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Libri, storia antica, nuove tecnologie

Aldo Ciummo /  Una conversazione sulle biblioteche pubbliche con Liv Saeteren, Direttrice della nuova Biblioteca di Oslo

 

La Biblioteca è una istituzione antica, in quante maniere è possibile rinnovarla per avvicinarla all’ecologia?

“Le biblioteche come istituzioni sono ecologiche, nel senso che sono basate sulla condivisione delle risorse. Per esempio prestare libri significa riciclare. Quando si tratta di architettura bibliotecaria, nuovi metodi nel controllo del clima, i materiali di costruzione, dovrebbero essere utilizzati per ottenere edifici con un ambiente salutare per i fruitori, per coloro che vi lavorano e per la città.”

Le biblioteche sono nate nell’era della comunicazione analogica, possono soddisfare le attuali esigenze della società?

 “Le biblioteche sono istituzioni con la missione di unire persone e contenuti, e di facilitare le dinamiche di questo incontro – la gente imparerà qualcosa, sarà più saggia, contenta, più tollerante, acquisterà intuito. Il contenuto fino a poco tempo fa era pubblicato in formato analogico, ora la biblioteca deve avere a che fare con una maggiore varietà di tecniche di pubblicazione, lo sviluppo sarà digitale. Ciò richiede nuovi metodi nelle biblioteche, ma lo scopo e le esigenze rimangono le stesse.”

Alla Conferenza che ha avuto luogo presso il Goethe Institut di Roma all’inizio dell’estate, il dibattito ha sottolineato il ruolo delle biblioteche a favore dell’inclusione sociale: possono anche facilitare il diritto alla fruizione dell’ambiente?

“Penso che le biblioteche abbiano particolari responsabilità nel promuovere le informazioni sulle tematiche del clima e dell’ambiente. Lo sviluppo futuro dipende dal coinvolgimento e della partecipazione dei cittadini nelle democrazie. Nel centro che stiamo progettando ad Oslo assegneremo un settore ben delineato ai temi ambientali, con l’organizzazione di esposizioni, materiali informativi sia stampati che digitali ed audiovisivi, dibattiti, e giochi, per rafforzare la conoscenza generale delle questioni ambientali nella cittadinanza.”

Nel corso della Conferenza il dibattito ha sottolineato anche il ruolo delle biblioteche a favore dell’integrazione e dell’inclusione sociale: cosa può fare l’architettura in concreto?

“L’architettura è importante per creare strutture fisiche e forme che supportino le funzioni della biblioteca: questa fa stare insieme persone di tutte le età e di tutti i gruppi socioeconomici in diverse attività. L’architettura di una libreria dovrebbe sottolineare le funzioni più accessibili, essere accogliente ed aperta, non monumentale e formale. E naturalmente mettere a disposizione molti spazi per incontrarsi e lavorare insieme.”

L’ambiente fisico è importante per il benessere umano; come possono le biblioteche provvedere sia alla conservazione e divulgazione della cultura che alla fruzione dello spazio urbano?

 “Ogni biblioteca avrà alcune responsabilità in conservare e preservare le fonti di conoscenza, per poter mostrare e diffondere la cultura. Ma lo sviluppo delle risorse digitali riduce lo spazio necessario per conservare, gli ambienti fungeranno, ad un livello molto maggiore rispetto al passato, da spazi per il cittadino nel lavoro, per leggere, incontrarsi, imparare giocando, riflettere e divertirsi.”

Uno dei maggiori problemi nelle città contemporanee è la mancanza di inclusività nell’organizzazione degli spazi fisici: come possono queste particolari strutture cambiare la situazione?

 “Penso che questo sia uno dei contributi maggiori che le biblioteche moderne offrono alla vita di una città. Una biblioteca accessibile, con molte attività che si rivolgono quasi ad ogni cittadino, assieme a opportunità intellettuali di alta qualità, porterà più attività urbana rispetto a quanta ne generano uffici e negozi.”

Un sistema bibliotecario può migliorare una città oppure una periferia attraverso la propria presenza nello sviluppo di attività alternative, ad esempio nel modo in cui si procura le proprie risorse energetiche? Un’area bibliotecaria può modificare la funzione di una città (oppure di un quartiere) attraverso i suoi compiti, le sue attività e la sua azione cominciando dal suo progetto architettonico?

