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L’OPINIONE|Se non capisco il mio nemico, chi combatto?

E’ ancora utile continuare a guardare indietro, rifacendosi alle ideologie di 60 anni fa? Essere antifascisti vuol dire guardare oltre, non dare importanza a singoli fatti perpetrati da bande di teppisti di quartiere. Il pericolo di un ritorno del fascismo è legato alla nostra voglia di farlo essere ancora una moda

Lascia a dir poco perplessi la superficialità con cui vengono affrontati dei periodi storici come fossero delle trame da film thriller. La paura di un ritorno al fascismo, male depauperato e reso inoffensivo da una costituzione rigida e dall’adesione dell’Italia ai più importanti e libertari trattati internazionali (Convenzione di Ginevra, Onu, Unione Europea, solo per citar i più importanti) che combattono qualsiasi forma di totalitarismo, dovrebbero far dormire agli italiani sonni più tranquilli al riguardo.

Quello che fa paura semmai è un ritorno di fiamma di un modus operandi, di un etichetta identitaria che, fondando le sue radici in quell’ideologia ormai tramontata, anche per molti dei suoi attuali seguaci, torna a volersi affermare imponendo misure che, per un paese democratico quale pretende di essere l’Italia, non possono essere seguite. Alla stessa stregua di come guadagna terreno sul consenso popolare fomentando l’odio verso lo straniero di turno o ancor peggio istigando la gente a una ricerca spasmodica di una sicurezza che non è mai troppa.

Secondo questa nuova ideologia non serve più essere dei cittadini italiani per avere eguali diritti, ma occorre anche dimostrare di potersi mantenere, con un lavoro che certifichi che si è regolari. Per non parlare dell’alloggio. Secondo questa nuova ideologia, rom equivale a romeno, romeno a mascalzone e mascalzone a persona indegna e rimovibile. Sia pure fisicamente. Dimenticando che esiste un nuovo concetto di cittadinanza, quella comunitaria.

Non si mette più mano a fucili e carabine come si faceva sessant’anni fa. Oggi ci pensano la Polizia, i Carabinieri. Si vuole perfino armare la Polizia Municipale, anziché rinforzarla con mezzi e personale assai carenti in molte delle zone periferiche dei grandi centri metropolitani.

Occorre da parte delle forze democratiche, progressiste, riformiste, da parte delle sinistre (ormai ridotte al lumicino dalle ultime elezioni), prendere coscienza di un male maggiore di una semplice ideologia. Non si tratta di un manipolo di seguaci esaltati dalla violenza e dal canebastonatismo. Occorre sì continuare a tenere ben alta la guardia verso il cameratismo stile agguato a La Sapienza o raid Pigneto, ma occorre analizzarlo sotto altro profilo che non quello semplicistico della matrice fascista.

Inutile rimanere ancorati al passato credendo ancora di stare a fare la guerra alla Repubblica di Salò.

In ballo sono i valori più alti della nostra Unità nazionale. Occorre non dimenticare che il fautore numero uno di questa nuova ideologia non è Fini, che sebbene attaccato a modi piuttosto burberi di fare il super partes è rimasto legato a quel fascismo fin quando non ha raggiunto lo scranno più alto del Parlamento, né Berlusconi, di cui dovremmo temere di più le sue pluricondanne cadute in prescrizione e i suoi subdoli obiettivi di interesse personale, ma un certo signor Umberto Bossi, in questi giorni impegnato a seguire la sua nazionale, la Padania, al mondiale per nazioni non riconosciute, in Lapponia, e dei suoi rozzi scagnozzi – vedi Borghezio, Calderoli e Tosi.

Espulsioni, militarizzazione, bavaglio ai giornali sulla pubblicazione delle intercettazioni, questa è la nuova ideologia da combattere.

Il fascismo, quello vero, è dietro l’angolo, ed è in mano solo a chi ha la forza di volerlo rievocare. Non è morto, no. È dormiente e occorre non svegliarlo, ma farlo morire nel sonno. Rievocarlo significherebbe soltanto farlo tornare a essere una moda da bulletti di quartiere – non a caso la maggior parte degli pseudo fascisti vanno dai quindici ai venti anni, età in cui è facile affinare valori quali la mascolinità e la violenza gratuita – compiacendo quei pochi dannati che ancora lo ascoltano. Meglio ignorarlo.

Simone Di Stefano

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