• i più letti

  • archivio

  • RSS notizie

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.
  • fin dove arriva la nostra voce

  • temi

  • Annunci

European Alternatives il 2 e 3 giugno a Roma

Si chiama Agorà Transeuropa la due giorni di dibattiti che coinvolgerà le realtà impegnate nel raggiungimento della piena integrazione nella UE

Il 2 e 3 giugno il Teatro Valle Occupato ospiterà l’Agorà Transeuropa, una due giorni di riflessione e azione per dibattere sui temi più urgenti per la Unione Europea. L’iniziatuva raccoglie i risultati del Transeuropa Festival e delle attività di European Alternatives, per dare vita ad una Europa alternativa, dove il mercato non sia più l’unico legislatore e dove l’immigrazione e l’integrazione siano valorizzati in una ottica di sviluppo multiculturale che rafforzi l’Unione Europea con il potenziamento della sua più grande qualità storica, l’apertura culturale, che dal Mediterraneo al Mare del Nord ha permesso la crescita di una delle identità più riconoscibili e variegate del pianeta, forte del suo confronto e arricchimento storico con l’Africa, l’Asia, il Mediterraneo, l’Est, l’America Latina e della sua naturale cooperazione con gli Stati Uniti d’America, il Canada, l’Australia ed il mondo anglosassone, peraltro parte fondamentale della costruzione europea attraverso il Regno Unito.

Sono previsti dibattiti, esposizioni, musica, per affrontare le sfide poste dalla crisi e dalla ricerca di alternative alla austerità, con la partecipazione di Guy Standing, presidente della Basic Income Earth Network, di Carlo Vercellone, economista alla Sorbona di Parigi, che insieme alla Fiom ed alle reti di studenti parteciperanno al lancio di una campagna europea per il reddito garantito, ci saranno anche Franco Berardi Bifo ed avrà luogo la mostra “Nobody Expects…” ospitata sempre dal teatro Valle durante la due giorni.

Un argomento importante dei dibattiti sarà la migrazione come elemento essenziale di una società europea plurale e cosmopolita, in collaborazione con le campagne come LasciateCIEntrare e L’Italia sono anch’io. Un altro tema fondamentale saranno i beni comuni come chiave per affrontare le crisi, interverranno a questo proposito Ugo Mattei, i rappresentanti del Caravan dei Commons, mentre Roberto Natale (Presidente FNSI), Luca Telese (Il Fatto, La7) e Alberto Negri (Il Sole 24 Ore) interverranno a proposito della libertà di informazione in Italia ed in Europa.

Prenderà parte all’iniziativa anche il Movimento Federalista Europeo, presente con la sezione di Roma dell’organizzazione e con il gruppo dei Giovani Federalisti Europei, che si occuperà di allestire un punto informativo sui problemi dell’Unione Europea. Il Movimento Federalista Europeo comprende persone di tutti gli orientamenti politici, convinti della necessità di una vera federazione europea, che assicuri rapidità e democraticità delle decisioni di governo in Europa.

Aldo Ciummo

 

NOTIZIE SU REGIONI E CULTURE DEL NORDEUROPA SUL SITO DI INFORMAZIONE      www.nordeuropanews.it      NORDEUROPANEWS

Annunci

Mondo: una donna presidente in Brasile, sconfitte le ingerenze ecclesiastiche

 

Dilma Roussef nel secondo turno conferma il percorso progressista iniziato da Lula e scelto dalla popolazione brasiliana, in maggioranza a favore dei progressi sociali e immune da politiche incentrate su valori alternativi alla laicità

Dilma Roussef, prima presidente del Brasile, ha battuto gli avversari 56% a 44%, in uno scontro che non era pari, perchè parti importanti delle chiese cattolica ed evangelica avevano scatenato una campagna contro la laicità della candidata del Partito Dos Trabalhadores nell’ultima parte della campagna elettorale, in un paese dove il peso della religione è tuttora enorme. L’avversario battuto è l’esponente del Partito Socialdemocratico, José Serra. La mobilità sociale, la cui stagnazione ed il alcuni casi il cui arretramento è così evidente in alcune zone della nostra Europa, è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni nello stato sudamericano, dove fino a pochi decenni fa e per molti versi fino ad oggi imperava il latifondo.

