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SPORT|E’ ora che i piccoli tornino allo stadio. L’esempio del tennis

Sempre di una palla rotonda si tratta, sempre di uno stadio, di tribune e di tanta passione per lo sport

di Simone Di Stefano

Sono le 13, una folla ordinata di persone si accalca in file ordinate ai botteghini allestiti in prossimità dell’ingresso. Bandiere di qualsiasi nazione sfoggiano i loro pittoreschi colori, inizia la festa delle nazioni, del loro orgoglio di esserci e di essere rappresentati dai loro mostri in pantaloncini corti e scarpette griffate. Gli Internazionali di tennis di Roma stanno per entrare nel vivo con i quarti di finale maschile, con incontri del calibro di Nadal-Verdasco, Del Potro-Djokovic, Federer-Zverev e Gonzales-Monaco.Il giorno dopo è la volta delle semifinali: Djokovic stende Federer dopo un incontro combattutissimo, Nadal fa il Nadal e passa facilmente raggiungendo il serbo in finale. Per la cronaca lo spagnolo ha vinto anche l’ultima partita , 7-6, 6-2, portandosi a casa il trofeo per la quarta volta nella sua ancor breve carriera.

La finale è stata in concomitanza pochi metri più in là, allo stadio Olimpico, di una partita di calcio, Roma-Chievo. Così che all’uscita del match di serie A due diverse tipologie di spettatori sono venute a confronto. Ma aldilà della mera cronaca sportiva una riflessione profonda sull’incongruenza e sulla deficienza dello sport più seguito al mondo, il calcio, è d’obbligo quando ci si trova proiettati in un altro mondo, sebbene a pochi metri di distanza dallo stadio olimpico, luogo spesso teatro di scontri che rasentano la guerriglia.

Al centrale del tennis, neanche uno degli impianti più all’avanguardia se consideriamo che lo stesso sorge su una fitta rete di tubi innocenti costruiti a mò di palafitta del terzo millennio, non si vede un poliziotto. Ci sono solo steward, neanche troppo addestrati, che tuttavia cercano di fare il loro dovere. Il tennis dal vivo merita rispetto e silenzio. Iniziata la partita, durante tutti gli scambi lungo le gradinate delle tribune non si sente volare una mosca, o almeno no nsi dovrebbe sentire – la mamma degli imbecilli è sempre incinta, come si suole dire -, gli addetti agli ingressi tengono a bada il pubblico ancora all’entrata e attendono il prossimo cambio campo, a ogni totale disparo dei giochi, per poterli far entrare e prendere il loro posto.

Una volta dentro ci si accorge come il panorama sportivo italiano trascuri tante sue realtà. Dispiace non poter vedere tra i primi 8 del torneo italiano neanche un nostro connazionale. Chi lo sa bene risponde che «la colpa è anche dei nostri giocatori, che si montano facilmente la testa», oltre a una buona dose autolesionismo da parte della loro federazione.

Torniamo al Centrale, che alla fine della competizione vedrà nuova vita e sarà ricostruito sul modello dei moderni impianti tennistici. Ma se tra i parametri del benessere veine inserito anche il prezzo del Big Mac, allora, assieme a ristoranti e musei, a visuale del campo e comodità delle poltroncine, nel grado di fruibilità di un impianto sportivo dovrebbe comparire anche il numero di bambini presenti sugli spalti. E in questi giorni di grande tennis il Foro Italico stà insegnando tante cose allo sport nostrano.

Piccoletti con la pallettona della Head in mano (anche se 25 euro sono un pò troppi per una palla da tennis, seppur grande quanto un pallone da calcio…), in attesa di strappare un autografo ai loro beniamini per apporlo sul verde cimelio. Fanciulle con la croce rossa svizzera dipinta in viso che gridano a tutta gola «vai Roger!».

