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Turchia: approda in Parlamento la proposta di pace con i Curdi

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Manifestazione dei parenti dei caduti del Pkk a Diyarbakir, il Pkk è la principale organizzazione armata curda, FOTO di Michele Vollaro

Potrebbe trattarsi di un passo fondamentale per avviare l’emancipazione di un popolo di trenta milioni di persone che vivono in un’area compresa tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria. La maggior parte vivono proprio nel territorio della Turchia orientale

 
 
di   Michele Vollaro

È una curiosa coincidenza di date, quella che fa cominciare proprio il 10 novembre – data che in Turchia viene celebrato l’anniversario della morte di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica – il dibattito parlamentare sulla questione curda.

Da mesi al centro dell’attenzione dei mezzi d’informazione e dell’opinione pubblica turchi, il tema di una normalizzazione dei rapporti tra la popolazione curda e il governo turco è oggetto di indiscrezioni, smentite e annunci di una proposta del primo ministro Recep Erdogan e di una parallela “road map” preparata da Abdullah Ocalan, fondatore del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) che dal 1985 ha cominciato una lotta armata contro lo Stato e segregato dal 1999 in un carcere nell’isola di Imrali, nel mar di Marmara. E proprio oggi, in occasione del 71° anniversario della scomparsa di Atatürk, il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan ha presentato al Parlamento di Ankara la sua proposta per porre fine al conflitto che da quasi 25 anni oppone lo Stato ai militanti curdi in lotta per il riconoscimento della loro identità come popolo.

Abolizione dei limiti all’insegnamento della lingua curda e al suo utilizzo nelle trasmissioni radio e tv, rafforzamento dei governi locali, riforma dei programmi scolastici che negano l’esistenza del popolo curdo e ripristino dei nomi tradizionali dei villaggi del sudest: sono gli aspetti principali del piano presentati dal ministro degli Interni, Beşir Atalay, che però non ha fatto nessun accenno alla possibilità di disarmo e reintegrazione politica dei membri del Pkk, considerato ancora un’organizzazione terroristica nonostante l’iniziativa a inizio novembre di far tornare in Turchia dal nord dell’Iraq dei “gruppi di pace” composti da miliziani disarmati.

Nettamente contrari a “qualsiasi contatto con i terroristi che possa minare l’unità dello Stato” è stata espressa dai parlamentari  dei due partiti nazionalisti e conservatori Partito del Movimento Nazionalista (Mhp) e Partito Repubblicano del Popolo (Chp), entrambi all’opposizione. La cosiddetta “questione curda” riguarda più di 30 milioni di persone che vivono in un’area compresa tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, la maggior parte dei quali vive nel territorio della Turchia orientale. In seguito al disgregarsi dell’impero ottomano dopo la prima guerra mondiale, i curdi combatterono sotto il comando di Atatürk durante la guerra d’indipendenza turca, con la promessa di costruire una repubblica federale, in cui fosse rıconoscıuta la loro identità. Una promessa tradita dal futuro “Padre della Turchia”, che optò per una forte ideologia nazionalistica e la costruzione dı uno stato centralizzato.

Da allora i curdi combattono per la loro autodeterminazione. Una lotta che si è intensificata quando nel 1974 Ocalan fondò il Pkk e nel 1985 – pochi anni dopo l’ultimo colpo di stato realizzato dai militari turchi – quando si è optato per la lotta armata. Fino a oggi sono più di 45.000 le vittime del conflitto, in un susseguirsi continuo di tregue ed escalation belliche, più di 6.000 i detenuti politici curdi nelle carceri turche, dove negli anni passati hanno subito gravissime torture, paragonabili secondo numerose associazioni per i diritti civili solo a quelle subite dai prigionieri dei campi di concentramento nazisti.

Ultima in ordine di tempo, una massiccia campagna militare contro basi del Pkk nel nord dell’Iraq, cominciata all’inizio del 2008 e che la settimana scorsa il Parlamento di Ankara ha prorogato per un altro anno; incursioni che non hanno avuto altro effetto se non quello di moltiplicare il numero dei morti tra civili, militari e ribelli, inasprendo gli animi e le tensioni al punto che lo stesso capo di stato maggiore turco, Ilker Basbug, ha dovuto ammettere che i mezzi militari da soli non possono risolvere il problema curdo. 

