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Ma quei ricchi indifferenti siamo proprio noi

Il Maschio Angioino di Napoli dove si è discusso di contrasto alla povertà. L'Europa appare a molti nel pianeta come una fortezza in più, e lo è nella misura in cui difende posizioni acquisite. Ma è anche uno spazio al cui interno si sta avviando la sperimentazione di una economia sociale di mercato basata sulla conoscenza e su un equilibrio avanzato tra le aree e le realtà sociali che la compongono.

Al Forum della Società Civile di Napoli interventi bipartisan hanno affermato che la lotta alla povertà è in cima all’agenda degli impegni di conservatori e progressisti, ma la crescita delle ineguaglianze racconta un’altra storia, strettamente intrecciata allo stile di vita dominante

Al vertice della società civile che si è svolto al Maschio Angioino di Napoli venerdì 26 e sabato 27 novembre, anche politici ed amministratori sono intervenuti. Aprendo la prima giornata dei lavori Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli, ha presentato i problemi della povertà come un tema su cui si concentra una attenzione bipartisan e così anche gli altri interventi istituzionali.

L’evento ha ovviamente manifestato la sua identità europea, con un messaggio del Capo dello stato Napolitano sulla necessità dell’innovazione e del rafforzamento del welfare dell’Unione. Non sono mancati i riferimenti alla situazione regionale campana, Bassolino ha reso noto che saranno investiti 150 milioni di euro derivanti dai beni confiscati alla camorra.

Alcuni degli amministratori intervenuti, come l’assessore  alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, Giulio Riccio, hanno messo in relazione la grave congiuntura economica europea, con 78 milioni di persone a rischio di povertà nell’Unione , e le difficoltà ulteriori di paesi come l’Italia che non hanno strumenti efficaci di sostegno al reddito.

Gianni Pittella (PD), uno dei vicepresidenti del Parlamento Europeo, ha auspicato risposte forti da parte dei governi nazionali, ricordando il bisogno di supporto della microimpresa, ed ha chiesto la tassazione delle rendite finanziarie come misura di giustizia sociale.

Apprezzabile la comprensione del fatto che la redistribuzione è una misura progressista e non un esproprio bolscevico, specialmente quando c’è una crisi i cui prodromi sono stati sfruttati da circuiti che hanno enormi disponibilità finanziarie e le cui perdite (sempre relativamente ai detentori di rendite) sono state pagate dagli stati con le risorse che altrimenti avrebbero potuto essere destinate all’emancipazione sociale negli stati colpiti più duramente. Ma il PD non è stato affatto estraneo alla promozione del liberismo e della privatizzazione del pubblico (con annessa socializzazione delle perdite private) negli ultimi quindici anni.

Tajani (PDL), vicepresidente della Commissione Europea, ha ricordato che molti capi di stato erano assenti al vertice della Fao. Nel corso del Forum della Società Civile di venerdì è giunta la notizia del suo nuovo incarico (Commissario all’Industria) nel governo europeo. Tajani ha detto che serve un aiuto maggiore da parte dei paesi ricchi e che l’immigrazione massiccia è   altrimenti un fenomeno strutturale.

Certo però che il PDL non è una forza che ha stimolato molto la redistribuzione, anzi.  Ma il punto poi è che la negazione della redistribuzione risiede direttamente nella società europea, la UE ha una agenda attenta alle aree del mondo in difficoltà, i governi nazionali possono stanziare fondi ma il livello di vita acquisito, anche qui a sinistra, è duro a morire ed i cittadini di solito chiedono proprio che non cali, che è quello che concretamente dovrebbe fare per una politica ambientale e sostenibile anche dal punto di vista della redistribuzione tra le varie aree del mondo. I consumi di elettricità, l’uso diffuso di ogni sorta di elettrodomestici, garanzie sociali tutto sommato elevate sono fatti che, la popolazione almeno istintivamente lo percepisce, derivano da rapporti di forza che vengono difesi così con una delega sostanzialmente democratica da parte degli elettori nelle nostre società.

