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IN ITALIA|Maroni:«decreto effettivo entro luglio», ma qualcosa non quadra

Varato il decreto, il ministro lo farà approvare dal Parlamento. I no di Casini e Veltroni

Ci siamo. Il Ministro degli Interni Maroni ha annunciato: «Entro Luglio le norme previste dal pacchetto sicurezza entreranno in vigore». Il decreto deve ancora diventare legge, verrà affidato con ogni probabilità alle fauci del Parlamento, come ha già consigliato Franco Frattini perché: «Il Parlamento è sovrano». Giusta la decisione di percorrere la via dell’ampio consenso, peccato che Veltroni e Casini abbiano già largamente manifestato il loro voto contro.

Oltre all’introduzione del reato di clandestinità di cui abbiamo ampiamente parlato in queste pagine e che rischia di far diventare l’Italia lo zimbello dell’Unione Europea, le norme contenute nel pacchetto riguarderanno alcune misure “severe” come una stretta sui ricongiungimenti, l’applicazione più rigorosa del diritto di asilo, gli inasprimenti delle pene per alcuni reati di allarme sociale (come rapine, scippi, furti, maltrattamenti in famiglia) e modifiche al codice di procedura penale con una stretta sui benefici della legge Gozzini, una legge che risale al 1986 e che ha riformato l’ordinamento penitenziario, cercando di renderlo più vicino ai principi contenuti nella Costituzione, che evidentemente non può essere più considerata in Italia un arma in difesa dei diritti.

All’art. 27, terzo comma, si dice infatti che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. A questo riguardo la legge – che si applica alle persone condannate in via definitiva (e non, quindi, in attesa di giudizio) a una pena non superiore ai tre anni – prevede da un lato attività nelle carceri che favoriscano la socializzazione del condannato, dall’altro che si possano applicare misure diverse e alternative rispetto alla detenzione (come la semilibertà, il lavoro esterno, l’affidamento in prova al servizio sociale). Ne va da se che, qualora venga toccata questa legge, l’obbiettivo del decreto sarà quello di abolire o ridimensionare alcuni diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione e difesi da diverso organi istituzionali europei e internazionali.

Sarà, inoltre, abolito il patteggiamento in appello per i reati di mafia, e questa sembra essere una misura coerente con i reali problemi di sicurezza che tartassano il nostro paese, mentre si sta ancora discutendo di un aggravamento della pena nel caso in cui a delinquere sia chi è entrato irregolarmente in Italia. Come dire, esisteranno omicidi di serie A, commessi dai cittadini legali e omicidi di serie B commessi dai clandestini. il morto resta sempre morto però e non ci rendiamo conto che così sarà come giustificare un di più chi commette reati ma è cittadino: «beh, almeno non non era un negro o un romeno!» diranno al mercato gli italiani incazzati con “Il Giornale” sotto il braccio e la badante extracomunitaria che gli porta le buste della spesa.

La cosa più sconcertante resta la proposta che ha avanzato Filippo Ascierto, responsabile Sicurezza di An: l’intenzione di costruire un Cpt (da ribattezzare «Centro per l’identificazione e l’espulsione») in ogni regione. E di proporre la defiscalizzazione degli straordinari per le forze dell’ordine, in modo da concedere a quest’ultime un riconoscimento concreto nel momento in cui viene chiesto loro un surplus di impegno. Sulla defiscalizzazione dei turni extra lasciamo esprimere i diretti interessati, resta il fatto che un «Centro per l’identificazione e l’espulsione» sembra quasi un purgatorio evitabile per chi ha già dovuto affrontare un viaggio della speranza per arrivare in Italia, una vita fatta di stenti e discriminazioni per poi subire l’umiliazione di non riuscire a rimanere, sbattuto in un lager e poi rispedito al paese di provenienza, dove magari ci sono guerre, carestie e miseria. Sappiamo poi quando vengono costruiti edifici di questo genere quale sia il “must” ordinato agli uomini che vi lavorano: botte e maltrattamenti.

Simone Di Stefano

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