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IN ITALIA|Radicali a Chianciano. Prove di intesa con i Socialisti

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

Sotto l’egida dei Radicali di Marco Pannella e Emma Bonino, si sono riuniti a Chianciano, da ieri fino a domenica, membri interni al partito Radicale e ai Socialisti, ma anche tanti esponenti esterni al partito, da Zanonato a Rutelli, da Scalfarotto a Migliore. Sono mille e sono volontari, o meglio autoconvocati. Come il corpo di spedizione capeggiato da Garibaldi in pieno Risorgimento. «L’appuntamento – precisano gli organizzatori – è per gli individui politici che hanno interesse a coltivare le individualità e non le appartenenze. Vogliamo condividere, vincere e convincere».

E se qualcuno pensava che l’obiettivo fosse quello, da molti paventato, di riproporre in pompa magna una nuova Rosa nel Pugno, fin dalle prime battute sarà rimasto a bocca asciutta perché alle parole di Emma Bonino che ieri parlava di nuovo progetto, si sono aggiunte quelle di Marco Pannella che ha annunciato di voler andare oltre. «Siamo più ambiziosi – ha detto Pannella in apertura dell’assemblea dei Mille Autoconvocati -, per il momento non c’è bisogno di una nuova formazione. Occorre piuttosto creare un’alternativa al regime partitocratico, un progetto politico».

Pannella ha assicurato di essere ottimista: «Poiché sono testardo e tenace ce la faremo a superare il degrado d’Italia e il sessantennio ormai compiuto della partitocrazia». Uno sguardo oltre quel 3% però è d’obbligo per continuare ad esistere. Il feeling con i Socialisti è ormai rodato e Pannella  lo ha confermato rispondendo al segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini, che aveva lanciato la proposta di una società di mutuo soccorso tra i due partiti: «Non sono contrario, purché si tratti di un soccorso mirato», le parole del leader radicale. Nencini invece ha espresso seria preoccupazione in merito al congresso del Pd, fissato a ottobre. «In questi cinque mesi che separano il Pd dal congresso – ha detto il segretario Ps – la sua azione e posizione al governo sarà frenata da lotte furibonde al suo interno».  Quindi occorre unire le forze in vista di una possibile debacle implosiva dei Democratici. Ecco allora l’idea di Nencini: chiamare a raccolta il partito di Sinistra e Libertà, per unire il 6% di voti complessivamente conquistato dai tre partiti, con lo scopo di «organizzarsi con un ruolo di supplenza all’opposizione». E da Brindisi è arrivata la strizzata d’occhio della portavoce dei Verdi, Grazia Francescato: «Ora si apre lo spazio per rimettere insieme i cocci della coalizione di centrosinistra per vincere contro questo centrodestra devastante, in campo economico, sociale e ambientale. Chianciano è un’occasione di confronto franco tra i partiti cosiddetti ‘minori’, ma che sono quelli che hanno fatto le battaglie più importanti».
In attesa del nuovo intervento di Marco Pannella, hanno sorpreso e fatto discutere le parole di elogio che il massimo esponente dei Radicali ha dedicato, durante l’intervento di ieri, al Presidente della Camera Gianfranco Fini. Una lettera per un «pubblico omaggio», un «audace e necessario saluto radicale e a nome dei radicali».
«Abbiamo in molti il sospetto, l’intuizione, il conforto – ha proseguito Pannella – che Lei rappresenti, o quanto meno annunci, quella metamorfosi del bene antitotalitaria, laica, liberale, costituzionale e quindi antifascista, che invece, sotto mentite spoglie, gli eredi dei vincitori del 1945-48 hanno tradotto in un sessantennio partitocratico e come tale antidemocratico, riproposizione del disordine costituito in Italia e (forse, temiamo) anche in Europa».
L’appello del leader radicale è un atto dovuto in quanto Fini «opera dimostrando di avere e rispettare, nell’esercizio delle Sue funzioni istituzionali e anche di quelle civili che non sono in esse incluse, un forte reale senso dello Stato». Il leader radicale ricorda la convinzione che il «sessantennio partitocratico ancora in corso, rappresenti la metamorfosi antifascista del male fascista». C’è ragione di ritenere, ha infine aggiunto Pannella, che «l’Italia non sia più, e da tempo, una democrazia, uno Stato di diritto. Lei meglio ci conosce e sa quanto per noi vi sia motivo di speranza e di conforto per la oggettiva, intima, seconda contraddizione fra il regime dominante e il suo essere ai vertici dello Stato, cosi come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».

