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L’Europa sembra volersi allargare

 

 

Forse questo simbolo sarà garanzia di diritti certi dall'Islanda alla Turchia

Forse questo simbolo sarà garanzia di diritti certi dall'Islanda alla Turchia

Il Commissario all’allargamento Olli Rehn ha detto “la candidatura dell’Islanda conferisce una nuova dimensione al nostro programma di allargamento” ma per il resto andrà tutto liscio dai balcani al Kurdistan turco?

Oggi la Commissione Europea ha adottato la sua strategia annuale sull’allargamento della UE. La crisi economica non ha aiutato il dialogo con i paesi che attendono alle porte del continente di cui geograficamente e culturalmente fanno parte (un discorso diverso andrebbe fatto per la Turchia, le cui differenze rispetto alla comunità sono macroscopiche anche in fatto di rispetto dei diritti e delle minoranze). Siamo nell’anno del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e questo richiama alla mente in qualche modo due considerazioni contrapposte, ben presenti nella vita quotidiana dell’Europa globalizzata e che vanno entranbe affrontate se si vuole evitare di generare mostri istituzionali che avrebbero conseguenze sulla vita concreta sul continente:

lo sforzo di ricongiungimento delle popolazioni europee ed in generale la tensione storica verso l’abbattimento delle frontiere e in direzione di un altro mondo possibile non vanno gettati via per rinchiudersi nelle paure di cui il momento storico è avvolto; nello stesso tempo, la riuscita del progetto europeo (che con la sua unicità di laboratorio attento ai diritti è un’avanguardia dei progressi umanitari nel pianeta) non deve essere pregiudicata da errori che proprio il muro di Berlino ricorda, l’eccesso di zelo della buona fede. Ci sono fasce di popolazione, in Italia ed in Francia ed in Germania come in tutta Europa, che non hanno ancora assorbito l’urto culturale e sociale della mondializzazione e dell’immigrazione, si tratta in buona parte di pensionati, famiglie e anche operai e professionisti che non sono razzisti e che non si chiudono pregiudizialmente all’integrazione reciproca con i nuovi cittadini comunitari e non. Questa parte della popolazione ha subìto più di altre le conseguenze dei cambiamenti e non va fatta oggetto di attacchi da parte di forze progressiste che hanno un atteggiamento propositivo ma che come situazione sociale si collocano spesso nelle posizioni più alte di istruzione e di reddito come pure di opportunità.

Proprio l’allargamento dell’Unione Europea ed una maggiore integrazione al suo interno ed all’interno dei paesi che ne fanno parte può valorizzare il contributo ideale di quanti spingono per aprire le nazioni costituenti al mondo e quello che le comunità locali preesistenti sanno fare benissimo in molte parti d’Europa incluse l’Italia, anche quella del nord, quando si tratta di andare incontro al prossimo restando nei confini delle proprie realistiche possibilità. Difatti la UE può contare su affinità economiche, tecnologiche, culturali che sono fortissime anche quando le distanze sono apparentemente molto grandi, anche un portoghese ed un russo si somigliano di più rispetto a quanto non somiglino ad altri.

L’allargamento può portare a galla questi dati positivi se da una parte ogni paese d’Europa garantisce i diritti di tutti, dei nuovi cittadini comunitari e anche di quelli che comunitari non lo sono (evitando ad esempio di tradire cose che sono scritte nella nostra Costituzione ma soprattutto nella cultura che faticosamente i partigiani e i movimenti operai hanno fatto radicare nella Ue, princìpi come il diritto d’asilo) ma se dall’altra non risolve in modo effimero le contraddizioni, aprendo frettolosamente le porte della comunità e determinando un doppio standard tra chi emigra nei paesi più stabili della comunità (spesso senza vedersi riconosciuti i suoi diritti sostanziali) e chi resta in paesi che pur entrando a far parte del progetto non raggiungono gli standard richiesti, neppure quelli fondamentali come sono quelli che attengono alla democraticità.

L’Europa va avanti se ai nuovi cittadini si permette di contribuire alla vita sociale dei paesi di arrivo, invece di metterli nelle condizioni giuridiche di essere costretti ad entrare in una competizione al ribasso con giovani, studenti e precari che si trovano spesso nella stessa situazione e potrebbero migliorarla più facilmente lottando per uguali diritti che non isolandosi dalla realtà dell’immigrazione. Nello stesso tempo, invece di affrettarsi ad accettare le richieste di ingresso che soddisfano di più le esigenze dei grandi imprenditori europei sarà meglio ottenere garanzie certe, in grado di evitare tra l’altro che i paesi che aderiscono mantengano standard così bassi da incoraggiare un esodo verso quelli più stabili, situazione che porterebbe tutta l’Europa a basarsi su di un compromesso al ribasso, lontano dalle esigenze pratiche e dalle emozioni di coloro che abitano il continente.

In tempi realistici e a quanto pare abbastanza rapidi Croazia, Macedonia, Albania, Serbia, Montenegro, Bosnia, un domani la Turchia forse (ma bene sarebbe accertarsi accuratamente di ogni singola questione), prima possibile l’Islanda, che come ha affermato Olli Rehn conferisce una dimensione nuova a tutto il processo per l’affinità culturale ed istituzionale con i più avanzati degli stati che compongono l’Unione Europea o formano l’Europa nel suo insieme anche al di fuori della struttura Ue a 27:  la comunità può e deve crescere con questi apporti, i paesi candidati devono arricchirla e non ritenere che sia possibile farne una scappatoia per risolvere i propri problemi. Questi problemi li dobbiamo affrontare insieme.

Aldo Ciummo

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