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Italia e Danimarca: centocinquanta anni di storia a confronto

Agli inizi di aprile una interessante conferenza ha dato a studiosi dei due paesi la possibilità di approfondire le vicende delle due nazioni

Il Convegno che ha avuto luogo a Via Omero a Roma il 7 ed 8 aprile 2011, promosso dall’Accademia di Danimarca (che ha sede in questo suggestivo angolo della capitale a ridosso di Villa Borghese) e che si è svolto grazie alla collaborazione della Reale Ambasciata di Danimarca e dell’Università di Copenaghen, ha permesso a studiosi di varie discipline di mettere a confronto l’Italia e la Danimarca, due paesi con un ruolo significativo nella creazione e nella crescita della Unione Europea. L’iniziativa, intitolata “L’Italia in Europa – L’Italia e la Danimarca” ed ideata in occasione del Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, è stata aperta da un appassionato discorso del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, il quale ha sottolineato che le difficoltà e le incertezze che hanno costellato il percorso della nascita e dello sviluppo dell’Europa unitaria non hanno frenato un continuo progresso di quest’ultima in direzione non soltanto di una maggiore integrazione economica ed infrastrutturale, ma anche politica e sociale.
 
Il direttore dell’Accademia di Danimarca, Erik Bach, ha dato il benvenuto a tutti gli ospiti, provenienti da diversi istituti culturali, atenei ed organizzazioni: giovedì 7 aprile, nel corso di tutta la giornata, sono intervenuti Francesco Barbagallo (dalla Università degli Studi di Napoli Federico II) , sul tema “Nazione, Stato, Costituzione dall’Unità alla Repubblica”; Francesco Biscione (Istituto della Enciclopedia Italiana) su “Lo storicismo italiano, identità italiana in un contesto europeo”; Kristina Junge Jorgensen (dell’Università La Sapienza) sul Viaggio in Italia di Federico IV di Danimarca; Bent Holm (Università di Copenaghen), sull’identità comica “L’importanza dell’italianità di Holberg e della danesizzazione di Goldoni per la creazione del teatro nazionale danese”; Anna Maria Segala (Sapienza) su “L’Odin Teatret tra Italia e Danimarca” in dibattiti moderato da Gert Sorensen, dell’ Università di Copenaghen, da Paolo Borioni del Center for Nordic Studies di Helsinki e da Kristina Junge Jorgensen.

Venerdì 8 aprile si sono svolti i dibattiti sulla traduzione e sull’immaginario e la realtà storico-politica, con gli interventi di Hanne Jansen (dell’ Università di Copenaghen), su “L’Italia in Danimarca vista dall’ottica delle traduzioni”; di Anna Wegener (Università di Copenaghen) su “I libri di Bibi della scrittrice Karin Michaelis letti da adulti e bambini nell’Italia fascista”; di Bruno Berni (dell’Istituto Italiano di Studi Germanici) sul tema “Letteratura danese in traduzione italiana. Un panorama”; Jorgen Stender Clausen (Università di Pisa) su “Brandes e Garibaldi”, Mads Frese (“Information” Copenaghen) sulla “immagine dell’Italia contemporanea nella stampa” e di Paolo Borioni (Center for Nordic Studies Università di Helsinki) “Moralismo elitista e distorsioni populiste. Per una vera comparazione storico-scientifica.”
 
  
Francesco Barbagallo ha ripercorso le fasi che hanno portato l’Italia della seconda metà dell’ottocento a contraddistinguersi per la presenza di istituzioni accentrate, di derivazione giacobino napoleonica sotto il profilo della organizzazione dello stato, una impostazione alla quale avevano contribuito intellettuali di impostazione hegeliana. “Nello sviluppo manifatturiero e nella disponibilità di risorse energetiche l’Italia restava molto indietro rispetto agli stati nazionali di più antica unità – ha affermato Barbagallo – gli squilibri tra nord e sud del paese venivano letti ed affrontati dalla classe dirigente del nord ed anche dagli intellettuali del sud passati al nord come uno scontro di civiltà, da regolare attraverso lo stato d’assedio.” Il modello di stato italiano, sottovalutando la società civile, si poneva a metà tra stato etico tedesco, per lo sforzo di far identificare le masse nelle istituzioni ed il liberalismo britannico col suo modello di tutela delle libertà e delle proprietà. “I diritti dei cittadini non sono concepiti, in un modello come quello italiano, come limiti all’azione dello stato, ma come concessioni dello stato – ha aggiunto il docente dell’Università di Napoli – i primi partiti in Italia saranno quelli socialisti, repubblicani, popolari, che porteranno di forza la società nello stato.”
 
Barbagallo ha riflettuto su come la logica conseguenza dei sommovimenti sociali, ossia la ristrutturazione del sistema liberale in uno nuovo i cui indirizzi politici fossero dettati dalla democrazia dei partiti, sia naufragato assieme al tentativo liberale di strutturarsi in uno stato dei partiti, “il modello statocentrico si riproporrà sotto forma dello stato fascista, che progetta di nuovo l’integrazione forzata della società nello stato – ha concluso lo studioso – le forze che avevano combattuto per la Resistenza e per la Repubblica porteranno alla costituzione italiana, con una forte innovazione rispetto allo statuto liberale del Regno d’Italia. I partiti di massa iniziavano a comprendere la necessità di associare l’economia alla politica.”
 