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IN ITALIA|Pd verso il congresso. Finocchiaro: “Rischio scontro”. A Chianciano i mille di Pannella

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

La Direzione del Pd ha dato il via libera al prossimo congresso, che avrà luogo a ottobre. Per un partito che ancora non compie i suoi due anni di vita parlare di svolta sarebbe fuorviante. Ma tra chi è in cerca di conferme e chi ne farebbe volentieri a meno, salta subito all’occhio la quasi unanimità dei voti favorevoli a fissare le prossime tappe congressuali.

Solo 7, su un totale di 150, il numero di quanti hanno votato no, avendo preferito far slittare il congresso e quindi anche le primarie alla segreteria del partito al 2010, data in cui sono fissate le prossime elezioni regionali. La Direzione Pd ha anche fissato le tappe cruciali che porteranno il 10 ottobre alla selezione dei candidati alla segreteria, i quali si presenteranno alle primarie che si svolgeranno il 24 ottobre. Prossima direzione del partito, il 24 luglio, quando verranno vagliate e approvate le candidature. Se nessun candidato raggiungerà la maggioranza assoluta, i due più votati andranno al ballottaggio con voto segreto all’Assemblea nazionale. Nonostante ci sia stata la quasi unanimità dei consensi, in molti hanno espresso diverse perplessità sulla tenuta del regolamento. Farà senz’altro discutere quindi la regola secondo cui potranno votare anche i non iscritti al partito, con il pericolo di eventuali “voti-fantoccio” dall’esterno.

Hanno dunque fatto breccia le parole spese da Dario Franceschini durante la sua relazione ai membri della Direzione. Il segretario ha messo l’accento sull’utilità congressuale, «senz’altro farà bene al Pd. Lo dico perchè non ci siano ambiguità». Franceschini ha chiuso il suo intervento rivolgendosi a sindaci, amministratori, consiglieri comunali, segretari di circoli, giovani parlamentari impegnati sul campo: «Quando parlo di rinnovamento penso di investire sulle forze straordinarie del nostro territorio. Loro devono essere messi nelle condizioni di crescere verso ruoli sempre più alti nel partito nazionale». Divenuto leader pro-tempore, come traghettatore del partito per il dopo Veltroni, Franceschini ha sciolto le ultime riserve che lo attanagliavano e ha deciso di candidarsi. Hanno fatto discutere però le parole con cui ha annunciato la sua decisione, un attacco frontale alla gerontocrazia interna al Pd e ai cosiddetti «vecchi» del partito. E se Bersani ha annunciato di non stare contro nessuno ma di pensare solo a «ripartire dai giovani per fare del Pd un partito popolare», Anna Finocchiaro preferisce mantenere una linea soft sull’idea di accorpare congresso ed elezione alla segreteria.

