sicurezza di coloro che non aderiscono alla religione musulmana ed adottato una risoluzione che condanna tutte le forme di intolleranza.

 

In Malesia si sono ripetute, nel 2009, ingerenze del Governo nei confronti dei diritti delle minoranze divergenti dal pensiero islamico maggioritario nel paese. Già nel 2007 lo stato aveva minacciato di proibire la pubblicazione del giornale “The Herald”. Contemporaneamente, si sono registrati attacchi alla libertà dei cristiani, che stanno passando un periodo brutto anche in Egitto, dove sei cristiani copti sono stati uccisi il 6 gennaio 2010 e sono avvenuti anche molti incidenti che solo per casualità non hanno avuto esiti drammatici.

Il Parlamento Europeo ha espresso con una risoluzione (sostenuta da tutti i gruppi politici) la condanna di tutte le forme di violenza, di discriminazione e di intolleranza basate sulla religione contro appartenenti ad altre confessioni, “apostati” e non credenti. In relazione ai recenti attacchi, l’assemblea ha chiesto alle autorità malesi ed egiziane di garantire la sicurezza delle minoranze presenti sul territorio. 

Nella risoluzione si osserva che anche l’Europa conosce crimini individuali di questa natura (ed è attuale nella cronaca il tentativo di alcuni ambienti, marginali nelle comunità immigrate, di perpetuare nella nazione di arrivo tradizioni incompatibili con i diritti come intesi nella tradizione umanistica e giuridica derivante dall’illuminismo) e si auspica che Consiglio della Unione Europea, Commissione e Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri prestino una particolare attenzione alla situazione delle minoranze, nel quadro della cooperazione Ue con i paesi interessati.

Non tutti hanno libertà di pensiero e di coscienza, alle ben note forme di stato autoritario o di pressione economico militare esercitate a causa degli squilibri geopolitici ereditati dal passato si aggiungono le democrazie “controllate” del profondo est d’Europa e i regimi populisti e teocratici in Asia e altrove, dove il consenso più o meno diffuso verso i sistemi di controllo sociale tradizionali e i problemi sociali scaricati verso l’esterno, spesso verso l’occidente, produce quell’intolleranza di cui gli incidenti che poi si registrano a spese di cooperatori internazionali o comunità minoritarie rappresentano segni tangibili.

Come le guerre infinite per il controllo delle risorse (e anche per una malintesa semplificazione delle tensioni internazionali) hanno portato una significativa parte della popolazione dei paesi sviluppati ed occidentali a raggruppare culture diverse in un tutto indistinto, dipinto come dominato dalla religione e pericoloso per la sicurezza di una porzione del mondo, così una fascia non indifferente della gente comune di nazioni dove le tradizioni possono rappresentare un efficace strumento di controllo (in un contesto instabile dal punto di vista della sicurezza materiale) è coinvolta in forme di razzismo che non sono meno pericolose di quello tradizionalmente inteso.

In maniera analoga alla specularità di interventismo all’esterno (le occupazioni militari precedute dai bombardamenti mediatici e concreti) e contrazione del confronto all’interno delle società coinvolte (la diffidenza e la repressione verso alcune categorie di immigrati e per estensione verso ogni diversità) sperimentata in occidente dopo le ferite degli attentati, anche in larga parte del Sud del Mondo (e delle potenze emergenti, grandi e medie) si registra il tentativo,  da parte delle élite tradizionali, economiche, militari e religiose, di scaricare tutte le responsabilità dei problemi e le tensioni verso i paesi “ricchi” presi come bersaglio della propaganda, e di qui l’attacco contro i gruppi di persone originarie di queste nazioni, provenienti dagli USA, dall’U.K, dalla UE, contro chiunque si trovi temporaneaente nel terzo mondo oppure sia impegnato nella cooperazione e venga dai paesi sviluppati (in un immaginario che nei paesi in difficoltà finisce per costruirsi un logo uniforme di una fetta del pianeta), da qui l’ostilità verso i gruppi riconducibili alla storia del colonialismo nonostante, l’arricchimento che questi ultimi gruppi hanno portato spesso allo sviluppo della democrazia in aree dalla società complessa come i paesi in via di sviluppo.

