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RECENSIONI | “Bastardi Senza Gloria”

 

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Quentin Tarantino gioca al rovesciamento ed al rimescolamento di tutti i paradigmi sulla Seconda Mondiale, con la solita perizia nel rielaborare i linguaggi ed i repertori cinematografici

“Se il cavallo cambia colore…” con Bastardi Senza Gloria il regista Quentin Tarantino sforna un’altra collezione di personaggi all’altezza di quelli che lo hanno reso inimitabile

   di  Claudia Papaleo

“Penso che per tentare di accoppare lo zio Adolfo, cambierebbe colore al cavallo!” :  lo zio Adolfo è Adolf  Hitler ed a volerlo “accoppare” è  Brad Pitt, nei panni di Aldo Raine, un mercenario americano sboccato e baldanzoso, seguito da un pugno di uomini dal sangue cattivo, i “Bastardi”. Siamo nella Francia calpestata dai nazisti, e questi signori dalle facce squilibrate, assoldati dai servizi segreti statunitensi, hanno tanta voglia di far masticare ai nazisti le loro stesse budella, senza trastullarsi in generosi convenevoli. La loro missione incrocia i piani di Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), una giovane ebrea che asseconda compiaciuta il suo odio puntiglioso per i cani del regime. Gli stessi uomini colpevoli di aver perforato tutta la sua famiglia a sputi di fucile, soddisfacendo il ghigno saporito del loro superiore, il colonnello Hans Landa (Cristoph Waltz).

Nel film la vendetta della ragazza, architettata con fine disprezzo, si gioca tutta in casa Tarantino, ovvero dentro a un cinema. Il luogo in cui il regime celebrava i suoi ampollosi progetti, e che il regista trasforma in una scatola incendiata, in cui Hitler e compagnia si affrettano a raggiungere i piani inferiori. Il tutto incattivito dal suono beffardo delle risa inebriate di Shosanna, che divampano nella sala insieme alle fiamme, mostrandoci una rappresentazione inedita dell’ebreo. Quest’ultimo, infatti, viene spolpato di un pietismo ormai ricotto. Non è più una vittima docile e lacrimosa, che condisce l’ingiustizia subita con uno sguardo spaesato, bensì una figura che si fa carnefice glorioso e consapevole. Lo stesso Führer viene rimpicciolito, giocosamente messo ai margini e ridicolizzato nelle sue scenate cariche di comica isteria, mentre il nazismo diventa solo lo spunto per la storia di un regista che si rallegra della sua irriverenza.

Neanche a dirlo, il film tira fuori i muscoli nella sceneggiatura maleducata, costruita su un pericoloso ricambio di lingue che nella tensione della simulazione e della dissimulazione può rivelarsi un dannato punto debole. Una schermaglia di battute aguzze e punteggiate da sorrisi viscidi che puzzano di sparatoria, capaci di sbottare in risate sguaiate…E basta. Pure, Tarantino non dimentica di tirare l’osso a critici e cinefili. Il suo film è anche stavolta un covo di citazioni che vanno dal b- movie a Sergio Leone, abbassando il capello a Castellari addirittura nel titolo del film, un plateale omaggio a Quel Maledetto treno blindato. Un serie di richiami che spiazzano e rendono il tutto ancora più sfizioso. Soprattutto, con la sua nuova trovata, il regista ha tirato fuori un personaggio all’altezza della sposina attillata e dei sicari di Pulp Fiction, il Cacciatore di Ebrei, meglio noto come Hans Landa. Una creatura dal sadismo calcolato, un mentitore melenso e rigonfio di un autoritarismo inclemente e sofisticato, che Cristoph Waltz interpreta con cinica ironia, guadagnandosi il Premio all’interpretazione maschile del festival di Cannes. Scritto questo, probabilmente su Bastardi senza Gloria resta da dire solo una cosa: Tarantino ha cambiato colore al cavallo.

Claudia Papaleo

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ROGER BALLEN: UNA MACCHINA FOTOGRAFICA AL CIVICO DELLA PAZZIA

 

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Uno degli scatti più famosi di Roger Ballen: all'epoca della sua svolta stilistica il grande fotografo abbandonò gli spazi aperti per rivolgere la sua attenzione al mondo nascosto del disagio, dell'emarginazione e della follia

Immagini quadrate per stanze chiuse. Luoghi nei quali l’obiettivo di Roger Ballen ha messo sotto vuoto una dimensione inquieta e sinistra confinandola nello spazio asfittico delle sue fotografie, recentemente raccolte in un nuovo lavoro, “Boarding House”.

