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AMBIENTE|150 milioni di eco-profughi nel 2050

La previsione è di Norman Myers, uno dei maggiori studiosi delle migrazioni a carattere ambientale. «Cercheranno asilo nei paesi ricchi». Ma la Convenzione di Ginevra non riconosce questo status.

Articolo scritto da Aneta Carreri (Redattore Sociale)

ROMA – Fino a ieri la parola profughi nell’immaginario collettivo evocava popolazioni in fuga dalla propria terra a causa di conflitti armati, questioni religiose o politiche. Oggi un’altra catastrofe incombe sui Paesi del Sud del mondo: quella ambientale, con i suoi eco-profughi. Dal punto di vista giuridico lo status di rifugiato ambientale non esiste, la Convenzione di Ginevra non contempla questo status. Gli argomenti principali responsabili di questa esclusione sono l’assenza dell’elemento individuale della persecuzione e la possibilità di recupero dei territori oggetto di sconvolgimenti ambientali.

Ma se è vero che la desertificazione o i disastri naturali non torturano o non imprigionano è pur vero che costringono a fuggire dalla fame e dalla distruzione. Una crescente ondata di genti a cui non rimane altra possibilità che sopravvivere altrove, che irrompe sulle frontiere con effetti destabilizzanti sull’ordine pubblico e sulle relazioni mondiali. Questi migranti non hanno alcuna alternativa di fronte a una minaccia di tale portata, non possono più rimanere nelle loro terre, a causa della siccità, della deforestazione, dell’erosione del suolo e dei cambiamenti climatici, che come abbiamo visto in questi ultimi anni hanno provocato disastri umanitari drammatici.

Nel 1994 Norman Myers, uno dei maggiori studiosi di quest’aspetto,stimò che il numero di eco-profughi fosse di oltre 25milioni, cifra che superava di ben 18milioni quella dei rifugiati ufficialmente riconosciuti(politici, etnici,religiosi), la sua attuale valutazione , confermata dall’Unhacr nel rapporto del 2002, è che si arriverà ad averne 150milioni nel 2050. Mentre nel rapporto presentato lo scorso marzo a Bruxelles da Javier Solana, rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune, la cifra è di 200milioni. Questo dato inquietante si può ricondurre al fatto che se nei paesi Ocse le catastrofi climatiche colpiscono un abitante su 1.500, in quelli in via di sviluppo il dato è di 1 a 9.

L’Undp, il programma di sviluppo dell’Onu, sostiene poi che quasi un miliardo di persone sono a rischio di catastrofi naturali. Sarebbero 344milioni quelle esposte a cicloni tropicali, 521milioni a inondazioni, 130milioni a siccità, 2,3 milioni a frane. In Africa in particolare, secondo le proiezioni dell’Ipcc al 2020, 75-250milioni di persone saranno esposte a un incremento dello stress idrico. Diminuiranno le aree destinate all’agricoltura, la lunghezza della stagione di crescita e il potenziale raccolto. In alcuni paesi i raccolti agricoli di pendenti dalle piogge potrebbero ridursi fino al 50% nel 2020.

Considerare questi fenomeni ambientali come estranei al nostro territorio è profondamente sbagliato, l’Italia, infatti, negli ultimi vent’anni ha visto triplicare l’inaridimento del suolo e si stima che il 27% del suolo sia a rischio desertificazione. Sono interessate soprattutto le regioni meridionali: la Puglia è la regione più esposta con il 60% del territorio di cui solo il 7% esente dal rischio desertificazione, segue la Basilicata (54%), la Sicilia (47%) e la Sardegna che vede a rischio il 52% del suolo di cui l’11% già colpito. I nuovi dati Enea 2006 includono anche Calabria, Campania, Molise e Sicilia. Considerate tali previsioni, i paesi del nord Mediterraneo hanno costituito un gruppo regionale per cooperare con i paesi in via di sviluppo e pianificare gli interventi sul proprio territorio nazionale.

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