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Svezia, inizia il dialogo sui problemi delle periferie

 

Si sono avviati alla conclusione gli incidenti a Stoccolma, al termine di una settimana caratterizzata da parecchie esagerazioni dei media internazionali e da sforzi di dialogo da parte delle istituzioni svedesi

 

Le proteste che sono andate avanti per una settimana stanno cedendo il passo alla rimodulazione delle politiche di integrazione nelle periferie. Gli isolati disordini (registrati in zone al di fuori del centro della città) hanno scosso la vita dell’hinterland di Stoccolma, sconfinando talvolta in altri centri, ma si sono ormai avviate alla conclusione. Tra le aree in cui si sono verificati problemi ci sono state Norsborg, Älvsjö, Tensta, Södertälje, Sollentuna, come riportato dai maggiori giornali svedesi, tra cui “Aftonbladet”.

Le forze dell’ordine hanno evitato (al fine di non alimentare tensioni) di scontrarsi pesantemente con la parte dei manifestanti responsabili dei danneggiamenti, degli isolati incidenti hanno fatto le spese le periferie, su cui si appuntano le polemiche dei media. Riguardo alla morte dell’uomo colpito dalle forze dell’ordine mentre brandiva un machete, episodio all’origine dei disordini, è prevista una inchiesta.

Alcune scuole, biblioteche, sedi di servizi sociali evidentemente ben presenti nelle periferie (stranamente descritte da parte dei mass media internazionali quasi come copie delle periferie parigine) sono state danneggiate, ma la volontà di dialogo del governo e della società svedese è evidente, dato che non sono state usate misure di polizia particolarmente pesanti nelle zone interessate, una scelta che – fatti i dovuti confronti con eventi che si sono visti in questi anni in varie capitali europee – sembra avere avuto risultati.

Davvero non si può descrivere una città come fuori controllo per la presenza in poche periferie di qualche decina di auto danneggiate, per il fermo di una trentina di persone e nell’evidenza che non c’è stato nessun caso grave di scontro, se si pensa a quanto accaduto negli ultimi anni in grandi centri inglesi o francesi.

Ma negli ultimi tempi è di moda cercare malfunzionamenti nei sistemi sociali e di governo delle società che hanno un welfare socialdemocratico, da una parte questo atteggiamento dei media internazionali rappresenta una marcia indietro rispetto ad un periodo in cui gli stati di cui si parla sono stati a lungo elogiati come modelli in tutto, ma in parte si può notare semplicemente che oggi i paesi dell’area Nordeuropea sono presi come un bersaglio polemico da estremismi di varia natura: ad attaccare gli stati organizzatisi negli anni delle socialdemocrazie ci sono sia i sostenitori del liberismo, che ormai da decenni coltivano una tradizione di ricerca dei presunti mali del welfare state e poi ci sono quanti sono contrari all’integrazione, i quali criticando i sistemi di welfare nordici cercano di dimostrare che l’accoglienza non può dare buoni risultati, infine non mancano quanti all’opposto vogliono sostenere continuativamente che le società di approdo degli immigrati sono sempre e comunque negative verso questi ultimi e che qualsiasi atto del quale dei nuovi cittadini si rendano responsabili sarebbe una risposta ad ingiustizie dei luoghi di arrivo.

Queste tendenze, pur così diverse tra loro, non vedono di buon occhio il modello sociale nordico, nonostante i risultati che ha conseguito, costruendo anche nelle periferie scuole e biblioteche che nei pochi casi in cui sono state danneggiate lo sono state perché la polizia non ha voluto usare la forza, preferendo lasciare aperto il dialogo, metodo che ha permesso ai disordini di esaurirsi con pochissime conseguenze.

La più recente di queste mentalità critiche a prendere piede nel vecchio continente è quella che descrive i paesi d’Europa che si trovano in condizioni socioeconomiche migliori come responsabili delle difficoltà dell’Europa unita: proprio questo atteggiamento è in gran parte all’origine della diffusa voglia di cercare nella cronaca internazionali disastri in casa altrui nel nord del continente per non affrontare guai che esistono invece in casa propria nel Mediterraneo e nell’Europa centrale ed occidentale, dove aumentano problemi annosi come il divario economico tra diverse fasce sociali, la passione per spese burocratiche insensate, le gravi carenze nella programmazione dell’innovazione e della formazione, la mancanza di concorrenza nel mercato interno.

La recente invenzione di creare un capro espiatorio per le attuali difficoltà europee, individuandolo in una parte del continente colpevolizzata per il fatto di non poter pagare debiti altrui, ha portato la moda – diffusa a sud come a est ed a ovest – di cercare con il lanternino presunte contraddizioni in un po’ tutta la parte d’Europa che non ha gli stessi problemi di bilancio di altri stati, che sono viceversa paesi in difficoltà che debbono sì trovare collaborazione, ma anche adeguare finalmente i propri sistemi socioeconomici.

Avere costruito sistemi di welfare – da cui deriva la solidità socioeconomica dei paesi di cui oggi si vogliono scoprire le contraddizioni – non è un demerito, così come non è un demerito utilizzare le forze dell’ordine in funzione dissuasiva ma senza cercare scontri (al fine di permettere piuttosto che nelle periferie oggetto della strana curiosità internazionale di questi giorni si trovino soluzioni condivise) scelta che non è una debolezza, ma una prova di civiltà. Nel senso di misura col quale le istituzioni stanno affrontando i problemi delle aree urbane dove si sono verificati problemi si può vedere anzi perché tuttora la Svezia è uno dei paesi dove le diseguaglianze sociali sono minori e le tutele dei diritti più forti rispetto al resto del mondo.

Aldo Ciummo

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