Francesco Biscione ha ricordato come fino agli anni settanta del novecento tutti i partiti parlassero dell’Italia come nazione, mentre negli ultimi anni è emersa una difficoltà a parlare del paese come di un soggetto unitario. “La riflessione sulla storia, per la politica italiana a partire dal secondo dopoguerra, è stata il punto di incontro maggiore – ha notato Biscione – dai primi anni quaranta dell’ottocento il problema che si presentava era costruire una politica unitaria in un paese segnato da problemi di frammentazione.” Lo studioso ha ricordato come gran parte della generazione della destra storica fosse composta da di intellettuali che erano anche uomini di stato in dialogo con l’Europa. “Con la società di massa, in cui esistono altri problemi come il lavoro e la democrazia oltre alla indipendenza nazionale, la classe politica non trova più referenti condivisi, la cultura inoltre si orienta verso soluzioni antiparlamentari – ha spiegato Biscione – il dato che la prima società di massa sia stata costruita di fatto dal fascismo ha portato a riflettere su una mancata riforma culturale in Italia. Gramsci legge entrambi gli aspetti del fascismo, quello di movimento sociale autentico di massa e quello di strumento conservatore di lotta di classe. In Croce manca la consapevolezza del passaggio alla società di massa. Nel fascismo ed in Gramsci esiste invece questa consapevolezza, a tratti carente invece nel Partito Socialista.” Lo studioso ha sottolineato anche come Pietro Scoppola ed Aldo Moro abbiano modificato la cultura cattolica, integrandola nel disegno costituzionale e come si sia adattato anche il Partito Comunista Italiano, nè rivoluzionario nè socialdemocratico, ma partito di massa nazionale e costituzionale. La cornice costituzionale insomma era un ambiente condiviso e questo spiega l’influenza che hanno potuto esercitare anche partiti piccoli come quello d’Azione.”
 
 
Gert Sorensen ha parlato da una prospettiva tutta danese de “Il Grand Tour in Italia, andata e ritorno”, introducendo il discorso con una citazione da Benedetto Croce, nell’osservazione in cui affermava che ogni storia deve includere un elemento di autobiografia, aspetto che emerge in tutte le descrizioni dei viaggiatori nordici in Italia, che risentono spesso dei miti dello stivale come paese di arte, di musei e di tradizioni antiche. “Un luogo colorato da un sottoproletariato pittoresco – ha detto Sorensen – un immaginario che nel milleottocento era già superato, per quanto in parte ancora verosimile all’epoca di scrittori come Andersen e nei quadri di Costantin Hansen. La vita in comune degli artisti danesi li portava ad un nostalgico isolamento, favorendo la creazione di mitologie autosufficienti.” Viene dipinta una Italia con le caratteristiche più congeniali ad un mondo intellettuale. “Wilhelm Marstrand, Ditlev Blunch, pittori di una natura ora selvaggia ed incontaminata ora animata da scene carnevalesche, offrono immagini di un mondo cristallizzato dopo il fallimento dei sommovimenti rivoluzionari – ha spiegato il docente dell’Università di Copenaghen – esiste anche un’altra versione del Tour in Italia, un rapporto tra una conoscenza più approfondita dei problemi italiani e lo spostamento in Italia di attività massoniche. I programmi progressisti dell’epoca parlavano già di Unione Europea.”
 
Bent Holm ha cominciato il suo discorso dalla constatazione che oggi ogni danese porta con sè personaggi del Tivoli, parco dei divertimenti di Copenaghen, pantomime che risalgono in realtà al millesettecento danese ed ai rapporti tra i protagonisti della Commedia dell’Arte italiana ed il nascente teatro borghese della Danimarca. “I testi vengono resi accessibili per il pubblico locale, i personaggi vengono danesizzati – ha ricordato il docente dell’Università di Copenaghen – Il teatro nazionale estero viene adattato, quello nazionale estraniato con l’adozione di modelli provenienti dall’estero, da qui il miscuglio di nomi danesi ed italiani in un unico mondo teatrale artificiale italo-franco-danese che rappresentava, nella convenzione, la Danimarca.” Dunque da un lato fenomeno autoctono, dall’altro una imitazione di modelli “romanzi”. Difatti la compagnia di Copenaghen fu diretta da Pietro Mingotti.
 
Anna Maria Segala ha citato un esempio molto noto dell’integrazione tra Italia e Danimarca: L’Olin Teatret, celebre gruppo teatrale danese creato da Eugenio Barba, al centro dei suoi studi. “Nel 1972, uno spettacolo ispirato a Dostoevsky mette il gruppo a contatto con realtà giovanili che erano estranee al teatro sia tradizionale che come si diceva allora impegnato – ha detto la docente dell’Università La Sapienza – in quegli anni in Danimarca fiorivano gruppi teatrali liberi, non organici alle politiche di decentramento. L’Olin Teatret ha oggi alle spalle quasi cinquanta anni di attività ed è lontano da luoghi e metodi del teatro sociale.” Si incontrano in questa esperienza teatro orientale, tradizioni delle avanguardie ed elementi della cultura locale.

Aldo Ciummo

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