Alcuni dati emergono dal secondo turno delle elezioni: il fatto che milioni di cittadini abbiano potuto mettere insieme i loro pasti per la prima volta con una certa continuità è stato considerato fondamentale dalla maggioranza degli elettori brasiliani, il timore che il governo non sia ubbidiente alle direttive del Vaticano non lo è stato. I volantini contro l’aborto, fatti distribuire da vescovi e religiosi, non sono serviti a contrastare la decisione con la quale la popolazione ha inteso proseguire il cammino iniziato sotto la Presidenza di Luiz Inacio Lula da Silva verso una reale solidarietà nell’aldiqua, fondata su una distribuzione del reddito più equa, che non soltanto paesi cosidetti in via di sviluppo attendono, al di fuori degli apparenti consensi dipinti dalle televisioni verso un modello di crescita che ha da poco dimostrato il proprio disastro anche e soprattutto nel mondo cosidetto avanzato.

A questo proposito non è inutile ricordare come l’OCSE abbia indicato l’Italia come uno degli stati dove la redistribuzione delle risorse e più iniqua e questo dovrebbe far riflettere quando ci si sente raccontare di crisi economiche anche nominalmente più grandi negli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale rispetto a quella che ha colpito l’Italia, ma poi si verifica facilmente che le crisi sociali che attanagliano la penisola sono più cruente, per il fatto che, con un approccio ottocentesco, tutto viene scaricato sempre sulle stesse classi sociali.

Non è fuori luogo un paragone tra un paese che muove ora verso una equità produttiva che peraltro lo sta portando a raggiungere e superare l’Italia come potenza industriale ed il nostro paese, perchè qui in Italia si nota, al contrario, nonostante le considerazioni interessate delle ammiraglie della televisioni pubbliche nazionali e di quella parte di giornali che sono ormai organi di stato (spesso  ormai apertamente delegati ad intimidire le voci dissenzienti), una chiara tendenza a ricostruire ordini sociali basati sull’appartenenza di classe e sulle possibilità materiali ereditate dal passato e dalla fedeltà alle fasce di popolazione regnanti. Questo avviene, ad esempio, riducendo i diritti sanciti dalla Costituzione a parole vuote ed inapplicate, svalutando la nostra Costituzione repubblicana e anche attraverso la diffusa proletarizzazione di quello che si era soliti chiamare il ceto medio e la sua riduzione in uno stato di bisogno non dichiarato.

Una significativa parte del mondo sia sviluppato (Stati Uniti, Germania, Australia) che in via di sviluppo (Brasile) promuove cambiamenti importanti, di cui fa parte l’inclusione nello sviluppo delle fasce che ne erano escluse (anche attraverso l’assicurazione dei servizi essenziali, come a fasi alterne sta avvenendo in quegli Stati Uniti tanto attaccati da una sinistra italiana così lungimirante da distruggersi per difendere tre o quattro simboletti diversi tra loro e giustamente ignorati dalla popolazione reale) e di cui fanno parte le pari opportunità di genere (quasi snobbate da una sinistra che nel 2010 crede ancora che esistano soltanto operai e che con ciò ha consegnato in blocco i propri voti ai movimenti xenophobi regionalisti), l’Europa ha le carte in regola per essere al centro dei cambiamenti più importanti, ma è frenata da aree dove le rendite e le chiese sono ancora i due signori del borgo, da nazioni che sono ancora nel 2010 una sorta di paesello chiuso nella coazione a ripetere scelte come la ricerca di guide assolute (l’Italia è probabilmente l’esempio più evidente di questo tipo di Europa attardata nella ripetizione di tradizioni antidemocratiche ed antieconomiche).

Può valere la pena ricordare che un altro paese guidato da una donna, la Germania, accomunato ad alcuni degli stati citati da una minore pervasività della televisione rispetto all’Italia e da regole più comprensibili di tutela della concorrenza, sta trainando l’Europa anche attraverso l’imposizione di regole coattive alle strutture della grande finanza ed il reperimento di risorse non solo da fasce sociali considerate meno attrezzate a difendersi dall’aggressione dello stato e di categorie economiche direttamente rappresentate ai vertici di quest’ultimo, ma anche da tagli alle prerogative della finanza ed alle spese militari e burocratiche. Il Brasile, che al primo turno ha espresso un venti per cento di voti ambientalisti, può supportare lo sforzo dell’Unione Europea in direzione di una economia ecosostenibile e trainata dalle nuove tecnologie ed energie, confermando la modernità di questo indirizzo della politica europea, purtroppo non unanime nel continente oggi.

