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Musica norvegese in provincia di Cosenza ed a Bari

 

 

Le manifestazioni culturali in Calabria prevedono la partecipazione di diversi artisti norvegesi, mentre a Bari un noto nome del Jazz nordico si presenterà con un gruppo internazionale riunito per rileggere i suoi lavori musicali

 

 Si svolge dal 16 luglio al 25 agosto, in varie località della Provincia di Cosenza, un Jazz Festival che include eventi culturali e di intrattenimento ed è uno dei festival musicali più rilevanti in Italia. Quest’anno tra gli artisti presenti ci sono i norvegesi Mari Kvien Brunvoll, l’ Elvind Aarset Sonic Codex Quartet ed Hakon Korstad con Leon Pantarei Omparty (gruppo locale).

La manifestazione turistica che si svolge in Calabria si intitola “Peperoncino Jazz Festival” e prevede anche una serie di serate organizzate in collaborazione con iniziative centrali nella stagione programmata nella regione, come “Suoni” e “Di…Vino Jazz”, “Aspettando il Settembre Rendese” e “Amantea Around Jazz”, eventi affiancati da rassegne di spettacoli tradizionali e di gastronomia. Per la nona edizione del Festival, che si svolge quest’anno, il direttore artistico è Sergio Gimigliano.

Per quanto riguarda il programma, i giorni fissati per la partecipazione degli artisti citati sono il 28 luglio, quando al Parco Nazionale della Sila (a Spezzano della Sila in provincia di Cosenza), Mari Kvien Brunvoll canterà presso la Riserva Naturale “I Giganti del Fallistro”, il 29 luglio quando sempre al Parco, presso Taverna (Centro visita Garcea) sarà la volta del Eivind Aarset Sonic Codex Quartet (Eivind Aarset alla chitarra, Audun Erlien al basso, Welte Holte alla batteria) ed infine il 30 luglio alla Sede del Parco Nazionale della Sila, in Località Lorica, ci sarà Hakon Kornstad con il gruppo calabrese Leon Pantarei Omparty, un trio comprendente Hakon Kornstad al sax, Pasqualino Fulco alla chitarra e Bob Cherillo al pianoforte.

 Il 22 luglio a Bari, al teatro Petruzzelli, si esibirà il jazzista norvegese Jan Garbarek, che è stato attivo a lungo con l’etichetta tedesca ECM, guidata da Manfred Eicher. Jan Garbarek si è formato sulla scia degli statunitensi John Coltrane ed Albert Ayler ma sulla sua produzione hanno influito molto gli ambienti scandinavi e le loro suggestioni.

Garbarek presenterà nel concerto di Bari “Dresden” che è il suo primo album live e nell’esecuzione sarà accompagnato da Rainer Bruninghaus, Yuri Daniel, Manu Katche e Trilok Gurtu alle batterie (la novità principale è proprio la collaborazione con l’artista indiano). Lo spettacolo si concentrerà sul lavoro di Garbarek, inscrivendosi in una articolata serie di iniziative organizzate per rinsaldare ancora di più i rapporti culturali tra Italia e Norvegia.

Aldo Ciummo

L’Europa punta su ricerca e innovazione

 

Lunedì 19 luglio a Roma l’Unione Europea presenterà un pacchetto di bandi nell’ambito del programma dedicato alla ricerca ed all’innovazione.

 

L’Unione Europea sta finanziando il più grande programma del pianeta per la ricerca, con più di 53 miliardi per il periodo 2007-2013. Dall’inizio del programma fino ad oggi, sono stati investiti 12 miliardi di euro. I responsabili della politica europea, adottando la strategia 202o, hanno posto la ricerca e l’innovazione tra le priorità. Il 19 luglio, a Roma, la responsabile europea per la Ricerca, l’Innovazione e la Scienza, Màire Geoghegan-Quinn, illustrerà l’insieme delle opportunità di presentare proposte nell’ambito del settimo programma quadro riguardante la ricerca e l’innovazione.