Per la maggioranza dei turchi trovare una soluzione al conflitto con i curdi rimane, per ora, solo una questione d’immagine, funzionale al processo di adesione della Turchia all’UE. Sebbene il governo stia spingendo per un’inversione di tendenza rispetto alla retorica del nemico che ha coinvolto curdi e turchi per decenni, questi ultimi sono ben lontani dall’aver accantonato i fantasmi del passato e, più che sostenere attivamente il dialogo inaugurato da Erdogan, non vi si oppongono. Ad Ankara, dopo la presentazione del progetto di pace da parte del ministro degli interni, il dibattito parlamentare è stato aggiornato a giovedì, quando interverrà il primo ministro Erdogan, che in ogni caso ci ha tenuto a specificare che il suo governo non ha nessuna intenzione di garantire l’amnistia ai guerriglieri del Pkk, né tanto meno di minare l’integrità statuale.

Da parte sua, il Pkk ha diffuso un comunicato affermando che non abbandonerà la lotta armata fintantoché il governo di Ankara proseguirà le sue operazioni militari nelle regioni curde: “Discutere la questione curda in Parlamento – si legge nel comunicato del Pkk – è un’opportunità per risolvere il problema, ma compito del parlamento è discutere il modo per raggiungere la pace, non affrontare la questione per ottenere altri risultati politici”. 

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La manifestazione curda a Diyarbakir, FOTO di Michele Vollaro

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Giornalista danese arrestato a Tehran

 

Teheran

Teheran, capitale di un vasto paese attraversato da altrettanto profonde caratteristiche e contraddizioni. L'Europa non può sostenere le legittime aspirazioni di libertà e di autodeterminazione degli abitanti delle aree limitrofe come Iran, Mediterraneo e Medio Oriente senza affermare i princìpi di diritto positivamente affermatisi in Occidente in una maniera quantitativamente e qualitativamente maggiore di quanto non avvenga nei regimi teocratici, collettivisti o a democrazia controllata (Iran, Cina e Russia)

La Associated Press della Danimarca stanotte ha dato notizia dell’accaduto. Il reporter avrebbe partecipato ad una manifestazione che si opponeva al regime dittatoriale

 

Un giornalista europeo si trova in una cella a Tehran. L’Unione Danese dei Giornalisti ha detto che si chiama Niels Krosgaard e che pare sia detenuto per la partecipazione ad una dimostrazione mercoledì scorso, l’altroieri. I colleghi hanno realizzato che Krosgaard era stato arrestato grazie all’impegno della Federazione Internazionale dei Giornalisti che ha sede a Bruxelles.

Mercoledì in Iran si sono registrati scontri tra polizia ed attivisti per i diritti civili, in occasione di celebrazioni governative per il trentesimo anniversario della crisi dell’ambasciata statunitense e delle contromanifestazioni che ne sono seguite. I giornalisti però stavano seguendo gli avvenimenti per fare il loro lavoro, sempre più difficile a Tehran.

La celebrazione di mercoledì, indicativa della mentalità promossa dai regimi autocratici in Medio Oriente e purtroppo anche del consenso di una parte consistente della popolazione, ricordava il sequestro di cittadini americani da parte di fondamentalisti religiosi il 4 novembre 1979. L’evento però è stato occasione di contestazioni da parte dei dissidenti iraniani, ormai rappresentativi di larghe fasce della popolazione e defraudati del diritto ad elezioni dal regolare svolgimento.

Questa mattina i blog dei curdi emigrati in UK hanno riportato in evidenza anche l’avvenuto arresto di due giornalisti canadesi e di un giapponese, di cui l’agenzia Fars aveva dato notizia. A loro si aggiunge Farhad Pouladi, reporter della AFP. Immagini meno estreme ma che riportano alla mente i rapimenti di giornalisti occidentali nei conflitti di cui tuttora si subiscono gli strascichi e le conseguenze sociali in Medio Oriente e di cui l’antioccidentalismo alla Amadinejad rappresenta un volto meno discusso (rispetto alle disastrose strategie economico-militari che hanno portato ai conflitti), ma da affrontare e condannare ugualmente perchè si tratta di una violenta forma di razzismo anche se ad alcuni può apparire alternativo a quello “tradizionale”.