Un argomento che su queste pagine web viene curato in maniera ricorrente è, non a caso, la necessità di non semplificare troppo, legittimando malintese pretese di decolonizzazione molto dopo la conclusione dell’era storica cui il colonialismo appartiene, e l’opportunità di ricoscere l’importanza delle comunità di origine europea nel mondo per la cultura e le istituzioni consolidatesi nel tempo grazie all’apporto di queste ultime. Le crisi regionali non si risolvono con il populismo terzomondista.

Difatti, a ben vedere lo stesso antioccidentalismo, letto in termini di puro scontro tra regioni se osservato da lontano, dai suoi destinatari, si muove in un paesaggio sociale, il mondo emergente dell’Asia, dell’Africa, spesso dell’America Latina e moltissimo negli stati a forte presenza islamica, nel quale gioca un ruolo nelle trasformazioni interne di ogni nazione presa in esame, dove l’avversario delle oligarchie e del blocco sociale che le sostiene non è all’estero ma è l’insieme di categorie e di elementi culturali che spinge verso la modernizzazione della società, e lo spauracchio delle fasce marginali che si uniscono ai fanatismi religiosi non è la libertà e il paniere di valori occidentale, se ne esiste uno uniforme, ma l’insicurezza degli ultimi in un pianeta dove il costo di questa libertà è insostenibile per molti.

Nella stessa Unione Europea, è positivo che l’Aula (sempre oggi) abbia riaffermato il ruolo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e difeso le sue decisioni in merito alla garanzia della laicità delle scuole, respingendo il ricorso contro il divieto di apporre simboli cristiani. Ma la difesa della laicità da sola non bastera e occorrerà mettere l’Europa in condizioni di intervenire nelle situazioni sociali con più peso e soprattutto lavorare sull’integrazione tenendo conto che si tratta di un processo complesso nel quale le comunità immigrate non possono essere considerate in una condizione “infantile” ma devono assicurare reciprocità nello scambio. E i paesi di provenienza degli emigranti non possono supportare queste trasformazioni in maniera fruttuosa se non avviano una tendenza di apertura anche in casa propria.

Aldo Ciummo

La UE si preoccupa mentre la Russia fa strane manovre politiche in Georgia

Russia

Immagini favolose da cartolina, sempre di più quel ritaglio scintillante che i turisti possono ammirare nei centri storici degli stati più restii a rispondere della situazione dei diritti umani è gran parte di quello che all'Europa viene concesso di vedere. Dietro la copertina, Russia, Cina, Arabia Saudita gestiscono l'economia e le istituzioni con metodi antichi, difendendosi con una polemica verso il mondo occidentale che trova sponda in un malinteso terzomondismo

L’ Europa chiede più cooperazione russa riguardo Transnistria e Georgia : la richiesta arriva al margine di una crescente perplessità europea mentre la Federazione Russa rilascia con inedità facilità molti passaporti e mette in cantiere una legge che permetterebbe all’esercito di difendere i cittadini russi anche all’estero

 

 

Il Parlamento Europeo ha approvato un avanzamento dei rapporti con la Federazione, ma non è convinto della trasparenza dei diritti umani nel gigante eurasiatico: giovedì il Parlamento Europeo ha votato un documento sostenuto da Ppe (Centrodestra, cattolici e conservatori), S&D (Socialisti e Democratici), ALDE (Liberali), Verdi/ALE (ambientalisti e sinistra progressista) e ECR (raggruppa varie formazioni di destra tra cui quello che resta dell’ Unione per l’Europa delle Nazioni) affermando l’importanza della cooperazione con la Federazione Russa, ma ribadendo le preoccupazioni già chiaramente espresse con l’assegnazione del Premio Sacharov all’organizzazione russa “Memorial”,  nome che richiama alla mente migliaia di persone tuttora in lotta verso lo Stato, in un paese dove molti attivisti per i diritti umani sono stati uccisi senza che le autorità abbiano individuato responsabili e dove le opposizioni affrontano restrizioni impensabili in Occidente, anche in paesi dove la situazione è oggettivamente anomala e squilibrata.