Il finanziamento per il 2011, con sei miliardi di euro, sarà uno stimolo di cui sarà interessante vagliare il peso in fatto di creazione di posti di lavoro e di crescita economica nei settori colpiti dalla crisi mondiale, così come il massiccio trasferimento di risorse collettive ad ambienti elitari avvenuto negli ultimi anni viene insistentemente chiamato nel dibattito pubblico.

Occorre osservare che, al di là delle cifre indubbiamente significative che vengono citate, il modello europeo difficilmente vedrà un miglioramento delle condizioni socioeconomiche sperimentate da vaste fasce delle popolazioni, ultimamente costrette a scontri di piazza come in Grecia oppure poste sotto ricatto come gli operai delle automobili in Italia, se non si affrontano i nodi, strettamente collegati tra loro, della redistribuzione delle risorse (ormai inesistente nei paesi più arretrati dell’Unione tra cui uno degli stati fondatori, l’Italia, dove sta venendo meno di fatto anche la divisione dei poteri e la loro reciproca indipendenza, chiacchiere politicamente corrette a parte) e del loro utilizzo strategico, ad esempio in quei settori come l’Istruzione, la Sanità ed appunto la Ricerca che in alcuni paesi sudeuropei vengono oramai gettati, con una certa sufficienza, nel cassone dei ricordi.

Inutile dire che, senza la libertà dal bisogno e di conseguenza senza la concreta possibilità dell’esercizio dei diritti politici e del corollario di condizioni che li rendono effettivi (come la pluralità delle opinioni e della loro rappresentazione pubblica), gli obiettivi di Lisbona, spesso ripetuti nei documenti ufficiali senza un eccessivo interesse da parte di popolazioni comprensibilmente preoccupate da altri argomenti e legittimamente prive del tempo per studiare la storia delle istituzioni europee, restano conquiste reali nell’attuale grado di progresso sperimentato dalla UE, ma soltanto all’interno dei suoi palazzi più prestigiosi.

Benvenga a questo proposito la prospettiva di lanciare una strategia di innovazione per l’Unione Europea per creare la cosidetta economia innovativa ed affrontare sfide che, questo è vero, richiedono mezzi di conoscenza e di produzione duttili, fermo restando che per fare questo sarà necessario promuovere nei singoli paesi misure atte a rendere saldo lo stato di diritto e i diritti dei cittadini, anche perchè molto difficilmente questi ultimi avranno l’apertura mentale e le possibilità concrete di muoversi verso un contesto intellettuale e professionale internazionale e dinamico, se alle prese con ostacoli anche nell’usufruire di scuola dell’obbligo e cure pubbliche.  In tempi di economia avanzata, certezza del diritto, democrazia e diritti sociali sono la base per lo sviluppo delle società.

Aldo Ciummo

Belfast, uno specchio che manda ancora tristi riflessi di divisioni in Europa

 

Terribili notizie giungono in questi giorni dall’Irlanda del Nord: il ferimento di una donna, agente di polizia; il massiccio coinvolgimento negli scontri di giovanissimi, la capacità dei dissidenti oltranzisti del nazionalismo irlandese e degli ultraconservatori nel campo lealista protestante di rappresentare e mobilitare nel peggiore dei modi le rispettive comunità di appartenenza nei quartieri più poveri: in una Europa dove nuovi razzismi e nazionalismi rialzano la testa.

 

di   Aldo Ciummo

La notte di Belfast diventa ancora una volta lo sfondo di una rappresentazione che miete vittime nella realtà, oggetto di interesse forse ormai folcloristico per gran parte del mondo, ma suggestione per niente cinematografica per ampie fasce della popolazione che in Ulster, complice la decennale situazione di depressione economica e di degrado istituzionale legata alla guerra civile prima aperta e dal 1998 latente, combattono ancora una guerra antica, iniziata nel 1690 quando Guglielmo d’Orange sconfisse il pretendente cattolico al trono, Giacomo.

