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Sei risposte sulle biblioteche

Aldo Ciummo / Intervista con Hellen Niergaard, Consulente capo dell’Associazione delle Biblioteche Danesi (Prima Parte) 
 
 
 
Le biblioteche sono nate nell’era della comunicazione analogica; possono soddisfare le attuali esigenze della società?
 

Le biblioteche, come tutte le istituzioni che concernono la conoscenza naturalmente dovrebbero riflettere i cambiamenti nei formati dell’informazione ed adattarsi ad essi. Le biblioteche pubbliche, come altre istituzioni pubbliche in Danimarca ed in molti altri paesi, attualmente stanno aggiornando i propri servizi in accordo con gli sviluppi della società della conoscenza, il loro focus sulle fonti on line e la trasformazione nelle abitudini di consumo mediatico dei cittadini. Allo scopo di fornire accesso sia all’informazione alla conoscenza ed ai formati di cultura analogici che a quelli digitali.

Nell’aggiornamento più recente della legislazione bibliotecaria danese, “Act regarding Library Services”, dal 2000, si afferma che: “l’obiettivo delle biblioteche pubbliche è promuovere l’informazione, l’istruzione e le attività culturali rendendo disponibili libri, periodici, libri interattivi ed altro materiale disponibile, come musica registrata e fonti elettronici di informazioni, inclusi internet e mezzi multimediali.”
 

Più recentemente, nel 2009, un rapporto su “Le Biblioteche Pubbliche nella Società della Conoscenza” è stata pubblicata dall’Agenzia Danese per le Biblioteche ed i Media del Ministero della Cultura. Esso contiene raccomandazioni di un comitato nazionale e vede la biblioteca come il centro culturale e dell’apprendimento sul territorio. Il documento sottolinea che “nella società della conoscenza gli sforzi della biblioteca pubblica di favorire la scoperta, l’istruzione e le attività culturali è più importante di quanto lo sia mai stato in precedenza” e che “oggi la biblioteca è anche il posto per esserci ed incontrarsi, dove si ottengono istruzioni, si usa internet o si trova supporto nel centro cittadino di servizi”. In ultimo si indicano una serie di servizi di city hall incorporate nelle biblioteche pubbliche in aree urbane e suburbane particolari (nel 21% dei municipi nel 2010). I consigli del rapporto per ulteriori sviluppi delle biblioteche sono divisi in cinque linee di azione: Biblioteche aperte (24 ore al giorno e 7 giorni alla settimana di apertura), Ispirazione ed apprendimento, la biblioteca danese digitale, Partnerships e Sviluppo Professionale.
 
Quanto è importante nel dibattito l’architettura, al fine di ottenere un cambiamento effettivo nelle attività bibliotecarie?
 
Dal momento che la biblioteca pubblica sta cambiando radicalmente in termini di concezione e di servizi, nello stesso modo l’edificio che ospita la biblioteca dovrebbe essere aggiornato. Il design dell’edificio dovrebbe anche riflettere il cambiamento nell’utilizzo effettivo della biblioteca. In accordo con le analisi danesi circa il 50% (Traflitaelling/KL, 2004, Trafikanalyse Arhus/Moller, 2005) degli utenti visita le biblioteche pubbliche per altre ragioni che non prendere a prestito i libri.
L’ambiente fisico della biblioteca di conseguenza sta cambiando da una stanza caratterizzata da raccolte stampate e diventando un luogo comune aperto per la cultura, l’apprendimento e fornendo con intuito accesso sia a collezioni fisiche che a risorse digitali ed a orientamento professionale di tipi differenti.
Per promuovere un dibattito sui concetti e la moderna architettura della nuova biblioteca, nel 2009 l’Associazione Danese delle Biblioteche (DLA) ha pubblicato “Library Space: Inspiration for building and design”. Con questo libro l’Associazione vuole stimolare un ripensamento del progetto e della costruzione della biblioteca, da un luogo orientato al prodotto ad un luogo orientato all’utente. Allo scopo di fornire ai cittadini servizi significativi, aggiornati e di alta qualità nella società della conoscenza nel ventunesimo secolo: a vantaggio del singolo utente e della società nel suo insieme.
 
