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SPORT|Stoner re a Jerez

Nel test MotoGp la Ducati domina e Casey fa il bis

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Simone Di Stefano/L’Unità

ARTE|Il dannato Basquiat

Arte primitiva e del ghetto: nel 1988 finiva la parabola del primo pittore di colore nella storia dell’arte

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Simone Di Stefano/SG

Se c’è un’età perfetta per morire, allora quella è senza dubbio a 27 anni. Il perfetto cliché dell’artista, dedito a far uso di droghe, visionario e un pò fanciullo. Droga, droga e ancora droga: eroina e coca. Gira la testa, gli occhi si appannano, la nebbiolina che si frappone tra l’istante reale e l’infinito del proprio io ha un nome ben preciso: illusione. Ma vivere nell’irrealtà costa non solo soldi, quelli per chi ce l’ha, ma anche la vita. A volte. Jean Michel Basquiat viveva in un rettangolo di cartone, in chissà quale angolo sperduto di Central Park, a New York. Certo il Basquiat di Julian Schnabel mescola l’arte del pittore haitiano a quella del regista autore della sua biografia, anch’esso pittore, anch’esso artista, anche se meno, molto meno produttivo. La scena è quella del Jet Set di New York a fine anni ’70. New York è tutta una mostra. Dominano gli Warhol boy. Categoria quanto mai indefinita, ma sempre efficace per capire di primo pelo quanto ci volesse poco ingraziarsi un manager, rimediare un patrocinio ed arrivare ad esporre alla Mary Boone Gallery. Basquiat andò oltre. Riuscì a diventare a soli 24 anni il primo pittore di colore a far parlare di se.

 

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Solo una cosa gli dava fastidio: vietato dire di lui come “la mascotte di Andy Warhol”. Lo fece il New York Times e lui andò su tutte le furie. Leggenda e finzione poi si confondono nell’immaginario metropolitano, quindi non è sempre facile dire se Basquiat fosse un donnaiolo, un buono o un cattivo, un traditore. C’è chi ha voluto disegnare la sua personalità come di uno che si è scordato degli amici, una volta raggiunto il successo.Ma la sua arte, la sua voglia di far regredire il mondo a un doppio bit, 1 o 0, quel ritorno al primitivismo esagerato che per accostamento di colori e sagome fa tornare in mente il Picasso di Guernica. Quel Basquiat sapeva come colpire il pubblico.

Per allestire una mostra, la sua prima personale, si chiuse un mese in estrema solitudine. Lui, le tele, alcune di proporzioni giganti, e tanta vernice. Celeste, verde, “marrone come la cacca”, nero, bianco. Colori puri, neutri, impastati. Un successo che gli valse la fama, il riconoscimento per esser vissuto una vita nei bassifondi. A vendere per pochi dollari dei quadratini di “analphabet art”. Gli valse anche l’amicizia di Andy Warhol (nel film di Schnabel interpretato da un meraviglioso David Bowie) e con lui progredì quel ramo di pop art più incline all’industria e allo smercio.

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I soldi fanno cadere giù. Dalla cresta dell’onda il surfista che non tiene botta precipità già, affonda nel maremagnum del suo andare oltre, dello sfidare il destino. Quel passo importante non potrebbe esser compiuto se la vita non ti ha dato la possibilità di arrivare fin su. Alla scalata segue scalata, ma poi inevitabilmente si deve cadere giù. Gli ultimi anni di vita di Basquiat sono solo una parabola discendente, al fianco dell’unico amico rimastogli. A ogni tela di Warhol seguiva una zampata di colore di Basquiat. Fino all’overdose, fino a cambiare nome.

Simone Di Stefano/SG

COMUNICAZIONI|Una settimana senza pesticidi

Dal 20 al 30 marzo la sette giorni contro l’utilizzo degli antiparassitari

Mercoledì primo aprile siete invitati alla propaggine romana della “Semaine sans pesticides” francese.

Link:

Appuntamento al Dom , via degli Zingari 49 (rione Monti) alle 20. Buffet e drink a tema ecologico e proiezione del documentario “Il piatto è servito” (Report, raitre). La serata costa 10 euro.