Aldo Ciummo

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Mauro Palma: “Nel Trattato di Lisbona opportunità di garantire i diritti sociali”

Nel corso del Forum della Società Civile per l’anno europeo della lotta alla povertà che si è svolto a Napoli venerdì e sabato, i relatori del focus su Cittadinanza, Diritti Sociali ed Inclusione hanno discusso di beni comuni, politiche sociali e flexicurity, obiettivi di Lisbona che il Trattato introduce nelle norme scritte dell’Unione Europea

 

 

Venerdì pomeriggio, in uno dei focus più importanti in materia di lotta a tutte le forme di povertà nella nostra Europa Mauro Palma (Presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa) ha moderato il dibattito sulle garanzie che la Ue assicura alle persone che vivono nell’area dei 27 (e soprattutto su quelle che non assicura affatto e questo è proprio lo spazio che si apre all’azione politica che riguarda l’Europa). La conferenza si è svolta presso il Maschio Angioino di Napoli.

L’impostazione del Trattato di Lisbona è, contrariamente a quello che spesso si pensa, per l’Economia Sociale di Mercato e non per i due sistemi che hanno portato l’uno all’attuale crisi economica e ad infinite guerre e brutture, l’altro all’azzeramento dell’iniziativa privata e delle persone (e c’è un 3 per cento tendente al 2 per cento che in molti paesi come Italia, Spagna e Francia ancora insiste). Ma questa Economia Sociale di Mercato è tutta da fare. Non sembra che ne facciano parte gli immigrati extraeuropei ed europei, che sono carne da cannone dell’industria a basso costo con il beneplacito di leggi razziste, non sembra che ci stiano nella bambagia i precari e pensionati autoctoni, che appena aprono bocca sono razzisti ma l’attenzione dei professori illuminati dei partiti rivoluzionari per questi occidentali si ferma lì, perchè i cittadini di oggi per il resto spesso non sono operai nè braccianti e non starebbero bene sul quadro del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.

Andrea Fumagalli è intervenuto proprio sulla flexicurity, la parola magica che per i liberisti all’italiana significa che quelli che perdono il lavoro stanno al sicuro a causa della libertà di investire le proprie competenze sul mercato. Ma che fine fa la flexicurity se uno è immigrato e perde il lavoro (che non sempre è regolare nel mondo reale) rischiando la repressione? se uno è pensionato al minimo e i costi di tutto, specialmente quelli di chi ha un modello di consumi che non prevede acquisti di lusso ma ordinari, salgono mentre agli enti locali vengono tolti i mezzi per fare assistenza? cosa succede se la formazione anche quando c’è conta poco, perchè chi avvia imprese per lo stato ultraliberista non esiste e per la sinistra residuale è un padrone delle ferriere?

Andrea Fumagalli, docente dell’Università di Pavia, da parte sua ha fatto notare che in Danimarca ed in Olanda c’è la flexicurity, ma ciò significa coerentemente presenza di ammortizzatori sociali, di formazione e di accesso al mercato del lavoro sulla base delle competenze. E senza troppe discriminazioni che (come è reso evidente per contrasto dalla solidità oltre le crisi e dalle capacità di rinnovamento di paesi come Danimarca, Olanda, USA, Svezia, Regno Unito che hanno una cultura di scambio con gli altri) sono zavorre che non aiutano il corretto sviluppo del mercato in nazioni come Grecia, Italia, Francia e Spagna, stati che (basta guardare le leggi, le carceri e talvolta i disordini di stranieri che non ce la fanno più) hanno puntato soltanto sulla repressione.