Nel corso della Conferenza (sulle Biblioteche svoltati presso il Goethe Institut di Roma nel maggio 2011 ndr) il dibattito ha sottolineato anche il ruolo delle biblioteche in favore dell’integrazione dei cittadini e della inclusione sociale; cosa può fare l’architettura in concreto?
 
Probabilmente non esiste una risposta corretta alla domanda ma una cosa è molto importante. L’architettura dovrebbe essere aperta ed accogliente – e meno come una fortezza di libri del passato, formale. Questa domanda porterà ad una architettura insignificante e poco interessante? Personalmente io non penso questo. Al contrario – ogni edificio bibliotecario dovrebbe incontrarsi con l’ambiente circostante ma anche fungere da punto di riferimento locale per la conoscenza e la cultura; qualcosa di cui essere orgogliosi e dalla quale essere attirati sia che si sia abituati a frequentare la biblioteca oppure no, che si sia intellettuali o meno.
Un recente esempio internazionale di un carattere scultorio molto suggestivo è la Biblioteca Pubblica di Seattle, dell’architetto olandese Rem Koolhas. Dieci qualità più una sono considerate cruciali per qualsiasi edificio bibliotecario. Il direttore delle Biblioteche Universitarie del Regno Unito, il professor Andrew McDonald, nelle “Dieci maggiori qualità di un buono spazio bibliotecario” (IFLA Library Building Guidelines: Development & Reflections, p. 13-29. Saur, 2007), aggiorna e converte i dieci comandamenti degli anni settanta sulle architetture bibliotecarie dell’architetto britannico Faulker Brown.
Idealmente, afferma McDonald, il nuovo spazio della biblioteca dovrebbe essere: funzionale, accessibile, vario, interattivo, favorevole, ambientalmente adeguato, sicuro e tranquillo, efficiente, adatto alle nuove tecnologie e – per di più – dovrebbe avere il fattore “oomph” or “wow”. Le parole chiave qui sono quelle che parlano di inclusione sociale: accessibile, differenziato, interattivo e non ultimo favorevole; lo studioso lo descrive come uno spazio con una alta qualità umana che motiva e ispira le persone”.
 
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Ebba Witt-Brattstrom: “nella UE c’è ancora strada da fare per la parità di genere”

 

Attivista per i diritti delle donne e ricercatrice nelle questioni di genere, a Roma Ebba Witt-Brattstrom ha ripercorso parte del cammino dei movimenti femministi degli ultimi decenni

 di Aldo Ciummo

La visita di Ebba Witt-Brattstrom a Roma è avvenuta in un periodo in cui il ruolo delle donne è al centro del dibattito in Europa e nel Mediterraneo. Il 4 marzo, presso l’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma, la docente universitaria svedese è intervenuta in occasione di “Transeuropa Express”, un evento dedicato all’identità dell’Unione Europea. L’iniziativa, intitolata “La Svezia Il paese delle donne” per sottolineare il rapporto tra la crescita della cultura dei diritti e le sue criticità in uno stato i cui progressi nel campo della parità tra i sessi hanno ottenuto effetti positivi riconosciuti in tutto il mondo, è stata organizzata dall’Ambasciata Svedese di Roma. Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, Ebba Witt-Brattstrom ha partecipato alla creazione di Grupp8 (un coordinamento di donne che si battè per obiettivi come il limite di sei ore di lavoro e l’ampliamento degli asili nido) in seguito ha contribuito alla fondazione del primo partito femminista svedese nel 2005 (“Feministiskt Initiativ”), da cui è poi uscita per disaccordi sul programma, sottolineando tuttora l’importanza della partecipazione in politica di questi movimenti. La lista, attiva nella promozione dei diritti delle donne, ha avuto molta visibilità anche per l’appoggio manifestato dall’attrice Jane Fonda nel 2005. Witt-Brattstrom, docente di letteratura presso l’Università Humboldt di Berlino, nella sua attività di ricercatrice di genere ha approfondito il tema della letteratura femminile nordica (anche scrivendone una storia in cinque volumi) e nel 1994 ha introdotto con successo il dibattito sul ruolo delle donne nella politica e nella amministrazione.

La Svezia, nel senso comune, è associata alle pari opportunità, effetto di una legislazione più avanzata di altre: la nascita di movimenti come il Feministisk Initiative significa che la disparità di genere è tuttora un problema?