SPORT|Vale-Stoner, si riparte da “Zero”

Al via oggi la cinque giorni di test di Jerez. L’ultimo banco di prova prima del via alla stagione ufficiale

Simone Di Stefano/SG

Prossimi allo starter del 12 aprile in Qatar, piloti e team della MotoGp si misurano in quello che viene definito il «Gp Zero». È l’equivalente della puntata promo di un grande show. Una 5 giorni di test, da oggi a domenica, nel circuito di Jerez de la Frontera, che vedrà all’inizio impegnate 125cc e 250cc per poi culminare, nel week end, con i bolidi della MotoGp a contendersi il premio Bmw M Award.

Fino a venerdì occhi puntati su Julian Simon, dominatore della 125cc e su Marco Simoncelli, chiamato a difendere il titolo mondiale nella quarto di litro. Ma il piatto ricco è nel week end, quando l’asfalto del circuito andaluso verrà arroventato dalle due ruote delle MotoGp. In palio la splendida Bmw serie M, già vinta in precedenza da Rossi, Stoner e Gibernau. Assente Dani Pedrosa, rimasto fermo a causa di una brutta caduta nell’ultimo test, saranno comunque Valentino Rossi, da queste parti noto ormai come Nutella in quanto testimonial della Ferrero in Spagna, e il suo rivale numero uno, Casey Stoner.

Favorito, secondo i bookmakers, proprio The Doctor. Bwin lo quota a 1.90, con l’australiano che segue a 3.00. Alle loro spalle, oltre a Pedrosa (8.00), l’altro spagnolo e compagno di team di Valentino, Jorge Lorenzo (9.00). Grande curiosità ruota anche attorno alle nuove livree delle scuderie, molte delle quali ancora non rivelate al pubblico.

Le Yamaha Tech 3 di Toseland e Edwards saranno interamente vestite di nero con una grande “M” verde. Lo stesso Capirossi è impaziente di provare la sua nuova Suzuky GSV-R 2009, sempre in livrea Rizla, con cui la scuderia di Hamamatsu ha rinnovato il contratto di sponsorship. Proprio il pilota italiano, con il compagno di squadra Vermeulen, spinge per un ruolo da protagonista. Quale banco di verifica migliore se non gli ultimi 45 minuti amichevoli? Prima di sguainare le spade.

Simone Di Stefano/SG

POLITICHE COMUNITARIE|Perchè si chiamino Fondi Europei i territori debbono potervi partecipare

Il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di snellire l’accesso ai finanziamenti e di renderlo più comprensibile agli autori dei progetti

Aldo Ciummo/SG


Le regioni che compongono l’Unione Europea si trovano ad affrontare problemi simili e a lavorare per obiettivi che sono complementari tra di loro. Alcune mete sono più importanti di altre: la ricerca, l’elemento con cui un’area economica come la nostra può vedersela con i “giganti” consolidati ed emergenti del mondo, la tutela dell’ambiente che ne è uno dei risultati più auspicabili, lo sviluppo urbano integrato che ne rappresenta la messa in pratica tra la popolazione, la creazione di lavoro qualitativamente valido e l’apprendimento permanente posto a premessa di tale obiettivo.

Ma basta calare fondi dall’alto per ottenere i cambiamenti, basta averne bisogno per accedere ai finanziamenti? Oggi, 24 marzo 2009, il Parlamento Europeo ha approvato una relazione sulla presenza di molti ostacoli che frenano una effettiva partecipazione dei territori all’implementazione di progetti di sviluppo. Con un documento approvato con 585 voti favorevoli, 35 contrari e 42 astensioni, il PE ha chiesto alla Commissione di impostare criteri specifici ed a lungo termine dei progetti cofinanziati dai Fondi Strutturali dell’Unione Europea, un’altra richiesta è armonizzare le norme in materia di appalti pubblici.

Un passaggio di particolare interesse è quello dedicato allo scambio di informazioni tra i beneficiari, perchè è anche la parte nella quale il Parlamento Europeo sollecita la creazione di un meccanismo di condivisione delle esperienze tra i soggetti che prendono parte a vario titolo a quella che spesso viene ridotta a una vicenda di finanziamenti, ma che poi nelle finalità è la politica di coesione che mira a fare del continente quello che quest’ultimo ha spesso provato a fare di sè stesso e cioè un paese unico. Nella pratica quello che il PE ha immaginato è una rete delle regioni ed un sito web dove tutte le informazioni sui progetti siano disponibili in tutte le lingue dell’Unione.