Quell’immagine a cavallo, il sovrano inglese che passa il fiume Boyne, è ancora sui murales lealisti accanto all’effigie dei paramilitari caduti affrontando l’Ira, la parata protestante che il 12 luglio la ricorda passando attraverso i quartieri irlandesi di Belfast riaccende ancora scontri che hanno poco di attuale per chi li guarda dal continente: anche quest’anno le notizie che giungono da Derry, dove sono state lanciate ancora bombe, da Belfast, dove nel quartiere dell’Ardoyne i nazionalisti irlandesi di Brompton Park e i protestanti di Twaddell Avenue si sono affrontati, sono resoconti di fatti terribili.

Una donna, agente di polizia, è stata ferita gravemente alla testa, da persone che hanno aggiunto vergogna ad uno scenario che ha veduto i ragazzi portarsi dietro, in mezzo a sassi e proiettili, dei giovanissimi. Sembravano destinati a restare nella memoria i tempi in cui i bambini a Belfast vivevano la scuola della guerra in strada tutti i giorni e crescevano nella separazione comunitaria solidificata anche oggi da diciassette muri, più del doppio se si contano quelli di minore lunghezza e dimensione.

L’area di Ardoyne è una roccaforte dello Sinn Feinn e del repubblicanesimo nazionalista irlandese, al centro dell’interesse dei dissidenti dell’Ira Irish Republican Army, alcuni elementi della quale non accettano il processo di pace avviato con l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 e proseguito a partire dal 2007 con la formazione di un governo comprendente tutte le forze politiche e di fatto ancora oggi poco funzionante. Ardoyne è anche meta di parate protestanti che annualmente ricordano il 1690 e con questo la nuova sconfitta della comunità irlandese del nordest nel 1920, quando il Sud conquistò la propria indipendenza ma dovette rinunciare all’unità nazionale e gli anni sessanta e settanta del ‘900, quando la minorità politica e nei diritti per i cattolici continuò e si aggravò subendo la repressione armata.

Quando vengono diffuse notizie drammatiche come quelle attuali riguardo al conflitto, ricordo che nell’estate del 2005, nel periodo del disarmo dell’Ira, feci due brevi viaggi a Belfast, partendo da Dublino dove in quel periodo risiedevo. In entrambi i casi mi tornò in mente ciò che annotava Benedict Anderson nel suo libro dedicato ai nazionalismi, “Comunità Immaginate”: in linea d’aria Belfast è a meno di 500 chilometri da Londra” e pensai che i chilometri da Dublino a Belfast sono ancora meno, circa 150. Ma, in accordo con le osservazioni di Anderson, secoli di storia tengono l’Ulster inchiodato al suo passato, è questo che lo divide dal Regno Unito e dall’Eire.

Arrivando nella città si percepiva chiaramente la sensazione di entrare in un altro paese, il passaggio dal centro cittadino alla periferia cattolica trasmetteva l’impatto con un’altra nazione nello stato ed infine a Shunkill, superato il Muro della Pace per fare ingresso nella zona protestante, ci si sentiva in un altro mondo. La prima volta che mi affacciai a Belfast, nei primi giorni dell’ agosto del 2005, era trascorso da poco il 28 luglio in cui l’IRA aveva assunto il suo impegno di disarmo con la commissione internazionale presieduta dal generale canadese John De Chastelain.

Allora mi trovavo in viaggio con un amico italiano e prima ancora compagno di liceo che aveva da poco terminato i suoi studi in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed entrambi fummo colpiti dall’immagine di un bambino di non più di sette anni che camminava su un muro divisorio piuttosto alto: lui e tutti i ragazzini che percorrevano le periferie trascinandosi dietro carrelli della spesa scassati, pezzi di legno ed altri improbabili giochi sembravano incarnare, nel loro atteggiamento aggressivo, tutta la fragilità e l’energia in potenza di quegli isolati polverosi.