Il mondo cambia faccia, India, Brasile e molti altri stati rendono il panorama geopolitico più equilibrato e accrescono la plausibilità di modelli di sviluppo più compatibili ambientalmente e socialmente, gli Stati Uniti confermano la loro attuale capacità di dare un indirizzo generale, riformando in profondità il proprio sistema sociale in un modo che probabilmente nemmeno una temporanea affermazione dei Tea Party e di altre manifestazioni folcloristiche potrà cancellare. Obama, Merkel, Cameron, Jillard sono altrettante espressioni di volontà di cambiamento associata ad elevate capacità di realizzarne declinazioni pratiche nell’economia e nel pubblico: l’Europa, nel contesto dell’Occidente e della nostra ridefinizione in una situazione multipolare, è la novità più importante, il rafforzamento delle istituzioni comunitarie crea possibilità di azione per il nuovo stato europeo nel mondo, una forza che si avvia a diventare la maggiore nel pianeta. C’è da augurarsi che l’Unione Europea possa essere anche una forza sempre più capace di promuovere e nei casi più gravi di distorsione dalle tradizioni occidentali di imporre una maggiore modernizzazione al suo interno, anche nell’estremo sud del continente.

Aldo Ciummo

Australia: governo nelle mani degli indipendenti

 Dopo giorni di operazioni di scrutinio è chiaro che la formazione di un esecutivo dipenderà dagli indipendenti mentre i due maggiori contendenti sono alla pari

 

 

Con il sorpasso dei Conservatori (The Coalition, ossia i Liberal Nationals) sui Laburisti a Brisbane, la capitale del Queensland (stato nordorientale della federazione) Teresa Gambaro ha portato a 72 il numero dei Liberal Nationals alla Camera dei Rappresentanti, pareggiando con i Laburisti della premier in carica, Julia Gillard. In teoria i Conservatori arrivano a 73 deputati con Tony Crook, eletto nell’Australia Occidentale, ma considerato indipendente e che non recede da una lunga lista di richieste in favore delle aree rurali dell’Australia Occidentale.

In pratica, anche i laburisti arrivano a 73 con l’appoggio dei Verdi di Adam Bandt, che hanno raggiunto quote superiori al dieci per cento dei voti (il sistema australiano di voto non è proporzionale, ma dominato da una serie di circoscrizioni che si potrebbero definire uninominali e che hanno come obiettivo la garanzia di territori molto diversi e distanti di poter essere rappresentati). Per governare comunque ci vogliono 76 deputati, gli indipendenti in questa storia elettorale hanno raggiunto un peso fantascientifico per l’esperienza politica australiana.

Degli indipendenti, che in questi giorni si sono mossi come un nuovo partito nella consapevolezza di detenere uniti un potere di negoziazione senza precedenti, Andrew Wilkie, che viene dalla Tasmania, è un ambientalista spostatosi successivamente verso il centro, Rob Oakeshott ha lanciato la proposta più inaudita per la tradizione australiana ipotizzando un governo di grossa coalizione, mentre Tony Windsor ha messo al centro la stabilità del sistema politico australiano. Nonostante le differenze, questi eletti hanno cominciato a prendere iniziative comuni, come la richiesta di trasparenza riguardo alle spese dello stato.

Bob Katter, rappresentante degli agricoltori del nord del Queensland, si è dimostrato finora il più riottoso, dichiarando nonostante la sua distanza culturale dai Laburisti, che i Conservatori non hanno fatto nulla di buono per l’interno dell’Australia. In possesso di un peso decisivo nella attuale situazione nazionale, Katter ha continuato ad esprimersi su una base locale. Il pezzo del Queensland che ha votato per Katter è politicamente ambivalente, storicamente popolato da lavoratori ed elettoralmente situato in un’ala destra del Labor che negli anni settanta ed ottanta si staccò dall’ALP e si unì ai Conservatori sotto il padre di Katter. Nell’attuale geografia politica nazionale queste peculiarità dei territori assumono peso, perchè ogni singolo deputato è necessario per arrivare alla governabilità.