Il problema infatti è che le regioni europee sono 268, un mosaico nel quale la ricchezza culturale si perde in incertezza normativa quando i potenziali beneficiari dei Fondi strutturali europei si trovano ad un incrocio dove gli ostacoli all’accesso effettivo agli aiuti ci sono proprio tutti: tanti regolamenti, spesso oscuri, frequenti modifiche dei criteri comunitari, poca chiarezza nelle decisioni, ritardi nei pagamenti. In più, bisogna passare per i diversi livelli amministrativi nazionali, regionali, locali, i modelli di amministrazione regionale naturalmente non sono tutti uguali e i meccanismi di coordinamento interregionali sono limitati, così come talvolta la cooperazione tra stato, regione, province, eccetera.

Il Parlamento Europeo ha rilevato quindi anche la necessità di semplificare le procedure per l’attuazione dei progetti, e dei programmi nel quadro dei fondi strutturali, soprattutto nei sistemi di gestione e di controllo. Si richiede, in ultimo, di assicurare più anticipi ai beneficiari, facilitare l’assistenza tecnica e alleggerire gli oneri amministrativi ed accelerare invece l’iter dei progetti. Lo scopo dell’iniziativa parlamentare promossa da Constanze Krehl è infatti essenzialmente quello di tenere in maggiore considerazione il potenziale innovativo dei progetti e l’uso efficace delle risorse e quanto l’impatto positivo di un intervento sull’occupazione e sul dinamismo delle imprese sia trasferibile ad altre regioni d’Europa o comunque influente sulla società dell’Unione nel suo complesso.

Aldo Ciummo/SG

SOCIETA’|Nel mondo non c’è Europa dei diritti se non incontra i diritti delle donne

La presentazione di un libro sui diritti delle donne in Europa offre l’occasione di approfondire alcuni dei ritardi alla base della carenza di partecipazione nella Ue

Aldo Ciummo/SG

ROMAE’ ormai noto lo squilibrio di rappresentanza in Europa, con meno del trenta per cento di donne nel ruolo di ministro nei vari governi (in Italia soltanto il sedici per cento), specchio evidente di distorsioni in tutti gli altri settori della vita associata. Il Consiglio d’Europa ha da tempo raccomandato dei correttivi, che comunque non ribaltano una cultura dominante. Su Skapegoat vorremmo prendere spunto dalla discussione promossa dalla casa editrice Ediesse e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea per avviare qualche approfondimento della situazione europea e delle sue implicazioni nei campi dell’occupazione, dell’istruzione e degli scambi culturali, da analizzare ulteriormente nelle prossime settimane.

Il dibattito cade in un periodo nel quale i passaggi critici dell’economia hanno causato l’incrinarsi di garanzie faticosamente raggiunte. Il 13 la sede Ue di via Quattro Novembre 149 ha ospitato la presentazione della raccolta di saggi a cura di Maria Grazia Rossilli (Docente nel Corso di Politiche di Genere in una laurea specialista della Facoltà di Economia dell’Università di Parma) “I Diritti delle Donne nell’Unione Europea: Cittadine Migranti Schiave“. L’incontro è stato moderato da Chiara Valentini. I saggi si concentrano sulla politica europea e toccano quelle trasformazioni occupazionali che non hanno incontrato la domanda di compatibilità della vita delle donne con il loro lavoro. L’attività istituzionale ha prodotto un parziale inserimento del tema delle Pari Opportunità nella sensibilità pubblica, ma lo stagnare delle politiche di genere nella realtà sociale ed il deficit di democrazia in Europa hanno lasciato che i guasti del sessismo si perpetuassero nell’economia. Difatti la condizione di marginalità nel lavoro è aggravata dalla crisi economica, perchè è la valorizzazione della qualità del lavoro e la sua tutela che rendono effettive le garanzie nel lavoro e nella società.

Basti pensare ai dati molto favorevoli sul livello di istruzione delle ragazze in Europa e alla discrepanza che emerge nella distribuzione di responsabilità all’interno di tutte le organizzazioni e nell’economia.

Maria Grazia Rossilli riporta dati ufficiali anche sull’istruzione in Italia, dove si ha il 19% di laureate rispetto ad un 12% tra gli uomini e un 49% di diplomate rispetto ad un 43%. “Tuttavia i laureati raggiungono posizioni dirigenziali molto più spesso delle laureate molte delle quali occupano posizioni tecniche ed impiegatizie – ha osservato la studiosa di Politiche di Genere – non si notano grandi differenze in questo tetto di cristallo rispetto al 1993”.