Il presidente dei senatori Pd avverte il pericolo di uno scontro interno e non si nasconde. «Serve un congresso vero, profondo, senza reticenze e paure – ha riferito la Finocchiaro – ma si è messa in moto una dinamica potenzialmente pericolosa. Una competizione per la leadership che ha le caratteristiche di una mera conta interna, che rischierà di oscurare l’oggetto del congresso, cioè il Pd e questa Italia». La competizione ovviamente è quella tra Bersani e il suo nuovo sfidante Dario Franceschini. Ad Anna Finocchiaro non sono piaciuti gli argomenti utilizzati dal segretario nell’annunciare la sua candidatura. «Quelli utilizzati da Franceschini – secondo la ex ministro alle Pari Opportunità – sono argomenti che io trovo inutilmente depressivi del valore e della sua esperienza come segretario e che rischiano di trasformarsi in una resa dei conti». Chi invece dal Pd se ne è andato è il Partito dei Radicali, impegnato da oggi in una tre giorni di congresso a Chiusi Chianciano Terme. «La straordinaria capacità di tenuta dimostrata dai Radicali alle elezioni europee – si legge nel comunicato profuso dagli organizzatori – rappresenta un capitale da investire: vogliamo rilanciare con forza il nostro progetto riformatore europeo e candidarci a guidare l’alternativa a una partitocrazia sempre più oligarchica e distruttiva».

Si chiama Assemblea dei Mille Autoconvocati e da oggi, fino a domenica, vedrà alternarsi, oltre agli interni al partito, numerose personalità esterne ai Radicali che avevano dato il benestare alla loro presenza da prima delle ultime elezioni, tra i quali spiccano il rieletto sindaco di Padova, Flavio Zanonato (Pd), Francesco Rutelli (Pd), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi), Gennaro Migliore (Sl), Filippo Rossi (Fare Futuro) e tanti altri tra politici, attivisti e giornalisti. «Tre questioni saranno centrali – ha spiegato Emma Bonino – la riforma della giustizia, le riforme economiche e la laicità come elemento cardine delle nostre istituzioni repubblicane, in un contesto in cui lo ‘Stato di diritto’ è sempre più, per molti, un elemento marginale del convivere civile».

IN ITALIA|Effetto Gelmini. Moria di studenti non ammessi agli esami. Rimedia la scuola privata

Aumentano i somarelli, causa del giro di vite del decreto Gelmini. Colpa anche del voto in condotta, ma non per i privatisti.

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

ROMA – Ricordate il dibattito sui voti in condotta? E ricordate le polemiche sulla media del sei per l’ammissione agli esami di maturità? Già da quest’anno nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, con il 5 in condotta si è bocciati e basta anche un solo voto rosso per far saltare la media e portarla al di sotto del sei, quindi alla non ammissione alle prove finali. Sarà pure un caso ma il giro di vite c’è subito stato. Sarà pure un caso ma il giro di vite c’è subito stato.

Cinquecentomila sono gli studenti che da giovedì inizieranno gli esami di maturità che chiuderanno il ciclo scolastico, ma i dati che arrivano dal Ministero dell’Istruzione suonano da vero campanello d’allarme per il numero sempre più crescente di ragazzi che subiscono la stangata all’ultimo atto. Anche perché, condotta in rosso a parte, sono proprio i numeri delle materie che stentano a decollare, relegando i nostri studenti, anche quelli migliori, a un livello di istruzione tra i più bassi in Europa.

E le stime sarebbero potute essere ancor più terrificanti se il ministro Gelmini non avesse rivisitato il decreto e fatto valere nella media anche la condotta e il voto di Educazione Fisica.

Se le cifre non sono ancora definitive – il cervellone elettronico di viale Trastevere è tuttora in fase di analisi e mancherebbero nel computo complessivo ancora la metà dei dati riguardanti gli studenti in procinto di diplomarsi – si tratta comunque di un trend negativo rispetto agli anni passati, con circa il 6% degli studenti non ammessi alle prove finali, rispetto a una cifra che lo scorso anno si aggirava attorno al 4 – 4,3%. In termini spiccioli significa, al momento, bocciatura immediata per circa 27 mila studenti.

Ragazzi indisciplinati e quindi meritevoli di una severa punizione forse, ma vittime comunque di una disparità di trattamento.

Infatti, se per i meno disillusi la scuola è pur sempre un baluardo di imparzialità, una palestra di vita, quest’anno invece, con la reintroduzione della regola che prevede almeno la media del sei per sostenere le prove, si è creata anche una disparità di trattamento.