La seconda volta che andai a Belfast, alla metà di ottobre, ero ospite di alcuni giovani del posto assieme ad un amico francese, appassionato di ecologia che in quel periodo era mio coinquilino assieme ad altre persone provenienti da diverse parti del continente. Erano trascorsi da non moltissimo sia i tumulti che nei giorni 10 e 11 settembre 2005 avevano accompagnato il tentativo di ripetere la parata orangista da parte dei gruppi oltranzisti protestanti, sia la risolutiva dichiarazione della commissione internazionale di controllo sul disarmo (il 25 settembre 2005 De Chastelain dichiarò che l’Irish Republican Army aveva messo tutte le armi fuori uso).

Di nuovo fummo accolti dall’impressione che il luogo riserva così spesso ai “continentali”, quella di essere immersi in un ambiente dove decenni di percezioni umane e culturali sono giunti a cristallizzare divisioni fisiche ed hanno disegnato una geografia urbana capace di dilatare le distanze e di segregare perfino i giovanissimi nella prospettiva (anche visiva) di anguste comunità. Di tutto questo ci rendemmo conto attraversando un ponte pedonale, avvolto in una rete metallica, che conduceva da un suburbio protestante ad uno cattolico.

Vedendo andare qualcuno verso la zona irlandese, i bambini che si trovavano in uno spiazzo contiguo all’ingresso del ponte lanciarono gli innocui oggetti che si trovavano sottomano contro la rete metallica, desistendo non appena accortisi che si trattava di stranieri, estranei alla distorta realtà di questo pezzo di terra. Gli amici che ci avevano accolti abitavano in un’area un pò più vicina al centro, erano di origine indifferentemente inglese o irlandese e si sentivano cosmopoliti; la periferia irlandese portava sui volti e sulle pareti delle case scrostate la povertà di una Irlanda di altri tempi (la stessa che a Dublino sopravvive soltanto in qualche quartiere intrappolato dal progresso che la assedia avanzando dal centro e dalla cinta di villette dell’hinterland); le zone protestanti erano caserme a cielo aperto.

Le notizie che arrivano oggi in Europa dal Nord dell’Irlanda sono molto tristi: a ferirsi, a ingaggiare scontri a rischio di morte e di omicidio a Belfast sono per lo più ragazzi tra i sedici e i venticinque anni, la stessa età di tante persone che ho conosciuto in Irlanda nel 2005, di con cui ho abitato a Dublino nel 2008, gente per cui andare a scuola in una città oppure in un’altra cambia tutto, perchè non si nasce guardiani di una strada rimasta ferma al 1690. Nessuno è destinato a rimanere garante di una malintesa identità europea a Parigi o a Budapest, nè a restare straniero in Italia dopo l’arrivo da un altro continente.

Inglesi e irlandesi sono persone straordinarie, la loro capacità di integrazione verso chi arriva per la prima volta da altri luoghi e diversi ambienti è enorme, l’affetto che nutrono per il proprio territorio è commovente, ed averli in Europa dal 1973 è una risorsa inestimabile, come lo è stato l’ingresso nella Ue delle nazioni dell’estremo nord. Il senso d’appartenenza alla comunità in Ulster è stato inacidito fino all’avvelenamento, da una storia che per più di tre secoli non è riuscita a trovare una via d’uscita al nodo creato dalla persistenza di un angolo di impero e della situazione di discriminazione subìta da molti irlandesi.

I giornali e gli amici riferiscono che la situazione cambia rapidamente, ma quel contesto suggerisce ancora una riflessione utile a chi si muove in un ambiente di vita, quello della nascente Unione Europea, che si proietta sempre più nella società globale e nella necessità storica di incorporare nelle sue nazioni costituenti frammenti di altre culture e innesti di fusioni e mutazioni culturali positive già in divenire.

Intorno a sè l’Europa scatta istantanee di un presente che vorrebbe considerare già passato, un residuo che il progresso corregge gradualmente. Talvolta le nostre istituzioni progettano di sostituire di sana pianta costruzioni sociali consolidate nel mondo e di promuovere l’integrazione dei nuovi arrivati come se si trattasse di un processo rieducativo, ma nel cuore del Vecchio Continente, in luoghi come l’Ulster, è ancora possibile vedere una apertura ammirevole della società affiancarsi a strade dove ogni estraneo è guardato con diffidenza: è il frammento di uno specchio che manda ancora riflessi di quello che l’Europa rischia di essere dove si riaccendono episodicamente conflitti nazionali tra i paesi di recente ingresso, dove si nega un buono pasto a un ragazzino nato lontano, dove una diatriba linguistica spacca in due nazioni fondatrici della nostra Europa.