Sono intervenute a lungo anche la storica Paola Maiotti De Biase, Marigia Maulucci del direttivo nazionale delle Cgil e la eurodeputata Pasqualina Napoletano.

Il dibattito si è soffermato sui limiti di azione dell’Unione Europea e del suo Parlamento, che non ha potuto intervenire incisivamente riguardo ai temi sui quali non c’è stata la cessione di sovranità da parte degli Stati membri, ad esempio in ambito fiscale, lasciando l’Unione Europea priva di strumenti, proprio laddove ci sarebbe stato bisogno della sua presenza. Lo stesso discorso si può fare in parte riguardo alla mancanza di efficaci politiche di genere, che necessitano di garanzie, ad esempio nel mercato del lavoro. L’assenza, specialmente in Italia, di coerenza in fatto di parità, al sud come nel territorio nazionale in genere, rischia di portare l’Europa ad una schizofrenia all’interno del continente.

Adriana Buffardi, presidente del Comitato Regionale Pace e Diritti Umani della Regione Campania, ha affermato che “sarebbe opportuno soffermarsi anche sulla condizione di migrante, perchè l’anello più vulnerabile della catena migratoria è anche quello con la maggiore capacità di interloquire all’incrocio delle comunità, ma c’è tutto il dato mancante degli abusi all’interno delle comunità immigrate, la cui marginalità crea una situazione opaca”. A questo proposito esiste una risoluzione del Parlamento Europeo, dell’ottobre 2006, “sull’immigrazione femminile, ruolo e condizione delle donne immigrate nell’Unione Europea”. Maria Grazia Rossilli spiega che la risoluzione esorta gli Stati membri a concedere permessi di soggiorno speciali alle vittime di violenze e suggerisce di inserire il rischio di mutilazioni genitali femminili fra i motivi di richiesta di asilo.

Elena Paciotti, nota per aver fatto parte della Convenzione che ha redatto la Carta dei Diritti dell’Unione Europea e anche di quella che ha predisposto il progetto di Trattato Costituzionale, è intervenuta nella discussione riguardo al fenomeno del social dumping, il fenomeno consistente nello scaricare le difficoltà strutturali dell’economia sui soggetti più esposti, a partire dall’investimento delle imprese laddove i costi sociali previsti dallo stato sono minori. Sulla Carta dei Diritti elaborata a Nizza ed incorporata a Lisbona, Elena Paciotti ha detto che “sulla questione delle politiche occupazionali, l’obiettivo di Lisbona era far diventare l’economia europea la più competitiva del mondo. L’unico obiettivo quasi raggiunto in fatto di diritti delle donne è stato l’occupazione femminile, ma è facile immaginare di quale occupazione precaria si sia trattato, dato che garantire qualità e tutela dell’occupazione è stato un obiettivo mancato e che in nazioni come l’Italia pesano i diversi sottodimensionamenti della professionalità femminile che vengono portati avanti in assenza di regole che tutelino i meriti effettivi.”

Abbiamo chiesto alla curatrice del libro chiarimenti in merito alla politica delle pari opportunità dell’Unione Europea,

(affrontata in un saggio di Paola Villa all’interno del testo). Nelle linee guida della Strategia Europea per l’Occupazione sono indicate strategie per portare nel mercato del lavoro donne inattive o disoccupate e un pacchetto integrato di misure il cui scopo è promuovere l’occupazione femminile permettendo contemporaneamente il contemperamento delle esigenze familiari e di quelle professionali. “Quest’insieme integrato ha abbracciato tre tipologie di misure: lo sviluppo di servizi per l’infanzia, l’adozione di congedi parentali e l’incentivazione della flessibilità di contratti, orari e condizioni di lavoro, mediante lo sviluppo di una vasta gamma di contratti atipici, part time, tempo determinato, job sharing, lavoro interinale, ma poichè i servizi per l’infanzia e i congedi parentali hanno un costo sia per i governi che per le imprese, la misura maggiormente implementata a livello nazionale è stata la flessibilizzazione del lavoro. – ha spiegato Maria Grazia Rossilli – inoltre nelle linee occupazionali successive, del 2003 – 2005 e del 2005 – 2008, le politiche di pari opportunità hanno perso gradatamente di rilievo fin quasi a scomparire. L’enfasi si è spostata dalle pari opportunità alla conciliazione di lavoro e famiglia identificata sempre più con la flessibilità del lavoro. Ne consegue, certamente non a caso, che in tutti i paesi della Ue le donne sono sovrarappresentate nei lavori atipici, sicchè in alcuni casi si raffigura una vera e propria segregazione occupazionale, come nel caso del part time all’84% femminile nella media della Ue.”