Quanto è bello poi sentire il botta e risposta tra opinioni divergenti sull’uno o l’altro tennista. Perché non c’è odio verso l’avversario, fuorchè l’amore per il proprio idolo. La conclusione più banale sarebbe pensare che la rovina degli stadi italiani, e non solo, sia il tifo organizzato. Ma anche i vetri che separano i tifosi dal campo, alla stregua di torelli pronti a liberare la propria frustrazione. Ecco, forse è la frustrazione quella che ci fa sentire in diritto di insultare chiunque, purché ci sia un vetro a separarci.

 una palla rotonda si tratta, sempre di uno stadio, di tribune e di tanta passione per lo sport

di Simone Di Stefano

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SPORT|Le rivali perdono? La Roma di Totti ringrazia. Ma la difesa non funziona

di Simone Di Stefano/L’Unità

Roma-Lecce 3-2 pagina

Roma-Lecce 3-2 articolo

SPORT|Roma, si ferma la corsa

Un pari contro la Reggina

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Simone Di Stefano/l’Unità

SPORT|Sconfitta e contestata, la Roma non c’è più

Prosegue la caduta libera della Roma di Spalletti. Ieri contestazione davanti a Trigoria, con la squadra in ritiro in vista della sfida di mercoledì prossimo contro la Sampdoria

di Simone Di Stefano/SG

La Roma si ritira in casa per superare il momentaccio. «Onorate la maglia in segno di rispetto ai tifosi», ha tuonato il presidente Rosella Sensi che da domenica ha sigillato la squadra nelle segrete stanze di Trigoria con un solo diktat: uscire dalla crisi più nera della gestione Spalletti.

Ma al centro sportivo “Fulvio Bernardini” ieri non è stata certo una giornata serena. Giocatori, tecnico e società, non si è salvato nessuno dalla contestazione messa su con cori e striscioni («Io non tifo Italpetroli», «Tirate fuori le …», per citarne alcuni), da parte di una trentina di tifosi che hanno chiesto, invano, di poter parlare con uno tra Spalletti e Totti. Se ne sono andati soltanto in tarda mattinata dopo che a mobilitarsi era stata anche la Polizia, dopo alcuni lanci di uova.

La squadra ha dovuto rinunciare anche all’allenamento mattutino per tornare in campo solo nel pomeriggio. E come ogni lunedì di recente memoria nei bar della capitale si discute su cosa stia accadendo alla Roma e cosa ci si deve attendere ancora. Invertire la rotta innanzitutto e Spalletti lo ha capito, tanto che dopo il naufragio di Udine è stato lui il primo a riconoscere le proprie responsabilità e la necessità, questa è la notizia, di cambiare metodo di lavoro.

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IL CASO|E avanza la nazionale padana che sogna di battere quella azzurra

Quando si tratta di separatismo i leghisti esaltano le minoranze

di Simone di Stefano (pubblicato su “L’Unità”)

Maglia a strisce orizzontali biancoverdi, in stile Celtic Glasgow e ventidue ragazzotti più o meno in erba che, accosciati, cantano il Va’ pensiero. La foto di gruppo, allenatore, accompagnatori e massaggiatori compresi, non andrà di certo sul prossimo album panini, ma servirà da corollario ai tanti (?) tifosi che dal prossimo 8 luglio potranno assistere alle sportive gesta della rappresentativa nazionale di calcio della Padania, impegnata alla seconda edizione del mondiale Nf-Board in Lapponia. Dopo tante amichevoli la tanto agognata sfida ufficiale. E che sfide. Provenza, Kurdistan, Lapponia e Suryoye. Gioca anche il Tibet, ma in un altro girone. Intanto i fedelissimi potranno farsi firmare autografi dai loro idoli a Cogliate, presso il locale centro sportivo di via XXIV maggio, sede del ritiro della nazionale padana fino a domenica prossima, quando l’intero staff prenderà il volo per la Lapponia. Emozionato il coach, Leo Siegel, primo classificato al corso di Coverciano nel 1980 e forte di un curriculum di tutto rispetto visti i suoi cinque campionati vinti gloriosamente: due sulla panchina della Vogherese e uno con Triestina, Pro Patria e Binasco. A pochi giorni dall’esordio alla manifestazione Siegel mette da parte il passato e non nasconde le sue ambizioni: «Si tratta della nostra prima vera esperienza internazionale. Questo è il primo riconoscimento ufficiale della Padania». Alla competizione prenderanno parte le rappresentative di nazionali di territori non riconosciuti come entità nazionali. La Padania è ancora un membro provvisorio e il sogno sarebbe entrare tra i membri ufficiali, tra cui risulta già essere iscritta proprio la nazionale rom. Giovani giocatori e anziani esperti, come il trentasettenne Michele Cossato. Che con il fratello Federico promette gol a grappoli. Il coach invece pensa al futuro, custodendo gelosamente i consigli nientemeno che del senatur in persona, Umberto Bossi, il primo tifoso della nazionale. «Questa esperienza – dice Siegel – è un investimento per il futuro, Bossi in questo è stato accontentato». La nazionale affinerà la sua esperienza internazionale con gli europei Cenf da disputare in Olanda nel 2009, coltivando la possibilità di poter organizzare la Viva World Cup del 2010 a Milano. E il sogno nel cassetto? «Affrontare l’Italia e batterla».