Difatti, l’assemblea elettiva ha invitato le autorità russe a garantire che gli assassini di Natalia Estemirova, Andrei Kulagin, Zarema Sadulayeva, Alik Dzhabrailov, Maksharip Aushev, Stanislav Markelov, Anastasya Baburova e Anna Politkovskaya siano rintracciati e consgnati alla giustizia ed ha  fatto riferimento all’assassinio di Maksarip Ausev, esponente dell’opposizione ucciso in Inguscezia. A questo punto la UE sta chiedendo anche misure preventive per la protezione degli attivisti per i diritti umani e l’avvio di indagini appena le minacce nei loro confronti sono note a una procura oppure ad un tribunale. Il Parlamento ha chiesto anche di seguire con la massima attenzione il secondo processo in corso contro l’ex dirigente della Yukos Oil, Michael Chodorkovskij, imprenditore ed oppositore, in particolare si teme (in maniera giustificata dai precedenti avvenuti) che le autorità utilizzino il sistema giudiziario come strumento politico.

Sostanzialmente, l’Europa tende la mano alla Federazione Russa, rinnovando il proprio sostegno all’obiettivo dell’adesione della Russia all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Esistono però anche in questo capitolo ostacoli, come i dazi russi all’esportazione, tariffe ferroviarie per il transito di merci, pedaggi stradali e restrizioni su importazioni alimentari. Il Parlamento Europeo ha invitato l’Unione nel suo complesso a promuovere iniziative per arrivare ad una soluzione pacifica dei conflitti in Nagorno-Karabah ed in Transnistria, ma soprattutto in Georgia. La missione di vigilanza dell’Unione coincide con l’impegno europeo per l’integrità territoriale della piccola repubblica e c’è una certa preoccupazione per la proposta di legge, presentata dal Presidente russo, che autorizzerebbe l’impiego della forza anche per proteggere cittadini russi che si trovano all’estero, timore rafforzato dalla politica di rilascio massiccio di passaporti che si accompagna alla proposta.

Aldo Ciummo

Turchia: approda in Parlamento la proposta di pace con i Curdi

getattachment-3-aspx

Manifestazione dei parenti dei caduti del Pkk a Diyarbakir, il Pkk è la principale organizzazione armata curda, FOTO di Michele Vollaro

Potrebbe trattarsi di un passo fondamentale per avviare l’emancipazione di un popolo di trenta milioni di persone che vivono in un’area compresa tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria. La maggior parte vivono proprio nel territorio della Turchia orientale

 
 
di   Michele Vollaro

È una curiosa coincidenza di date, quella che fa cominciare proprio il 10 novembre – data che in Turchia viene celebrato l’anniversario della morte di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica – il dibattito parlamentare sulla questione curda.

Da mesi al centro dell’attenzione dei mezzi d’informazione e dell’opinione pubblica turchi, il tema di una normalizzazione dei rapporti tra la popolazione curda e il governo turco è oggetto di indiscrezioni, smentite e annunci di una proposta del primo ministro Recep Erdogan e di una parallela “road map” preparata da Abdullah Ocalan, fondatore del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) che dal 1985 ha cominciato una lotta armata contro lo Stato e segregato dal 1999 in un carcere nell’isola di Imrali, nel mar di Marmara. E proprio oggi, in occasione del 71° anniversario della scomparsa di Atatürk, il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan ha presentato al Parlamento di Ankara la sua proposta per porre fine al conflitto che da quasi 25 anni oppone lo Stato ai militanti curdi in lotta per il riconoscimento della loro identità come popolo.

Abolizione dei limiti all’insegnamento della lingua curda e al suo utilizzo nelle trasmissioni radio e tv, rafforzamento dei governi locali, riforma dei programmi scolastici che negano l’esistenza del popolo curdo e ripristino dei nomi tradizionali dei villaggi del sudest: sono gli aspetti principali del piano presentati dal ministro degli Interni, Beşir Atalay, che però non ha fatto nessun accenno alla possibilità di disarmo e reintegrazione politica dei membri del Pkk, considerato ancora un’organizzazione terroristica nonostante l’iniziativa a inizio novembre di far tornare in Turchia dal nord dell’Iraq dei “gruppi di pace” composti da miliziani disarmati.