L’autrice sottolinea il fatto che le tipologie di contratti ed orari di lavoro non standard, che dovrebbero permettere sia la realizzazione professionale che la presenza nella famiglia, penalizzano invece le donne nella retribuzione e rispetto ai diritti e alla carriera e che i governi membri hanno utilizzato i contratti atipici per ridurre il costo delle prestazioni di sicurezza sociale. “In quanto più presenti nel lavoro precario le donne saranno le prime a pagare nell’attuale crisi economica, tanto più in Italia data l’inadeguatezza degli ammortizzatori sociali e l’assenza di una qualsiasi forma di reddito minimo garantito (nella Ue solo Italia Grecia e Ungheria non prevedono una qualche forma di reddito minimo garantito)” ha osservato Maria Grazia Rossilli rispondendo alla richiesta di chiarimenti.

Si tratta di una situazione oltremodo rischiosa in un frangente in cui le esigenze di contrastare la crisi e di rendere l’Europa idonea ad affrontare le trasformazioni in atto richiederebbe il coinvolgimento delle persone e delle migliori energie nel continente.

Non è difficile riconoscere nella sottorappresentazione di una parte intera delle energie culturali e professionali dell’Unione, parte considerevole stando ai dati del mondo dell’istruzione ed alla storia del progresso delle nazioni costituenti e alla sua accelerazione in seguito alla piena inclusione civile delle loro popolazioni, un ostacolo molto grande alla famosa competitività nel contesto planetario e alla realizzazione civile di una costruzione geopolitica che di limiti di rappresentatività ne ha già tanti senza bisogno di mutuare dagli stati fondatori anche il sessismo.

Una direttiva europea del 2006 (la 2006/ 54 / CE) riassume in sè il senso di sette direttive riguardanti essenzialmente la parità retributiva, di opportunità e di trattamento. “Poichè le disuguaglianze e le discriminazioni non sono solo persistenti ma, nella attuale precarizzazione del lavoro, si moltiplicano ed assumono forme nuove – ha chiarito la curatrice del libro – sono state presentate nuove proposte di direttive che forse vedranno la luce nella prossima legislatura, quali ad esempio la direttiva per rendere più stringente la legislazione sulla parità retributiva, una nuova direttiva sui congedi di maternità che dovrebbe allungare la durata del congedo, una nuova direttiva sui congedi parentali e, infine, una direttiva contro le discriminazioni multiple di cui sono vittime soprattutto le immigrate.”

Recentemente il segretario generale del Consiglio d’Europa, Terry Davis, ha fatto notare che soltanto Svezia, Finlandia ed Olanda possono contare su di un equilibrio accettabile nella rappresentanza delle loro società, e che si potrebbero aggiungere a questo gruppo di Stati nella norma – sancita anche in una raccomandazione del Consiglio d’Europa, minimo il 40% dei ruoli parlamentari – solo Belgio, Danimarca e Norvegia (e anche in Spagna come in Svezia e Finlandia le donne sono la maggioranza dei ministri). Le istituzioni proprio perchè organizzano in delle forme date le trasformazioni della società sono una cartina di tornasole di cambiamenti sociali spesso più rapidi al di fuori delle strutture dello stato, ma possono anche diventare indice di resistenze alle trasformazioni che si presentano in maniera anche più virulenta e diffusa nella società in periodi di incertezza culturale, sociale, economica. Skapegoat ritornerà sulla questione in altri ambiti della vita associata. L’abilità che ha permesso all’Europa di affermarsi come soggetto autonomo e che può permetterle di cooperare con gli altri attori del pianeta globalizzato non è stata quella di riproporre schemi sociali chiusi. L’Unione Europea ha bisogno di sostenere le migliori capacità di confronto al suo interno e verso il resto della comunità internazionale.