C’è da augurarsi che mai più da Belfast si sappia che viene lanciato un pezzo di cemento in testa ad una ragazza, che non si verifichi mai più che coetanei dei nostri amici europei si trascinino dietro i fratelli minori in uno scontro letale, con la stessa facilità con cui in altre date li porterebbero ad accendere i bonfires ed a tenere vive le magnifiche tradizioni del nord Irlanda, del nord del continente. Ma c’è da sperare anche che l’Europa guardi e consideri quanta differenza fa insegnare con i fatti  (fin dall’inizio di questa integrazione dei 27 stati, presto 28, poi trenta e più)  a mettere da parte il distacco verso le diverse culture che si confrontano e si aggiungono nella costruzione comunitaria ed a sviluppare un attaccamento al territorio alternativo al modello della fortezza. L’Europa non sarà questa.

Musei protagonisti a Malmo

 

La città svedese ha da poco festeggiato i dieci anni del ponte che la collega  alla Danimarca, cresce l’attività artistica nella regione

Si respira aria d’arte nel centro svedese di Malmo, in modo particolare in questa stagione di celebrazioni per i dieci anni del ponte sullo stretto dell’ Oresund, che collega la città svedese a Copenaghen, capitale della Danimarca. La presenza  dell’opera viaria tra le due città nordiche, a partire dal luglio del 2000, ha cambiato profondamente nel corso degli anni l’identità urbanistica della cittadina della Scania.

Sotto i riflettori oggi c’è anche l’arte, perchè, in un contesto progressivamente più giovane ed internazionale, le novità si sono espresse anche nell’apertura di strutture come il Moderna Museet Malmo, lanciato nell’importante città meridionale della Svezia alla fine del 2009 e molto presto divenuto un esempio di accessibilità  dei contenuti artistici in un’ ottica di fruizione quotidiana.

Gli spazi espositivi si trovano in quella che precedentemente era una centrale elettrica ed oggi ospitano diverse mostre all’anno. L’innovazione è continua ed ha portato ad esempio a collettive allestite da gruppi di studenti, provenienti da varie parti della Scania. A volere il museo sono stati nel tempo il Comune di Malmo, la regione della Scania ed il Governo Svedese, in collaborazione tra loro. 

La nascita della struttura museale è stata una novità che ha ridisegnato in parte la geografia urbana cittadina in termini di importanza relativa delle diverse aree, trovandosi ad est nel contesto urbano, laddove non esistevano precedentemente molte strutture di questo tipo, pur permanendo una vasta gamma di interessanti opportunità culturali ed artistiche.

Come accennato, il ponte che collega la città scandinava di quasi trecentomila abitanti alla Danimarca ha accelerato i già intensi rapporti della regione con una nazione già molto legata alla Svezia per la sua storia e rafforzato i legami concreti con l’Europa, oltre che creato nuove opportunità di lavoro tra le due aree, trasformate in una nuova regione tra mare e terra, spinto ad una nuova evoluzione i vecchi quartieri industriali adiacenti all’infrastruttura.

Anche la composizione demografica è cambiata, più di novemila danesi oggi vivono in città e il numero delle persone che si spostano dalla Danimarca al centro della Scania cresce ogni anno, ma si registra anche il fenomeno di giovani svedesi che scelgono la Danimarca, partendo da qui per trovare una prima esperienza professionale sulla quale basare il proprio tragitto lavorativo, prefigurando la costruzione di un ponte di competenze oltre che stradale, insomma qualcosa di veramente europeo.