La campagna elettorale è stata caratterizzata da una efficace comunicazione da parte di Julia Gillard, che però ha scontato le divisioni nell’ ALP ( Australian Labor Party) che avevano portato alla sua nomina a premier, in sostituzione di Kevin Rudd. I Laburisti hanno affrontato anche un crescente distacco dell’elettorato del Nuovo Galles del Sud (nel sudest dell’Australia, lo stato della metropoli Sidney) nei confronti del partito a livello nazionale. Il leader dei Conservatori, Tony Abbott, largamente sottovalutato dai critici del campo opposto, è riuscito ad erodere molto del vantaggio acquisito dall’ALP conducendo una propaganda focalizzata sulle divisioni e quindi sulla presunta inaffidabilità degli avversari.

Aldo Ciummo

Europa troppo debole sui diritti in Iran

Teheran

 

A poco più di un anno dalle rivolte che hanno avviato un processo di superamento della teocrazia in Iran, la UE ha accolto solo poche decine di rifugiati

Tutti ricordano il giugno del 2009, quando moltissimi cittadini iraniani, in prevalenza giovani, hanno pagato un tributo altissimo alla difesa di princìpi democratici ancora platealmente inattuati in quello che è un paese strategico nel Medio Oriente e prezioso per storia e cultura nei confronti del resto del mondo. Duecentocinquanta persone persero la vita secondo le stime più ottimistiche, più di quattromilatrecento lasciarono lo stato islamico da quel momento. Proprio oggi, sull’ International Herald Tribune, Judy Dempsey traccia un accurato panorama della situazione di quanti si sono rivolti all’Europa per cercare libertà.

Ciò che resta sullo sfondo è un chiaroscuro in cui le ombre superano di gran lunga le luci, quando si verifica quali sostegni concreti l’Unione Europea e gli stati che la compongono hanno concesso a coloro che opponendosi ad un regime morente e nutrito di psicosi antioccidentali rendono un servizio anche al mondo cosidetto sviluppato, senz’altro depositario di pratiche democratiche da difendere a fronte di sempre più estese alternative di dubbia proponibilità, ma altrettanto indubbiamente sempre più timido nel fornire solidarietà alle forze che lavorano al progresso delle regioni d’appartenenza, non attraverso sterili azioni militari, ma con il sostegno a versioni autentiche delle identità locali.

L’approfondita analisi di Dempsey cita le osservazioni del tedesco Volker Beck, appartenente al gruppo ambientalista del parlamento di Berlino, nel quale è membro della Commissione per i Diritti Umani. Attualmente, si stima che la gran parte degli iraniani che guardano all’Europa come rifugio dalla reazione del regime a seguito dei fatti del giugno 2009 si trovi “intrappolata” in Turchia, che appare essere come un limbo tacitamente destinato a tale funzione dai paesi UE.

Gli stati componenti la comunità fanno mostra di una certa chiusura verso i rifugiati iraniani, non superando il numero delle cinquanta persone ammesse anche in nazioni tra le più avanzate, come nel caso della Germania (e in alcuni casi si scende a tre unità, come in Francia). Si pensi che gli Stati Uniti ne hanno ammessi 1169, mentre gli scarsamente popolati Canada ed Australia ne hanno accolti rispettivamente 255 ed 89, confermando che, quando si tratta di coerenza in materia di diritti umani, il mondo anglosassone fa spesso la differenza in positivo.

Un problema non da poco è l’incerto status della Turchia, che accetta spesso l’ingresso di persone in fuga da paesi culturalmente e geograficamente più prossimi all’Europa, ma che non offre molto al grosso dei rifugiati extraeuropei, inducendone così parecchi ad una sorta di clandestinità quando non all’illegalità vera e propria nelle modalità della loro sopravvivenza, occupazione e sicurezza, situazione che a sua volta determina una prevedibile sottostima del numero reale degli individui che stanno premendo alle nostre porte.

La Turchia subisce a sua volta le conseguenze di un atteggiamento paradossale, che da una parte la forza a sopperire a parte delle mancanze europee anche facendo leva sulla speranza di Ankara di acquisire crediti per un futuribile ingresso nella Comunità Europea, dall’altro non fornisce i mezzi e non impone gli standard democratici sostanziali perchè queste carenze verso chi chiede diritti in armonia con i valori dichiarati della nostra Europa ottenga risposte. Come nei confronti della Federazione Russa e della Bielorussia, nei rapporti con l’Iran e nell’autonomia continentale dai condizionamenti economico-energetici dei paesi strategici ad est ed a sud si gioca l’identità europea sulle questioni dei diritti, quelle che più di ogni altra hanno modellato e modelleranno i tratti della nascente Unione Europea.

