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L’Italia mette in crisi l’area Euro

I mercati e le istituzioni internazionali tolgono esplicitamente la fiducia all’Italia di destra e smentiscono le narrazioni Rai-Fininvest

di    Aldo Ciummo

Quando le garanzie istituzionali di pluralismo e correttezza nella comunicazione pubblica e la struttura concorrenziale di un paese restano per troppo tempo inficiate dalla concentrazione di poteri istituzionali, propagandistici, economici, quando le leggi pre-esistenti e poste a prevenzione di simili contesti vengono distorte e sostituite, si arriva inevitabilmente a disfunzioni in tutti i settori, l’economia è il primo,  perchè mentre i conti in attivo di pochissimi crescono, quelli della collettività vengono narrati in maniera sempre più discrepante dai conti effettivi, percepiti sulla pelle dalla cittadinanza e letti dai mercati con l’economia.

Succede un pò come quando eventi esterni drammatici, conflitti internazionali o carestie, rendono improvvisamente inefficace la propaganda dei regimi: decisioni esterne adottate a causa di palesi carenze interne (in questo caso la bocciatura nemmeno tanto implicita di una manovra iniqua e depressiva a causa della sua prevedibile inefficacia e dell’accumulo di dimostrazioni di indegnità della fiducia internazionale) lacerano la patina della propaganda delle sette televisioni e dei giornali di famiglia di Silvio Berlusconi e dei fogli dei vari partiti incorporati nel partito-stato di Arcore, ormai staccati dai problemi e dalle qualità positive dei cittadini, come potrebbe essere estraneo alla gente un vecchio manifesto che ripete vecchie parole d’ordine alle quali nessuno potrebbe davvero credere.

Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le stime dell’Italia, l’azione della Banca Centrale Europea che acquista questa settimana dieci miliardi di euro di titoli italiani, che ne raccoglie quattordici la settimana precedente, l’incredibile generosità della Germania che boccia le proposte dei Liberali di chiudere il credito ai paesi in difficoltà, la serietà delle nazioni che tengono a freno le comprensibili preoccupazioni di quelle fasce di popolazione che in tutta Europa non vogliono più pagare per la miopia altrui, sono tutti salvagenti che non riescono a far girare all’indietro i fatti: i mercati non credono all’Italia perchè il Governo di Centrodestra (in carica quasi ininterrottamente attraverso varie forme negli ultimi diciassette anni) non fa riforme e non supporta il tessuto sociale, fa tutt’altro: non contiene la spesa pubblica, specie quella della politica, ma la taglia dove invalida di più i settori più colpiti negli ultimi anni (la Sanità pubblica), dove toglie di più ai servizi sociali (Enti Locali), dove occlude in maniera più recidiva le possibilità di ripresa e sviluppo del paese all’interno dell’Europa unita e del mondo globalizzato (Istruzione, Ricerca, Impresa).

I paesi stranieri falliscono quando provano a sostenere l’Italia basandosi su una sua presunta credibilità, perchè sanno bene che riducendo il potere d’acquisto della massa dei cittadini, svalutando i settori strategici nella conoscenza e decurtando la spesa pubblica nelle infrastrutture non solo materiali, rompendo la solidarietà sociale con l’affiancamento definitivo delle istituzioni pubbliche a poche controparti sociali (inserendo l’articolo 8 e quindi l’invalidazione di fatto dell’articolo 18) e tutelando redditi e capitali scudati (cioè evasi) un paese si avvia verso il declino definitivo e trascina colpevolmente l’Europa nel suo errore recidivo.

“Standars & Poors” ha abbassato il rating dell’Italia dall’A+ ad A a lungo termine e con previsioni ulteriormente negative, “Moody’s” potrà farlo tra un mese. Con le valutazioni delle agenzie di rating si può essere d’accordo o meno ma affermare – come fa il Governo Italiano – che decisioni capaci di portare le emissioni italiane ad avere meno valore e a dover assicurare tassi d’interesse maggiore non siano rilevanti per il futuro del paese, mentre sarebbe rilevante – sempre secondo il Governo – il fatto che in Parlamento misure sfiduciate dal resto del mondo (e dal paese reale fuori dal palazzo) ottengano una rabberciata fiducia frutto di trattative e di altro significa avere perso il contatto con la realtà e con una maggioranza della popolazione che in qualsiasi paese meno addomesticato da secoli di proverbiale filosofia (e soprattutto da abitudini anche discutibili di adattamento incondizionato a poteri centrali strabordanti) avrebbe fatto ricorso ad azioni potenzialmente foriere di conseguenze gravi per l’equilibrio sociale della nazione.

Non vi è ragione di dubitare della solidità della Banca Centrale Europea e delle altre realtà che hanno fatto tanto anche se potevano fare meglio (principalmente attrezzarsi assieme alle altre istituzioni dell’Unione Europea per imporre comportamenti civili ai paesi componenti) nell’aiutare gli stati della comunità e l’integrazione complessiva nel continente. Occorre però accelerare la rimozione dei governi che non hanno più la fiducia all’interno del paese e che sono di fatto paralizzati anche all’interno del palazzo, evitare soprattutto che trascinino nel baratro l’intera costruzione comunitaria solo per assicurare l’accumulo miope di risorse private che precedentemente erano pubbliche. Non vi è ragione di dubitare che gli stati civili dell’Unione Europea garantiscano ancora la propria solidarietà:  sarebbe troppo ottimista però immaginare che debbano destinare una parte intera del proprio prodotto interno lordo alla riparazione di danni voluti per assicurare la prosecuzione del racconto di barzellette e della tutela di corporazioni private. Una popolazione che sceglie questo (come in parte ha fatto per anni) non sarebbe capita e non potrebbe essere aiutata perchè i crediti vengono concessi per fare investimenti e anche la UE è nata per questo.

In Occidente la democrazia si è sviluppata elaborando e rafforzando meccanismi di pluralismo, solidarietà, concorrenza. Il controllo pervasivo dello stato e la proprietà personale dello stato risalgono al feudalesimo, alla monarchia patrimoniale, agli stati totalitari ed a quelli corporativi e hanno portato storicamente al sottosviluppo. Una riduzione del potere d’acquisto intorno al dieci per cento generalizzata come quella prevista (come risultato dell’aumento dell’Iva combinato al blocco dei salari), abbinata ad una situazione di crescita zero (se va bene) come quella prevista per i prossimi anni (si parla di poche frazioni di punto percentuale sopra lo zero variabili di stagione in stagione perchè i vari istituti di ricerca non sono concordi) e di vincoli sovranazionali giustamente imposti per evitare che un paese componente la Ue vada a picco definitivamente forse non portano al sottosviluppo ma ci si avvicinano. Meglio democrazia e concorrenza.

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