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UE, il Parlamento critica l’operato della Commissione

Sono principalmente i ritardi nella legislazione tesa a regolare la finanza che causano l’incomprensione tra le diverse istituzioni comunitarie

Gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione europea ed al Consiglio dei Ministri della Ue soprattutto di uscire dallo stallo sulla riforma del settore finanziario, Commissione e stati componenti della UE infatti non hanno certo portato a termine la legislazione in questo ambito.

Le regole per proteggere i depositi bancari sono bloccate da più di un anno e l’impressione generale tra gli eurodeputati è che il Consiglio dei Ministri della UE, che rappresenta gli stati componenti, abbia perso troppo tempo sulla questione. La Commissione ha presentato le proposte di legge in materia, che aveva annunciato, con molto ritardo. Un esempio è la normativa sulla procedura da adottare con le banche in difficoltà.

La relatrice della risoluzione è Sharon Bowles (Alleanza Liberali e Democratici Europei, Regno Unito). Le leggi che regolamentano il settore finanziario sono tra le norme attese con più ansia dalla maggior parte dei cittadini della Ue.

Gli argomenti sul tavolo in questa settimana sono stati davvero molti ed hanno visto l’intervento sia del presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, che della presidenza di turno irlandese del Consiglio. L’Europarlamento ha chiesto ai capi di stato e di governo (di cui è prevista la riunione a Bruxelles il 27-28 giugno) di aumentare gli investimenti finalizzati alla crescita economica.

Il presidente sloveno, Borut Pahor, ha parlato dell’adesione della Croazia, che diventerà ventottesimo componente della Ue il primo luglio. E’ intervenuto anche il presidente portoghese Anibal Cavaco Silva. L’Europarlamento ha affrontato anche la questione della repressione delle proteste in Turchia, con la partecipazione dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera UE, Catherine Ashton.

Nella sessione plenaria di questa settimana dell’Europarlamento ha discusso un sistema comune per l’accoglienza dei rifugiati, uno degli argomenti più importanti in agenda, il nodo è l’insieme dei diritti di base legati all’asilo, il tema si lega anche alla riforma di Schengen in programma, volta ad evitare controlli di frontiera ormai superati all’interno del continente.

Torna il tema della trasparenza dei pagamenti nei confronti dei governi effettuati dai concessionari di risorse naturali quali compagnie petrolifere, minerarie, forestali, relativamente ad ogni progetto di sfruttamento delle risorse naturali. Si è parlato poi di prevenzione delle minacce alla salute, di sicurezza dei dati personali dei passeggeri delle compagnie aeree, tutela dei consumatori e riforme di bilancio e strutturali, oltre che degli investimenti per la crescita.

All’inizio della settimana si è discusso di lotta al crimine organizzato. Le attività di riciclaggio sono presenti in tutta l’Unione Europea e toccano le istituzioni ed i settori economici più disparati, avvalendosi di elevate competenze finanziarie ed avvantaggiandosi delle contraddizioni di una unione caratterizzata da sistemi giuridici differenti. Alla Commissione Europea si richiede un contesto legislativo meno frammentario, che consenta un contrasto più efficace rispetto al reato associativo mafioso, perciò è necessario anche un rafforzamento della cooperazione giudiziaria internazionale.

Aldo Ciummo

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Per i fascisti di ogni colore politico non va bene una donna a Ministro degli Esteri Europeo

 
 

La Commissione Europea. Si aggiungono oggi altre forme istituzionali che non possono portare alla crescita della nostra Europa senza la maturazione di quella partecipazione democratica che è impossibile senza la demolizione delle diseguaglianze economiche, del sessismo e dei diversi razzismi incluso quello derivante dalla legnosità ideologica

Piovono le critiche sulle nomine: Herman Van Rompuy non va bene come Presidente (non sia mai qualcuno voglia mediare tra diversi interessi senza arroganza); Catherine Ashton invece non avrebbe il curriculum per gli Esteri (ma aver combattuto le disuguaglianze è un peccato capitale?). Il tutto al termine di un processo politico segnato dal rifiuto aprioristico e irrazionale dell’ inglese  Tony Blair al vertice della UE (il candidato più credibile in circolazione). Intanto, l’asse franco-tedesco non ha potuto impedire nomine che svecchieranno un pò l’Europa.