Infatti la nuova norma, un filtro di selezione molto rigido, riguarda esclusivamente i ragazzi iscritti alle scuole pubbliche che sosterranno quindi gli esami da interni. Non riguarda invece gli studenti privatisti, coloro cioè che, pagandosi professori privati, si presentano agli esami senza aver frequentato neanche un’ora di lezione in classe. Questo grazie a un buco della normativa, non ancora sanato, che nel 2007 reintrodusse l’ammissione agli esami, ma solo per gli interni.

I “privilegiati” sono circa 25 mila e 600, quasi la stessa cifra dei loro colleghi non ammessi. Inoltre c’è da considerare la situazione di quanti sono rimasti vittime di cinque o quattro in condotta frutto delle occupazioni scolastiche di protesta contro il decreto Gelmini. La linea del governo sembra essere sempre quella celodurista, con l’impietoso commento che si sarebbe lasciato scappare nel corso di una treasmissione radiofonica il consigliere politico  del ministro Maristella Gelmini, Giorgio Stracquadanio, alla richiesta su cosa pensasse dei ragazzi penalizzati in condotta, definiti “facinorosi”, magari per aver occupato un aula per tenere un’assemblea: “Dovrebbero ringraziare perchè, avrebbero meritato anche una denuncia penale».Dicono che sia il ghost writer del Presidente del Consiglio, se così fosse si spiegherebbero diverse cose.

Tra i tanti cambiamenti che ci sono stati, infine, non è rientrata una revisione della regola sugli “ottisti”, rimasta così invariata. Una norma curiosa e da pochi conosciuta che consente, a coloro che si presentano al quarto anno di studi con almeno tutti otto in pagella e senza aver contratto debiti formativi nei due anni precedenti, di essere ammessi agli esami di maturità con un anno di anticipo. Viene da chiedersi se in Italia ne esista ancora qualcuno, ma anche se fosse, con quale grado di preparazione questi “genietti a metà” si presenterebbero all’Università dopo aver saltato l’ultimo e decisivo anno di studi secondari? Ce lo spieghino magari i privatisti…

IN ITALIA|Termini imerese: tute blu in lotta per continuare a produrre le Lancia

Nuovo sciopero a uno stabilimento del Lingotto. Domani l’incontro con i sindacati. Titoli Fiat in calo

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

TERMINI IMERESE – Lo avevano minacciato tre giorni fa e ora sono passati ai fatti: gli operai della Fiat sono di nuovo in sciopero. Ad incrociare le braccia stavolta sono le tute blu dello stabilimento di Termini Imerese, dove attualmente vengono assemblate le Lancia Y.

Esasperati per la possibile chiusura o riconversione, a seguito dell’annuncio del cambio di linea produttiva fatto giovedì scorso dall’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, gli operai dello stabilimento del comune palermitano hanno iniziato la settimana lavorativa alzando il livello della guardia. Due ore di sciopero, stamattina, in piena ora di punta, dalle 07:30 alle 09:30, con i lavoratori dell’azienda torinese e quelli dell’indotto a braccia conserte fuori dalla fabbrica. Le tute blu del Lingotto hanno anche bloccato, per circa mezz’ora, i binari della stazione di Fiumetorto, lungo la linea ferroviaria Palermo-Messina, causando la cancellazione di diverse corse regionali.

A decidere lo stop al lavoro di due ore è stata, questa mattina, l’assemblea del primo turno di lavoro, in rappresentanza dei 1.400 lavoratori dello stabilimento, tra operai e impiegati e di altri 600 operai dell’indotto. In questo momento gli operai sono di nuovo sul loro posto di lavoro, ma hanno annunciato che la protesta continuerà ad oltranza, fin dal pomeriggio, in attesa di ricevere un’eventuale convocazione per la discussione annunciata dall’assessore regionale all’Industria, Marco Venturi, prevista per domani a Palazzo d’Orléans e dove parteciperanno anche il governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo e i sindacati regionali e di categoria. Nel tavolo di confronto di domani sarà varato un documento unitario da sottoporre alla Fiat, alternativo rispetto alle previsioni del Lingotto che conta di tagliare la produzione di automobili nello stabilimento siciliano dal 2011.