 “I dibattiti sia sullo sviluppo del centro che delle periferie sottolineano il bisogno di punti di incontro, arene sociali, spazi per condividere e lavorare insieme – e spazi con valori estetici per una identità comune. Una biblioteca molto spesso è il suggerimento per rispondere a queste esigenze – espresse non solo dai bibliotecari. Una istituzione dovrebbe avere una dimensione significativa per operare davvero un impatto sull’area circostante. Perciò ho i miei dubbi sulla possibilità per un piccolo settore librario di fare la differenza da solo. Ma potrebbe servire come un motore di attività locali se dotato di fondi e compiti aggiuntivi come istruzione degli adulti, informazioni, organizzazione di eventi culturali e simili. Alcuni degli errori del passato, soprattutto nelle periferie e nelle zone rurali è stata la costruzione di centri culturali, per lo più come palazzi vuoti, contemporaneamente a biblioteche pubbliche da qualche altra parte, intrappolate in spazi molto stretti. La biblioteca, come istituzione operativa, dovrebbe essere l’attività centrale in centri culturali in posti più piccoli. Le biblioteche urbane con una gamma più ampia di attività può contribuire a cambiamenti nelle vicinanza attraverso i propri compiti ed attività – quando l’architettura della biblioteca aiuta la varietà delle attività portate avanti.”

Quanto è importante il dibattito sull’intera area interessata dalla costruzione della biblioteca per ottenere un cambiamento effettivo nella zona grazie alla presenza di un nuovo edificio e di attività inedite?

“Il dibattito pubblico sulla pianificazione urbana tende a concentrarsi sulle strutture fisiche: fondamenta e luoghi di ritrovo come forme e strutture e soluzioni estetiche. E sono frequenti concetti tradizionali sulle attività commerciali, considerate il più importante contributo ad una vibrante vita cittadina. E’ molto importante cambiare questo modo di pensare, sono favorevole ai dibattiti che considerano il ruolo delle istituzioni culturali, e che in generale includono i comportamenti e le esigenze dei fruitori nella pianificazione cittadina. La Biblioteca potrebbe avere il ruolo di organizzare la città intorno all’edificio della libreria altrettanto quanto il suo interno. La giusta o errata combinazione di diverse organizzazioni ed attività commerciali nell’area urbana sarà il successo o il fallimento.”

Quale è il ruolo degli interni e dell’esterno della biblioteca nella comunicare le intenzioni del progetto e mettere il pubblico in condizioni di imparare e di esprimersi?

 “L’esterno dell’edificio ha un effetto simbolico, rappresenta lo status della bibloteca nella città. La cosa più importante è che l’edificio dovrebbe essere trasparente così che sia possibile vedere le attività che vengono portate avanti all’interno. Sono l’interno, l’esterno ed i servizi e le attività che costituiscono la biblioteca e che rendono l’istituzione bibliotecaria un luogo pubblico vibrante e catalizzatore.”

Periferie e zone degradate presentano alcune qualità che è possibile valorizzare per innovazioni sociali ed ecologiche che muovano da un nuovo sistema bibliotecario?

“Una Biblioteca pubblica ben equipaggiata con servizi aggiornati, caffè/ristorante e spazi per gli eventi potrebbe giocare un ruolo significativo nel valorizzare gli spazi della città. E’ importante comunque – che una istituzione isolata non è sufficiente in un processo di rinnovamento urbano. Ma vorrei dire che una buona e moderna biblioteca è un contributo più importante rispetto a negozi ed uffici alla vita della città. Il modo migliore di collocare una biblioteca in una città è, comunque, vicino ai centri di comunicazione. Questo massimizzerà l’utilizzo delle risorse investite.

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Finlandia: “più cooperazione in Europa”

L’ex primo ministro Paavo Lipponen e attuale candidato alla presidenza della Repubblica per i Socialdemocratici chiede una maggiore cooperazione europea.

Paavo Lipponen, ex primo ministro e candidato dei Socialdemocratici finlandesi per la presidenza della Repubblica, ieri è intervenuto nel dibattito sulla Unione Europea, affermando che i paesi più piccoli sono quelli che hanno più da guadagnare da una Europa veramente unita di fronte alle crisi ed alle opportunità presentate dall’attuale contesto internazionale.  

