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INTERNAZIONALE|Fallo e basta perché niente è impossibile (parte seconda)

Viaggio nelle fabbriche orientali, tra sfruttamento minorile e diritti negati

 

Articolo di Aneta Carreri (di Redattore Sociale)

Quando la fabbrica Yue Yuen aprì, gli operai lavoravano fino a mezzanotte e godevano del giorno di riposo in maniera saltuaria. Ma, verso la fine degli anni ’90, alcuni clienti come Nike e Adidas chiesero che fossero migliorate le condizioni dei lavoratori. Così Yue Yuen portò la giornata lavorativa a 11 13 ore garantendo un giorno di riposo settimanale.

Purtroppo le multinazionali hanno un atteggiamento contraddittorio. A parole chiedono il rispetto dei diritti fondamentali mentre nei fatti impongono prezzi e tempi di consegna così stretti che non lasciano margini per aumenti salariali e ritmi di lavoro sostenibili.

Oggi le multinazionali concedono 30 giorni per la consegna degli ordini. Tre anni fa ne concedevano 60. Dieci anni fa 90.

Davanti ad ogni postazione di lavoro c’è un cartellone che indica in quanti secondi deve essere eseguita ogni operazione e i lavoratori sono cronometrati dai supervisori.

Trymun è una ragazza indonesiana di 19 anni che lavora in una fabbrica di scarpe. Sperava di guadagnare abbastanza per mantenersi e mandare a casa qualche soldo. Purtroppo non riesce neanche a coprire nemmeno le sue spese personali pur condividendo la stanza con altre nove compagne e facendo un sacco di straordinari:”

«Ogni giorno lavoriamo dalle otto fino a mezzogiorno, poi facciamo pausa per il pranzo. L’orario del pomeriggio dovrebbe andare dall’una alle cinque, ma dobbiamo fare gli straordinari tutti i giorni. Durante la stagione di punta lavoriamo fino alle due o le tre di notte. Anche se siamo sfinite non abbiamo scelta. Non possiamo rifiutare gli straordinari perché le nostre paghe di partenza sono bassissime. La mia corrisponde a 50 dollari al mese, che in realtà diventano 43 perché il datore di lavoro ci trattiene 7 dollari per le tasse di registrazione. Quando ci ho tolto le spese per il dormitorio, l’acqua e la corrente elettrica, mi rimane molto poco per mangiare”.

La fabbrica in cui Trymun lavora appartiene a un sudcoreano e produce scarpe per la Nike. Nonostante mezzo miliardo di dollari all’anno di profitti, Nike si lamenta: «Con i tempi che corrono rimanere sul mercato è una battaglia continua. Per vincerla bisogna investire in pubblicità». E cosi fa. La Nike destina a questa voce l’l’11% del suo fatturato, tra spot televisivi, annunci sui giornali e sponsorizzazioni.

Nel 2003 James LeBron, un giocatore di pallacanestro appena diciottenne, ha firmato un contratto di sette anni che lo obbliga ad indossare maglie e scarpe col marchio Nike bene in vista. In cambio riceve 90 milioni di dollari.

Tutti si arricchiscono sul lavoro di Trymun, tranne lei. Su un paio di scarpe che in negozio costano 70 euro, a Trymun va solo mezzo euro.

Per le multinazionali questa realtà non è uno spot da mandare in onda, ed è un vero peccato perché per “Just do it” ” fallo e basta” non ci sono testimonial migliori di questi migliaia di donne uomini e bambini che continuano a essere sfruttati nell’indifferenza generale.

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