 

 di    Aldo Ciummo

Piovono critiche sulle nomine, fino a ieri Tony Blair non doveva andare bene come Presidente della UE perchè il Regno Unito non aveva accettato sempre tutto dell’Europa centralista (ma non si sapeva indicare un altro candidato credibile). Oggi, dopo la scelta di una donna a Ministro degli Esteri dell’Unione Europea, (cambiamento di cui sarebbe ora, dato che all’interno dell’Unione ci sono stati dove sono quasi tutti maschi anche gli assessori) e dopo l’indicazione a presidente di Herman Van Rompuy, che ha riavviato la cooperazione tra fiamminghi e valloni in Belgio (e la farraginosa macchina europea, complicata da interessi e sensibilità contrapposte, non dovrebbe sputare troppo su chi vuole mediare senza arroganza) pure questi non andrebbero bene, in quanto candidati “deboli”, anche se della efficacia della “forza” dei candidati decisionisti abbiamo qualche esperienza in Italia, specialmente nella qualità della partecipazione democratica e della sensibilità civica che oramai questa scarsa qualità riversa visibilmente nella società.

Ma allora vediamo chi sono questi illustri sconosciuti e se sono davvero sconosciuti o se come spesso accade si tratta di gente che ha lavorato senza parlare tanto e di tutto ogni volta che secondo le televisioni dei vari stati nazionali c’era qualcosa da dire. il nuovo presidente europeo Herman Van Rompuy è nato a Etterberk, il quartiere europeo di Bruxelles, è un appassionato di cultura giapponese in un Europa che di culture extraeuropee ne conosce e ne accetta poche. In quest’ultimo anno ha sbloccato una situazione istituzionale di stallo, in uno stato paralizzato dalla contrapposizione tra francofoni restii a cambiare uno stato di fatto che destina loro più risorse di quante sarebbe realistico e fiamminghi convinti troppo frettolosamente e superficialmente di una esigenza di autonomia di cui non si capisce bene a cosa potrebbe portare in uno stato indivisibile per fattori  oggettivi (Bruxelles è il punto di riferimento di tutti i belgi, è un melting pot oramai europeo e mondiale e non solo rispetto alle tre comunità francofona, fiamminga e tedesca ed è capitale europea.)

La crisi politica in Belgio era durata diciotto mesi, quindi: Van Rompuy forse appare troppo gentile per ispirare fiducia alla gente, specialmente a Sud, ma in tutta evidenza non è incapace di decisioni, anzi è un fine politico. Come secondo aspetto, si potrebbe aggiungere che, senza essere inutilmente arrogante, Van Rompuy sostiene coerentemente le sue idee. Il nuovo presidente europeo è contrario all’ingresso della Turchia nell’Europa. Si può essere d’accordo con lui oppure essere contrari a quello che dice, quello che è certo è che Silvio Berlusconi che appoggia l’ingresso turco nella Ue dovrebbe spiegare poi ai suoi elettori quanto c’è di vero nel fatto che sostiene di volere che l’Italia non cambi troppo e  che quella sinistra che in Italia vuole bene a tutti ma si rivolge oramai esclusivamente ad una fascia dell’elettorato che non ha mai affrontato preoccupazioni economiche e pratiche dovrebbe spiegare quali risorse intende destinare al prevedibile afflusso di milioni di nuovi cittadini comunitari, che meritano rispetto laddove si trasferiranno, non promesse poi pagate finanziariamente da categorie tradizionalmente conservatrici. Scegliere atteggiamenti poco realisti non è funzionale all’integrazione, una necessità civile improrogabile. Al contrario.                Dal 1993 al 1999 Herman Van Rompuy ha colmato il debito pubblico belga in qualità di ministro al Bilancio. Ce n’è abbastanza per dissipare le preoccupazioni di incompetenza che in Italia potrebbero turbare il pubblico, all’apparire di uno che non strilla abbastanza.

