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L’Europa, grande assente della campagna elettorale

Proprio nei paesi come l’Italia dove più evidenti sono gli effetti di arretratezza dovuti alla miopia delle politiche attuate, ad affrontarsi sono vecchie gerarchie di provincia
Dove è l’Unione Europea nella campagna elettorale? è solo la parola d’ordine acritica di destre ultraliberiste travestite da coalizioni tecniche oppure bersaglio senza volto di populismi nuovi o tradizionali. Eppure quel poco di argine alla crisi economica (che sarebbe meglio chiamare incremento progettato del divario tra popolazioni sempre più povere e ristretti gruppi di privilegiati sempre più ricchi) è stato costruito, con tutti i suoi limiti dovuti ad una impostazione comunque molto influenzata dal liberismo economico e politico, soltanto grazie alla Unione Europea. Quei minimi meccanismi di contropotere, rispetto allo straripare della finanza e delle sue illimitate libertà sono stati predisposti solo all’interno dell’Unione Europea.
La nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1951, la Comunità Economica Europea nel 1957 ed in seguito e l’Unione Europea dal 1992 ad oggi non hanno rappresentato soltanto un mercato unico, come l’irresolutezza degli Stati di fronte all’obiettivo di creare una unione politica le ha ridotte a essere, rappresentano piuttosto il progetto, radicato nella storia, di persone e società intere che hanno voluto, con l’intuizione di una progressiva unione economica e politica, evitare il ritorno delle tragedie che l’Europa ha conosciuto, un progetto teso quindi a sconfiggere in maniera duratura le divisioni, i conflitti, i fascismi ed i totalitarismi. L’Unione Europea è nata dalla Resistenza ai fascismi ed ai totalitarismi, dalla sconfitta di questi ultimi, dalla costruzione di una economia sociale di mercato interrelata all’interno del continente (come lo è la società e la cultura dei paesi componenti).
Il rigore a senso unico, eretto a protezione della stabilità finanziaria per pochi e portatore di destabilizzazione per i diritti sociali faticosamente costruito da molti, rischia di alimentare populismi, neofascismi, intollerenze, lasciando spazio a quel liberismo che ha creato la crisi finanziaria attraverso la sua licenza di sollevarsi al di sopra degli stati e della economia concreta. L’Unione Europea ha sconfitto il classismo fascista già una volta, a partire dalla Resistenza di quanti hanno liberato l’Europa al di là delle frontiere nazionaliste, utilizzate per un mercato monopolistico e senza regole per i suoi obiettivi.
Ma le divisioni e le diseguaglianze non sono sparite, e dopo venti anni di aumento del divario tra poveri e ricchi, di ingigantimento del peso acquisito da questi ultimi nei governi e nel governo dell’economia, istituzioni come quelle europee e dei singoli stati rischiano di essere percepite soltanto come strutture di privilegio inutili alla progettazione di soluzioni e di obiettivi per le comunità, se non accettano la responsabilità di governare l’economia e la società e di farlo per conto di tutti e non soltanto di piccoli gruppi che detengono la quasi totalità delle risorse e delle opportunità di decisione.
Paradossalmente la campagna elettorale, che dovrebbe essere un momento di lungimiranza, si svolge invece – soprattutto in Italia – all’insegna dell’arretratezza, a pesare maggiormente sono dispute provinciali in grado di determinare regione per regione gli equilibri al Senato, appare quindi incredibile come qui, in una delle aree più attardate dei ventisette, non si veda che le prospettive per il futuro ormai da decenni richiedono proprio l’inverso, cioè un’ottica di insieme, dato che gli elementi che risulteranno determinanti per le sorti delle società, per l’avvenire dei diritti e dell’economia dei singoli paesi e delle singole regioni saranno quanta e quale coesione, quali strumenti di equità, che tipo di innovazione e quale capacità di esprimere la partecipazione popolare saranno messi in campo a livello europeo.
Aldo Ciummo
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