Aldo Ciummo

Dati bancari, è accordo tra Europa e Stati Uniti

 

Giovedì il Parlamento Europeo ha approvato l’accordo sul trasferimento dei dati bancari dalla UE agli Stati Uniti, ma permangono critiche non prive di fondamento

di   Aldo Ciummo

La nuova versione dell’accordo antiterrorismo SWIFT, negoziata dopo il respingimento dell’accordo precedente quattro mesi fa, è stata approvata giovedì dal Parlamento Europeo. L’assemblea elettiva della comunità ha ottenuto nel frattempo alcune garanzie, il cui presupposto concreto sarà la creazione di un sistema efficiente di controllo dei dati all’interno dell’Unione Europea.

La votazione ha riscontrato 484 voti a favore della raccomandazione redatta da Alexander Alvaro (Alde-Adle, Liberali), mentre i contrari sono stati 109 e gli astenuti 12. L’accordo raggiunto è stato appoggiato dai gruppi PPE (Popolari, centrodestra), S&D (Socialisti e Democratici), Alde (Liberali) e dall’ECR.

Riguardo alla conformazione politica dell’ECR, il partito Europeo dei Conservatori e Riformisti raccoglie i Conservatori inglesi eurocritici, il partito conservatore polacco dell’ex premier Jaroslaw Kaczynski, il partito euroscettico ceco ODS e altri gruppi minori, che precedentemente facevano parte del PPE o dell’Unione per un Europa delle Nazioni, il gruppo di destra in cui si trovava ad esempio An (oggi parte del PPE a livello europeo, come il resto del PDL).

L’accordo SWIFT non copre il trasferimento di dati all’interno dell’Europa, come chiariscono dall’Unione Europea, ma concerne i movimenti finanziari verso i paesi terzi ed esclude esplicitamente i dati relativi all’Area Unica dei Pagamenti in Euro (SEPA).

Hanno votato contro l’accordo Verdi/Ale (Verdi-Alleanza Libera Europea), GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica) ed una parte dell’EFD, Europe of Freedom and Democracy, gruppo che comprende l’Ukip di Nigel Farage e la Lega ed è rappresentato da Farage e Speroni, raccogliendo varie liste minori, tra cui le formazioni “Libertas” che contrastarono il trattato di Lisbona prima dell’ultimo referendum irlandese dell’autunno 2009, tra cui il Mouvement pour la France.

L’obiettivo principale dell’accordo del Parlamento Europeo è l’eliminazione dei trasferimenti di dati in blocco. Gli eurodeputati hanno ottenuto che, in cambio del loro sostegno all’esecutivo europeo sul raggiungimento dell’accordo, entro 12 mesi la Commissione Europea inizi a costruire un sistema europeo equivalente al Terrorism Finance Tracking Programme (TFTP) statunitense, per impedire i trasferimenti di dati bancari non effettuati su basi individuali.

L’Europa vuole insomma che quanto prima sia possibile elaborare i dati qui nella comunità e trasferire negli USA soltanto dati significativi per indagini ben definite. Una novità sostanziale è la possibilità per Europol di bloccare il trasferimento di dati verso gli Stati Uniti. L’Europol, la cui base centrale si trova a L’ Aia, avrà la facoltà di verificare quali richieste delle autorità Usa siano giustificate o meno in ragione del contrasto a fenomeni di terrorismo.

Un’altra novità importante è la supervisione (dell’uso dei dati negli Usa) da parte di un gruppo di controllori indipendenti, tra i quali un rappresentante della Unione Europea (designato dalla Commissione e dal Parlamento) che potrà chiedere spiegazioni prima di ogni utilizzo dei dati e che avrà il potere di bloccare ricerche che ritiene illegali. Le ricerche dovranno basarsi su prove preesistenti che dimostrino implicazioni con attività di terrorismo.