Altrove le leggi sull’immigrazione sono anche rigorose, ma il discorso è che poi non si fanno le differenze. In altri casi abbiamo situazioni che apparentemente sono aperte ma poi recludono non solo stranieri ma in blocco chi vive nelle periferie in stati di emarginazione (Francia) oppure situazioni in cui per comprimere gli emigranti nello schema di pura forza lavoro (si vedano le leggi italiane) si finisce per ignorare anche la realtà, cioè che non si può chiedere agli immigrati di raggiungere condizioni perfettamente stabili nel lavoro quando il mercato del lavoro non ne offre in generale, e soprattutto che costringerli alla clandestinità serve solo a permettere a chi sfrutta di farne concorrenti al ribasso.

Nel corso del dibattito Giuseppe Bronzini, di Magistratura Democratica, ha ricordato che quell’articolo 6 del Trattato di Nizza che tutela i diritti sociali acquista un valore giuridico con l’attuale affermazione del Trattato di Lisbona. Il vituperato progetto di costituzione europea infatti contiene anche cose buone, stratificate nelle norme che eredita anche dai Trattati passati (l’Europa è una casa che non si costruisce in un giorno). Venendo all’opinione di Bronzini, “sancire che i livelli minimi di trattamento sociale raggiunti ad oggi non devono essere inficiati significa che il giudice ordinario potrà essere interpellato per ottenere il rispetto delle garanzie primarie europee”.

Un fatto davvero interessante è che il giudice potrà anche disapplicare le norme nazionali qualora queste cozzino visibilmente contro i diritti che l’Europa impone. In un paese che in genere ha un numero di cinque donne su ventidue ministri e dove alcuni cittadini sono morti pestati in caserma una novità del genere non è propriamente un dettaglio, perchè potrebbe produrre la positiva imposizione di standard occidentali.

Gli altri relatori, Raymond Van Herman per il Forum permanente della società civile europeo, Pietro Barbieri presidente della Federazione italiana per il superamento dell’handicap e Antonello Scialdone dell’Isfol, l’organizzazione che si occupa di formazione, come pure Enrico Tedesco (dell’associazione Polis) e Francesco Fioretti (dell’associazione Enzo Aprea di Avellino) hanno sottolineato sotto vari aspetti  la necessità che l’Europa si attrezzi a garantire quella che è la base dell’esercizio dei diritti politici e cioè l’esistenza dei diritti sociali minimali.

Mauro Palma, come presidente del comitato che si occupa di contrasto alla tortura per il Consiglio d’Europa quindi per la diffusione dei diritti anche oltre la Ue di oggi, ha parlato in maniera accorata della opportunità di estendere i diritti di tutte le persone che vivono nello spazio europeo e non soltanto le garanzie contro gli abusi ma anche quelle che mettono gli immigrati e tutti i cittadini nelle condizioni di non cadere in situazioni che spesso vengono risolte dagli stati nazionali soltanto con la repressione. “Bisogna fare uno sforzo – ha detto Mauro Palma – per far valere nel diritto europeo le norme che vanno in questa direzione”. E’  un impegno, si può aggiungere, al quale non bisogna sottrarsi. Ma la strada sarà molto lunga.

Aldo Ciummo

La responsabile delle questioni di genere nella Fnsi Lucia Visca: “progressi solo a fasi alterne nell’emancipazione femminile”

 

Qualcuno ricorda questo manifesto americano? illustrava un contributo senza il quale la lotta armata contro i razzisti in Europa non sarebbe stata vinta. Uno degli elementi medioevali sui quali i sistemi statalisti fascista e comunista facevano leva in Europa e cioè il sessismo permane in larga parte nelle società odierne di una vasta area del continente.

Lucia Visca è responsabile della Commissione Pari Opportunità Fnsi, anche a lei è stato chiesto un contributo di riflessione sui ritardi del Bel Paese (come lo chiamano) riguardo ai rapporti tra qualità della democrazia e partecipazione femminile, nel quadro dell’approfondimento di un tema che questo sito web non mollerà nel tempo. Anche perchè è una delle questioni sulle quali l’Europa si gioca il futuro.