Aldo Ciummo

Economia più forte grazie alle donne, soprattutto in Occidente

 

Mentre il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon invoca pari diritti, si moltiplicano gli studi che indicano gli effetti positivi della crescita del protagonismo femminile nell’economia reale degli ultimi decenni. I miglioramenti emergono soprattutto in Occidente e i paesi anglosassoni si trovano un passo avanti.

 

L’Economist, all’inizio di quest’anno ha dedicato un suo numero alla crescita quantitativa e qualitativa delle professionalità femminili (attualmente ci troviamo al 46% del totale in Europa e al 50% negli Stati Uniti, considerando naturalmente la parzialità dei dati perchè poi intervengono le distorsioni dovute al precariato di molte forme di lavoro). Come si è rilevato più volte anche su queste pagine web esiste però il sottodimensionamento delle competenze, evidente nella esiguità delle donne ai vertici delle aziende in molti paesi, quelli dell’Europa meridionale si trovano in una situazione particolarmente drammatica da questo punto di vista.

I progressi in fatto di avanzamento professionale, anche per ciò che riguarda la retribuzione, sono evidenti nei paesi anglosassoni, che ancora una volta si confermano un passo avanti nelle questioni di democrazia effettiva e di funzionamento delle strutture sociali formali ed informali. L’ Herald Sun in Australia ha potuto riscontrare un incremento del 13% delle donne con reddito molto alto dal 1996 ad oggi e mettere direttamente in relazione le variazioni di posizione professionale con le effettive competenze acquisite nel frattempo negli studi di medicina, economia, legge.

Come riportato più volte anche in merito a notizie di carattere più istituzionale, i progressi in Occidente sono visibili, la composizione dei governi inglese, olandese, statunitense, testimoniano una sensibilità democratica impeccabile, che peraltro dovrebbe essere scontata riguardando semplici criteri di rappresentanza della popolazione e di riconoscimento delle capacità, sensibilità civica del tutto carente in una ampia fascia dell’Europa del Sud e dell’Est e in generale a livello continentale.

In Europa, oltre al ben noto alto livello di partecipazione democratica e rispetto dell’inclusione sociale da parte di Regno Unito, Olanda, Irlanda, si può registrare soprattutto per quanto riguarda la parità effettiva nelle istituzioni l’elevato standard promosso da Svezia, Finlandia, Danimarca e all’esterno dell’Unione Europea dalla Norvegia, che ha stabilito i criteri più paritari per la selezione della classe dirigente.

Il sito porge sentiti auguri alle donne nella giornata dell’ 8 marzo !

 

Kevin Rudd: “l’Australia non è un paese razzista”

DSC_0246

Il dibattito sugli scontri tra culture e sulle difficoltà di integrazione è salito alla ribalta questa settimana in Australia, a seguito di eventi criminosi

 

 

Alcuni incidenti xenofobi, registratisi nelle principali città australiane negli ultimi mesi, hanno creato un clima di diffidenza in alcune comunità, fino a portare ieri molti tra gli indiani che vivono lì ad ipotizzare una matrice razzista nel caso di un omicidio di cui non è stata accertata la ragione (la vittima era uno studente e lavoratore proveniente dall’India).

La dinamica del brutale omicidio, condotto dando fuoco alla vittima, e l’uccisione pochi giorni fa di uno studente indiano anche lui, accoltellato, hanno diffuso più che inquietudine.

Non sono emersi però, secondo quanto rilevato dagli inquirenti, segni di matrice razzista e Kevin Rudd, primo ministro australiano, ha rigettato pubblicamente l’immagine di un paese che non accetta gli stranieri diffusa da alcuni.

L’Australia difatti è una nazione nata dall’immigrazione, rientra negli altissimi standard di apertura alle culture di recente arrivo tipici del mondo anglosassone ed è uno degli stati che fa di più per favorire l’integrazione dei nuovi cittadini attraverso l’istruzione ( assieme all’ U.K ).

La società australiana sta cambiando rapidamente, anche con l’insediamento di tanti cittadini asiatici ed è vero che si registrano gravi casi di intolleranza da parte di alcuni settori della società. Ma la stragrande maggioranza della popolazione si distingue per attivismo in favore di un equilibrio multiculturale.