 

 

di   Claudia Papaleo

 

Ballen nacque nel 1950, nella New York in cui i barattoli di “Tomato”  si apprestavano a passare dal carrello della spesa alla serigrafia, e dove da un pennarello a vernice, imboscato dentro una tasca di jeans sbrindellata, sarebbe saltato fuori un quadro da milioni di dollari. Sin da ragazzino, oltre a respirare l’aria di cambiamento che attraversava l’arte, poté vivere a stretto contatto con la fotografia. Durante gli anni ’60, sua madre lavorò per la Magnum e fondò una delle prime gallerie fotografiche della grande mela. Di più, Ballen poté scorrazzare tra le gambe di monna lise come Cartier Bresson, Eliot Erwitt, Paul Strand e soprattutto Andre Kertesz. Il lavoro di quest’ultimo, infatti, è spesso rievocato nelle  immagini del fotografo, anche solo da piccoli accorgimenti aggiunti come  si aggiunge una punta di sale nella pentola.  

Pure, nei primi anni ’70 la macchina da foto si trasformò in un giocattolo da prendere sul serio. Tra bandiere schiaffate addosso al cielo, ammucchiate di capelli rincalzati nei pantaloni, e zeppe che marciavano per le strade come palazzi a portata di ratto, Ballen documentò la rivolta, arraffando le sue immagini succulente con qualche lazo di pellicola.

Diversi anni più tardi,  l’Africa del sud;  il suo sole tremulo e avvampato che scrosciava calore costante, fondendo le zone rurali in cui il fotografo cominciò a passare il tempo libero. Qui, la svolta.

Ballen abbandonò improvvisamente lo spazio aperto, i paesaggi ossigenati che lo circondavano, per intrappolare se stesso e la sua Rolleiflex 6X6 negli ambienti chiusi. Quello che doveva fare, infatti, era fotografare la trappola. Alcuni emarginati bianchi del posto accettarono di smezzare con lui l’aria delle loro camere scarne, marchiate dai segni di mobili estinti. Allora le sue foto, con tocco lapidario, ritrassero volti sconditi di qualunque serenità. Uomini e donne dai sorrisi ebeti, che fissano l’obiettivo con sguardi stranianti e corpi anomali, sui quali, a volte, cola qualche vestito smunto. Immagini che creano corrispondenze arbitrarie tra persone e animali, ponendoli in una realtà alterata che respinge e attrae, corrodendo qualsiasi controllo razionale in chi guarda. E ancora esseri umani spesso legati da lampanti vincoli sanguigni, di cui Ballen raffigura il lato sottilmente difettoso con una franchezza a tratti fastidiosa. Una serie di scatti disarmanti per la loro autenticità, in cui l’imperfezione punta i piedi di fronte alla macchina fotografica con dignità e coraggio.

Presto le stanze dalle mura ulcerate, che perdevano grumi di vernice su pavimenti dall’aria tombale, divennero i luoghi di strane fantasie dal retrogusto angosciante, e la macchina fotografica l’occhio che sembra guardare il fondo di una scatola degli scherzi, in cui gli oggetti vengono disposti secondo accoppiamenti ostili. Ballen, infatti, prese ad arredare gli spazi di cui disponeva assecondando le logiche di intuizioni visive minacciose, che tendono a snaturare le cose per come le conosciamo, caricandole di isteria.

Mani nodose, gambe spolpate, volti preda di urla eccessive, fanno da comparsa sbucando da vecchi scatoloni o da pile di materassi pregni di polvere, mentre qualche resto di bambola giace crudamente a terra senza possibilità di innocenza. Il tutto amplificato dalla presenza di stampelle ritorte, graffiti infantili e pelli zebrate di animali scuoiati.

Immagini psicotiche quelle di Ballen, lo scolo di un incubo che fa sgranare gli occhi e ti lascia con un battito accelerato, mentre allontani lo sguardo a braccetto della follia.