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INTERNAZIONALE|Fallo e basta perché niente è impossibile (parte prima)

Viaggio nelle fabbriche orientali, tra sfruttamento minorile e diritti negati

Articolo di Aneta Carreri (di Redattore Sociale)

I copy-writer avranno fatto una gita nelle fabbriche cinesi, indiane o thainlandesi per ideare gli slogan vincenti per due tra i più grandi marchi mondiali del settore sportivo:

“Just do it” per nike, e “Impossible is nothing”.

Per evitare spiacevoli imbarazzi hanno sostituito agli operai, che lavorano per meno di 2 dollari al giorno, per cucire palloni da calcio, incollare a ritmo sfrenato suole di scarpe da ginnastica, ricamare t-shirt in condizioni disumane, atleti madidi di sudore, esausti sì ma felici. Niente di più azzeccato per esprimere lo spirito che anima le due multinazionali nonostante abbiano adottato un codice di condotta più di 15 anni fa per la tutela dei lavoratori asiatici. Un rapporto della Fair Play Campaign 2008 “Vincere gli ostacoli” promosso dalla Confederazione internazionale sindacale dei lavoratori del tessile, cuoio e abbigliamento, denuncia condizioni di lavoro disumane nelle fabbriche che producono su licenza gadget, cancelleria, borse e berretti con il marchio olimpico di Pechino 2008, e che forniscono i prodotti ai brand leader nel settore sportivo come Nike, Adidas, Puma, Reebok ,Umbro, Fila, Wilson ecc.

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