“Occorre dire che rispetto al passato, la società svedese è ora più accogliente nei confronti delle donne grazie ai molti interventi legislativi che sono stati promossi: c’è uguaglianza in politica, senza bisogno di quote che non sono previste, ma ci troviamo oggi in una società che sebbene in quanto ai numeri sia paritaria, non sempre vede la presenza femminile incidere in termini di trasformazione della società.”

La crescita di una società che valorizzi il potenziale femminile costituisce, a suo avviso, un problema politico di cui l’Unione Europea deve farsi carico oppure solo le società nazionali possono maturare i progressi al loro interno?

“Il superamento delle barriere alla piena realizzazione di ognuno come cittadino deve essere portato avanti dalla Unione Europea, Margot Wallstrom sta facendo un grande lavoro impegnandosi per il diritto delle donne a livello continentale presso un ufficio a questo dedicato in Bruxelles (come rappresentante speciale del segretariato per la tutela dei diritti delle donne nei conflitti, Ndr), ma la risposta concreta al problema può giungere soltanto da ogni paese.”

 Lei insegna da tanto tempo letteratura. I giovani hanno risolto questi problemi oppure hanno ereditato la difficoltà di superarli?

 “La nuova generazione è molto influenzata dalla teoria Queer e questa vede il percorso dei movimenti femminili come una parte limitata del problema delle diseguaglianze di genere, che oggi includono anche i problemi di omosessuali, lesbiche e transgender, ma almeno a mio parere i movimenti femministi in Svezia hanno posto il problema della condizione femminile senza chiusure al resto dei problemi contemporanei”

 Storia ed identità nazionale: la Svezia ha voluto intitolare questo dibattito “Il paese delle donne”, è uno stato che ha, più di altri, una storia al femminile?

“La Svezia si è costruita una identità particolarmente associata al femminile ed alle pari opportunità attraverso la sua storia legislativa nell’ultimo secolo e grazie alle disposizioni più recenti, che attraverso il riconoscimento dei diritti delle donne hanno favorito una crescita dei diritti complessivi dell’individuo”

Lei ha dedicato degli studi a Edith Sodergran (scrittrice finnosvedese, Ndr), i problemi della identità femminile nel mondo contemporaneo, erano già sentiti nella letteratura di un secolo fa?

 “Tutte le scrittrici hanno sempre portato avanti una grande individualità, ma tante storie particolari hanno arricchito molto il dibattito del femminile, ampliatosi enormemente nel corso di secoli in cui si è intrecciato con le vicende sociali”

 Grupp8, aveva richieste concrete: lo sforzo per la parità di genere è soprattutto una questione sociale?

 “Il lavoro portato avanti dal gruppo è stato uno sforzo che ha portato a delle risposte legislative importanti nelle istituzioni, il problema adesso è farle rispettare, cioè ottenere che le conquiste istituzionali favoriscano la maturazione della società civile”

Avete lavorato molto all’approfondimento dei vantaggi che il superamento delle distorsioni sessiste comporta per la società nel suo insieme?

 “I movimenti femministi, attraverso i passi in avanti ottenuti, hanno comunicato con i fatti i miglioramenti per tutti: oggi in Svezia è riconosciuta la paternità, con la relativa esenzione dal lavoro e la possibilità per gli uomini di stare assieme ai figli nel primissimo periodo della loro crescita, un diritto molto apprezzato dai maschi”.

LE INTERVISTE|«Pechino? Anche i negativi possono essere dopati»

Il professor Dario D’Ottavio, perito in diversi processi ed ex membro della Commissione antidoping

Professor D’Ottavio, cosa dobbiamo attenderci dalle prossime Olimpiadi sul fronte doping?

«A Pechino il Cio farà i soliti controlli di routine. Ma l’atleta che risulta negativo a questi controlli non è detto che sia pulito. Esistono tanti modi di “mascherare” la sostanza dopante. Tra i più noti c’è quello della sostituzione, in sede di controllo, delle urine sporche con quelle pulite che l’atleta conserva liofilizzate».

Ma le autorità non se ne accorgono?

«Dipende. All’ultimo Tour de France i commissari seguivano gli atleti fino al controllo, impossibile così barare. Questo in Italia non avviene».

Quali sono le sostanze più difficili da individuare?