Simone Di Stefano – Pubblicato su L’Unità del 03-07-2008

SPORT|La finale del «Trofeo della memoria»

Un torneo di calcio per ricordare la Shoah e un viaggio per dire no a razzismo e intolleranza

Per la correttezza e contro il razzismo. Si avvia così alla conclusione il Trofeo della Memoria, che oggi pomeriggio vedrà, alle 16, le due squadre finaliste, l’Aprilia e la Spes Artiglio, contendersi al campo Fiorini di Roma la terza edizione del torneo. Per loro a ottobre anche un viaggio ai campi di concentramento di Aushwitz-Birkenau. Promossa dalla Regione Lazio e in collaborazione con le associazioni ebraiche di Roma la competizione è stata intitolata, per il secondo anno consecutivo, alla memoria di Arpad Weisz, l’allenatore ebreo che venne travolto dalle persecuzioni naziste alla fine degli anni ‘40.

Le due finaliste sono risultate le due migliori tra le 31 formazioni under 18 che hanno preso parte alla competizione. «Abbiamo già ottenuto un grande risultato – precisa Giulia Rodano, Assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio – tanto che gli arbitri ci hanno riferito che rispetto alle passate edizioni si è potuto assistere a un miglior comportamento da parte dei ragazzi, in campo e fuori, perché è importante che lo sport funzioni da veicolo di formazione per questi ragazzi, che oltre a essere giocatori sono anche tifosi».

Simone Di Stefano – Pubblicato su L’Unità del 12-06-2008

SPORT|La storia d’amore tra Mancini e l’Inter è terminata

Liquidato dopo aver riportato l’Inter sul tetto del calcio italiano, Mancini da ieri non è più il tecnico dei nerazzurri. Al suo posto probabile l’arrivo di Josè Mourinho.

Ecco, dovremmo dire che il Calcio è così. Che è fatto di una palla che rotola. Di 22 uomini, o donne, che la rincorrono. Di fisico e muscoli. Di velocità, atletica, disciplina e tanta, tanta fortuna.
Dovremmo dire anche che nel calcio, quello genuino, giocato con una busta di succo di frutta nel cortile di scuola, o con un ammasso di stracci sulle spiagge di Copacabana, in quel calcio l’importante era giocare, divertirsi, masticare sport e poi discuterne, anche fino all’invero simile, per poi concludere che sì, effettivamente, l’importante era partecipare ma senza vittoria mancava qualcosa.

Vittoria è il termine che perseguiterà Roberto Mancini, da ieri pomeriggio non più allenatore dell’Inter. Manca l’ufficialità, ma sappiamo benissimo Massimo Moratti come fa. Quando decide una cosa, quella cosa la realizza, non c’è niente che lo potrebbe far tornare indietro. Perché Massimo Moratti ormai ha deciso: il tecnico dell’Inter per la prossima stagione non sarà Roberto Mancini.

Vittoria è il vocabolo effimero che Mancini sognerà, anche dopo aver firmato il suo ricchissimo contratto con il Chelsea, squadra del ricco magnate russo Roman Abramovich, che lo ha piazzato fra i primissimi della lista dei preferiti. E anche se non dovesse essere a Londra, il tecnico di Iesi non dovrebbe avere difficoltà nel trovare un’altra facoltosa sistemazione. Ci sono quelli del Manchester City che farebbero carte false pur di metterci lui sulla panchina dei “Citizens”.

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