Nettamente contrari a “qualsiasi contatto con i terroristi che possa minare l’unità dello Stato” è stata espressa dai parlamentari  dei due partiti nazionalisti e conservatori Partito del Movimento Nazionalista (Mhp) e Partito Repubblicano del Popolo (Chp), entrambi all’opposizione. La cosiddetta “questione curda” riguarda più di 30 milioni di persone che vivono in un’area compresa tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, la maggior parte dei quali vive nel territorio della Turchia orientale. In seguito al disgregarsi dell’impero ottomano dopo la prima guerra mondiale, i curdi combatterono sotto il comando di Atatürk durante la guerra d’indipendenza turca, con la promessa di costruire una repubblica federale, in cui fosse rıconoscıuta la loro identità. Una promessa tradita dal futuro “Padre della Turchia”, che optò per una forte ideologia nazionalistica e la costruzione dı uno stato centralizzato.

Da allora i curdi combattono per la loro autodeterminazione. Una lotta che si è intensificata quando nel 1974 Ocalan fondò il Pkk e nel 1985 – pochi anni dopo l’ultimo colpo di stato realizzato dai militari turchi – quando si è optato per la lotta armata. Fino a oggi sono più di 45.000 le vittime del conflitto, in un susseguirsi continuo di tregue ed escalation belliche, più di 6.000 i detenuti politici curdi nelle carceri turche, dove negli anni passati hanno subito gravissime torture, paragonabili secondo numerose associazioni per i diritti civili solo a quelle subite dai prigionieri dei campi di concentramento nazisti.

Ultima in ordine di tempo, una massiccia campagna militare contro basi del Pkk nel nord dell’Iraq, cominciata all’inizio del 2008 e che la settimana scorsa il Parlamento di Ankara ha prorogato per un altro anno; incursioni che non hanno avuto altro effetto se non quello di moltiplicare il numero dei morti tra civili, militari e ribelli, inasprendo gli animi e le tensioni al punto che lo stesso capo di stato maggiore turco, Ilker Basbug, ha dovuto ammettere che i mezzi militari da soli non possono risolvere il problema curdo. 

Per la maggioranza dei turchi trovare una soluzione al conflitto con i curdi rimane, per ora, solo una questione d’immagine, funzionale al processo di adesione della Turchia all’UE. Sebbene il governo stia spingendo per un’inversione di tendenza rispetto alla retorica del nemico che ha coinvolto curdi e turchi per decenni, questi ultimi sono ben lontani dall’aver accantonato i fantasmi del passato e, più che sostenere attivamente il dialogo inaugurato da Erdogan, non vi si oppongono. Ad Ankara, dopo la presentazione del progetto di pace da parte del ministro degli interni, il dibattito parlamentare è stato aggiornato a giovedì, quando interverrà il primo ministro Erdogan, che in ogni caso ci ha tenuto a specificare che il suo governo non ha nessuna intenzione di garantire l’amnistia ai guerriglieri del Pkk, né tanto meno di minare l’integrità statuale.

Da parte sua, il Pkk ha diffuso un comunicato affermando che non abbandonerà la lotta armata fintantoché il governo di Ankara proseguirà le sue operazioni militari nelle regioni curde: “Discutere la questione curda in Parlamento – si legge nel comunicato del Pkk – è un’opportunità per risolvere il problema, ma compito del parlamento è discutere il modo per raggiungere la pace, non affrontare la questione per ottenere altri risultati politici”. 

getattachment-1-aspx

La manifestazione curda a Diyarbakir, FOTO di Michele Vollaro

Strasburgo: “il muro di silenzio intorno alla Russia va rotto”

Mosca capitale della Russia, gli eventi storici qui condizioneranno tutto il futuro anche economico dell'Europa Unita, che intrattiene con la Federazione Russa rapporti vitali

Mosca capitale della Russia, gli eventi storici qui condizioneranno tutto il futuro anche economico dell'Europa Unita, che intrattiene con la Federazione Russa rapporti vitali

L’organizzazione non governativa russa “Memorial” ha vinto il Premio Sacharov 2009 dedicato a chi si batte per la democrazia, il riconoscimento verrà assegnato il 16 dicembre 2009.

 

 

 

 

 

 

Un riconoscimento ed un segnale di presenza da parte della nostra Europa verso tutti coloro che in Russia lottano per la difesa dei diritti e delle libertà e contro la restaurazione strisciante dello Stato che può tutto verso gli individui: è il premio europeo Sacharov 2009, attribuito al gruppo russo Memorial,  rappresentatoda Oleg Orlov, Sergei Kovalev e Lyudmila Alexeva, il presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek ha annunciato questa mattina la decisione, la consegna avverrà a Strasburgo il 16 dicembre.