«Il Cera per esempio, di cui ora si parla tanto. Il sottoscritto aveva già messo in guardia da tempo sugli effetti di questo nuovo farmaco. Si basa su una tecnica di eritropoietina coniugata in modo particolare. Inoltre ci sono diverse sostanze che, poco dopo l’assunzione, non lasciano più tracce nel sangue. È il caso del Gh, l’ormone della crescita, che sparisce dopo sole 24 ore e l’eritropoietina, dopo 48 ore».

Sono queste le sostanze da combattere alle Olimpiadi?

«È possibile, ma gli atleti non sono degli stupidi. Oggi la preparazione dopante avviene due o anche tre mesi prima dell’evento. Gli atleti giungono alla competizione puliti, ma usufruiscono dei vantaggi che scaturiscono dal doping».

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LE INTERVISTE|«Stoner è l’unico erede di Valentino»

Giacomo Agostini. L’ex campione e il rinnovato duello tra Rossi e l’australiano: «Sarà decisivo il Gp di Brno»

Giacomo Agostini, otto volte campione del mondo in 500 cc; sette mondiali vinti in 350 cc. La storia del motociclismo ci ha spiegato come vede il duello tra Rossi e Stoner, remake del 2007.

Chi vede favorito per la vittoria finale tra i due?

«È una sfida molto equilibrata. Stoner sembrava fuori e invece vincendo le ultime gare è tornato a ridosso di Valentino, riaprendo il campionato. Vedo l’australiano più tranquillo rispetto a prima. Ma ogni gara può essere diversa. Rossi ha tanti punti di vantaggio, ma è anche vero che Stoner e la Ducati volano».

Sarà un finale a due o secondo lei ci sarà il terzo incomodo?

«No, dopo l’infortunio di Pedrosa non esiste più un terzo incomodo. La lotta è esclusivamente tra loro due. Entrambi i piloti sono al cento per cento. Certo, se Vale esce indenne da Laguna Seca e poi vince in Repubblica Ceca, metterebbe una bella ipoteca sul titolo».

Quindi secondo lei non è azzardato parlare di fuga fin da Laguna?

«In chiave mondiale credo che sarà decisivo il risultato del Gp di Brno, in Repubblica Ceca. Ma non sono da escludere sorprese dal gran premio americano. Anche perché lo scorso anno negli States vinse Stoner e anche Rossi può fare bene. Se la giocheranno fino alla fine. E attenti a Hayden e Edwards. È difficile però fare pronostici, si gioca tutto in venti punti. Certo che se Vale salisse a 25 punti su Stoner prenderebbe un bel vantaggio».

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LE INTERVISTE|«Sponsor e riciclaggio? Una piaga dello sport moderno»

Dopo il caso Dovizioso parla Cino Marchese, ex manager Img: «Persone senza scrupoli e campioni distratti»

Il caso Del Turco scuote anche il mondo dello sport. Nel fascicolo del procuratore Trifuoggi anche il nome del motociclista Andrea Dovizioso (MotoGp), la cui sponsorizzazione è finita sotto la lente del magistrato per l’ipotesi di riciclaggio. Si parla di circa 21 milioni di euro versati al pilota della Honda. Un episodio che non è nuovo al mondo dello sport. La pensa così Cino Marchese che bene conosce lo sport anche negli aspetti economici e finanziari, da ex manager per la società Img.

Ha saputo del caso Dovizioso?

«Mi dispiace perché conosco il suo manager e so che è una brava persona, ma casi del genere nel mondo dei motori non mi sorprendono».

Ne ricorda di analoghi avvenuti in passato?

«Certe “sponsorizzazioni” avvengono da tempo. Una volta si gonfiavano i fatturati per detrarre dalle tasse e dall’incidenza fiscale, ora si ricorre al riciclaggio».

E negli altri sport funziona alla stessa maniera?

«Potrei farle tanti esempi, dallo sci alla motonautica. Queste attività sono frutto di manager senza scrupoli che mirano al bersaglio grosso. Spesso le strutture sportive fingono di non vedere.

Come si può far fronte a questa piaga?

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LE INTERVISTE|«Riccardo mi ricorda Pantani»

EX. Silvio Martinello

Per la maglia gialla è ancora presto e forse è ancora prematuro vederlo trionfare a Parigi come fece Marco Pantani un decennio fa. Eppure Riccardo Riccò a molti ricorda il Pirata.

Silvio Martinello, lei ha conosciuto Pantani ai tempi della Mercatone Uno: è azzardato questo paragone?