Aldo Ciummo

Lucia Visca è la responsabile delle questioni di genere nella Federazione Nazionale della Stampa Italiana, come Presidente della Commissione alle Pari Opportunità, la comunicazione mediatica tiene il polso alla società più di altre organizzazioni e quindi le abbiamo chiesto, in base alla sua esperienza, cosa poteva riferire sulla altalenante situazione italiana in fatto di parità e sulle iniziative istituzionali ed europee che dovrebbero bilanciare le cose ma soprattutto indirizzare la cultura di massa e quella profonda della società.

Ci siamo chiesti se le istituzioni fanno qualcosa di positivo in materia e cosa fanno, a livello territoriale: “dipende – ha affermato Visca – ci sono le consulte regionali femminili e funzionano molto su alcuni temi come l’informazione, molto meno ad esempio sul lavoro. Ci sono molte situazioni regionali differenti, ad esempio in Emilia Romagna funziona bene il contrasto al mobbing.”  Ma il mobbing è già un fenomeno al limite, nel quotidiano le cose come vanno, la UE c’è ?

La presidente della commissione pari opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italiana dice a questo proposito che l’Unione Europea offre molte risorse per ridurre le disparità, investe molto sulle pari opportunità, però l’Italia spesso non chiede i fondi e non li spende. E che inoltre manca una informazione adeguata sul Fondo Sociale Europeo. “Permane una scarsa rappresentanza sul lavoro, questo è un grave problema perchè anche se aumenta la presenza numerica, non si riscontra un miglioramento della partecipazione perchè non c’è un riconoscimento adeguato delle competenze.”
 
I migliori risultati scolastici garantiscono un accesso sempre maggiore al mercato del lavoro, ma poi non si riscontra un riconoscimento attraverso la promozione agli alti livelli, questo in sintesi quello che da un osservatorio abbastanza accurato come la Fnsi si registra. Ma come è possibile, è stato quindi chiesto a Lucia Visca, che una dinamica che comunque ha portato importanti cambiamenti nel corso dell’anno si sia arenata. I movimenti femminili hanno semplicemente avuto lo stesso andamento che la spinta generale della società italiana prendeva, è stata la riflessione della responsabile Fnsi.
 
“La partecipazione è alla base della democrazia, negli anni ’70 ed ’80 anche la partecipazione  femminile ha fatto sentire i propri effetti, ma in seguito la disaffezione alla politica ha indebolito di più le conquiste che erano state date per scontate, accade con tutti i valori democratici.
Negli anni ’70 il movimento per i diritti delle donne aveva effettivamente contribuito a modificare in positivo i meccanismi di formazione della opinione pubblica”  ha ricordato Lucia Visca.

E la cultura generale della società non ha aiutato, si potrebbe aggiungere qui, terminato il contributo di riflessione gentilmente accordato da Visca. Il protagonismo femminile sta crescendo positivamente nei territori, nelle professioni e nei luoghi della vita di tutti i giorni, ma gli spazi che indirizzano la mentalità, dalle istituzioni alla televisione, hanno difeso spesso schemi dove le persone sono rinchiuse in schemi subalterni ed offensivi.

Anche nella polemica politica, (e qui si esprimono libere opinioni al di fuori dell’intervista della quale sono stati riportati prima i punti principali) ci si è trovati di fronte a maggioranze che danno un pessimo esempio nel modo di considerare le persone ed a minoranze politiche che fanno peggio, attaccando i governi con l’utilizzo di stereotipi inficiati da grave violenza maschilista nella mentalità,  oltre che in totale assenza di confronto tra proposte, povertà politica che accomuna gli schieramenti e si manifesta poi chiaramente nell’assenza di reali politiche di pari opportunità e nella diffusione di incultura nella comunicazione, assai più che nella società che presenta, sia pure a fasi alterne nel corso degli anni, elementi di maturità molto maggiore.