Buzek ha ricordato di venire da Solidarnosc, uno dei movimenti che ha liberato la Polonia da uno dei più duri regimi dell’Est europeo, un richiamo che merita di essere raccolto da una Unione Europea che, verso il grande vicino storico ma anche verso il Kurdistan turco, la Palestina, il Mediterraneo, l’Iran e tutte le aree dove i diritti sono compressi (e spesso con essi la vita umana), ha dei doveri di iniziativa democratica. Il mondo è profondamente cambiato e sarebbe un tragico ritardo culturale negare agli attivisti russi l’aiuto da cui dipende il futuro non solo della Ex Urss ma anche dell’Europa, che dalle sue politiche è strategicamente condizionata.

Il centralismo dell’ex Urss, che riprende in parte quello sovietico, non è il contraltare di un supposto “impero” occidentale sviluppato, peraltro a sua volta in rapido mutamento, un cambiamento che ne favorisce politiche sempre meno schematiche. Coloro che vivono l’Europa e gli Stati Uniti hanno la facoltà di portare avanti azioni e movimenti politici anche di rottura e di completa alternativa (anche perchè qui tali azioni non si concludono se non in rarissimi casi con la morte violenta di chi le promuove), qualsiasi iniziativa democratica non può avere come presupposto la negazione del supporto a chi si batte contro regimi autocratici, oppure a democrazia fortemente controllata (quest’ultimo è il caso della Federazione Russa).

A gestire sistemi militarizzati di produzione o monopoli statali inattaccabili non sono lavoratori, nei paesi sottosviluppati. Nello stesso tempo, soltanto una piccola parte dei lavoratori e delle fasce di popolazione in difficoltà in occidente sono operai salariati: gli altri sono immigrati, precari, studenti, professionisti e anche in massiccia parte pensionati, microimprenditori e abitanti autoctoni degli stati nazionali d’Europa.

Nella stragrande maggioranza dei paesi della Unione Europea la sinistra ha intrapreso lo sforzo di rappresentare le persone staccandosi da schemi risalenti a prima della caduta del muro di Berlino, in due terzi dell’Europa i partiti ecologisti e radicali, liberaldemocratici di sinistra e movimenti nati dalla contestazione no global non difendono i vecchi regimi che hanno sfruttato i lavoratori e compresso le libertà. Le nuove sinistre si propongono di dialogare con vaste fasce dell’elettorato, caratteristica che, unita ad un’attidudine all’ apertura all’esterno, ai gruppi sociali, permette loro di portare avanti iniziative sostanziali (i verdi hanno più del dieci per cento in Germania, i movimentisti più del dodici per cento in Portogallo e queste situazioni si verificano pressochè ovunque tranne che in Italia, Spagna e Grecia, ma limitatamente agli ultimi due casi il principale partito di opposizione adotta una agenda politica progressista e non teme di difenderla, circostanza che lo ha portato al governo).

Il dinamismo della sinistra a livello continentale è dovuto chiaramente anche a motivi storici. La sinistra tedesca, anche movimentista ed alternativa, ha dovuto sostenere come prima cosa, nella parte orientale del paese, una dura lotta contro il regime comunista filosovietico, lotta dalla quale provengono molti dei suoi dirigenti, almeno nel caso dei Verdi. La necessità di mantenere rapporti costruttivi con i vicini ha portato le socialdemocrazie nordiche ad un’effettivo interesse per le condizioni di vita dei suoi lavoratori, unito alla difesa dei diritti individuali che oltre i confini erano negati. In tutti i paesi dell’Est i politici non possono ignorare il valore della libertà accanto a quello dell’uguaglianza, anche esso negato nei regimi dell’Est nel passato. Quanto al Regno Unito ed ai paesi legati alla sua tradizione, i fortissimi movimenti dei lavoratori si sono sempre tenuti alla larga da chi faceva il lavoro di parlare del lavoro e contemporaneamente reprimeva sistematicamente i lavoratori, come è successo a Praga, Budapest, Danzica in decenni diversi, fino alla vigilia del crollo del muro. Per questo l’UK era un modello di partecipazione e del servizio pubblico e per molti versi lo è tuttora, anche dopo la ristrutturazione neoliberista degli anni ’80, come pure lo è per la “laicità” ideologica dei movimenti di sinistra e per  i diritti.