Quanto a Catherine Asthon, dal 1983 al 1989 ha diretto Business in the Community, associazione di imprese che si occupa delle diseguaglianze, un tabù che l’Europa iperliberista non vuole affrontare ma anche un problema al quale è ora che si metta mano, invece di preoccuparsi di assicurare un direttorio strettamente continentale (e secondo alcuni a priori più sociale del Regno Unito, che invece di fatto ha un modello inimitabile di assistenza pubblico e una televisione pubblica indipendente dallo stato e libera di criticare il governo) all’Unione Europea.

Catherine Ashton è il nuovo Ministro degli Esteri della UE e questo fa storcere il naso a molti di destra e di sinistra, il sessismo è molto forte in alcuni stati ed inoltre la carica di Alto Rappresentante della PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) ha ora un’importanza molto accresciuta dal Trattato di Lisbona. Catherine Ashton è stata responsabile dell’Autorità sanitaria dello Hertfortshire e sottosegretario britannico all’Istruzione, ricoprendo entrambe le cariche in un paese, il Regno Unito, che si prende cura delle persone molto di più di quanto non faccia con i simboli di partito. Ed il partito laburista, cui appartiene, ha costruito fin dal secondo dopoguerra un solido stato sociale, non un intreccio di corporazioni nazionalpopolari.

A Bruxelles, Catherine Ashton ha una esperienza di Commissario al Commercio e politicamente di leader dei laburisti alla camera dei Lord. L’Italia ad oggi non ha avuto nomine e questo da un punto di vista della distribuzione territoriale non è perfettamente corretto. Ma le considerazioni opportunistiche della politica degli stati nazionali non devono nascondere il fatto che alcuni cambiamenti nella UE sono positivi.

In Italia, formalmente una delle democrazie mature, c’è una forza politica maggioritaria dominata da una persona sola (Silvio Berlusconi) il quale come farebbe il leader di una forza extraparlamentare insulta, denuncia e chiama manifestazioni di piazza ed elezioni anticipate invece di fare (e non è detto che sia un male, visto che quando ha fatto, ha fatto la Bossi-Fini contro gli immigrati, la Fini-Giovanardi che criminalizza persone comuni e la legge sul rientro dei capitali, che umilia l’uomo della strada ed impoverisce le casse pubbliche). E c’è un sistema politico, di cui il PD e le sue appendici fanno integralmente parte, che sancisce il maschilismo dentro le istituzioni e la concentrazione delle risorse economiche al di fuori.

Se l’Europa si orienta verso una efficace mediazione tra i diversi interessi e le diverse culture politiche, sblocca la carenza di partecipazione femminile ai vertici delle istituzioni, si affeziona di più alla produttività che alla punizione della piccola impresa, lavora per l’integrazione delle diverse culture evitando che a monopolizzare il tema della multiculturalità siano minoranze portatrici di razzismi alternativi ma non meno pericolosi di quello tradizionalmente inteso, questi cambiamenti non saranno sintomi di debolezza, pure se i candidati nominati non hanno passato la vita davanti alle telecamere, ma si riveleranno fenomeni di progresso e forse potranno forzare in direzione di uno sviluppo più equilibrato anche le nazioni rimaste penosamente ostaggio della Chiesa, delle oligarchie economiche e di piccole corporazioni ultraideologizzate perfettamente prospere tra questi due poteri grazie ad una funzione ornamentale di critica.

La politica estera della UE risponderà ai cittadini del continente?

 

Uno dei dibattiti maggiori cui assisteremo nei prossimi anni è quello su chi dovrà decidere con quale faccia si presenteranno nel mondo tutti i cittadini di un'Europa in crescita (oggi 27, un domani 28 con la Croazia, 29 con l'Islanda e poi chissà)

Uno dei dibattiti maggiori cui assisteremo nei prossimi anni è quello su chi dovrà decidere con quale faccia si presenteranno nel mondo tutti i cittadini di un'Europa in crescita (oggi 27, un domani 28 con la Croazia, 29 con l'Islanda e poi chissà)

Il Parlamento Europeo ieri ha chiesto di essere coinvolto pienamente nello sviluppo delle relazioni esterne della comunità, una domanda che apre un dibattito cruciale nella direzione che la democrazia europea imboccherà nei prossimi decenni