Guy Standing: “è l’ineguaglianza il convitato di pietra del ventunesimo secolo”

 

Guy Standing, docente di Sicurezza Ecomica, con il Basic Income Earth Network si propone di trovare forme di partecipazione effettiva, anche economica e produttiva, di quelle fasce di persone rimaste escluse dalle dinamiche finanziarie degli ultimi due decenni

Al Forum della Società Civile apertosi oggi a Napoli, il co-presidente del Basic Income Earth Network ha sottolineato l’impossibilità di affrontare il problema della povertà senza impegnarsi per una redistribuzione del prodotto

La classe emergente oggi nel mondo è quella dei precari, ha affermato Guy Standing intervenendo al Forum della Società Civile riunitosi a Napoli oggi e che continuerà i propri lavori domani per introdurre l’anno europeo della lotta alla povertà (il 2010). E’ un gruppo povero, anche solo di identità e storia in senso classico, e in seno a questo gruppo monta la rabbia, così Standing descrive la massa dei precari.

“Ma è impossibile promuovere responsabilità sociale e combattere la povertà senza considerare il nocciolo del problema, se non si affronta la grave crescita della disuguaglianza, è impossibile fare quello di cui c’è bisogno, cioè trovare nuove forme di partecipazione” ha detto Standing, che è docente di Sicurezza Economica all’Università di Bath e che con il Basic Income Earth Network spinge perchè si arrivi a forme di reddito garantito nel mondo di oggi.

Al Forum stanno partecipando sia amministratori regionali come Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli, Antonio Bassolino presidente della Campania, Giulio Riccio, assessore alle Politiche Sociali del Comune, che rappresentanti europei come i vicepresidenti del Parlamento Europeo Gianni Pittella e della Commissione Europea Antonio Tajani. Oggi, nel corso dell’incontro svoltosi al Maschio Angioino, è arrivata per agenzia la notizia che Tajani è diventato Commissario Ue all’Industria.

E’ intevenuto anche Ludo Horemans, Presidente dell’European Anti Poverty Network, mentre nel seguito della giornata si sono svolti dei dibattiti separati, quattro tavoli dedicati rispettivamente all’Immigrazione e Integrazione, all’Agenda Sociale Europea 2010-2020, a Cittadinanza, diritti sociali ed Inclusione ed a Povertà e Globalizzazione.

Sui temi specifici del dibattito, centrale oggi in Europa, troverete nei prossimi giorni e nelle prossime settimane approfondimenti, a fianco al proseguimento degli altri due temi che nel quadro europeo il sito sta proponendo (rapporti tra qualità della democrazia e partecipazione femminile ;  prospettive dell’ Artico ed impegno dei paesi dell’area nord).

Nell’evento europeo che si sta svolgendo a Napoli oggi e domani stanno emergendo infatti spunti interessanti anche riguardo alle opportunità di iniziativa sociale e riformista offerte dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Aldo Ciummo

L’Europa aspetta l’Islanda a braccia aperte

Data la consolidata tradizione democratica e il grado altissimo di vicinanza alle condizioni poste dalla Comunità quest’isola che fa parte da sempre della cultura del Nord Europa dovrebbe entrare prestissimo e senza problemi eccessivi nell’Unione Europea

Oggi il Parlamento Europeo si è espresso favorevolmente rispetto alla richiesta di adesione dell’Islanda, nel corso del dibattito generale sull’allargamento su cui ci si è soffermati molte volte su queste pagine web e su cui il sito tornerà presto. Adesso toccherà alla Commissione Europea valutare ogni aspetto.

L’Islanda è il paese europeo più lontano, ciò non dovrebbe ingannare sulla sua vicinanza umanistica al continente della cui storia fa parte. Il suo imminente ingresso nella nostra Europa rafforza nella Comunità un’area, quella scandinava e nordica, nota per il progresso sociopolitico che la sua presenza nell’Unione e nell’Efta ha apportato nel corso dei decenni.