Ma torniamo al riconoscimento per la democrazia attribuito all’organizzazione “Memorial”, da Strasburgo, una delle tappe che offre spunti di approfondimento anche alle tradizioni di opposizione cresciute in situazioni tutelate in Europa, dove era presente la protezione delle forze di opposizione maggiori ma in totale assenza del contatto con la durezza del socialismo reale, come Italia e Francia. I premiati dall’Europa per il contrasto alle misure liberticide nell’ex Urss sono:

Oleg Orlov, attuale direttore di Memorial, condannato il 6 ottobre da un tribunale di Mosca a risarcire il presidente ceceno Ramzan Kadyrov per diffamazione ed obbligato a ritirare le sue dichiarazioni in cui accusava Kadyrov di essere responsabile dell’omicidio dell’attivista di Memorial Natalia Estemirova. Il 23 novembre 2007  è stato rapito in Inguscezia e minacciato di morte, poi rilasciato.

Sergei Kovalev, fondatore della prima associazione dei diritti umani in Russia nel 1969, il “Gruppo di iniziativa per la Difesa dei Diritti Umani nell’Urss” è anche fra i creatori di Memorial. Kovalev ha sempre denunciato le tedenze autoritarie  dei governi di Boris Eltsin e Vladimir Putin. Nel 1996 ha dato le dimissioni dalla presidenza della commissione per  i diritti umani istituita da Eltsin per protesta. Nel 2002 ha istituito una commissione d’inchiesta per investigare sulle bombe esplose in vari appartamenti a Mosca nel 1999. I lavori della Commissione si sono interrotti a seguito dell’ assassinio, l’avvelenamento e la persecuzione dei suoi membri.

Lyudmila Mikhailovna Alexeyeva, ha fondato insieme ad Andrei Sacharov ed altri il Gruppo “Mosca-Helsinki” che doveva monitorare l’osservanza, da parte dell’Urss, degli accordi di Helsinki nel 1975 (che stabilivano standard minimi di legalità che avrebbero dovuto essere rispettati anche nell’Europa orientale). Alexeyeva milita a favore dei diritti umani fin dagli anni ’60. A quei tempi protestava contro il regime chiedendo processi giusti per i dissidenti e mass media obiettivi. E’ stata per questo espulsa dal Partito Comunista e allontanata dal suo lavoro di editrice per una rivista scientifica. Nel periodo dopo la caduta del muro di Berlino ha criticato spesso il Cremlino, accusando il governo di incoraggiare gli estremisti con le sue politiche nazionaliste, dalle deportazioni di massa dei georgiani nel 2006 ai raid della polizia contro gli stranieri nelle strade di Mosca, fino alla condotta dei russi in Inguscezia.

Nei paesi occidentali europei come l’Italia e la Francia, dove il Partito Comunista era più forte ed occupava davvero uno spazio sociale, quel partito era anche una comunità con una cultura, e ad esempio in Italia è stato un fondamentale argine a rischi reazionari, uno strumento potente per l’emancipazione dei lavoratori che creavano la ricchezza del paese e un baluardo contro la malavita nel Sud dell’Italia. In un’epoca di assenza della sinistra e delle istanze che storicamente essa porta avanti, l’epoca nella quale invece più ve ne sarebbe bisogno, quella comunità manca.

Ma quella formula di autodifesa dei lavoratori conteneva anche un loro ingabbiamento e il condizionamento dell’intero campo della sinistra e dei movimenti per l’uguaglianza che si esprimeva tragicamente nell’appoggio incondizionato a schemi mentali e sistemi politici molto cinici: Indro Montanelli, che era un grande testimone, liberale le cui idee erano in gran parte discutibili ma il suo sguardo sulle cose era onesto, ricordava di aver ascoltato gli slogan dei deputati comunisti italiani alla radio mentre seguiva in Ungheria i fatti del ’56 (“viva l’armata rossa!”) e mentre in Ungheria l’esercito sovietico uccideva nelle cantine operai e studenti. Se la sinistra, di cui si avverte un forte bisogno in Europa, ritornerà forte, starà al senso critico e alla volontà di partecipazione diretta delle fasce sociali che la ricostruiranno assicurare una onestà intellettuale maggiore ed una minore legnosità.