«Nella vertenza Fiat il governatore Raffaele Lombardo recuperi il tempo perduto. E tolga ogni alibi alla casa del Lingotto», chiede il segretario regionale della Fim Cisl, Salvatore Picciurro, alla vigilia dell’incontro di domani. Per il sindacalista, le dichiarazioni di Marchionne sul prossimo assetto di Termini Imerese rendono il futuro dello stabilimento siciliano «problematico e incerto». Per questo, «occorre un impegno chiaro delle istituzioni, a tutti i livelli, a partire da quello regionale». A Lombardo, precisa la Fim Cisl, «chiediamo d’intervenire su Roma e Torino e di rilanciare, grazie al tavolo con sindacati e imprese, le condizioni di una rinnovata competitività del comprensorio termitano». Anche in forza, sottolinea il sindacato, di un «contratto di programma che Fiat per un verso, il governo nazionale per un altro, sono chiamati ad attuare».

Intanto, rispondendo a una precisa richiesta avanzata dal capogruppo di Rifondazione Comunista, Antonio Marotta, questa mattina il Consiglio Provinciale di Palermo ha proposto l’Ente Provincia come capofila di un tavolo con i comuni del comprensorio termitano per affiancare organizzazioni sindacali e maestranze della Fiat di Termini Imerese. Ad annunciarlo il Presidente provinciale, Giovanni Avanti: «Un’azione comune – ha detto Avanti – per sostenere una realtà produttiva di primo piano del territorio provinciale e per capire quale piano industriale ci sia dietro questo annuncio. Sull’opportunità di questa iniziativa abbiamo discusso con il neo sindaco di Termini Salvatore Burrafato». E lo stesso Marotta: «La Provincia deve attivarsi così come ha fatto nel 2005, con una presenza forte che deve vedere anche la partecipazione del Consiglio provinciale per affrontare una questione che preoccupa giustamente i dipendenti, le loro famiglie e l’indotto». «Insieme al presidente Avanti – ha concluso il presidente del Consiglio provinciale, Marcello Tricoli – saremo presenti nel tavolo con i sindacati e i dipendenti per un confronto con l’azienda che dovra’ fare chiarezza sul futuro dello stabilimento termitano».

Lo sciopero degli operai termitani, assieme al no del piano Marchionne da parte dei sindacati, la Fiom in testa, potrebbero essere all’origine della caduta del titolo in borsa del Lingotto, in rosso (-2,67%), nonostante dalla Germania si dicano certi di non ritenere ancora chiusa la partita sulla Opel. Secondo il Financial Times il fallimento dell’accordo con la Opel costituirebbe per la Fiat una difficoltà ulteriore nello smantellamento degli stabilimenti di Termini e Pomigliano d’Arco. «Il declino del centrosinistra – scrive l’autorevole quotidiano finanziario londinese- ha indebolito i sindacati e il consolidamento del gruppo a livello mondiale, con i plausi del presidente americano Barack Obama, hanno spinto l’orgoglio italiano. L’accordo Opel però, dopo quello con Chrysler, avrebbe fornito una copertura politica alla chiusura degli stabilimenti Fiat della Sicilia e di Napoli». In conclusione, il fallimento dell’intesa con i tedeschi «renderà più difficile spiegare il piano di restringimento della produzione nel Paese».

