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«Lunga vita al Tibet!» e la torcia arrivò in cima al monte

La torcia ha raggiunto la vetta dell’Everst, ma in molti non l’hanno vista

Se non fosse per il fatto che di mezzo c’è il rispetto, l’identità e il futuro di una nazione anonima, quale è il Tibet oggi, potremmo dire « Finalmente, alle 9:18 locali – le 3 di mattina italiane – dopo gli agognati e interminabili giorni passati ad attendere che il tempo migliorasse, la fiaccola olimpica è finalmente arrivata in vetta all’Everest.

Un’impresa senza precedenti che lascia senza fiato anche noi da casa, abituati, in questi ultimi mesi, a vedere la fiaccola olimpica sbatacchiata quì e là, con tragitti deviati all’ultimo istante e tedofori indecisi tra l’emozione di poter dire di esserci stato e la smania per un popolo, quello tibetano, oppresso e senza più libertà, con un governo virtuale esiliato a Dharamsala, in India.

Eppure ci sarebbe da che festeggiare. Innanzitutto perché tra i 36 alpinisti (28 tibetani, 8 cinesi, di etnia Han e 6 della minoranza Tujia) previsti all’inizio, da “Camp Attack”, l’ultimo campo prima dell’attacco alla vetta finale, l’ultima ad arrivare in cima con la torcia tra le mani è stata proprio una donna tibetana, Li Zhixin.

Poi c’ da dire che, dopo tanta confusione attorno alla torcia, ieri c’è chi dice che non c’è stato modo neanche di vederla dall’altra parte del versante quello nepalese: «Noi non abbiamo visto nulla», dicono alcuni alpinisti italiani. Eppure in vetta ci è arrivata, sfidando il vento che spirava a 100 chilometri orari e una temperatura di oltre 30 gradi sotto lo zero. Arrivati in vetta gli alpinisti hanno gridato: «Lunga vita al Tibet, lunga vita alla Cina».

Tutto bene quel che finisce bene, diceva il poliziotto Huber. Macchè, niente affatto. Resta l’amarezza per una torcia olimpica utilizzata ad hoc per mascherare dietro i giochi l’onta di una nazione calpestata e umiliata dal gigante cinese e la pubblicità per le olimpiadi che si andranno a disputare a Pechino la prossima estate.

In merito a questo fatto si esposto il più grande alpinista di tutti i tempi, l’altoatesino Reinhold Messener: «E’ un’offesa per i tibetani. Una montagna che per la gente del posto è considerata sacra è stata strumentalizzata per un’operazione di marketing e propaganda».

di Simone Di Stefano

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