Aldo Ciummo

SOCIALE|Il diritto d’asilo rischia sempre di più di rimanere sulla carta

La dura vita dell’immigrato si scontra fin dall’inizio con la realtà dei luoghi di arrivo, dove i suoi diritti sono scritti su un foglio perso in mezzo all’agenda delle esigenze di chi sta meglio

di Aldo Ciummo

Quando uno che scappa per paura, necessità o fame arriva sulle coste italiane non sa cosa fare, spesso non sa neppure quali diritti ha, magari suppone di avere qui qualcuno di quelli che un paese in guerra o sotto ricatto economico, stretto da lacci sociali, gli ha negato. Se sa qualcosa delle libertà che il mondo sviluppato ritiene di garantire almeno in linea di principio a chi abita un po’ troppo a Sud, forse sa anche che per la Convenzione di Ginevra si diventa rifugiati se si è perseguitati per cinque motivi: razza, religione, opinione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale (fattispecie nella quale rientra una vasta casistica, compreso il sesso, purtroppo ancora all’origine di discriminazioni da epoche buie, nel mondo cosiddetto sottosviluppato e anche fuori).

Quello che l’immigrato non sa, ma che da quando esiste la costrizione a spostarsi probabilmente immagina, è che i suoi diritti sono scritti su un foglio perso in mezzo all’agenda delle esigenze di chi sta meglio. Chi scappa lo immagina e per questo nella maggior parte dei casi ricomincia a nascondersi appena tocca terra. Se avesse di che fidarsi si farebbe coraggio con il fatto che anche in assenza dello status di rifugiato si può accedere alla Protezione Sussidiaria, accordata anche in assenza dei cinque motivi classici di persecuzione, qualora la persona rischi di subire un grave danno o una minaccia di morte, tortura, ecc… a causa ad esempio di una situazione di violenza indiscriminata. Probabilmente il clandestino,che è dovuto fuggire in un paese che all’articolo dieci gli garantirebbe diritto di asilo qualora non goda delle garanzie democratiche a casa sua, una volta arrivato qui si dimostra troppo pessimista: in Italia si fa richiesta alla polizia di frontiera oppure alla questura di essere

ammessi alla procedura di riconoscimento della “protezione internazionale”, così si chiama quella che viene accordata ai rifugiati. Ammettere il richiedente alla procedura di riconoscimento è obbligatorio. Ci sono commissioni territoriali che decidono, sulla base dei verbali di polizia e delle audizioni. L’Italia ha finalmente adottato, il 19 gennaio ed il 2 marzo del 2008, la direttiva europea sulla qualifica di rifugiato e sulla protezione sussidiaria e poi quella sulle procedure. Non esiste uno studio comparato tra paesi dell’Unione Europea, come ha verificato il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) presso il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esiliati (ECRE), ma il tasso di riconoscimento in Italia non è basso, il 57%, a fronte di paesi come la Grecia, che spesso e volentieri rispondono picche ai richiedenti asilo.

Continua a leggere

USA: Diritti umani calpestati

Violato l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra

Uno dei dibattiti più interessanti che si stanno discutendo in questi ultimi mesi negli Stati Uniti ruota attorno alla violazione dei diritti umani ed alla situazione delle carceri USA nel mondo. Dal 2001 ad oggi si è innescata una rincorsa all’uso della forza arbitraria nei confronti di terroristi o presunti tali, agendo nel nome della sicurezza collettiva e dando così giustificazione a tutta una serie di atti criminosi oltre il limite della legalità. Le leggi da prendere ad oggetto sono almeno due: il Patriot Act (2001) ed il Military Commission Act (2006). Quest’ultima è una legge speciale che di fatto sancisce potere illimitato al Presidente, ma entrambi gli atti rappresentano una violazione dei diritti e della dignità umana perché non stabiliscono dei limiti accertati tra quello che può essere considerato un trattamento umano e dignitoso per il recluso e i trattamenti che invece sono costretti a subire con sempre maggiore frequenza i prigionieri.

Continua a leggere