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INTERNAZIONALE|Afghanistan. Imboscata dei talebani. Ferito un parà italiano

Il militare è stato colpito a un braccio. Subito ricoverato è fuori pericolo

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

Un’imboscata in piena regola, il criterio è quello della guerriglia, colpisci e scappa. Ed è l’ennesimo attacco che i soldati italiani subiscono in Afghanistan, da quando lavorano per riportare la pace e scalzare i talebani da quel potere territoriale che rende invise agli occhi della popolazione locale le forze internazionali.

Stavolta per poco non ci scappava il morto. Siamo ad Akazai, un villaggio che dista circa cinque chilometri da Bala Murghab. La provincia è quella di Badghis, a nord di Herat, la capitale dell’ex stato sovietico. Una pattuglia della Folgore svolge la sua consueta ronda sul territorio, quando attorno alle ore 13 italiane, le 15:39 locali, si sentono degli spari. Immediatamente i soldati della divisione italiana rispondono al fuoco incrociato che molto probabilmente arriva da dietro dei ripari di roccia. Non è chiaro ancora se nello scontro a fuoco sia rimasto ferito anche qualche guerrigliero talebano, ma un soldato della Folgore viene colpito di striscio da una scheggia riportando una lieve ferita al braccio. Ciò che è importante è che comunque il paracadutista, «non è in pericolo di vita». Si chiama Alessandro Iosca, ha 23 anni ed è di Roma. È quello che hanno fatto sapere fin da subito dal quartier generale italiano di Camp Arena, nel cui ospedale il giovane verrà trasferito dopo essersi sottoposto ai primi soccorsi.

Il generale Rosario Castellano, Comandante della Regione Ovest ha chiamato i genitori del militare ferito per rassicurarli sulle condizioni di salute del figlio, dopodiché la notizia è stata comunicata al ministero della Difesa, attraverso il Comando Operativo di vertice Interforce. Non appena appreso il fatto il ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha subito espresso la vicinanza al paracadutista coinvolto, formulando sentiti auguri per una sua pronta guarigione.

Ma l’attacco dei taleb ai soldati italiani non è un caso isolato e non solo perché i ribelli vogliono legittimare la supremazia sul territorio. Sembra più che altro far parte di una strategia volta a dare una sterzata ai colloqui sempre più fitti delle ultime ore, tra mediatori afgani e gli stessi ribelli.

I talebani chiedono un calendario per il ritiro delle forze militari internazionali per partecipare poi a un processo di pace e di conciliazione nazionale. Insomma, secondo i talebani non può esserci processo di pace con le truppe straniere tra i piedi.

In una recente intervista al New York Times, Asallah Rahmani, ex ministro del regime talebano e oggi uno dei mediatori più accreditati, ha riferito di non rivolgersi «a gente di basso rango, ma ai leader», auspicando il coinvolgimento dei politici più influenti tra quelli delle forze di pace in istanza nel suo paese. Un ruolo fondamentale nel corso della mediazione è stato svolto dall’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama, che peraltro aveva riconosciuto nella nuova strategia per la regione l’opportunità di cooptare gli insorti moderati nel processo di pacificazione.

La guerra e i raid americani hanno costretto i vertici del movimento dei talebani ad abbandonare i loro tradizionali nascondigli, i loro covi migliori che si trovavano al confine con il Pakistan, ma restano pur sempre molte le zone dove l’influenza dei guerriglieri è riconosciuta. A Ouetta, nel Baluchistan, c’è la base dove si sono svolti diversi colloqui e dove risiede il consiglio dei talebani presieduto dal Mullah Omar. Lo stesso Mullah ha preso parte a diversi incontri con i rappresentanti di Gulbuddin Hekmatyar, e con Sirajuddin Haqqani. Gli Usa continuano a smentire che ci siano stati contatti di qualsiasi tipo, ma allo stesso modo esistono esponenti della diplomazia americana che sono stati riconosciuti a dei colloqui. Resta poi per Washington la grana maggiore con cui dover fare i conti, il modus operandi della Casa Bianca, ormai risaputo in tutto il mondo e perfettamente coincidente alla exit strategy americana.

di Simone Di Stefano/Dazebao, l’informazione on-line

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