• i più letti

  • archivio

  • RSS notizie

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.
  • fin dove arriva la nostra voce

  • temi

Mondo: una donna presidente in Brasile, sconfitte le ingerenze ecclesiastiche

 

Dilma Roussef nel secondo turno conferma il percorso progressista iniziato da Lula e scelto dalla popolazione brasiliana, in maggioranza a favore dei progressi sociali e immune da politiche incentrate su valori alternativi alla laicità

Dilma Roussef, prima presidente del Brasile, ha battuto gli avversari 56% a 44%, in uno scontro che non era pari, perchè parti importanti delle chiese cattolica ed evangelica avevano scatenato una campagna contro la laicità della candidata del Partito Dos Trabalhadores nell’ultima parte della campagna elettorale, in un paese dove il peso della religione è tuttora enorme. L’avversario battuto è l’esponente del Partito Socialdemocratico, José Serra. La mobilità sociale, la cui stagnazione ed il alcuni casi il cui arretramento è così evidente in alcune zone della nostra Europa, è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni nello stato sudamericano, dove fino a pochi decenni fa e per molti versi fino ad oggi imperava il latifondo.

Alcuni dati emergono dal secondo turno delle elezioni: il fatto che milioni di cittadini abbiano potuto mettere insieme i loro pasti per la prima volta con una certa continuità è stato considerato fondamentale dalla maggioranza degli elettori brasiliani, il timore che il governo non sia ubbidiente alle direttive del Vaticano non lo è stato. I volantini contro l’aborto, fatti distribuire da vescovi e religiosi, non sono serviti a contrastare la decisione con la quale la popolazione ha inteso proseguire il cammino iniziato sotto la Presidenza di Luiz Inacio Lula da Silva verso una reale solidarietà nell’aldiqua, fondata su una distribuzione del reddito più equa, che non soltanto paesi cosidetti in via di sviluppo attendono, al di fuori degli apparenti consensi dipinti dalle televisioni verso un modello di crescita che ha da poco dimostrato il proprio disastro anche e soprattutto nel mondo cosidetto avanzato.

A questo proposito non è inutile ricordare come l’OCSE abbia indicato l’Italia come uno degli stati dove la redistribuzione delle risorse e più iniqua e questo dovrebbe far riflettere quando ci si sente raccontare di crisi economiche anche nominalmente più grandi negli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale rispetto a quella che ha colpito l’Italia, ma poi si verifica facilmente che le crisi sociali che attanagliano la penisola sono più cruente, per il fatto che, con un approccio ottocentesco, tutto viene scaricato sempre sulle stesse classi sociali.

Non è fuori luogo un paragone tra un paese che muove ora verso una equità produttiva che peraltro lo sta portando a raggiungere e superare l’Italia come potenza industriale ed il nostro paese, perchè qui in Italia si nota, al contrario, nonostante le considerazioni interessate delle ammiraglie della televisioni pubbliche nazionali e di quella parte di giornali che sono ormai organi di stato (spesso  ormai apertamente delegati ad intimidire le voci dissenzienti), una chiara tendenza a ricostruire ordini sociali basati sull’appartenenza di classe e sulle possibilità materiali ereditate dal passato e dalla fedeltà alle fasce di popolazione regnanti. Questo avviene, ad esempio, riducendo i diritti sanciti dalla Costituzione a parole vuote ed inapplicate, svalutando la nostra Costituzione repubblicana e anche attraverso la diffusa proletarizzazione di quello che si era soliti chiamare il ceto medio e la sua riduzione in uno stato di bisogno non dichiarato.

Una significativa parte del mondo sia sviluppato (Stati Uniti, Germania, Australia) che in via di sviluppo (Brasile) promuove cambiamenti importanti, di cui fa parte l’inclusione nello sviluppo delle fasce che ne erano escluse (anche attraverso l’assicurazione dei servizi essenziali, come a fasi alterne sta avvenendo in quegli Stati Uniti tanto attaccati da una sinistra italiana così lungimirante da distruggersi per difendere tre o quattro simboletti diversi tra loro e giustamente ignorati dalla popolazione reale) e di cui fanno parte le pari opportunità di genere (quasi snobbate da una sinistra che nel 2010 crede ancora che esistano soltanto operai e che con ciò ha consegnato in blocco i propri voti ai movimenti xenophobi regionalisti), l’Europa ha le carte in regola per essere al centro dei cambiamenti più importanti, ma è frenata da aree dove le rendite e le chiese sono ancora i due signori del borgo, da nazioni che sono ancora nel 2010 una sorta di paesello chiuso nella coazione a ripetere scelte come la ricerca di guide assolute (l’Italia è probabilmente l’esempio più evidente di questo tipo di Europa attardata nella ripetizione di tradizioni antidemocratiche ed antieconomiche).