Aldo Ciummo/SG

INTERNAZIONALE|Eurocrisi, nuove leggi per i mercati

Al summit di Bruxelles prevale la linea finanziaria a scapito dell’energia

BRUXELLES – Troppo grave è la crisi e imminente è il summit economico del G20 di Londra, in programma il prossimo 2 aprile e così, una volta seduti tutti allo stesso tavolo i 27 ministri paesi Ue non potevano non approfittare per trovare una linea in comune in materia economica.

È quanto sta avvenendo al summit del Consiglio europeo di Bruxelles in programma oggi e domani. Anche se le premesse avrebbero voluto che si parlasse soprattutto di energia al centro del dibattito sono entrati prepotentemente i 5 miliardi di surplus, rispetto agli iniziali 900 miliardi destinati alla Commissione Europea e che i 27 si stanno litigando su come investirli.
C’è chi li vorrebbe destinati alle banche dell’est in corso di fallimento, come quelle di Lettonia e Ungheria, chi come la Commissione li vorrebbe destinare a energia e tecnologia, e chi infine li destinerebbe alla ricostruzione di un sistema finanziario che fa acqua da tutte le parti, linea perseguita da Francia e Germania.
Avranno fatto breccia le parole del Premio Nobel, Paul Krugman, che in apertura di summit aveva definito «del tutto inadeguate» le misure anticrisi dell’Unione, 200 miliardi di euro lo scorso anno e altri 400 tra 2009 e 2010 (il 3,3% del Pil Ue). Del resto come dargli torto se paragonate ai 789 miliardi stanziati dal governo Usa? Ma non tutto è oro ciò che luccica. Proprio il cancelliere tedesco Angela Merkel ha ribadito infatti che «qualsiasi altra iniezione di denaro liquido è categoricamente da escludere».
Tutto ciò non deve essere piaciuto agli Usa che invece, a sorpresa, proprio ieri hanno immesso altri 1,2 miliardi di dollari nell’economia americana per promuovere la ripresa. La Merkel, assieme al premier francese Sarkozy, ha scritto anche una lettera al Presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso e al presidente di turno, il ceco Mirek Topolanek, ponendo l’accento sulla riforma dell’intero sistema finanziario europeo. «Le priorità – recita la missiva – richiedono la costruzione di una nuova architettura della finanza globale. L’Ue deve affermare una posizione in comune e prendere il comando a capo di questo processo».
La Merkel, da sempre contraria a misure anticrisi da adottare in comune si è detta convinta che tra le priorità rientrano anche l’allentamento dei criteri di Basilea II. Allo stesso modo la Germania ha ribadito la sua intenzione di aiutare i paesi dell’est in difficoltà, come del resto è stato già fatto con i 180 miliardi di euro già stanziati, anche se è stato precisato che «non ci sarà nessuna ulteriore emissione di eurobond».
Se quindi al G20 di Londra si discuterà del sistema finanziario ci sono i paesi dell’est che spingono per raggiungere una linea comune a proposito del cosiddetto “Partenariato per l’est”, in vista del summit di Praga previsto per il prossimo 7 maggio. Verranno stanziati 350 milioni di euro di nuovi finanziamenti e 250 milioni di euro ridiretti nel corso del 2010/13 nelle casse di sei paesi dell’Europa orientale: Ucraina, Georgia, Bielorussia, Moldova, Armenia e Azerbaigian.
Il piano a quanto pare piace a tutti meno che all’Italia, che avrebbe voluto il coinvolgimento permanente della Russia. Mosca invece si dovrà accontentare di ricevere l’invito solo «caso per caso». «Nessuna iniziativa anti-russa», ha precisato il ministro degli esteri ceco, Karel Schwarzenberg. Anche perché sul piano energetico la Russia resta sempre l’alleata più importante dell’Europa e forse anche per questo l’Ue non ha fretta di emanciparsi.
Infatti al summit si doveva parlare di energia, ma anziché lanciare nuove proposte sembra sia stata anzi tagliata una parte dei fondi da destinare alla realizzazione del progetto Nabucco, 3,300 km di corridoio energetico a est per portare in Europa il gas del Caspio attraverso la Turchia e i Balcani e rendere indipendente l’Europa dal gas russo. Romania, Polonia, Austria e Slovacchia non l’hanno presa bene e i loro ministri hanno minacciare di non votare il pacchetto.