Lipponen ha parlato anche delle difficoltà di armonizzare tutte le esigenze e dei rischi di influenza esclusiva delle nazioni che hanno maggiore peso. Il politico finlandese ha osservato che è facile abbandonare un progetto ma poi è difficile riportarlo in funzione e si è riferito proprio all’Europa, attraversata da scetticismi sulle capacità di tenere insieme realtà diverse ed affrontarne i problemi.

 La Finlandia ha mantenuto, durante i dibattiti sulle crisi europee, una posizione costruttiva pur ricercando ovviamente delle garanzie sulle modalità di utilizzo dei contributi che i paesi con un bilancio più equilibrato assegnano alle regioni in difficoltà.

Il risultato delle elezioni di aprile ha confermato una stragrande maggioranza europeista che infatti è stata alla base della formazione del nuovo governo. Durante le crisi economiche interne degli anni novanta, la Finlandia ha rimesso in moto la propria economia senza grandi interventi esterni e scommettendo con lungimiranza sui settori dell’istruzione e della ricerca.

Aldo Ciummo

Norvegia: sport e cooperazione

 

“Right to play” è una iniziativa nata da un evento organizzato per i giochi olimpici invernali norvegesi del 1994, tuttora sostiene lo sport

Si avvicinano le Olimpiadi di Londra, un avvenimento che rappresenta una opportunità non solo per il bilancio in UK ma anche un appuntamento che interessa molto le organizzazioni che lavorano alla valorizzazione del potenziale sociale dei quartieri svantaggiati, ad esempio nella promozione dello sport giovanile.  Assieme ad associazioni ed ong come Greenhouse e soggetti finanziatori come la Goldman Sachs, l’ Agenzia Norvegese per lo Sviluppo e la Cooperazione fornirà un importante supporto.

Tra le realtà coinvolte figura “Right To Play”, iniziativa permanente che si è sviluppata a partire dai giochi olimpici invernali del 1994 a Lillehammer: l’idea era dare l’opportunità ai giovanissimi di qualsiasi fascia sociale di praticare gli sport. L’organizzazione di Right to Play in seguito ha stabilito la sua sede a Toronto in Canada, dove gli operatori vengono preparati a lavorare con l’infanzia in diversi paesi.

 Le persone coinvolte in queste attività debbono conoscere differenti discipline come la risoluzione dei conflitti, questioni mediche e sociali, perchè occorre affrontare situazioni regionali e culturali critiche.

L’organizzazione include noti giocatori come Didier Drogba (Chelsea) nel ruolo di particolari supporter dell’associazione, che coopera assieme ad una pluralità di soggetti sostenuti da varie istituzioni tra cui l’Agenzia Norvegese per lo Sviluppo e la Cooperazione. “Right To Play” lavora anche alla promozione della parità attraverso lo sport in Medio Oriente. Gli organizzatori hanno affermato più volte che la crescita della consapevolezza dei diritti è particolarmente vicino allo spirito delle Olimpiadi.

Aldo Ciummo

La Norvegia va avanti

Amici e famigliari delle vittime dell’attentato di estrema destra che ha colpito la riunione dei giovani laburisti un mese fa si sono incontrati oggi sull’isola di Utoya

di   Aldo Ciummo

Oggi centinaia di norvegesi si sono incontrati sull’isola che è stata teatro di uno degli avvenimenti più tristi della storia europea degli ultimi decenni per ricordare gli amici scomparsi a causa dell’attentato di un estremista di destra assicurato alla giustizia dalle autorità norvegesi subito dopo la strage. Il Primo Ministro Jens Stoltenberg era presente alla cerimonia, che lascia sperare che l’isola ritorni presto ad essere uno dei simboli del pluralismo e della democrazia norvegesi.

Le istituzioni e la popolazione norvegesi hanno risposto con grande equilibrio ad un dramma che ha inferto una ferita sentita in tutto il Nordeuropa alle abitudini di confronto e discussione consolidate in quest’area del nostro continente, rapidamente le attività sono riprese come sempre e tutte le organizzazioni della vita associata hanno espresso la ferma volontà di proseguire nella crescita civile che ha contraddistinto il paese negli ultimi secoli.

