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INTERNAZIONALE|Fallo e basta perché niente è impossibile (parte prima)

Viaggio nelle fabbriche orientali, tra sfruttamento minorile e diritti negati

Articolo di Aneta Carreri (di Redattore Sociale)

I copy-writer avranno fatto una gita nelle fabbriche cinesi, indiane o thainlandesi per ideare gli slogan vincenti per due tra i più grandi marchi mondiali del settore sportivo:

“Just do it” per nike, e “Impossible is nothing”.

Per evitare spiacevoli imbarazzi hanno sostituito agli operai, che lavorano per meno di 2 dollari al giorno, per cucire palloni da calcio, incollare a ritmo sfrenato suole di scarpe da ginnastica, ricamare t-shirt in condizioni disumane, atleti madidi di sudore, esausti sì ma felici. Niente di più azzeccato per esprimere lo spirito che anima le due multinazionali nonostante abbiano adottato un codice di condotta più di 15 anni fa per la tutela dei lavoratori asiatici. Un rapporto della Fair Play Campaign 2008 “Vincere gli ostacoli” promosso dalla Confederazione internazionale sindacale dei lavoratori del tessile, cuoio e abbigliamento, denuncia condizioni di lavoro disumane nelle fabbriche che producono su licenza gadget, cancelleria, borse e berretti con il marchio olimpico di Pechino 2008, e che forniscono i prodotti ai brand leader nel settore sportivo come Nike, Adidas, Puma, Reebok ,Umbro, Fila, Wilson ecc.

Il rapporto si basa su interviste choc rilasciate da circa 300 operai del settore sportivo, in paesi come l’India, la Cina, la Thailandia e l’Indonesia. In Cina le industrie pagano i dipendenti più fortunati «tra i 71 e gli 86 dollari al mese, meno della metà del salario minimo legale», ha sottolineato Neil Kearney, uno dei responsabili della Federazione che ha messo a punto il documento. «Gli ultimi arrivati non ricevono più di 41 dollari». Un lavoratore della Yue Yuen, fabbrica di Honk Kong che produce 1/6 delle scarpe mondiali e annovera tra i suoi clienti Adidas nike e new balance, dice” sono stanco da morire. In due dobbiamo incollare 120 paia di scarpe all’ora. Stiamo lavorando senza riposo e abbiamo paura di non lavorare abbastanza in fretta per fornire le suolo alla linea successiva.”

“Non abbiamo risparmi perciò non abbiamo soldi per le emergenze. Una volta ho dovuto impegnare la mia bombola a gas per avere il denaro necessario a curare mia moglie. Un mio amico ha venduto persino il suo sangue per i soldi.” Si sfoga un confezionatore di palloni in India. Mentre un altro operaio che produce scarpe per la New Balance, accusa”Nessuno di noi ha tempo per andare in bagno o bere .I supervisori ci assillano di continuo”. Il fornitore della Puma è nel Guangdong, località Dongguan. Si chiama Pou Yuen, un colosso da 30.000 dipendenti. In un intero stabilimento, l’impianto F, 3.000 operai fanno scarpe sportive su ordinazione per la multinazionale tedesca. La lettera di un’operaio descrive la sua giornata-tipo nella fabbrica.

Siamo sottoposti a una disciplina di tipo militare. Alle 6.30 dobbiamo scattare in piedi, pulirci le scarpe, lavarci la faccia e vestirci in 10 minuti. Corriamo alla mensa perché la colazione è scarsa e chi arriva ultimo ha il cibo peggiore, alle 7 in punto bisogna timbrare il cartellino sennò c’è una multa sulla busta paga. Alle 7 ogni gruppo marcia in fila dietro il caporeparto recitando in coro la promessa di lavorare diligentemente. Se non recitiamo a voce alta, se c’è qualche errore nella sfilata, veniamo puniti. I capireparto urlano in continuazione. Dobbiamo subire, chiunque accenni a resistere viene cacciato. Noi operai veniamo da lontani villaggi di campagna. Siamo qui per guadagnare. Dobbiamo sopportare in silenzio e continuare a lavorare. (…) Nei reparti-confezione puoi vedere gli operai che incollano le suole delle scarpe. Guardando le loro mani capisci da quanto tempo lavorano qui. Le forme delle mani cambiano completamente. Chi vede quelle mani si spaventa. Questi operai non fanno altro che incollare…

Un ragazzo di 20 anni ne dimostra 30 e sembra diventato scemo. La sua unica speranza è di non essere licenziato. Farà questo lavoro per tutta la vita, non ha scelta. (…) Lavoriamo dalle 7 alle 23 e la metà di noi soffrono la fame. Alla mensa c’è minestra, verdura e brodo. (…) Gli ordini della Puma sono aumentati e il tempo per mangiare alla mensa è stato ridotto a mezz’ora. (…) Nei dormitori non abbiamo l’acqua calda d’inverno”.

di Aneta Carreri

Continua…

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