Alla relazione sono stati aggiunti due pareri minoritari: sei deputati dei gruppi GUE/NGL (Sinistra) e dei Verdi/ALe hanno sottolineato che l’accordo non garantisce tutte le salvaguardie che erano state richieste dai Parlamentari Europei nelle precedenti risoluzioni, soprattutto riguardo al trasferimento di dati in massa. Difatti, riguardo a questo si potrebbe osservare che una struttura istituzionale come la Unione Europea, che aspira ad una identità forte e rappresentativa dei suoi cittadini, difficilmente può tener fede a questo scopo se delega ad un’altra potenza, per quanto indubbiamente più vicina ai nostri valori rispetto a tutte le altre, dati sensibili che attengono alla privacy dei suoi abitanti.

I sei deputati osservano anche che il ruolo di supervisione che si intende affidare ad Europol implicherà una modifica del suo mandato perchè ad oggi Europol non è una Autorità Giudiziaria, come lo sono ad esempio quelle nazionali. Qui però non si può fare a meno di rilevare che proprio questi nodi attinenti alla confusione normativa ed operativa nella UE vanno sciolti e anche con minore legnosità ideologica di quella dimostrata ininterrottamente da alcune forze politiche negli ultimi cinque anni, perchè se accordi come lo Swift poi si rendono necessari in materia di contrasto alle attività illegali transnazionali e simili, questo avviene proprio perchè gli Stati Uniti vengono costretti ad aiutare un’area del mondo sviluppato (l’Europa) la cui efficienza nel criticare non è minimamente pareggiata da una soddisfacente capacità di gestire i propri problemi in maniera autonoma.

Un altro parere aggiunto alla relazione approvata è quello di Gerard Batten (EFD), che ritiene anche lui che la legislazione proposta sia illeggittima sotto il profilo democratico e che occorra oggi una maggiore tutela dei dati personali nella comunità.

La data prevista per l’entrata in vigore dell’accordo è il primo agosto 2010 (in seguito sarà rinnovato ogni anno). La Commissione Europea dovrà iniziare a lavorare sulla creazione del Terrorisme Finance Tracking Programme (TFTP) Europeo nella seconda metà del 2010 e pubblicare entro tre anni una relazione sui progressi registrati.

Lo Swift è un sistema di controllo delle informazioni la cui base si trova in Belgio. Formalmente è una compagnia ed ha i quattro quinti della sua attività nei trasferimenti finanziari telematici. Le informazioni di ottomila diversi soggetti (soprattutto bancari) riferite a più di duecento paesi passano per questo centro, così come larga parte delle informazioni che riguardano cittadini della Unione Europea.

Europa più presente sulla scena internazionale

 

Il Parlamento Europeo ieri ha deciso il via libera per l’accordo che regola il Servizio Europeo di Azione Esterna, mezzo effettivo delle attività comunitarie nel mondo.

di   Aldo Ciummo

Gli eurodeputati ieri hanno approvato una serie di raccomandazioni sulla organizzazione e sui metodi di lavoro del SEAE, il Servizio Europeo di Azione Esterna, una delle novità più importanti del Trattato di Lisbona recentemente entrato in vigore. Il Parlamento Europeo in realtà non ha potuto cambiare sostanzialmente la consuetudine e la norma che vede la Commissione in posizione di preminenza, anche se, venendo consultato su questo tema e più in generale incrementando la propria influenza sulle questioni concernenti la politica estera, l’organo elettivo ha posto le basi per una maggiore centralità del dibattito democratico all’interno dell’Unione Europea.

L’assemblea elettiva del continente ha ottenuto il rafforzamento dell’identità comunitaria del servizio europeo che si occuperà delle attività esterne, risultato evidente anche nelle norme che regolano la composizione del personale di questo nuovo organismo istituzionale. Un altro successo del Parlamento Europeo è la responsabilità politica e di bilancio che il SEAE dovrà assicurare nei confronti dell’assise, ma il servizio diplomatico non assumerà i poteri di controllo sulla politica di sviluppo e di vicinato che resteranno alla Commissione contrariamente a quanto delineato nella proposta dell’Alto Rappresentante della Politica Estera, Catherine Ashton.