Può valere la pena ricordare che un altro paese guidato da una donna, la Germania, accomunato ad alcuni degli stati citati da una minore pervasività della televisione rispetto all’Italia e da regole più comprensibili di tutela della concorrenza, sta trainando l’Europa anche attraverso l’imposizione di regole coattive alle strutture della grande finanza ed il reperimento di risorse non solo da fasce sociali considerate meno attrezzate a difendersi dall’aggressione dello stato e di categorie economiche direttamente rappresentate ai vertici di quest’ultimo, ma anche da tagli alle prerogative della finanza ed alle spese militari e burocratiche. Il Brasile, che al primo turno ha espresso un venti per cento di voti ambientalisti, può supportare lo sforzo dell’Unione Europea in direzione di una economia ecosostenibile e trainata dalle nuove tecnologie ed energie, confermando la modernità di questo indirizzo della politica europea, purtroppo non unanime nel continente oggi.

Il mondo cambia faccia, India, Brasile e molti altri stati rendono il panorama geopolitico più equilibrato e accrescono la plausibilità di modelli di sviluppo più compatibili ambientalmente e socialmente, gli Stati Uniti confermano la loro attuale capacità di dare un indirizzo generale, riformando in profondità il proprio sistema sociale in un modo che probabilmente nemmeno una temporanea affermazione dei Tea Party e di altre manifestazioni folcloristiche potrà cancellare. Obama, Merkel, Cameron, Jillard sono altrettante espressioni di volontà di cambiamento associata ad elevate capacità di realizzarne declinazioni pratiche nell’economia e nel pubblico: l’Europa, nel contesto dell’Occidente e della nostra ridefinizione in una situazione multipolare, è la novità più importante, il rafforzamento delle istituzioni comunitarie crea possibilità di azione per il nuovo stato europeo nel mondo, una forza che si avvia a diventare la maggiore nel pianeta. C’è da augurarsi che l’Unione Europea possa essere anche una forza sempre più capace di promuovere e nei casi più gravi di distorsione dalle tradizioni occidentali di imporre una maggiore modernizzazione al suo interno, anche nell’estremo sud del continente.

Aldo Ciummo

Energia elettrica più cara in UK con l’esaurimento delle riserve nel Mare del Nord

Deputati di diversi partiti hanno portato al centro del dibattito i costi dell’energia per i cittadini, ma le opzioni politiche sono limitate laddove entrano in gioco fattori strutturali

 

Si parla di energia alla camera dei Comuni, la camera bassa del Parlamento britannico, politici laburisti come John Grogan danno battaglia alla propria stessa maggioranza, ma in senso lato soprattutto ai “privilegiati” con una critica “alla Tremonti” alle maggiori aziende del settore nel Regno Unito:  British Gas,  E.O.N,  EDF Energy,  Npower,   Scottish & Southern   e   Scottish Power sarebbero da investigare a causa della scarsa percentuale di riduzione dei prezzi delle materie prime lasciata arrivare ai cittadini, per i quali anzi complessivamente le spese aumentano.  Socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti come tendenza, come da noi direbbero magari l’ex-An, associazioni dei pensionati, gruppi cattolici e tutti quelli che episodicamente fanno ancora riferimento alla centralità del lavoro e alla realtà sociale, come ambienti del politico.

Nel Regno Unito, dove il consumo e i suoi diritti sono oggetto di numerosi dibattiti, la mozione in Parlamento è stata sostenuta da una cinquantina di deputati conservatori e liberaldemocratici e quindi pur essendo promossa da un laburista si configura come un’iniziativa “antisistema” nell’UK che a detta di tutti si prepara al dopo Brown. Il ricambio al Governo però è ancora visto dalla maggioranza degli inglesi con un pò di diffidenza, i Conservatori, l’ultima volta (parecchio tempo fa davvero) che governarono “fecero i Conservatori” e i sudditi di Sua Maestà che alla coesione sociale ed ai diritti concreti ci tengono molto di più che ai simboletti, se lo ricordano bene.

Che i fornitori non si facciano concorrenza non sarebbe la prima volta che accade, ma non è solo per questo che i prezzi del gas per uso casalingo in Inghilterra quest’anno sono il doppio rispetto a dieci anni fa e che l’energia elettrica costa circa il 50 per cento in più, e tra sette anni secondo le previsioni più accreditate potrebbe costare il quadruplo. Sono tempi un pò duri per Londra da un punto di vista energetico, perchè alle dinamiche impresse ai prezzi dalla crescente domanda cinese, indiana, brasiliana, si aggiunge l’inesorabile impoverimento delle riserve del Mare del Nord, giacimenti che non sono infiniti. Altri paesi come la Norvegia hanno lo stesso problema: anche il Regno Unito a quanto sembra sta pensando di affrontarlo con un programma di investimenti a tutela delle generazioni future. Ma, come si sa, farsi una pensione costa.

Aldo Ciummo