 

di    Aldo Ciummo

 

I deputati dell’europarlamento ieri hanno approvato con 424 voti favorevoli, 94 contrari e 30 astensioni la relazione di Elmar Brok (PPE,DE) sul Servizio Europeo di Azione Esterna (SEAE), che assisterà l’Alto Rappresentante della UE per gli Affari Esterni. I deputati vogliono essenzialmente esercitare il loro controllo sugli aspetti riguardanti il bilancio, ma con ciò anche affermare il controllo dell’organo elettivo sulla gestione della politica estera.

L’Alto Rappresentante per la politica estera, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sarà qualche cosa di più di quello che è attualmente, sparirà la duplicazione che oggi vede le relazioni esterne dell’Unione curate anche dall’apposito commissario. Il ruolo del Rappresentante sarà di fatto quello di un ministro degli Esteri della Comunità, capace di competere in visibilità e prestigio con il Presidente di turno. Però la figura del politico incaricato di sostenere l’Europa nel mondo si inscriverà nella tradizione del Consiglio dell’Unione Europea, quella cioè di affidare le questioni ai ministri dei singoli stati, riuniti nei rispettivi settori in sede europea, una tradizione che ha privilegiato il metodo intergovernativo, il peso degli stati e degli accordi che raggiungono tra loro, rispetto al ruolo dell’Europa come insieme e del suo rapporto democratico, ancora labile, con la popolazione.

Non a caso, per nominare il ministro degli Esteri dell’Unione Europea (è ciò di cui si tratta in pratica, il primo vero ministro degli Esteri della UE)si fanno i nomi di politici che hanno ricoperto questa carica o compiti di governo nei rispettivi paesi, di solito i maggiori per importanza. Quello che chiede il Parlamento Europeo, protagonista di una competizione decennale con i poteri non elettivi e intergovernativi, è di sviluppare, sulla base del ruolo di controllo dell’assemblea eletta dai cittadini europei, una politica estera che risponda all’elettorato indipendentemente dalla sua appartenenza nazionale. L’Europa è stata prima un accordo tra stati, poi una comunità economica interdipendente, adesso vuole essere una comunità politica, ma per fare questo c’è bisogno della democrazia, della partecipazione.

Il Parlamento ha chiesto anche che le delegazioni della Commissione nei paesi terzi vengano unificate, per formare ambasciate dell’Unione, diretti da funzionari del Servizio Europeo di Azione Esterna o SEAE, che risponderebbe all’Alto Rappresentante della UE. Il personale dovrebbe assumere gradualmente funzioni di assistenza consolare e diplomatica verso i cittadini di qualsiasi paese della UE. Un vero progetto di costruzione dello stato, che ricorda per alcuni versi la nostra storia nazionale post-risorgimentale. Un’altra proposta è l’istituzione di una scuola europea di diplomazia, che formi coloro che porteranno avanti le relazioni esterne.

L’organizzazione del SEAE è qualcosa che lascerà il segno, sul volto che la UE assumerà di fronte alle altre realtà del pianeta: il suo funzionamento sarà deciso dal Consiglio dell’Unione Europea, su proposta dell’Alto Rappresentante e dopo una consultazione col parlamento e l’approvazione della Commissione. Il Parlamento Europeo, nel suo complesso, ritiene che il Servizio debba essere integrato nella struttura amministrativa della Commissione e che per rafforzare la coerenza dell’azione esterna dell’Unione le funzioni riguardanti le relazioni esterne dovrebbero essere immediatamente trasferite al SEAE.

Non ci si può illudere sulla rapidità di processi che richiederanno anni e anni, in particolare per quanto riguarda la concreta possibilità di un accordo chiaro e duraturo che bilanci il peso dei Governi, della Commissione e del Parlamento Europeo nel definire le linee guida e la forma organizzativa della politica estera, perchè questa si avvicini sempre di più ad una azione europea sottoposta al controllo democratico e ad una valutazione trasparente da parte dei cittadini degli stati che vanno ad integrarsi nella comunità.