La risoluzione con la quale il Parlamento Europeo ha confermato l’accordo raggiunto due settimane fa a Madrid proprio in merito al Servizio Europeo di Azione Esterna è stata approvata con 549 voti a favore, 78 contrari e 17 astensioni ed ha registrato valutazioni positive da parte di Elmar Brok (PPE, Partito Popolare Europeo), Guy Verhofstadt (Alde, Liberali) e Roberto Gualtieri (S&D).

Il Servizio Europeo di Azione Esterna assisterà l’Alto Rappresentante per la Politica Estera della UE, mentre il bilancio esecutivo ricadrà sotto la responsabilità della Commissione. L’esecutivo dovrà informare i deputati delle spese per le attività esterne e per le delegazioni. Il Parlamento si occuperà del bilancio nel suo complesso.

Un aspetto da non sottovalutare è la composizione del personale dell’amministrazione centrale a Bruxelles e delle 136 delegazioni esterne, difatti almeno il sessanta per cento dei funzionari del SEAE saranno provenienti dall’Unione, mentre un terzo verrà dai servizi diplomatici nazionali, in base a criteri di equilibrio anche regionale. La struttura nasce quindi con una forte impronta europea, mirata ad assicurarne appunto il ruolo di promotore della prospettiva europea nel mondo e con questo dell’identità globale della nostra Europa.

Islanda presto nella Unione Europea

 

I deputati europei si sono dichiarati favorevoli a negoziati positivi su tutte le questioni ancora in sospeso ed all’ingresso dell’isola nella comunità

 

E’ ancora vicina la data del 17 giugno, quando l’Europa ha deciso di avviare negoziati formali di adesione con l’Islanda, che nel luglio 2009 aveva presentato domanda in tal senso. E’ sempre più probabile quindi che l’isola diventi rapidamente il ventottesimo stato dell’Unione Europea.

Ieri i deputati europei hanno accolto favorevolmente la prospettiva dell’ingresso islandese nella Ue, nello stesso tempo però il Parlamento Europeo ritiene che le questioni ancora in sospeso, come la regolamentazione delle attività marittime, vadano affrontate una per una, al fine di rendere possibile una compiuta integrazione di Reykjavik nel contesto istituzionale comunitario.

Nella relazione di Cristian Dan Preda (PPE, Partito Popolare Europeo) si sottolinea la forte cultura democratica della nazione islandese e la presenza dello stato nel quadro di Schengen e nel contratto di libero scambio con la Ue siglato nel 1973. Una questione aperta è quella dei rimborsi ai governi inglese ed olandese, causata dal fallimento della banca Icesave nel frangente della crisi economica mondiale.

L’Autorità di Vigilanza dell’Efta (organizzazione che riunisce stati europei non facenti parte dell’Unione Europea) il 26 maggio si è espressa a favore di una rapida soluzione della controversia, attraverso un versamento atto a coprire il compenso minimo dei depositanti in Icersave nell’UK e nei Paesi Bassi. La politica europea, però, ha dovuto rilevare come lo stato islandese offra elevate garanzie di superamento dei problemi contingenti.

L’isola si presenta con una adeguata capacità di portare avanti le riforme che saranno opportune per integrare questa area in quella continentale: come membro dello Spazio Economico Europeo che riunisce stati facenti parte della UE e dell’Efta (European Free Trade Association), Reykjavik si è già adattata a gran parte della legislazione comunitaria e partecipando alle istituzioni continentali andrà probabilmente a rafforzare il ruolo di promozione dei diritti e di uno sviluppo sostenibile portato avanti dall’area nordeuropea scandinava con particolare forza in questi ultimi anni.

L’Unione Europea intende negoziare integralmente alcuni settori della gestione dello stato con l’Islanda: agricoltura, pesca, tassazione, politica economica e monetaria e relazioni esterne. L’Islanda auspica che i rapporti con la UE consentano e rafforzino un ruolo significativo di Rejkyavik nella regione artica. Un elemento che faciliterà la cooperazione è rappresentato dalla nuova commissione inter-parlamentare Ue-Islanda.

Aldo Ciummo