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AFRICA|Bomba a Mogadiscio, venti morti

Per la maggior parte erano donne. Nell’attentato sono rimaste ferite circa altre quaranta persone. Nessuna rivendicazione ma tutto lascia pensare agli integralisti islamici

Sono morte mentre stavano pulendo le strade della loro città, Mogadiscio. Venti persone, di cui la maggior parte sono donne, hanno perso la vita ieri in un attentato, dilaniate dalla potenza di una bomba scoppiata nel quartiere K4, nella zona sud della capitale somala. Un bilancio terribile che rischia di diventare ancora più grave per i tanti feriti, almeno altre 40 persone, che lo scoppio ha causato. Tra questi alcuni sarebbero in fin di vita o in condizioni del tutto precarie. Le donne, aiutate da una ong locale si erano riunite per ripulire l’area, come ha spiegato Hasan Abdi Mohamed, testimone oculare della strage: «Stavano ripulendo la via quando una grande esplosione ha scosso l’intero sobborgo. Ho contato 15 corpi di donne fatte a pezzi».

Il movente dell’attentato non è stato reso noto, nessuno sembra averlo rivendicato. Le piste che stanno seguendo le autorità del governo somalo sono molteplici ma le modalità con cui è stato compiuto fanno ritenere che si tratti di militanti islamici.

Nel 2006 il governo somalo, con l’appoggio delle truppe etiopi e successivamente anche di quelle degli Stati Uniti, riuscì nell’intento di cacciare dalla Somalia le Corti islamiche che fino a quel momento avevano il controllo della città e di parte dell’intero paese. Un periodo che per la Somalia significò migliaia di morti e devastazioni, con i militari della vicina Etiopia che intervennero in aiuto del governo provvisorio, cacciato dalla capitale. L’ondata di sangue non risparmiò nessuno, tanto da suscitare lo sdegno dell’Unione Africana , della Lega Araba e dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo).

Negli ultimi tre anni la Somalia è indicata anche come uno dei paesi dove si addestrano le organizzano le retrovie della formazioni islamiche integraliste. Solo lo scorso anno gli attentati delle Corti hanno causato almeno 6.000 vittime e centomila sfollati.

L’attentato di ieri fa seguito a un altro attentato di vaste proporzioni avvenuto sempre a Mogadiscio nel giugno del 2007. In quell’occasione la bomba fu piazzata sotto un cumulo di immondizia in un mercato della capitale somala. Anche in quel caso il bilancio fu disastroso: almeno sette persone persero la vita, tra cui cinque donne anch’esse impegnate nella pulizia delle strade della zona.

Il conflitto somalo è uno dei più sanguinosi d’Africa, con intrecci politici e religiosi che rendono ancora più ardua una risoluzione pacifica. Nel giugno scorso, sotto l’avallo delle Nazioni Unite, si raggiunse una tregua tra il governo di transizione e una parte dell’opposizione islamica. Un accordo che effettivamente entrò in vigore dal luglio successivo, ma una parte della frangia più integralista, per avviare i negoziati, pretende che le truppe etiopi lascino il suolo somalo.

Nell’ultima settimana inoltre la crisi si è aggravata a livello politico con l’annuncio delle dimissioni di dieci dei quindici ministri del governo che denunciano «un utilizzo sbagliato delle risorse della nazione» e la destituzione del sindaco di Mogadiscio, accusato di abuso di potere e corruzione, da parte del primo ministro Nur Hasan Husein.
Simone Di Stefano
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