La società norvegese, incluse le forze di opposizione, ha espresso chiaramente la propria adesione ai sentimenti di parenti ed amici delle persone che si trovavano ad Utoya ed ha ribadito l’adesione ai princìpi di libertà e solidarietà che hanno caratterizzato la crescita socioeconomica e culturale della nazione scandinava nel contesto internazionale contemporaneo, valori che non vengono scossi da un gesto isolato e da posizioni ultraconservatrici nettamente minoritarie nel paese.

Lo stato norvegese assicura un livello molto alto di rispetto dei diritti individuali e sociali ed è stato classificato dal Wto come il paese con il più alto livello di parità di genere. La Norvegia è nota nel mondo per la tutela ambientale che porta avanti nel Grande Nord, nelle aree polari, oltre che per il massiccio impegno profuso nella cooperazione internazionale e nell’aiuto ai continenti in difficoltà. Oslo è da decenni un punto di riferimento per il supporto che fornisce ai paesi in via di sviluppo ed è un partner prezioso per gli altri paesi europei pur non facendo parte formalmente della UE, lavorando assieme ai vicini nello Spazio Economico Europeo.

Europa: attenzione ai populismi

A fine agosto la Commissione Europea si occuperà del problema dei nazionalismi che stanno crescendo nel continente in forme diverse

di    Aldo Ciummo

Due giorni a Bruxelles per definire un programma dei lavori che riguarderà anche la prevenzione dei populismi. Bisogna dire che in parte i buoi sono già scappati: durante gli anni in cui i rischi del terrorismo sono stati spesso usati per dipingere con tratti grotteschi intere culture extraeuropee alcuni fenomeni di intolleranza sono stati in qualche modo favoriti dalla propaganda governativa in occidente, per giustificare azioni militari che spesso avevano poco di legale, in base all’assetto diplomatico che il mondo si era dato fino agli anni novanta proprio per evitare l’uso indiscriminato della forza e le sue conseguenze culturali.

Un altro elemento che ha favorito l’insorgere di fenomeni di rinazionalizzazione, molto spesso poco edificanti, è stata la lontananza delle istituzioni dalla gente comune in tempi in cui le crisi economiche (o comunque si vogliano chiamare i massicci processi di redistribuzione delle risorse a favore delle concentrazioni di capitali finanziari) rendono gli effetti dei cambiamenti sociali e culturali più pesanti per le parti più deboli (ormai maggioritarie) della popolazione.

L’immigrazione e l’integrazione rappresentano risorse importanti per la crescita della nostra Europa e dell’Occidente, sia per quanto riguarda i movimenti migratori interni al nostro continente ed alle aree più legate culturalmente e politicamente alla UE sia per quanto concerne le culture che entrano a far parte dell’Europa provenendo dall’Asia, dall’Africa, dal Mediterraneo e dalle altre zone più interessate dal fenomeno.

L’integrazione però richiede volontà politica e risorse, difficilmente reperibili se le maggiori concentrazioni finanziarie non vengono toccate dai tagli e dalle imposte o vengono toccate in maniera marginale o anche matematicamente corretta ma non abbastanza proporzionale. Non è una considerazione originale l’affermazione che un cinque, dieci o quindici per cento tolto a soggetti, cittadini o nuovi cittadini, che fanno affidamento su un piccolo quantitativo di risorse per destinarle alle spese di abitazione, alimentazione e attività quotidiane pesa di più di un cinque, dieci o quindici per cento tolto a coloro che negli ultimi anni hanno fatto aumentare i consumi di extra lusso (vedere qualsiasi statistica) mentre il resto delle spese veniva compresso.  Non è una considerazione originale ma è un fatto che ci scordiamo spesso, un pò come il dato che, superficialità o meno, alla gente comune non piace molto fare sacrifici mentre altri rappresentano istituzioni.

A parte le opinioni di studiosi di economia appartenenti a piccoli gruppi che si trovano in condizioni molto migliori delle fasce di cittadini interessate dai fenomeni che analizzano, non è un mistero che l’andamento (negativo) dell’economia ha tenuto conto soprattutto della sorte della maggioranza della popolazione e dei consumatori, col risultato che sono cresciuti i paesi che nel mondo stanno promuovendo, con tante contraddizioni, la crescita del benessere della maggioranza della popolazione. Anche l’Occidente è cresciuto tra gli anni cinquanta e ottanta, quando ha considerato importante la democrazia anche sostanziale.