Tim Watts, consulente del governo di Canberra e della compagnia di comunicazione Telco, ha messo in piedi un gruppo antirazzista nel suo paese e riecheggiando quanto detto da Kevin Rudd ha affermato che l’Australia non è un paese intollerante, tutt’altro, e che proprio per questo è opportuno preservare l’eccezionale tradizione di ospitalità e di comprensione da parte della comunità australiana, alimentando, anche per il futuro le condizioni che permettono lo scambio culturale e l’integrazione.

Watts però solleva un problema che non è soltanto del suo paese, sottolineando che la legislazione a volte è equivoca nel permettere a minoranze intolleranti ed anche a esponenti istituzionali di alimentare invece gli ostacoli verso gruppi di persone in via di inserimento nella comunità, e soprattutto che le istituzioni da sole non bastano ed occorre far lavorare la cultura, processo molto più lento dei grandi cambiamenti globali che sollevano disagi e paure.

Il consulente passato all’attivismo in favore dei diritti è uno dei tanti esempi delle naturali tendenze all’integrazione da parte della maggioritaria società australiana, in linea con la tradizione liberale di questo paese e delle società culturalmente affini .

Aldo Ciummo

Il calcio gaelico diventa un ponte tra Irlanda e Svezia

 
 

Uno degli elementi più validi al quale gli emigranti si sono sempre appoggiati per coltivare il legame con la madrepatria, nel mondo globalizzato (ed all'interno dell'Europa e dell'Occidente sempre più aperto) di oggi è anche un mezzo efficace per saldare le diverse culture e rafforzarne le affinità

La comunità irlandese in Svezia, per quanto piccola, non è così sparuta, in un paese poco densamente popolato. La cultura locale, aperta alle novità, è terreno fertile per il mantenimento di tradizioni che tra i celtici sono forti, anzi, qualche svedese comincia ad essere contagiato dallo sport amato dagli irlandesi. D’altronde, le somiglianze tra i due diversi popoli esistono.

di   Aldo Ciummo

 

Patrick Reilly recentemente ha scritto su un notiziario in lingua inglese dedicato alla Svezia che gli abitanti del più grosso paese scandinavo cominciano a vedere, insieme con i non pochissimi irlandesi che hanno messo radici qui, una delle abitudini cui i celtici non rinunciano. Il calcio gaelico in Irlanda è qualcosa che è possibile guardare sui megaschermi di molti pub, e che i cittadini dell’isola verde condividono con poche comunità molto affini a loro, come l’Australia.

Almeno 1500 irlandesi sono in Svezia da molto tempo e le stime realistiche indicano che sono parecchi di più.  A Malmo e Gothenburg sono nati club del GAA (Gaelic Athletic Association) e quest’ultima è una realtà legata alla storia dell’Irlanda in maniera paragonabile a quella in cui il calcio è presente da noi in Italia, difatti l’associazione del calcio gaelico è una aggregazione che ha perfino subìto pressioni politiche durante il periodo in cui l’Irlanda non era ancora indipendente, per il fatto di essere un fortilizio delle tradizioni e della socialità nazionali.

Dopo alcuni anni, le squadre “verdi” cominciano ad attrarre anche giocatori ed appassionati del posto. Se accade di vivere in Irlanda e di trascorrere molto tempo contemporaneamente con irlandesi, svedesi, inglesi e finlandesi si finisce per realizzare che se le differenze culturali sono grandi, però in molte cose e prima di tutto nella capacità di essere una comunità estremamente accogliente per le singole persone, esistono forti affinità tra queste popolazioni. Non stupisce ciò che Patrick Reilly ha scoperto cioè la facilità con cui in tanti in Svezia sono stati uniti da uno sport, formando squadre che oggi organizzano tornei riconosciuti.

Se in Svezia ovviamente le folle non riempiono gli stadi come accade al Croke Park di Dublino in modo anche massiccio, con decine di migliaia di persone, però è una novità che si comincino ad organizzare tornei che coinvolgono naturalmente irlandesi e australiani (depositari di questa disciplina con regole leggermente diverse, è noto che anche per l’origine celtica di gran parte degli australiani le tradizioni in comune sono molte), ma ora anche svedesi e un pò di francesi e belgi. Una abitudine insomma che cresciuta in due aree del mondo anglosassone fa leva sulla forte radice di questo mondo nel nord per farsi conoscere in Europa.