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La musica dell’estremo nord a Roma

L’Ambasciata della Norvegia presenta “Songs of the top of the world”, l’ultimo lavoro discografico di Nina Pedersen, jazz e musica tradizionale
Sabato 17 marzo alle 21.00 la Casa del Jazz e l’Ambasciata di Norvegia presenteranno in concerto l’ultimo lavoro discografico di Nina Pedersen, una autrice norvegese che vive in Italia: “Songs of the top of the world” è un’insieme di creazioni che ha al centro l’identità multinazionale di molte persone nell’Europa di oggi e gli autori dei brani sono italiani e norvegesi. Le sonorità tradizionali nordiche riscontrano oggi un grande interesse in Italia ed in Europa, specialmente nelle loro versioni moderne e contemporanee e caratterizzate da innesti provenienti da altre culture musicali, di tutto il mondo.
Sul palco ci saranno Nina Jori Pedersen alla voce, Aldo Bassi alla tromba, Massimo Carrano alle percussioni, Carlo Cossu al violino, Luca Pirozzi al contrabbasso e Lutte Berg alla chitarra. La partecipazione di musicisti italiani all’arrangiamento, in uno stile ethno-jazz, delle canzoni tradizionali norvegesi e di due brani inediti composti da Nina Jori Pedersen permette ai diversi retroterra musicali di appartenenza di giungere ad un risultato coerente con l’appartenenza a diversi paesi sperimentata già da molti europei oggi. La Casa del Jazz, dove a partire dalle 21.00 si svolgerà il concerto, è in Via di Porta Ardeatina 55. “Songs of the top of the world” è, nella definizione che la stessa autrice ne fornisce, un percorso in luoghi dove la natura assume tratti che non si finisce di esplorare, difatti l’autrice ha lasciato la Norvegia da molto tempo e come afferma si sente norvegese in Italia ed italiana in Norvegia.
Le radici musicali continuano a svilupparsi nell’ambito culturale, la Norvegia, in cui sono nate e portano a questi risultati, innovativi nel jazz contemporaneo, diventando una sorta di contrappeso alla decisione che tanti anni prima hanno condotto Nina Jori Pedersen a cambiare paese. Il disco che viene presentato a Roma comprende melodie, testi e canzoni che hanno caratterizzato i primi passi musicali dell’autrice ed altri accumulati con l’esperienza e lo studio all’estero.
Fa parte del progetto musicale anche il percussionista Arnaldo Vacca, mentre il chitarrista italosvedese Lutte Berg rappresenta ulteriori influssi presenti nei brani proposti. Nina Jori Pedersen è di Grimstad, in Norvegia, dove dopo l’attività con il gruppo vocale “Jubal” ha conseguito il diploma in arrangiamento e direzione corale ad Oslo.
Nel 1990 Pedersen si è trasferita in Italia, dove ha proseguito il proprio percorso di studi presso il Saint Louis College of Music, per approfondire il linguaggio jazzistico, studiandolo poi anche negli Stati Uniti. Da un decennio Nina Jori Pedersen è docente di canto jazz al “Saint Louis College of Music di Roma”, oltre a portare avanti diversi progetti con musicisti jazz italiani. 
 Aldo Ciummo

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Il Danish Film Institute e il potenziamento della cultura danese

 

L’Oscar vinto dalla regista Susanne Bier si associa ad un interesse articolato per i film prodotti dall’ultima generazione di registi di un piccolo paese europeo, ma la storia di questo cinema nasce da lontano

Susanne Bier, con la vittoria del Golden Globe e in ultimo dell’Oscar (il 28 febbraio), ha finito con l’accendere di nuovo i riflettori su una nuova stagione di interesse per il cinema danese, molto presente nella scena attuale con diversi registi, artefici di una impresa non facile, dato l’ostacolo evidente incontrato da una industria culturale che fa riferimento ad una lingua parlata da cinque milioni e mezzo di persone, in un mercato sempre più basato su grandi numeri.

“In a better world” ha fatto discutere molto, in un periodo storico che lascia emergere i limiti di impostazioni pacifiste ad ogni costo nel panorama mondiale attuale, caratterizzato da contraddizioni che il film evidenzia attraverso il tema dell’assenza di equilibrio e della relatività della giustizia.

Ma la capacità del cinema danese di rappresentare diversi contrasti contemporanei in quest’ultimo periodo ha spaziato dalla commedia di Henrik Ruben Genz alle storie più recenti di Ole Christian Madsen, passando per la biografia di Dirch Passer realizzata da Martin Pieter Zandvliet e da lavori di cui è ancora attesa l’uscita nelle sale, come Melancholia di Lars Von Trier. L’industria cinematografica danese è in piena crescita, grazie all’attività di produttori e registi.

Il Danish Film Institute (“Det Danske Filminstitut”) è l’agenzia governativa con la quale lo stato incoraggia la creatività in Danimarca e la sua promozione all’estero ed in ottobre, nel Folketing (il Parlamento Danese, Ndr), è stato rinegoziato l’accordo che regola l’elasticità della produzione nel settore, all’interno del quadro di supporto assicurato agli operatori del comparto dalle istituzioni. Tutte le forze politiche hanno sostenuto un programma di rafforzamento dei film danesi per il periodo 2011-2014.

Il quadro legislativo danese, definito dal “Film Act” del 1997, mira ad una offerta il più rappresentativa possibile rispetto alle tendenze artistiche, da opere come  la pellicola che ha ottenuto l’Oscar  alla fine di febbraio al documentario “Armadillo”, di Lindholm e Noer. Un altro capitolo sempre al centro dell’attenzione del DFI, l’istituto danese del cinema di cui si è parlato, è il supporto ai film dedicati ad un pubblico di giovani e di giovanissimi, una area tematica alla quale va non meno del venticinque per cento dei fondi governativi destinati al settore.

La storia del cinema danese è stata, fin dalle origini, caratterizzata dall’ attenzione del settore pubblico verso questa forma di arte, dopo i film muti e i melodrammi dei primi decenni del secolo ed un momentaneo declino tra le due guerre mondiali, la nuova legislazione per il cinema negli anni trenta accompagnò il successo del sonoro, mentre il secondo dopoguerra sancì il gradimento generale delle folk-comedies ma anche la nascita di un cinema impegnato. Dal 1964, i governi hanno dato stabilmente il loro aiuto alla crescita dell’industria cinematografica, contemporaneamente molti film raggiungevano pubblico e critica internazionali.  Nel 1972 è nato il Danish Film Institute (DFI): erano gli anni dell’avanguardia, del realismo sociale e dei giovani registi.

Alla situazione attuale, entusiasmante per i protagonisti dell’industria culturale danese anche nella letteratura e nelle arti applicate, si è arrivati attraverso gli anni ottanta, quando sono giunti gli oscar di Nils Malmros e Lars Von Trier, portatori di lunghi dibattiti con il loro realismo segnato da uno sguardo umano, mentre gli anni novanta hanno visto il ritorno delle commedie popolari, ma anche la diffusione internazionale di Dogma Film, Zentropa e Filmbyen a livello industriale. Dal 1997, inoltre, il quadro legislativo ha permesso ai registi una libertà espressiva ancora maggiore rispetto al passato.

Aldo Ciummo