Occorre premettere questo perchè non a caso i populismi e i nazionalismi ruggiscono proprio in quei periodi storici ed in quelle aree urbane dove la gente viene portata alla disperazione attraverso la perentoria affermazione che la democrazia è viva e vegeta però comprende il fatto che in tanti non debbono mangiare. In questi periodi storici ed in queste aree geografiche, che crescono in maniera preoccupante in occidente, è molto difficile che le persone comuni siano aperte all’integrazione, perchè percepiscono che l’inclusione di nuovi cittadini, svantaggiati, si risolverà in una concorrenza sulle scarse risorse disponibili. Nelle stesse situazioni è poco probabile che i nuovi cittadini si sentano equiparati alla popolazione preesistente, perchè si vedono negati i mezzi per integrarsi con quest’ultima.

Insomma, ben venga la lettura da parte dei commissari europei del nuovo rapporto sulla xenofobia e sul populismo, che poi verranno discussi il 30 ed il 31 agosto (il documento è stato presentato in aprile per conto del Consiglio d’Europa da un gruppo di personalità tra le quali Emma Bonino) perchè la conoscenza del fenomeno è necessaria per contrastarlo, prevenirlo e soprattutto porgli di fronte delle alternative, però la cosa necessaria è dare diritti agli immigrati nella cittadinanza e nell’occupazione e mettere la società civile di approdo nelle condizioni di aprirsi all’integrazione.

E’ un problema il fatto che le proposte del Parlamento Europeo riguardo all’incremento delle risorse disponibili alla UE incontrino una così fredda accoglienza da parte di Commissione e Governi, perchè senza avere a disposizione le risorse per affrontare i problemi l’Europa potrà produrre prevalentemente discorsi, che sono importanti, ma che in situazioni di difficoltà delle popolazioni componenti la UE potrebbero risolversi addirittura in un vantaggio per i promotori dei fenomeni negativi di intolleranza reciproca che crescono in Europa, qualora questi soggetti riuscissero ad apparire più presenti alla realtà rispetto alle istituzioni.

Governo Europeo, meglio tardi che mai

Coordinamento effettivo dei paesi componenti la UE, capacità di influenzare coattivamente gli stati, risorse dalle transazioni: a iniziare prima si sarebbero evitati parecchi danni

di   Aldo Ciummo

 La paura fa novanta davanti alla prospettiva di vedere ancora stati che raccontano ai loro cittadini che va tutto bene e poi si vedono imporre manovre obbligate dall’aver rimandato riforme e iniziative per anni se non per decenni: Nicolas Sarkozy e Angela Merkel chiedono un vero governo economico per la UE, in particolare per la zona euro che dovrebbe gestire sè stessa riunendosi in maniera più stabile ed efficace.

Italia e Spagna come è noto non sono Portogallo e Grecia, trovare sorprese nei conti a Roma significherebbe spargere guai grossi in tutto il continente. La Germania ha potuto fare tanto ma non può fare tutto, come dimostra la frenata della sua economia, non estranea alla consapevolezza internazionale che su Berlino grava l’incombenza di garantire per i debiti di tutti, inclusi alcuni che negli ultimi anni hanno dato poche prove di responsabilità.

Germania e Francia hanno proposto come presidente stabile di questo eurogruppo rafforzato da compiti effettivi di governo economico Herman Van Rompuy, attuale presidente del Consiglio Europeo e hanno chiesto di inserire nella Costituzione europea un vincolo che obblighi a raggiungere il pareggio di bilancio. Una richiesta che non è un sopruso tecnocratico verso i paesi che hanno dei debiti da pagare ma una tutela verso quelle nazioni che stanno pagando già troppi debiti degli altri.

Volere che questo avvenga a partire dal prossimo anno significa difendere l’Europa da comportamenti distruttivi. L’elaborazione e l’applicazione delle manovre che rendono possibile avvicinarsi al pareggio di bilancio non riguarda affatto l’imposizione di regole da parte della BCE e dell’Unione Europea, dipinte con tinte romanzesche come entità distanti e aggressive da alcuni gruppi folcloristici rappresentati in Parlamento in Italia, difatti è tutta interna al Governo la scelta che vorrebbe togliere appena l’uno per cento ai capitali recentemente coperti da scudo fiscale, mentre i comuni cittadini saranno molto presto in grado di sperimentare che a loro viene tolto qualcosa di più in percentuale, tra imposte indirette e tagli ai servizi.