La protesta degli operai termitani si pone in continuità con quanto accade in quasi tutti gli altri impianti della Fiat nello stivale, non ultima la chiusura, per oltre una settimana, degli stabilimenti Fiat di Melfi “Plastic Components” e “Sistemi sospensioni”. Un blocco che, a causa della sospensione dal lavoro di 13 operai della Magneti Marelli e della minaccia di blocco di oltre 80 situazioni contrattuali, portò a un calo di produzione di ben 7000 unità, prima che si giungesse a un accordo tra le parti. E anche il sito siciliano non è la prima volta che dichiara guerra all’arma bianca alla casa automobilistica di Torino. Già sette anni fa le tute blu scesero per strada e bloccarono il comune del palermitano evitando così una chiusura che allora sembrava in dirittura di arrivo. «Come allora anche oggi – dice Roberto Mastrosimone della Fiom Cgil – impediremo i piani di quanti vogliono ancora una volta penalizzare Termini Imerese. Iniziamo con lo sciopero e l’occupazione dei binari della stazione, ma non ci fermeremo».

CURIOSITA’|Swim Wear Flash Mob a Roma

POLITICA|Referendum elettorale. La “riforma” che inaugura il partito unico. I tre quesiti

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

«Ma si nota di più se ci vado o non ci vado?». La famosa frase di Nanni Moretti rischia di diventare il tormentone del prossimo referendum sulla legge elettorale Segni-Guzzetta. «Il referendum è come Josè Mourinho, al 99,9% non raggiungerà il quorum».

Non è Moratti che lo dice, ma il presidente della Swg sondaggi, Roberto Weber, convinto che la legge elettorale rimarrà quella ideata dall’allora ministro delle riforme istituzionali, Roberto Calderoli. Quella legge che poi fu etichettata dal suo stesso autore come una «porcata» e per questo ribattezzata dalla stampa come legge «porcellum».

Il guazzabuglio mediatico degli “inciuci” privati del premier, assieme alle liti interne al Pd, hanno mandato in cavalleria il dato più interessante e allo stesso tempo allarmante delle scorse elezioni europee: più del 35% dell’elettorato italiano ha disertato le urne. Sarà per questo che adesso coloro che parteggiano per l’astensione puntano forte sui passivi, per mettere in soffitta una riforma, quella referendaria, che a detta di molti sarebbe la morte della democrazia. E, questa è la vera novità, la pensano così esponenti di partiti di opposte vedute politiche, oltre che una parte di scissionisti in seno alle singole coalizioni.

Il meccanismo referendario e i quesiti

Per spiegare comunque ai lettori i dettagli di cosa si troveranno a decidere tra domenica e lunedì prossimi, conviene quindi specificare che, nel caso di un referendum abrogativo (in Italia è l’unica forma di consultazione popolare diretta consentita), conta, eccome, il dato di quanti andranno a votare. Per avere validità, infatti, l’eventuale «sì» dovrà avvalersi del 50,1% degli aventi diritto al voto.

Gli italiani che domenica e lunedì prossimi rinunceranno al mare per andare a votare si vedranno consegnate nelle loro mani tre schede di differente colore. Quella verde prevede l’abrogazione delle candidature multiple, cioè, della possibilità di essere candidato alla Camera attraverso l’elezione in più circoscrizioni. L’abrogazione viene estesa anche al Senato. Se vinceranno i sì, ogni candidato potrà essere in lista in una sola circoscrizione elettorale e il premio di maggioranza andrà soltanto al partito più votato. E questo apre il dibattito sulle altre due schede, quella viola che riguarda la Camera e quella beige che riguarda il Senato. Si chiede all’elettore se è d’accordo ad assegnare il premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) più votata. Questo comporterà l’abolizione, per i partiti che concorrono all’elezione, della possibilità di collegarsi tra loro e di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione, e non al singolo partito, vincente. Per capirci, non potrebbero più esistere coalizioni come l’Unione, che arrivò a governare con la somma dei voti di diversi partiti politici.