Forte fino a pochi anni fa di una particolare economia dove la pesca rivestiva un ruolo più che significativo, l’ Islanda è stata duramente colpita dalla crisi economica mondiale, tanto che i benefici che avrebbe potuto ricavare dalla partecipazione alla Unione Europea sono arrivati a superare i timori che una stretta regolamentazione della pesca ha sempre suscitato, determinando la diffidenza verso le istituzioni comunitarie.

Sarebbe affrettato però ricondurre i negoziati per l’adesione ad un fatto opportunistico. l’Islanda fa parte da sempre della storia europea attraverso la condivisione delle vicende secolari delle monarchie norvegese e danese e oggi il suo avvicinamento alla UE si inscrive in un generale protagonismo dell’area nordica nel quadro continentale ed anzi assume un valore speciale nell’età del risvegliarsi dell’interesse e dei problemi che hanno al centro l’area Artica.

Con un sistema educativo e sanitario all’avanguardia ed una elevata consapevolezza dell’integrazione tra uomo e territorio, questa isola, governata oggi da Johanna Sigurdottir,  si avvia a essere una delle molte marce in più che sotto la Presidenza Svedese e con un rafforzato ruolo di paesi come Regno Unito, Irlanda, Finlandia e Danimarca vanno spingendo l’Europa verso un posto di primo piano nel panorama mondiale.

Aldo Ciummo

Grazie alla Norvegia i Sami diranno la loro sul clima

Nel corso di un incontro sull’Artico a Roma Tuomas Aslak Juuso, rappresentante dei giovani autoctoni del nord della Scandinavia ha ripercorso i progressi che stanno permettendo a tutte le popolazioni dell’area di confrontarsi con le istituzioni internazionali

Le zone più difficili del nord Europa sono quelle al confine con il Polo Nord, dove comunità antichissime continuano a combattere le rigidità della natura ed oggi anche i cambiamenti derivati dalla globalizzazione. L’Europa è un altro tema, a parte, perchè rappresenta un enorme motore di decisioni, da cui le popolazioni più esigue numericamente e con una minore tradizione statuale rischiano di essere totalmente escluse.

Tuomas Aslak Juuso, è il presidente della organizzazione dei giovani Sami e membro del Samediggi finlandese, uno degli organi che rappresenta questi cacciatori, allevatori di renne, 100.000 persone circa, sparse tra stati diversi come Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Juuso simboleggia l’incrocio tra presente e passato, lavora con le renne e si confronta con la UE, viaggia e si è laureato ma può dare lezioni a chiunque soprattutto sulle diverse condizioni atmosferiche, cui la neve può condurre, situazioni che la sua lingua descrive in moltissimi quasi sinonimi con sfumature appena differenti.

L’emancipazione dei popoli indigeni, che rappresentano circa il 10% della popolazione dell’Artico, va avanti ed i Sami, parteciperanno al vertice di Copenaghen sul clima attraverso la delegazione governativa della Norvegia, di cui faranno parte. Sono in stato avanzato anche trattative con la Svezia e la Finlandia, entrambe all’avanguardia nel riconoscimento dei valori e dei diritti delle minoranze culturali.

Esiste ancora il problema della sottorappresentazione di queste comunità in seno all’Unione Europea e problemi come i cambiamenti climatici affliggono soprattutto genti come queste, abituate ad un contatto costante con la natura, proprio laddove questa è più fragile e dove i mutamenti possono risultare più pericolosi per l’uomo.

Inoltre, i popoli che vivono nell’estremo nord si trovano a fare i conti con altri fenomeni critici, come l’urbanizzazione di molti dei più giovani, che insieme a nuove opportunità di lavoro e di integrazione porta con sè il rischio della dispersione dei modi di vita e della cultura dei Sami.

La sfida, ha affermato Tuomas Aslak Juuso, che ha 24 anni e viene da un piccolo villaggio che si chiama Karesuvanto, nella parte più settentrionale della Finlandia ed ai confini della Svezia, consisterà nel fornire ai ragazzi della comunità tutti i mezzi per competere alla parti nel Grande Nord e nel mondo, strumenti come la cultura europea e le capacità scientifiche.