«È naturale che vengano fatti confronti, fa parte del gioco. Riccò non ha mai nascosto che Pantani è il suo idolo. Di simile tra i due c’è il modo di affrontare la salita, scattare e guardare in faccia l’avversario. Deve però iniziare a vincere quello che ha vinto Pantani. Ha le potenzialità per farlo, ma deve migliorare anche nelle crono, senza andare a snaturare la sua caratteristica di scalatore».

Come migliorarsi?

«Innanzitutto deve pensare alla sua posizione aerodinamica, lavorando durante l’inverno per trovare quella più redditizia. Occorre prendere la bici da crono almeno 2 o 3 volte alla settimana. La crono resta importante se si vuole vincere una competizione a tappe. Ultimamente gli organizzatori tendono a privilegiare sempre di più lo scalatore ma sono rimaste tappe di crono ancora lunghe come quella a Cérilly. Serve quindi saper sprintare oltre che andare bene in montagna».

Nonostante le difficoltà a cronometro, restano le sue enormi qualità in salita. Giusto riporre in lui tanta attesa ?

«Normale che quando uno comincia a vincere tutti ne parlano, ma il vero campione si vede nei momenti peggiori. Quando arriverà il periodo no, e quello arriva per tutti, dovrà essere bravo a non perdersi e per non fare la fine tanti giovani promettenti persi per strada alle prime difficoltà. Riccò non deve commettere questo errore».

Questo ragazzo ha un grande carattere. Potrebbe essere questa la sua arma in più?

«Fin da giovane la personalità non gli ha fatto difetto e avere carattere e determinazione in questo sport è assolutamente un bene. Si vede poi che gli piace stare in bici. A soli ventiquattro anni ha vinto due tappe al Giro d’Italia e altrettante al Tour de France, e abbiamo visto tutti come le ha vinte. Ha però il suo limite nel carattere che lo ha portato a non avere praticamente amici in squadra. Dovrebbe quindi saper controllare di più il suo equilibrio psicofisico».

Simone Di Stefano – Pubblicato su L’Unità del 15-07-2008

LE INTERVISTE|«Piccoli dettagli per tornare a vincere»

Livio Suppo, team manager Ducati

Livio Suppo qual è il segreto di questo rilancio della Ducati?

«Il segreto è nella bravura della squadra e del pilota. Sebbene non si tratti di un vero e proprio rilancio, in quanto Stoner è andato sempre forte. Abbiamo avuto problemi in passato, ma i tecnici sono stati molto bravi a risolverli in modo tempestivo. Ora possiamo contare su una moto competitiva come le Honda e le Yamaha e Casey è tornato a dominare».

Una moto superiore lo scorso anno ma un avvio in sordina, mentre gli altri correvano.

«Non si tratta di essere stati a guardare, quanto invece di aver intrapreso una particolare strada di sviluppo in cui abbiamo creduto moltissimo e che ora ci sta dando ragione. Il fatto è che la Motogp ha un livello di competitività talmente elevato che non lascia spazio ad alcun tipo di errore».

Siete tornati agli altisimi livelli della passata stagione.

«Devo dire che siamo stati premiati, grazie all’ottimo lavoro di un team che sta compiendo un miracolo. È incredibile come una casa piccola come la nostra sia in grado di mettere un pilota in condizione di competere alla pari di Honda e Yamaha».

L’unico che è riuscito a «domare» la Gp8 è Stoner. Come lo spiega?

«Non credo sia così. La moto è andata molto forte al Mugello con il nostro collaudatore, Sete Gibernau. Oggi (ieri, ndr) Quintoli ha girato alla grande, arrivando sesto nonostante i problemi tecnici e la pioggia, che ha fatte emergere la bravura del pilota. Melandri era andato bene finché non è caduto. L’auspicio è quello di risolvere i problemi di Marco, già da domenica prossima a Laguna Seca».

Cosa manca ancora all’australiano?

«Nulla. Daltronde è lui che ha dominato e vinto lo scorso campionato. Casey poi sa reggere la pressione anche quando la moto non va al massimo. Quest’anno abbiamo sentito dire che la Yamaha è la moto migliore e lui comunque è arrivato primo in quattro delle dieci gare svolte».

Simone Di Stefano – Pubblicato su L’Unità del 14-07-2008