Le due schede presentano quesiti simili, ma differenti per quanto riguarda la soglia di sbarramento: del 4% alla Camera, fino all’8% al Senato. Una vittoria dei «sì» significherebbe la morte certa della maggior parte dei partiti italiani, con la sopravvivenza soltanto di due grandi poli, entro cui confluire. La Lega, per fare un esempio, che ora tiene sotto stretto ricatto il Premier, perderebbe qualsiasi forma di rappresentanza in quanto il Pdl potrebbe governare comunque con il pacchetto di maggioranza. Allo stesso modo, l’Italia dei Valori rischierebbe addirittura di non entrare al Senato. Per non parlare di tutti i partiti della sinistra storica, già relegati all’esilio dalla Legge Caledroli, si vedrebbero ulteriormente annichilite le possibilità di una ripresa. Nascerebbe un bipartitismo più che perfetto, ma figlio di una legge che assegnerebbe ben il 55% dei seggi, in ambo le camere, al partito che raccoglie la maggior parte dei voti. Per capirci, la Legge Acerbo che legittimò l’ascesa al potere del partito fascista, nel 1924, prevedeva la stessa soglia minima di voti al 25 %, consegnando i due terzi della maggioranza in mano al partito vincente.

I ‘No’ i ‘Si’ e gli astensionisti

È per il no il Prc, che dal suo sito lancia l’appello “Giù le mani dalla democrazia. No al Referendum”, mentre il costituzionalista Gianni Ferrara, in un editoriale apparso oggi su Liberazione, parla di inganno, schierandosi al fianco di tutti quei piccoli partiti, «rappresentanza di quelle minoranze che possono raccogliere anche milioni di elettori (10 milioni e 923.598 quelli che hanno votato per liste che hanno ottenuto più di 500 mila voti alle elezioni del 7 giugno), minoranze che restano refrattarie ad inquadrarsi nei due partiti del modellino istituzionale idolatrato». Anche Sinistra e Libertà si schiera per il no, appoggiata dai Socialisti. Il Pdl, dal canto suo, anche se espressione della preferenza di meno di un terzo del paese, con il ‘Si’ porterebbe a casa l’intero baraccone di seggi, garantendosi per cinque anni la possibilità di legiferare a proprio piacimento, senza alcuna limitazione o compromesso con il Parlamento.

Antonio Di Pietro, tra i primi sostenitori del referendum, annuncia la svolta senza mezzi termini e dichiara di votare no, «ma sarà un no ‘a malincuore’ – ha detto l’ex pm – perché non si può permettere di andare verso un regime, con una legge che permetta a un partito del 30% di occupare il 60% dei seggi in Parlamento e riformare la Costituzione da solo». Un motivo in più per cui inizialmente Berlusconi paventava l’idea del colpo di spugna al compare Umberto. Dopo il marasma di voti che ha raccolto il Carroccio alle Europee è stato però lo stesso Bossi a procurarsi le dovute garanzie da Silvio: in cambio dell’astensione del Pdl, la Lega ha promesso di convogliare i suoi voti ai ballottaggi, che avverranno lo stesso giorno. E il “patto di Arcore” ha già dato i suoi frutti se è vero che il candidato del centrodestra alla Provincia di Milano, Guido Podestà, ha fatto sapere che non prenderà la scheda del referendum.

La concomitanza con le amministrative potrebbe tuttavia giocare a favore del raggiungimento del quorum, dato che molti elettori non sanno che possono comunque rifiutare la scheda del referendum senza compromettere la votazione dei ballottaggi amministrativi. Roberto Maroni prima istruisce: «Attenzione a non sbagliare. Chi vota per il ballottaggio dove ci sono candidati nostri deve andare e dire subito di non voler ritirare la scheda del referendum». Poi, lancia il diktat: «Darò istruzioni precise ai presidenti di seggio – ha tuonato il ministro dell’interno – perché non facciano i furbi e farò mettere cartelli chiari. È un diritto non ritirare la scheda e per i leghisti non solo è un diritto ma un dovere». «Maroni – la replica dei referendari – non si comporti come il ministro di una Repubblica delle banane: il ministro dell’Interno deve tacere e agire solo attraverso gli atti ufficiali, come le circolari».

PHOTOBOOK|Epigrafe occidentale

The original Simone Di Stefano’s Photo gallery of the years 2007, 2008, 2009

Col. Roma, Università di Roma "La Sapienza", concerto dell'Onda