Quanto alla Tobin Tax, che è costata etichette di sovversione e di ingenuità a tutti quelli che la proponevano in tempi in cui al liberismo estremo non si potevano nemmeno accennare critiche, adesso i rappresentanti degli stati fondanti dell’Europa affermano giustamente che è uno dei mezzi per fermare la corsa alla speculazione e per restituire ragionevolmente una minimale parte dei suoi profitti a stati (e quindi società) duramente colpiti da questa.

Una grande società, pressata da contraddizioni globali

Nelle città inglesi emergono le capacità uniche di cooperare per aiutare le persone colpite dalle distruzioni, ma anche problemi irrisolti che emergono da tempo in tutto il continente 

 

 di Aldo Ciummo

 

La grande società, che forse Cameron ha immaginato quando ha iniziato un percorso oggi simile ad altre destre prodighe di tagli e misure speciali che hanno preceduto l’attuale governo in UK, è qualcosa sempre esistito nel Regno Unito: sono le centinaia di persone che stanno aiutando finanziariamente e umanamente Aaron Biber, un barbiere ottantanovenne il cui negozio quarantennale a Tottenham è stato distrutto da una folla (dotata di un singolare concetto di libertà, una deviazione che ha mandato in fumo gli appartamenti di famiglie e procurato un trauma cranico ad un anziano la cui colpa era tentare di spegnere un incendio).

La “Big Society” che la coalizione di Cameron ha pensato di inventare (e che non sta traendo grandi incoraggiamenti dalla riduzione delle opportunità di iscriversi all’università e dagli altri tagli a senso unico che anche altri paesi cominciano a sperimentare): una grande società che esiste adesso come ieri in Inghilterra per aiutare Aaron e altri incolpevoli bersagli di distruzioni, grande da tanti punti di vista, sopravvissuta a grandi conflitti contro stati meno liberali e alle stagioni oligarchiche degli anni ottanta.

Tariq Jahan è un altro esponente di questa società, in questi anni e in questi giorni additata a torto come una area sociopolitica che ha incoraggiato il liberismo nella sua versione estrema, da molti che dimenticano lo stato sociale esemplare per molti aspetti che tuttora funziona nel Regno Unito. Jahan ha perso il figlio, che cercava di difendere il suo quartiere a Birmingham da saccheggiatori, ma non ha incoraggiato vendette, anzi ha dato un contributo importante perchè una comunità di immigrati duramente provata mantenesse la calma e la ragione.

Gli immigrati come Jahan sono la dimostrazione del grado di integrazione possibile in Inghilterra. Il successo che il suo esempio ha riscosso nei quartieri a forte identità etnica è un segno di quanto la maggioranza, in ogni settore del paese, sappia come il Regno Unito non lascia spazi alla discriminazione su base nazionale. Gli stessi scontri non hanno assunto nessuna caratteristica di questo tipo. Riguardo ai fenomeni di autodifesa dei quartieri, molto preoccupanti, si tratta di eventi resi comprensibili dal rischio accertato di vedere case e attività distrutte, ma nei quartieri come Eltham e Enfield, dove la maggioranza delle persone scese in strada a tutela di un’area erano inglesi, sono apparse sulla stampa in maniera affrettata giustapposizioni con gruppi xenophobi minoritari in Inghilterra ed estranei alle zone di cui hanno cercato di strumentalizzare i problemi, gruppi in realtà tenuti lontano dalla popolazione delle aree citate.

Difficilmente altri paesi avrebbero retto un simile caos senza che degenerasse in problemi interetnici, un esito infausto che le comunità dei diversi quartieri hanno evitato nel Regno Unito. Le proteste nate da un fatto contingente e deragliate in azioni dalle conseguenze gravissime, incluse vittime, hanno origine in un contesto di diritti effettivamente violati in Occidente dalla massiccia redistribuzione verso l’alto (o se si preferisce concentrazione dei beni, delle opportunità e delle decisioni in poche mani) un processo storico che alle istituzioni economiche e politiche piace spesso chiamare crisi, come se fosse un evento indipendente dalla volontà umana.