Aldo Ciummo

La comunità guarda ai Balcani

 
 

Centro di Bruxelles, capitale europea                                      FOTO di Aldo Ciummo

Centro di Bruxelles, capitale europea FOTO di Aldo Ciummo

Nel 2010 ci sarà una liberalizzazione dei visti attribuiti ai cittadini dei Balcani, Croazia vicinissima all’ingresso, le domande dei paesi candidati sono sotto esame

Nel 2010 le istituzioni comunitarie porteranno avanti una notevole liberalizzazione dei visti attribuiti ai cittadini dell’ est più vicino all’Italia. Oggi la Commissione ha adottato la strategia annuale sull’allargamento dell’Unione, sottolineando i progressi compiuti dai Balcani occidentali. Si è deciso di raccomandare l’apertura di negoziati per l’adesione con la Macedonia ma, soprattutto, ci sarà nel 2010 una notevole liberalizzazione dei visti.

Olli Rehn, Commissario all’allargamento ha dichiarato “in questo difficile contesto di crisi economica, le domande di adesione dell’Albania e del Montenegro sottolineano il costante potere d’attrazione dell’Unione ed il nostro ruolo nel promuovere stabilità”. Il fatto importante nel 2010 sarà l’esenzione dai dall’obbligo di visto per i cittadini dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, del Montenegro e della Serbia, che sarà seguito da una proposta analoga per Albania e Bosnia-Erzegovina a patto che rispettino le condizioni stabilite.

Rehn si è espresso anche riguardo alla Turchia, affermando che il paese asiatico ha rinnovato il suo impegno nelle riforme politiche e che i progressi nel negoziato di adesione dipendono dalle novità nel campo dei diritti. Ci sarebbe da aggiungere che se è vero che la normalizzazione dei rapporti tra Turchia ed Armenia è importante, lo sarebbe altrettanto l’effettivo rispetto dei diritti politici dei curdi, e c’è da augurarsi che l’Europa non venga meno alla sua tradizione in materia di diritti umani a causa di considerazioni di carattere strategico che finora hanno pesato tristemente sulla questione curda, indimenticabile non soltanto per la sinistra, che finchè è ancora esistita in Italia ha messo in luce la questione, ma per tutti gli europei se come tali vogliamo chiarirci quali sono i diritti umani essenziali per tutti sui quali non si deve recedere.

La Crozia si trova molto bene nel raggiungimento dei parametri anche grazie ad un accordo con la Slovenia oltre che per il riordino del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione. I negoziati dovrebbero concludersi l’anno prossimo. Il Montenegro ha chiesto di aderire alla UE nel dicembre 2008, la Commissione sta preparando un parere, come richiesto dal Consiglio dell’Unione Europea, ma le elezioni politiche hanno rispettato quasi tutti gli standard internazionali quindi sembra che il parere sarà positivo. Resta da consolidare lo stato di diritto.

L’Albania ha chiesto di aderire in aprile e le elezioni politiche si sono svolte in condizioni di sufficiente regolarità. Chi deve accelerare di molto le riforme fondamentali se vorrà accedere alla UE è la Bosnia Erzegovina, manca nella classe politica bosniaca una visione condivisa del rispetto dei requisiti richiesti dalla Commissione.

La Serbia ha cooperato con il Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia, ma non ha dimostrato un atteggiamento lineare nelle questioni interne al Kosovo, dove la missione UE per lo stato di diritto Eulex è ormai operativa in tutto il paese. Il Kosovo è tuttora un groviglio dove la criminalità e la scarsa protezione dei diritti della minoranza serba rappresentano un ostacolo concreto. Non per niente la Commissione ha elaborato per un documento separato che propone di avvicinare alle Ue i cittadini kosovari tramite un dialogo sui visti e in prospettiva di un accordo commerciale, azioni che potranno vedere la luce solo dopo che le condizioni fissate risulteranno raggiunte.

Aldo Ciummo