Sarà molto importante però che questi cambiamenti rappresentino lo sviluppo e non la sostituzione di ciò che i Sami sono e quindi resta ferma la richiesta di lavorare ad un modello di istruzione elaborato in lingua Sami e governato dalla minoranza stessa. Il sogno di coloro che lavorano per il futuro delle comunità, espressione degli stessi villaggi, è la creazione di una vera Università dei Sami a Kautokeino, Norvegia, dove esiste già una struttura che svolge alcune funzioni universitarie per i giovani di questo popolo. Si tratta di una proposta del Sami Parliamentary Council, SPR, un organismo attraverso il quale i vari parlamenti sami esistenti cooperano.

Aldo Ciummo

Finalmente la crudeltà contro gli animali sarà reato in Italia

Gli animali nella maggior parte delle loro inclinazioni sono incapaci di crudeltà e danno tutto per i loro amici, per noi, se trattati adeguatamente. Nuove norme sanciscono a livello continentale la protezione delle creature domestiche con le quali siamo abituati a vivere ma alle quali stranamente si pensa spesso di non dovere rispetto

Almeno su uno degli aspetti riguardanti la violenza contro gli animali, l’uccisione di un cane o un gatto domestico, la camera dei deputati e la comunità europea stanno avviando  una inversione di tendenza.

Però il percorso legislativo non si è concluso e poi ci sono tutti quegli animali con i quali siamo meno abituati a convivere e che ancora sono torturati per scopi scientifici ed economici.

Quasi all’unanimità, la camera ha accolto la richiesta della comunità europea di ratificare la convenzione per la protezione degli animali cosidetti da compagnia. Troppo spesso accade che i mici e i cani domestici vengano prima adottati per capriccio e poi maltrattati da gente che sfoga tendenze negative su creature che sono impossibilitate a difendersi. Ora il disegno di legge passa al senato per l’approvazione.

La pena (da tre a diciotto mesi di carcere, anche poco) se approvata giustamente condurrà al carcere anche chi uccide senza l’aggravante di avere commesso atti di crudeltà. La ratifica della convenzione UE in questione determinerà la galera per chi provoca volontariamente la morte di un animale. In base alle nuove norme, che andranno ora al vaglio del senato saranno vietate anche tutte le mutilazioni che non sono necessarie alla salute dell’animale.

Anche per i “semplici” maltrattamenti saranno previste pene da tre a quindici mesi di reclusione (pochi) e multe da tre a 18.000 euro, norma discutibile perchè la sanzione unicamente pecuniaria tratta l’animale come una proprietà e non come un essere animato e dotato di intelligenza che invece è. Verrà introdotta una aggravante per coloro che organizzano un traffico illecito di animali da destinare al combattimento, tipico esempio di comportamento violento tipico dell’uomo imposto ad animali innocenti addestrati a tale scopo.

Adesso c’è da augurarsi che l’Europa come istituzione ed i singoli paesi si adoperino per far cessare anche le altre violenze su animali domestici e non, mici, cani, topini e cavie di ogni specie che vengono utilizzati in laboratorio per progressi che interessano soltanto l’uomo e addirittura per scopi di avanzamento commerciale, per testare prodotti. Non si giustifica un divario di trattamento e di sensibilità così grande per questi esseri animati rispetto all’uomo.

Delle specie più vicine all’uomo ma anche di altre tradizionalmente meno considerate è accertata non solo l’intelligenza, nei diversi ambiti di vita cui appartengono, ma anche la sensibilità innata ed infatti è oramai un dato acquisito in medicina quanto gli animali aiutino terapeuticamente nell’alleviare il dolore e favorire la guarigione in tutta una serie di patologie, fatto in larga parte dovuto all’empatia di cui sono capaci gatti, cani ed altre creature.

Aldo Ciummo