Il senso dei diritti di cittadinanza in paesi come il Regno Unito è più forte che altrove in Europa, in altri paesi dove una classe media che ormai non è più tale si lascia comprimere assieme alle fasce più deboli della società, anche queste dotate di sempre minore possibilità e capacità di promuovere le proprie istanze. Anche nel Regno Unito la comparsa sulla scena di categorie che dalle strade alcuni vorrebbero togliere completamente è avvenuta con modalità del tutto deviate, conducendo a violenze gratuite e sfiorando la guerra tra poveri, mentre le dimostrazioni di solidarietà delle comunità che hanno cercato di risollevare i propri quartieri dalle distruzioni hanno mostrato la solidità del tessuto sociale nel Regno Unito, ma anche evidenziato il rischio di chiusura dei diversi gruppi etnici in sè stessi e dell’insorgere di fenomeni di vigilantismo che contengono i germi della criminalizzazione di persone meno benestanti e meno tutelate.

Sarebbe davvero un disastro sociale se gli immigrati che si sono costruiti con fatica qualcosa in occidente si tramutassero in tutori di un ordine discutibile contro giovani delle città che vedono innalzare le soglie (economiche) di accesso alle università, nello stesso modo in cui sarebbe un disastro sociale se una maggioranza spaventata additasse le persone di origine straniera come responsabili di una situazione. La realtà è che tante critiche verso il modello del Regno Unito rappresentano una fuga da problemi che stanno insorgendo nello stesso modo nel resto d’Europa e nell’occidente, trovando una molla nella compressione dei diritti e delle opportunità delle giovani generazioni e delle fasce popolari della cittadinanza.

L’illusione della destra di Cameron e di quella europea di aggiustare l’economia con ulteriori tagli alle spese sociali e di dare alle strade del proprio paese un senso di cittadinanza con gli idranti è fallimentare. L’esempio che ha reso l’Inghilterra il grande paese che è viene dai valori che permettono a Aaron di essere aiutato da tutta la sua città ed a Jahan di spegnere i rancori tra le comunità, princìpi che hanno sviluppato le tradizioni di liberalismo e socialdemocrazia inglesi attraverso l’integrazione di comunità diverse: è vero che una forma latente di segregazione si è fatta strada nelle turbolenze economiche e nella rapidità dei cambiamenti, ciò che ha spinto Cameron a parlare della necessità di non accontentarsi della compresenza di comunità “non belligeranti” ma di chiedere a tutti di aderire ai valori della nazione di cui si è entrati a far parte, ma questa big society non la si manterrà togliendo diritti allo studio e alla mobilità sociale ed imponendo scelte estranee alla tradizione britannica con la repressione poliziesca.

C’è una relazione tra le esplosioni di disagi e la serie di tagli che la destra ha promosso a partire dall’autunno, quando i problemi di ordine pubblico sono iniziati. L’atteggiamento sbagliato di attaccare il modello di sicurezza sociale inglese o il modello di liberalismo inglese riemerge sul continente ad ogni crisi che sorge, perchè in Europa concentrarsi sulle particolarità serve a sfuggire al quadro generale, di cui si sono avuti scorci poco edificanti negli ultimi anni, dalle banlieu parigine dove a nelle sommosse non c’erano solo immigrati alle proteste di immigrati nell’Italia del sud, comune denominatore la negazione dei diritti.

E la prospettiva generale suggerisce che non solo ieri in Grecia o oggi in Spagna, ma in tutta Europa e nell’Occidente sarà impossibile parlare di integrazione tagliando fuori giovani e immigrati come si sta facendo un pò dappertutto, in maniera particolarmente virulenta a Sud nella UE. La situazione rende evidente che i diversi gruppi cui si deve la crescita della nostra Europa nell’insieme hanno bisogno di partecipazione e opportunità per sviluppare le qualità che si sono viste nei gesti di solidarietà che si moltiplicano in Inghilterra verso coloro che hanno perso le proprie abitazioni ed attività: la paura e l’ordine pubblico possono (a caro prezzo) tenere insieme le varie comunità per un giorno o una settimana, ma per restare una nazione o addirittura diventare un insieme di nazioni come dovrebbe essere l’Europa, ci vogliono diritti e democrazia, elementi la cui tenuta sostanziale è stata messa a dura prova, in maniera crescente, negli ultimi trenta anni.